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Padrenostro: recensione del film di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino

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«Alfonso Noce sappia che la sua condanna a morte è stata soltanto rinviata. I proletari hanno tanta pazienza e lunga memoria». Questa spaventosa rivendicazione da parte dei Nuclei Armati Proletari, responsabili dell’attentato al vicequestore Alfonso Noce del 14 dicembre 1976, è perfetta per immergersi nello stato d’animo di costante paura al centro di Padrenostro, presentato in concorso a Venezia 77. Un’opera intima e struggente, ideata e diretta dal figlio di quel vicequestore, cioè Claudio Noce, che riversa sul grande schermo quella che è al tempo stesso una sua drammatica esperienza personale, un’appassionata lettera d’amore al padre, un commovente racconto di formazione e una lucida analisi degli anni di piombo.

Un ritratto dedicato prevalentemente a coloro che sono stati troppo spesso dimenticati dalla narrazione di quel funesto periodo, cioè i bambini. Giovani creature relegate nelle loro stanzette, insieme alle loro domande senza risposta, con l’intento di proteggerle da una verità insopportabile. Verità che filtrava però inevitabilmente dai muri e dai silenzi, o attraverso furtive occhiate da porte socchiuse, esacerbando gli effetti del perenne clima di odio e ansia che si respirava all’epoca.

Padrenostro: il toccante racconto autobiografico di Claudio Noce
Padrenostro

Il brusco risveglio da un’infanzia sognante coincide per il piccolo Valerio (il talentuoso Mattia Garaci: ne sentiremo ancora parlare) con un attentato a mano armata al padre Alfonso (Pierfrancesco Favino), a pochi metri da casa. Nonostante i numerosi colpi ricevuti, Alfonso sopravvive, ma per Valerio comincia una nuova difficile fase della propria esistenza. Indelebilmente segnato dalla vista di uno dei terroristi dei NAP morente e maldestramente tenuto al riparo dalla verità e dalla convalescenza di Alfonso dalla madre Gina (Barbara Ronchi) il bambino trova un inaspettato conforto dalla conoscenza di Christian (Francesco Gheghi), di poco più grande di lui. Libero dall’imperfetto ambiente ovattato in cui i genitori vorrebbero metterlo al sicuro, Valerio trova attraverso il gioco, l’immaginazione e il disegno un modo per elaborare il forte stress a cui la sua famiglia è sottoposta e per comprendere il suo delicato rapporto con la figura paterna.

Quando Alfonso è costretto a trasferirsi temporaneamente al sud, per nascondersi da una probabile nuova rappresaglia da parte dei terroristi, la figura di Christian diventa ancora più importante. Un’anomala estate bucolica, in compagnia del suo sfrontato amico, si trasforma in un’occasione di crescita per Valerio e nella possibilità di migliorare il rapporto con suo padre.

Padrenostro: un’opera a dimensione di bambino

Padrenostro

Padrenostro come preghiera, Padrenostro come locuzione che ripetiamo senza dargli il giusto peso e soprattutto Padrenostro come reciproco supporto fra due ragazzi alle prese con complicati rapporti coi genitori. Da questa riflessione prende vita un’opera densa e dai molteplici livelli di lettura, il cui fine non è quello di prendere una posizione politica su un’epoca che ha devastato il già traballante panorama politico nostrano, quanto invece quello di dare voce a una generazione perennemente fuori posto, nata in un clima di terrore che non riusciva a comprendere e cresciuta sulle sue macerie, in un’atmosfera di crescente disimpegno e straniamento. Un’operazione che paradossalmente è più simile a Gli anni più belli che a Il delitto Mattarella, solo per citare l’ultima di innumerevoli produzioni sugli anni di piombo, che mantiene però costantemente la dimensione di un bambino, con a disposizione contro la mestizia del mondo esterno solo la propria fantasia.

