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Parasite: recensione del film di Bong Joon-ho premiato con 4 Oscar

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«È così metaforico!», dice più volte il giovane Ki-woo, emblema del vortice di inganno, disperazione e inesausta speranza alla base di Parasite. E metaforico del resto è forse l’aggettivo più calzante per questo sontuoso lavoro sudcoreano, arrivato quasi in sordina a Cannes (nonostante sia opera del geniale Bong Joon-ho, uno dei migliori cineasti asiatici contemporanei) e diventato nel giro di pochi mesi la prima Palma d’oro della Corea del Sud, un successo clamoroso al botteghino (nel momento in cui scriviamo siamo a 179 milioni di dollari di incassi, poco meno di Rocketman e poco più di Gemini Man, costati rispettivamente 4 e 12 volte tanto) e infine quattro volte premio Oscar, incluso il riconoscimento più importante al miglior film, andato per la prima volta a un’opera non in lingua inglese. Un’opera vibrante, che attraversa i generi per diventare effettivamente metafora della società in cui viviamo.

Da Snowpiercer a Parasite
Parasite

Kim Ki-taek (Song Kang-ho), la moglie Chung-sook (Chang Hyae-jin), la figlia Ki-jung (Park So-dam) e il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik) formano un nucleo familiare estremamente povero, che vive in un angusto seminterrato e tira a campare con sussidi statali e piccoli lavoretti. L’occasione per una svolta arriva quando Ki-woo accetta la raccomandazione di un amico in partenza per l’estero, proponendosi come tutor della figlia adolescente dell’abbiente famiglia Park. Dopo essersi guadagnato la fiducia della madre Choi Yeon-kyo (Cho Yeo-jeong), Ki-woo consiglia alla sorella Ki-jung di fingersi un’artista, in modo da essere assunta presso la stessa famiglia come insegnante d’arte del figlio minore. È l’inizio di una reazione a catena, che porterà i Kim ad abbattere il muro sociale ed economico che li divide dai Park attraverso l’inganno. Come tutti i piani, anche quello di Ki-woo è però destinato a incontrare diversi imprevisti.

Ripercorrendo la carriera di Bong Joon-ho, è inevitabile associare Parasite al suo primo lavoro in lingua inglese Snowpiercer, che attraverso il microcosmo di un treno in perenne movimento riusciva ad affrontare con raggelante lucidità il tema delle divisioni in classi sociali. Mentre nell’opera del 2013 questa divisione era orizzontale, con i poveri stipati nelle ultime carrozze in pessime condizioni di vita, in Parasite la separazione fra classi è rappresentata sull’asse verticale. Una scelta non soltanto registica, ma soprattutto scenografica e architettonica. Illuminante in questo senso è l’umile dimora dei Kim, che guardano alla città dal basso verso l’alto, ammassati in un seminterrato da cui vedono le persone urinare per strada e i disinfestatori in azione, cercando di protendersi verso l’alto per trovare il segnale Wi-Fi per i loro smartphone.

Diametralmente opposta la casa dei Park, raffinata, spaziosa, provvista di scale dalle sfumature hitchcockiane e un sotterraneo nascosto fondamentale per il racconto, che sottende un ulteriore livello di subordinazione.

Parasite: un finto conflitto di classe

La simbolica scalata sociale dei Kim si traduce nel parassitismo che dà il titolo al film. Per tutta la sua prima parte, Parasite si traveste così da feroce conflitto di classe, raccontando attraverso l’affilata arma della commedia la disparità, le contraddizioni e la lotta per il miglioramento della propria condizione. Ed è in questo frangente che l’opera di Bong Joon-ho diventa più attuale, attraverso la rappresentazione del ruolo sempre più preponderante dell’apparenza per guadagnare un posto di lavoro. Al di là di qualche eccesso nell’intreccio (i Park, soprattutto nella figura del marito Dong-ik, CEO di un colosso dell’informatica, risultano davvero troppo sprovveduti e creduloni), assistiamo infatti a una pungente raffigurazione del mondo del lavoro contemporaneo, complementare a quella cupa e pessimista di Ken Loach.

Mentre con il suo ultimo lavoro Sorry We Missed You, il regista britannico si mette dalla parte dei lavoratori, raccontando l’odissea della gig economy, Parasite mette in luce, portandole all’eccesso, tutte le storture del mondo del lavoro odierno, dove gli avanzamenti di carriera sono garantiti dalle conoscenze e dall’abilità di vendere la propria immagine, al di là degli effettivi meriti.