Lo scontro politico è tangibile, ma è solo il funesto sfondo per un vero e proprio rapporto sentimentale in divenire fra padre e figlio. Favino regala l’ennesima formidabile prova recitativa, con una performance tutta in sottrazione e controllo di un genitore che vuole disperatamente mantenere la sua autorevolezza, anche quando la violenza urla alla sua porta, anche quando sarebbe comprensibile e umano ammettere di avere paura. Alfonso non è però una persona che scialacqua parole, quindi Valerio può parlare con lui solo indirettamente. Una partita di calcio troppo fisica, una gita in barca e soprattutto la contaminazione esterna da parte di Christian diventano occasioni per comunicare, per richiedere affetto, per manifestare debolezza.

Una struggente riflessione sull’assenza

Padrenostro

Nel costante saliscendi fra realtà e fantasia, Padrenostro rischia più volte di perdersi e di abbandonare la preziosa strada del racconto di formazione per altro. Non mancano inoltre personaggi irrisolti o stranamente irrilevanti ai fini della storia, come la sorella di Valerio (anch’essa coinvolta nelle disavventure familiari, ma sempre in secondo piano) o il patriarca impersonato da un formidabile interprete come Mario Pupella, relegato a una manciata di battute. Ma la forza dell’opera di Noce non sta nella solidità della sceneggiatura, ma nella toccante volontà di scandagliare i sentimenti dei personaggi e di mettere in gioco, non dimentichiamolo, la vera vita del regista, che si concede anche un’apprezzabile divagazione, con i primi approcci di Valerio/Claudio alla macchina da presa.

Anche se non mancano impressionanti sequenze sull’attentato (replicato da Valerio in uno dei momenti più riusciti di Padrenostro), il lavoro di Noce si posiziona a debita distanza dalla recente riscoperta delle produzioni nostrane della storia del mondo malavitoso, puntando invece su una struggente disamina a proposito dell’assenza che, forse solo sul grande schermo, riesce a trasformarsi in presenza. E in quei silenziosi ma commosso abbracci rivediamo tutta la nostra vita, con anni di frasi non dette, di tempo negato e di affetto non ricambiato.

Padrenostro arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
7.5/10

Verdetto

Claudio Noce mette in gioco se stesso in un toccante racconto di formazione, che diventa anche struggente riflessione sul rapporto fra padre e figlio.

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Ghostbusters – Minaccia glaciale: recensione del nuovo film degli acchiappafantasmi

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Ghostbusters - Minaccia glaciale

Ghostbusters – Minaccia glaciale arriva a 40 anni di distanza dal primo capitolo della saga, l’indimenticabile Ghostbusters – Acchiappafantasmi. Una ricorrenza temporale che da una parte funge da allerta sulla tenuta qualitativa di un franchise nato in un momento storico, culturale e produttivo completamente diverso da quello attuale, ma al tempo stesso ci deve ricordare che il pubblico di riferimento del film di 40 anni fa, cioè gli adolescenti e i giovani adulti, nel frattempo si sono trasformati nel migliore dei casi in adulti molto più disillusi dei ragazzini di allora. Una dinamica che non deve sostituirsi alla critica, ma evidenzia comunque i rischi connessi a questo progetto e in parte spiega la sua ricezione particolarmente divisiva, con tanto di prese di posizione molto nette da parte del pubblico e degli opinionisti social.

Tre anni fa, Ghostbusters: Legacy ha riportato in auge un franchise che per più di 30 anni si era nutrito solo del passato, delle serie animate e di Ghostbusters del 2016. fallimentare tentativo di reboot al femminile basato solo sull’idea di ripescare i comici e la comicità del Saturday Night Live, all’origine del primo film. La formula scelta è stata quella che i capitoli più recenti di Scream definiscono “requel”, cioè un ibrido fra sequel, reboot e remake in cui convivono personaggi storici di un franchise e nuovi protagonisti da lanciare, all’interno di una narrazione nostalgica che attinge a piene mani dalla trama e dalle dinamiche dei predecessori.

Una formula imposta all’attenzione generale da Star Wars: Il risveglio della Forza, sfruttata efficacemente anche dal regista di Ghostbusters: Legacy Jason Reitman, figlio del regista di Ghostbusters – Acchiappafantasmi Ivan Reitman, nel frattempo scomparso e omaggiato con una toccante dedica in Ghostbusters – Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: gli acchiappafantasmi fra presente e passato

Ghostbusters: Legacy ha coniugato la sempreverde nostalgia per gli anni ’80, condita da sfumature adolescenziali alla Stranger Things, con la voglia di fondere passato e presente al servizio di una commedia soprannaturale capace di unire diverse generazioni di personaggi e di spettatori. Un risultato abbastanza valido da portarci oggi a Ghostbusters – Minaccia glaciale, diretto da Gil Kenan ma basato fondamentalmente sulla stessa identica idea. Dopo il riavvio del franchise di tre anni fa, ci troviamo infatti di fronte a un secondo riavvio, che riporta ancora in scena i vari Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Annie Potts (stavolta più svogliati che malinconici) con l’intento di supportare i nuovi protagonisti, che nel frattempo avrebbero però dovuto essere sufficientemente amati da camminare sulle proprie gambe.

Una resa in partenza, che riverbera in un racconto in cui la nuova giovane protagonista Phoebe Spengler (Mckenna Grace) si muove insieme alla sua famiglia dall’Oklahoma a New York, per riprendere in mano l’iconica caserma dei pompieri, convertita a quartier generale degli acchiappafantasmi. Prevedibilmente, non mancano vecchi nemici e nuove minacce da affrontare, in particolare una che arriva da un lontano passato e dai ghiacci. Accanto ai vari Gary (Paul Rudd), Callie (Carrie Coon) e Trevor (Finn Wolfhard) ci sono novità come Nadeem Razmaadi (l’ottimo Kumail Nanjiani) e le già citate vecchie glorie, coinvolte a più riprese nella marcia di avvicinamento all’inevitabile confronto finale.

Lo spirito degli acchiappafantasmi

Slimer in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Jason Reitman stavolta è coinvolto solo come produttore e sceneggiatore, ma in Ghostbusters – Minaccia glaciale si respira la stessa voglia di riunire le generazioni del suo film precedente, insieme alla sua abilità di raccontare i tormenti degli adolescenti, già mostrata in Juno e Men, Women & Children. Il cuore emotivo di questo nuovo capitolo è infatti Phoebe, per distacco il migliore dei nuovi personaggi e qui alle prese con un profondo cambiamento, fra passione per la scienza, desiderio di portare avanti l’attività del nonno e le sue prime impacciate forme di socializzazione, rappresentate in questo caso da una ragazza trasformatasi in fantasma alla sua stessa età. Con la sua bulimia narrativa, Ghostbusters – Minaccia glaciale finisce però per annacquare questo risvolto sia in termini di contenuti (che peccato non aver avuto un po’ di coraggio in più nel raccontare quell’amicizia così speciale!) sia all’interno dell’economia di un racconto con troppi personaggi.

Si fatica non poco a comprendere personalità, paure e motivazioni di tutti gli elementi di questo eterogeneo e bizzarro gruppo di persone, al punto che i vecchi protagonisti, pur con poco spazio e senza particolari guizzi di sceneggiatura, finiscono per rubare più volte la scena ai più giovani. Nonostante tutto però Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur con difficoltà, a ingranare la marcia, regalando agli spettatori qualche scoppiettante scena fra le strade di New York e una commistione fra comicità ed entità demoniache decisamente fedele allo spirito dell’originale, reclamato a gran voce dagli spettatori più critici sui reboot. Certo, la comicità non è più fedele alle atmosfere del Saturday Night Live (ma lo stesso Saturday Night Live ha mantenuto lo stesso spirito di quello di 40 anni fa?), le allusioni sessuali sono azzerate e la nostalgia domina sulla creatività, ma il risultato non è da buttare.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: un capitolo senza infamia e senza lode

Il nuovo villain di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Pur con una sceneggiatura caotica e con qualche personaggio caratterizzato in maniera sciatta e inconsistente, Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur in maniera derivativa e molto meno brillante, a compiere la stessa impresa di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, cioè trasformare il disordine e l’eccesso narrativo (riguardate il primo capitolo: è pieno di errori e ingenuità che oggi scatenerebbero l’ira dei detestabili cacciatori di buchi di sceneggiatura, ma continuiamo ad amarlo lo stesso) in un racconto che sorprendentemente riesce a intrattenere.