L’intraprendente Ki-woo guadagna la fiducia dei Park attraverso una miscela di raccomandazione, discorsi motivazionali volti a camuffare la sua totale incompetenza nella materia da insegnare alla sua alunna e l’ascendente sentimentale che esercita su di lei. Ma non è da meno Ki-jung, che riesce a spacciarsi per artista ricorrendo all’uso spropositato di termini forbiti, accolti con stupore e soddisfazione dall’altrettanto incompetente Choi Yeon-kyo. Il trionfo dell’immagine sulla sostanza e della furberia sul merito, che trova il proprio apice nelle esilaranti sequenze in cui i Kim, sul palcoscenico della loro lurida abitazione, provano le interpretazioni attraverso le quali guadagnano ulteriore spazio all’interno della famiglia Park.

Se non avete ancora visto Parasite, vi consigliamo di non proseguire con la lettura, perché da questo momento in poi parleremo diffusamente delle principali svolte narrative dell’opera di Bong Joon-ho, facendo di conseguenza numerosi spoiler.

Parasite cambia volto e forma nel momento in cui i Kim, tutti assunti con diversi ruoli presso i Park, approfittando dell’assenza dei loro datori di lavoro cominciano a gozzovigliare nel salone della villa, interrotti dall’arrivo inaspettato della precedente governante Moon-gwang. In un susseguirsi di colpi di scena, esaltati dal sorprendente inserimento nella colonna sonora di In ginocchio da te di Gianni Morandi, scopriamo infatti dell’esistenza di un ulteriore parassita dei Park: il marito di Moon-gwang Geun-sae, che vive nel sotterraneo da qualche anno, cibandosi di ciò che la moglie gli porta (Mangiava sempre abbastanza per due, dice Dong-ik) e ringraziando ogni sera il padrone per l’inconsapevole ospitalità, attraverso l’esecuzione di un messaggio morse con l’interruttore di una luce della villa. Ciò che avevamo scambiato per un’amara commedia sulla lotta di classe diventa rapidamente un thriller con al centro la lotta fra poveri, ancora più tristemente attuale.

Mentre i Park ritornano a consumare la cena al piano superiore della loro villa, nel sotterraneo si consuma la lotta senza esclusione di colpi fra le due famiglie di parassiti, entrambe a stretto contatto con la miseria, entrambe alla disperata ricerca di un posto al sole, vittime dell’illusione di elevare il proprio rango. Ed è proprio in questa fase che attraverso i discorsi dei coniugi Park comprendiamo definitivamente che anche la famiglia più ricca è formata da parassiti, in questo caso sentimentali. Il marito e la moglie, in cerca prima di una persona con cui confidarsi e poi di un fugace amplesso, la figlia desiderosa di una storia romantica e persino il figlio minore, bisognoso di una piccola avventura con una tenda piantata in giardino, sono tutti alla ricerca di egoistico affetto, che raggiungono con ogni mezzo alla loro portata.

Dal thriller all’horror

Parasite

Ed è proprio voltando inaspettatamente le spalle al tema della lotta di classe che Parasite diventa paradossalmente un ragionamento straordinariamente attuale sulle divisioni sociali. Né i Kim, né i Park, né l’ex governante e il marito sono persone totalmente malvagie, come del resto nessuno di questi personaggi è interamente positivo. Tutti anelano a qualcosa e prendono decisioni stupide basate su ragionamenti superficiali. La barriera che esiste fra loro non è né morale né cognitiva, ma è invece un muro invisibile e pressoché invalicabile eretto dalle differenze sociali. Bong Joon-ho sottolinea tutto ciò con inquadrature sottili e raffinate, che tagliano frequentemente in due gli spazi, ristabilendo implicitamente le gerarchie che i personaggi tentano di indebolire. «Non è tanto chi sono, quanto quello che faccio che mi qualifica», diceva Bruce Wayne in Batman Begins. Parasite ci sbatte crudelmente in faccia che nel mondo reale di oggi è vero l’esatto contrario.

Dopo la commedia e il thriller, Bong Joon-ho sfocia apertamente nell’horror. Il regista sudcoreano però prima ci depista nuovamente, mettendo in scena quella che potremmo scambiare per una pioggia purificatrice di stampo manzoniano, che invece altro non è che il brusco ritorno alla realtà dei Kim. I machiavellici truffatori tornano come topi nella loro tana, scendendo dall’alto verso il basso, nel tentativo di salvare dalla furia dell’acqua ciò che resta delle loro misere vite, come la roccia che Ki-woo aveva ricevuto come presagio di fortuna e che diventa invece simbolo del fallimento del loro progetto.