Come per il già citato Star Wars e per altri franchise recentemente riportati alla luce, anche Ghostbusters è condannato all’eccellenza, nonostante l’unico film con consenso unanime e duraturo nel tempo in 40 anni di storia sia il primo. Un lavoro senza infamia e senza lode come Ghostbusters – Minaccia glaciale può quindi essere visto come un bicchiere mezzo vuoto, anche e soprattutto nell’ottica di un eventuale terzo film del nuovo corso, che se mai verrà realizzato dovrà necessariamente distaccarsi con maggiore forza e coraggio dalla storia del franchise, pur con il rischio di una caduta ben più rovinosa e definitiva.

Annie Potts, Bill Murray, Dan Aykroyd ed Ernie Hudson in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale è al cinema dall’11 aprile, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
6/10

Valutazione

Ghostbusters – Minaccia glaciale si rivela un capitolo senza infamia e senza lode, penalizzato dalla coesistenza fra nuovi e vecchi personaggi ma capace comunque di dare vita a una gradevole commedia a sfondo soprannaturale.

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The Greatest Hits: recensione del film con Lucy Boynton

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The Greatest Hits

Prima il gioiellino Sing Street, poi Bohemian Rhapsody (in cui interpretava la fidanzata di Freddie Mercury, Mary Austin) e adesso The Greatest Hits. Quando si parla di musica e del suo potere salvifico, il luminoso e allo stesso tempo fragile sguardo di Lucy Boynton è evidentemente un punto di forza narrativo ed espressivo. La trentenne britannica è in questo caso alle prese con un racconto sentimentale a sfumature fantascientifiche, con cui Ned Benson torna alla regia dopo La scomparsa di Eleanor Rigby, struggente anatomia di una coppia montata da diversi punti di vista (Him, Her e Them) con Jessica Chastain e James McAvoy. Un dramma sull’elaborazione del lutto e sulla necessità di lasciarsi in qualche modo alle spalle una perdita, dalle notevoli ambizioni ma penalizzato da una scrittura non sempre a fuoco.

Al centro di The Greatest Hits c’è la giovane Harriet (Lucy Boynton), che scopre di avere il potere di tornare indietro nel tempo e rivivere i suoi ricordi con l’ex fidanzato Max (David Corenswet), tramite l’ascolto di alcune canzoni. Una dinamica che destabilizza la sua già tormentata personalità, portandola a chiudersi a riccio. Tutto cambia quanto Harriet nel presente conosce David (Justin H. Min), ragazzo segnato da un lutto con cui intreccia un legame sempre più profondo. In bilico fra due amori, la protagonista non può fare a meno di interrogarsi sulla possibilità di cambiare il passato e su quali possano essere le conseguenze sul presente.

The Greatest Hits: il potere salvifico della musica fra lutti e viaggi nel tempo

Il cinema non deve essere per forza il terreno del realismo. Abbiamo visto e amato le storie più fantasiose e improbabili, fra creature mitologiche, galassie lontane lontane e supereroi intenti a lottare fra di loro con bizzarri costumi. Un risultato garantito non solo dalla sospensione dell’incredulità, ma da una scrittura attenta a creare mondi con propri specifici dettagli, con determinate regole e con rapporti di forza ben delineati, a cui abbandonarsi nonostante la loro implausibilità. Anche film sentimentali come Questione di tempo e Un amore all’improvviso (entrambi con Rachel McAdams) hanno rispettato questa regola non scritta, che invece Ned Benson (anche sceneggiatore di The Greatest Hits) decide deliberatamente di mettere in secondo piano.

Harriet non ha solo ricordi del suo passato con Max, ma è in grado di andare fisicamente indietro nel tempo e può interagire con le persone che incontra, il tutto con la consapevolezza degli eventi che ha nel presente. Anche senza addentrarsi in riflessioni troppo cerebrali sui paradossi temporali (che ancora oggi accompagnano le discussioni più accese su Ritorno al futuro), questo potere apre diverse questioni, la più importante delle quali è ovviamente la possibilità di cambiare il corso degli eventi. Un potere che sarebbe fondamentale per la stessa Harriet, che tuttavia vive i suoi viaggi temporali prevalentemente in modo passivo, limitandosi a catalogare le canzoni che hanno effetto su di lei e a creare una sorta di timeline degli eventi principali del suo passato con Max.

The Greatest Hits: il problema della musica

Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

La scelta di sceneggiatura di Ned Benson è motivata dalla necessità di lasciare spazio al sentimento nascente fra la ragazza e David, ma il risultato è quello di minare dalle fondamenta The Greatest Hits. Come possiamo credere a un personaggio che non usa un potere soprannaturale nel modo in cui chiunque al suo posto farebbe immediatamente?

Un peccato originale che riverbera su altri elementi della caotica sceneggiatura, come la personalità contraddittoria della protagonista (prima chiusa in se stessa, poi lanciata in una nuova storia, poi ancora desiderosa di cambiare il suo passato) e l’elemento che dovrebbe essere portante in The Greatest Hits ovvero la musica. Riuscite a immaginare film con al centro la musica come Alta fedeltà, School of Rock, I Love Radio Rock e il già citato Sing Street senza una colonna sonora studiata approfonditamente in termini qualitativi e contenutistici? The Greatest Hits fa esattamente questo, affidandosi a una scaletta sbiadita e svogliata, in cui il brano più rilevante per la narrazione è incomprensibilmente I’m Like a Bird di Nelly Furtado (autrice anche di un cameo altrettanto sciatto nei panni di se stessa).

Un vero peccato, perché quando Ned Benson sceglie di addentrarsi nell’incontro di dolori e solitudini dei personaggi sa regalare anche momenti toccanti, che mettono in luce la caducità della nostra esistenza e la possibilità di superare anche i traumi più laceranti aprendo la porta al futuro e al prossimo.

Un film mal pensato e mal scritto

Justin H. Min e Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Ned Benson ondeggia con tatto, sensibilità e inclusività fra i suoi personaggi (emblematico il personaggio nero e gay di Austin Crute, migliore amico di Harriet), per poi arrivare atterrare precipitosamente sul tema portante dell’intero racconto, ovvero la possibilità di cambiare il passato. Ne nasce un epilogo abbastanza originale e coerente, che tuttavia arriva quando i buoi sono già scappati, nonostante la bravura e l’espressività di Lucy Boynton, capace di colmare con il suo carisma molti vuoti del suo personaggio ma non di salvare un film mal pensato e mal scritto.

The Greatest Hits è disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante la buona prova di Lucy Boynton, The Greatest Hits vanifica i suoi ottimi spunti con una sceneggiatura sciatta e una colonna sonora sbiadita.

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L’ultima notte di Amore: recensione del film con Pierfrancesco Favino

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L’ultima notte di Amore

Si apre con una sinuosa ripresa a volo d’uccello di una Milano torbida e malsana L’ultima notte di Amore, pregevole poliziesco dalle tinte noir di Andrea Di Stefano. Uno dei tanti virtuosismi registici di un’opera che si riconnette con la florida e in costante rivalutazione tradizione del cinema di genere italiano, dando vita a una commistione di malavita, corruzione e violenza all’interno della cangiante dimensione urbana della metropoli lombarda.

Dopo le notevoli esperienze all’estero con Escobar e The Informer – Tre secondi per sopravvivere, Andrea Di Stefano rientra in patria per tratteggiare la parabola umana e lavorativa di Franco Amore (interpretato da Pierfrancesco Favino), poliziotto in procinto di andare in pensione dopo 35 anni di lavoro. Mentre fervono i preparativi per la festa a sorpresa per il pensionamento, gestiti dalla moglie Viviana (Linda Caridi), l’ultima notte di lavoro di Amore si trasforma in un dramma sempre più cupo e teso, causato da una leggerezza del protagonista. Un errore di cui apprendiamo genesi e conseguenze, in un crescendo di disperazione e ferocia.

L’ultima notte di Amore: l’ottimo polar all’italiana di Andrea Di Stefano

Con le sue opere precedenti, Andrea Di Stefano ha già dimostrato di saper padroneggiare molte sfumature del thriller, in racconti all’interno dei quali si assottiglia sempre di più il confine fra bene e male. Ne L’ultima notte di Amore, il regista continua la sua esplorazione, addentrandosi nei territori già battuti dal grande polar francese ma con una sensibilità tutta italiana, traendo il massimo dalla città di Milano, crocevia di diverse culture e di notevoli interessi economici. Un progetto che testimonia una volta di più le grandissime potenzialità del cinema di genere italiano contemporaneo, troppo spesso soffocato da narrazioni stantie e sempre più distanti dal gusto del pubblico.