L’improvvisata festa di compleanno del piccolo Da-song è l’occasione per chiudere perfettamente alcuni spunti (il fantasma visto dal bambino, che in realtà è sempre stato Geun-sae, la crescente tensione fra i padri delle famiglie, la roccia che si trasforma in oggetto contundente) e per dare via alla resa dei conti, che diventa un bagno di sangue.

Il finale di Parasite
Parasite

Bong Joon-ho si rivela una volta di più regista sopraffino, tratteggiando in pochi minuti finali l’intero arco narrativo di un revenge movie. Kim Ki-taek viene punito per la sua ambizione e per l’attacco di follia che lo porta a uccidere Dong-ik con la morte della figlia e con una vita in esilio all’interno di quel maledetto sotterraneo della villa, che lo rende parassita di una nuova famiglia ricca, in un amaro contrappasso dantesco. «Senza un piano, nulla può andare storto. E se qualcosa gira fuori controllo, non importa», dice Kim Ki-taek. E senza un piano, all’uomo non resta che vivere una vita vuota, ripetendo ogni giorno una sequenza in codice morse che spiega la propria condizione al figlio, nella speranza di potersi un giorno ricongiungere con i membri superstiti della sua famiglia.

Gli Oscar come messaggio politico
Parasite

Ed è proprio negli ultimi secondi che Parasite si discosta dalla maggior parte della produzione hollywoodiana contemporanea, facendoci prima accarezzare una conclusione tanto consolatoria quanto irrealistica per poi virare subito dopo in direzione diametralmente opposta, con un ennesimo movimento di macchina dall’alto verso il basso, che racchiude l’intero senso dell’opera. Nonostante i buoni propositi di arricchirsi in modo da acquistare l’ex villa dei Park e liberare il padre, Ki-woo prende malinconicamente coscienza del fatto che un’impresa del genere gli è preclusa dal suo stesso stato sociale. Una crudele e struggente verità, che sintetizza dolorosamente le disuguaglianze e le ingiustizie che affliggono il nostro tempo.

Il sogno americano è definitivamente defunto, e con esso tutti i tentativi di scalata sociale in ogni parte del globo. E il fatto che siano proprio gli Stati Uniti a premiare con il loro riconoscimento cinematografico più importante chi espone lucidamente e senza tentennamenti questa tesi rende i quattro Oscar di Parasite non soltanto meritati, ma anche un fondamentale messaggio politico. Siamo tutti vittime delle divisioni e di ciò che il sistema ha previsto per noi. Almeno con l’arte, cerchiamo di abbattere qualche barriera, aprendoci a chi, dall’altra parte del mondo e con una lingua diversa dalla nostra, condivide le nostre stesse necessità e le nostre stesse paure.

Overall
9/10

Verdetto

Con Parasite, Bong Joon-ho firma un’opera destinata a lasciare un segno, capace di raccontare attraverso il genere e un’amara ironia le storture del mondo in cui viviamo.

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: recensione del film di Pif

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Il titolo del terzo lavoro da regista di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) non è solamente la perfetta sintesi dell’opera, ma anche un monito sulla leggerezza con cui stiamo vivendo il nostro presente e sui cupi scenari a cui stiamo andando incontro. Ideato e realizzato prima della pandemia, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ci trasporta in un prossimo futuro distopico, che ci appare ancora più vicino del previsto per la repentina svolta impressa dal COVID-19 alle nostre vite. Un futuro in cui è un algoritmo a decidere chi è produttivo o quali sono le possibilità di una coppia. Uno distopia inquietante e terribilmente realistica, in cui i lavoratori sono ridotti a sfiancarsi per pochi spiccioli e a rincorrere un altro algoritmo, che li penalizza per ogni loro errore. Una realtà in cui anche l’amore è parte integrante della gig economy.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare la disumanizzazione del lavoro

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

In questa epoca cupa, dove i rigurgiti fascisti sono un tema per festini privati (la storia si ripete sempre sotto forma di farsa), Fabio De Luigi è Arturo, manager di successo che nel giro di un brevissimo lasso di tempo perde la fidanzata e pure il posto di lavoro, per via di una scelta di un algoritmo che lui stesso ha contribuito a creare. Impossibilitato a trovare un lavoro adeguato al suo curriculum, l’uomo accetta un lavoro come rider presso Fuuber, colosso mondiale delle consegne a domicilio.

La medesima azienda offre ai propri clienti anche un’innovativa app rivolta alle persone sole, grazie alla quale è possibile godere della compagnia di un ologramma che si adatta alle preferenze alle necessità del consumatore. Grazie a questo progetto, Arturo conosce Stella (Ilenia Pastorelli), di cui si innamora. Al termine del periodo di prova del servizio, l’uomo si trova però costretto a sborsare una cifra fuori dalla sua portata per rinnovarlo. Messo a dura prova sia dal punto di vista lavorativo che da quello sentimentale, Arturo si addentra nei meandri di Fuuber, scoprendo una realtà ancora più sinistra di quanto immagina.

Pierfrancesco Diliberto frulla nello stesso contenitore Play Time – Tempo di divertimento di Jacques TatiLei di Spike Jonze, fondendoli con spunti alla Black Mirror e col cinema di Maurizio Nichetti (che non a caso compare in un cameo in E noi come stronzi rimanemmo a guardare), ricorrendo addirittura a echi fantozziani per la rappresentazione del grottesco ambiente di lavoro di Arturo. Svariati riferimenti per molta carne al fuoco, dal momento che Pif spazia con libertà e un pizzico di superficialità fra gig economy, satira politica e intelligenza artificiale, senza mai rinunciare alle dinamiche e alle atmosfere della commedia romantica.

Fra Jacques Tati e Ken Loach

Raro assistere a un’opera italiana così corrosiva e riflessiva in ambito tecnologico e sociale. Difficile infatti rimanere indifferenti di fronte alle disavventure di Fabio De Luigi, che pur nel contesto di una commedia popolare mai davvero disturbante portano avanti istanze lavorative e umane care a Ken Loach. Ci riferiamo soprattutto all’attività di rider di Arturo, che mette a nudo molti degli aspetti più controversi della gig economy, come l’assenza di certezze sulla retribuzione, il sistema perverso che porta lo stesso lavoratore a pagare per gli strumenti necessari per la sua attività e l’ancora più intollerabile meccanismo del rating, che precipita i rider in un vortice di penalizzazioni e privazioni di opportunità da cui è possibile uscire solo attraverso attività e orari ancora più massacranti.

Allo stesso tempo, Pierfrancesco Diliberto semplifica eccessivamente altri temi portati avanti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ricorrendo a collegamenti superficiali e fuori luogo, come il nome dell’azienda di Arturo (che richiama Uber) o il modo di vestire e di comunicare del fondatore della multinazionale, chiari richiami a Steve Jobs. A lasciare perplessi è proprio quest’ultimo personaggio, vero e proprio villain del racconto insieme alla tecnologia stessa, del quale non comprendiamo mai la personalità e a cui Pif mette in bocca una sorta di monologo sull’utilizzo dei dati delle persone da parte dei colossi del tech, argomento non adeguatamente approfondito e sviluppato nel resto della narrazione.

Come già avvenuto per La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore, il caratteristico approccio a dimensione di bambino di Diliberto diventa anche la principale debolezza delle sue opere, troppo concilianti per riuscire a scuotere lo spettatore.

 E noi come stronzi rimanemmo a guardare: si ride a denti stretti

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Anche se E noi come stronzi rimanemmo a guardare mostra varie fragilità, accogliamo comunque con simpatia e stima un progetto italiano che esce per una volta dal seminato, proponendo diversi di spunti di riflessione e osando anche sequenze abbastanza ardite e scivolose, come l’intero incipit ambientato nella festa neonazista. La maschera comica di Fabio De Luigi fa il resto, concentrando sull’attore romagnolo il senso di disorientamento e inadeguatezza tipico del mondo del lavoro contemporaneo e garantendo il solito carico di risate. Risate che stavolta si trasformano però in sorrisi a denti stretti, perché il mondo descritto da Pif è purtroppo perfettamente coerente con l’involuzione tecnologica e umana che stiamo vivendo.

Il nuovo prodotto Sky Original E noi come stronzi rimanemmo a guardare sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
6.5/10

Verdetto

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Nella speranza di non dover mai pronunciare queste parole, Pif mette in scena un sinistro scenario futuro in cui l’umanità è totalmente asservita all’intelligenza artificiale. Non tutti i temi sono affrontati con la giusta profondità, ma le riflessioni proposte dal film allo spettatore sono giuste e sempre più urgenti.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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Anni da cane: recensione del film con Aurora Giovinazzo

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Anni da cane

Dopo aver portato sugli schermi di tutto il mondo Curon, serie mistery italiana da lui diretta, Fabio Mollo sbarca su Amazon Prime Video il 22 ottobre con Anni da cane, primo film Amazon Original italiano. Un’opera prodotta da Notorious Pictures e chiaramente frutto del processo di internazionalizzazione del nostro panorama cinematografico e seriale, soprattutto in ambito giovanile. Anni da cane è infatti una classica dramedy adolescenziale, che condivide con Sul più bello lo spettro della morte sulla narrazione (anche se declinato in maniera completamente diversa), strizzando ripetutamente l’occhio all’immaginario televisivo e cinematografico, citato più o meno esplicitamente in diverse occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non si può che accogliere con favore e curiosità un progetto nato con l’ambizione di essere fruibile anche oltre i confini nazionali e capace di valorizzare un giovane talento come Aurora Giovinazzo, già sulla cresta dell’onda grazie a Freaks Out.