Quella di Franco Amore è una storia in cui in molti possono riconoscersi. La storia di un uomo devoto alla propria professione e con una forte etica morale e professionale (tale da permettergli di avvicinarsi al pensionamento senza un solo colpo letale sparato), che crolla nel momento in cui arriva una tentazione difficile da ignorare. L’ingenuità e la sottovalutazione dei pericoli fanno il resto, dando il via a una reazione a catena che costringe il protagonista a rivedere le proprie posizioni etiche e a mettersi addirittura contro alla sua famiglia, rappresentata dal cugino della moglie Cosimo (un ottimo Antonio Gerardi). Un personaggio bizzarro e al limite del macchiettistico, che tuttavia è funzionale alla descrizione di un crimine ormai globalizzato, in cui le dinamiche malavitose tipicamente italiane incontrano le organizzazioni estere e in particolare i clan cinesi.

L’ultima notte di Amore: un nuovo capitolo della Milano nera

Linda Caridi in una scena de L'ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano.

Si respirano le atmosfere del cinema della Milano nera e soprattutto quelle della trilogia del milieu di Fernando Di Leo, introdotta con l’intramontabile cult Milano calibro 9. Lo sguardo di Andrea Di Stefano non è però rivolto al passato, ma è al contrario ben piantato nel cinema del presente, fatto di antieroi tormentati e fragili come Franco Amore e di donne sagaci e dominanti come la Viviana della formidabile Linda Caridi, femme fatale e allo stesso tempo unico barlume di speranza e conforto per il protagonista. Un cinema in cui le più prestigiose location delle grandi città italiane non sono utilizzate come mere cartoline, ma si trasformano invece in solide spalle narrative, come testimoniano il già citato piano sequenza iniziale in prossimità della stazione centrale o l’utilizzo del Duomo durante il climax conclusivo.

La vorticosa colonna sonora di Santi Pulvirenti è il calzante accompagnamento del tortuoso e angosciante viaggio di Franco Amore, Fuori orario nella sua ultima notte di servizio ma soprattutto fuori controllo nel momento in cui assiste a una vita intera mandata a rotoli. Inevitabile una menzione al consueto eccellente lavoro di Pierfrancesco Favino, che si conferma una certezza del cinema nostrano odierno dando vita a un personaggio accartocciato da spinte opposte e da emozioni contrastanti, lontano dagli stereotipi e da qualsiasi possibilità di semplificazione. Un carattere che, insieme a quello interpretato da Francesco Di Leva, ha il merito di portare alla luce anche il disagio dei poliziotti, spesso denigrati per le azioni di poche mele marce, ma composto in larga parte di brave persone sottoposte a una pressione difficilmente sostenibile.

Un solido prodotto di genere

Pierfrancesco Favino in una scena de L'ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano.

Insieme a Il mio nome è vendetta di Cosimo Gomez e Adagio di Stefano Sollima, L’ultima notte di Amore testimonia la rinnovata vitalità del crime thriller italiano, capace di confrontarsi a testa alta con le omologhe produzioni estere anche e soprattutto dal punto di vista tecnico e registico, pur senza budget stratosferici. Un risultato riconosciuto anche dalla selezione del film nella sezione Berlinale Special Gala del Festival di Berlino 2023.

L’ultima notte di Amore si rivela un’opera matura e intelligente anche dal punto di vista della scrittura, che riesce nel non facile intento di rendere credibili ai nostri occhi anche le svolte narrative più disinvolte, accompagnandoci verso un finale in perfetto equilibrio fra ambiguità e suggestione.

Overall
8/10

Valutazione

Andrea Di Stefano continua la sua esplorazione del crime thriller, dando vita a un racconto cupo e teso, che testimonia la vitalità e le possibilità del cinema di genere italiano contemporaneo.

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