Anni da cane: il disagio adolescenziale in una rom-com tutta italiana

Anni da cane

Stella è un’adolescente come tante: insicura, goffa negli approcci con i coetanei e forte di una fervida immaginazione. A seguito di un incidente in auto che ha sconvolto per sempre la sua vita, in cui ha incontrato il suo cane, Stella si è convinta che i suoi anni vadano contati proprio nel modo con cui si contano quelli dei migliori amici dell’uomo. Dal momento che la ragazza sta per compiere 16 anni, per via di questo bizzarro calcolo Stella risulta un’ultracentenaria. La protagonista è talmente convinta della sua imminente dipartita da stilare una lista delle cose che deve assolutamente provare prima di compiere 16 anni. In cima alla lista c’è la sua prima esperienza sessuale, per la quale c’è anche il principale indiziato, cioè Matteo (Federico Cesari). Con l’aiuto dei coetanei Nina e Giulio e sotto lo sguardo rassegnato della mamma e della sorella, Stella comincia la sua bizzarra missione.

Anni da cane ragiona su un tema universale come il disagio esistenziale tipico dell’adolescenza, prendendo come punto di riferimento i giovani della generazione Z, sempre più privi di punti di riferimento. In una sorta di bignami degli adolescenti di oggi, ci addentriamo così fra i loro miti (come Achille Lauro, che compare nel film nel ruolo di se stesso), il loro naturale progressismo (all’insegna del poliamore e dell’integrazione sempre più efficace degli italiani di seconda generazione) e i loro punti di riferimento culturali, come Riverdale (citato esplicitamente), Euphoria, i cui colori audaci sono ripresi nella fotografia di Martina Cocco, e il generazionale Noi siamo infinito, sbertucciato bonariamente da Giulio. Un immaginario prevalentemente americano, accompagnato non casualmente da una Roma inaspettatamente discreta, che affiora quasi esclusivamente con le proprie location da cartolina (il Colosseo), per ribadire il respiro internazionale di Anni da cane.

La Stella Aurora Giovinazzo

Anni da cane

Il lavoro di Fabio Mollo doveva affrontare parecchie insidie, come un soggetto costantemente in bilico fra realismo e fantastico, un gruppo di personaggi decisamente eccentrici e gli inevitabili cliché che ogni racconto adolescenziale si porta dietro. Al netto di qualche passaggio meno riuscito, come il tira e molla amicale fra Stella, Nina e Giulio, Anni da cane vince la sua scommessa, trovando il giusto equilibrio fra commedia e dramma e soprattutto la Stella dal luminoso futuro di Aurora Giovinazzo, che domina ogni scena con il suo naturale carisma e con la sua vitalità costantemente repressa. A convincere sono soprattutto le sfumature più malinconiche e amare, che vedono protagonista anche Valerio Mastandrea con un prezioso cameo e rendono addirittura plausibili potenziali svolte tragiche, solitamente impensabili per un progetto del genere.

In mezzo a soluzioni prevedibili e discreti colpi di scena, Anni da cane mette in scena un elogio alle diverse velocità con cui si può vivere la vita. Fra la serena lentezza di Matteo e l’impazienza di Stella emerge una giusta via di mezzo, che può portarci a rallentare quando andiamo troppo di fretta o a riprendere a correre quando credevamo che non fosse più possibile. Anni da cane si rivela quindi un buon esordio per le produzioni originali italiane su Amazon Prime Video, capace di rappresentare la nostra industria all’estero ma paradossalmente frenato dalla sua stessa ambizione internazionale: l’immaginario a stelle e strisce in cui vivono i protagonisti (le feste sfarzose, la sessualità libertina) finisce infatti per sovrapporsi all’italianità dell’operazione, indebolendo un prodotto che ha non pochi pregi, fra cui quello di provare a svecchiare un movimento cinematografico perennemente proteso verso gli over 50.

Overall
6.5/10

Verdetto

Anni da cane si rivela una rom-com adolescenziale garbata e priva di evidenti difetti, che sconta la volontà di aprirsi al mercato internazionale celando troppo la sua italianità.

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