Parasite: recensione del film di Bong Joon-ho premiato con 4 Oscar

Parasite: recensione del film di Bong Joon-ho premiato con 4 Oscar

«È così metaforico!», dice più volte il giovane Ki-woo, emblema del vortice di inganno, disperazione e inesausta speranza alla base di Parasite. E metaforico del resto è forse l’aggettivo più calzante per questo sontuoso lavoro sudcoreano, arrivato quasi in sordina a Cannes (nonostante sia opera del geniale Bong Joon-ho, uno dei migliori cineasti asiatici contemporanei) e diventato nel giro di pochi mesi la prima Palma d’oro della Corea del Sud, un successo clamoroso al botteghino (nel momento in cui scriviamo siamo a 179 milioni di dollari di incassi, poco meno di Rocketman e poco più di Gemini Man, costati rispettivamente 4 e 12 volte tanto) e infine quattro volte premio Oscar, incluso il riconoscimento più importante al miglior film, andato per la prima volta a un’opera non in lingua inglese. Un’opera vibrante, che attraversa i generi per diventare effettivamente metafora della società in cui viviamo.

Da Snowpiercer a Parasite
Parasite

Kim Ki-taek (Song Kang-ho), la moglie Chung-sook (Chang Hyae-jin), la figlia Ki-jung (Park So-dam) e il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik) formano un nucleo familiare estremamente povero, che vive in un angusto seminterrato e tira a campare con sussidi statali e piccoli lavoretti. L’occasione per una svolta arriva quando Ki-woo accetta la raccomandazione di un amico in partenza per l’estero, proponendosi come tutor della figlia adolescente dell’abbiente famiglia Park. Dopo essersi guadagnato la fiducia della madre Choi Yeon-kyo (Cho Yeo-jeong), Ki-woo consiglia alla sorella Ki-jung di fingersi un’artista, in modo da essere assunta presso la stessa famiglia come insegnante d’arte del figlio minore. È l’inizio di una reazione a catena, che porterà i Kim ad abbattere il muro sociale ed economico che li divide dai Park attraverso l’inganno. Come tutti i piani, anche quello di Ki-woo è però destinato a incontrare diversi imprevisti.

Ripercorrendo la carriera di Bong Joon-ho, è inevitabile associare Parasite al suo primo lavoro in lingua inglese Snowpiercer, che attraverso il microcosmo di un treno in perenne movimento riusciva ad affrontare con raggelante lucidità il tema delle divisioni in classi sociali. Mentre nell’opera del 2013 questa divisione era orizzontale, con i poveri stipati nelle ultime carrozze in pessime condizioni di vita, in Parasite la separazione fra classi è rappresentata sull’asse verticale. Una scelta non soltanto registica, ma soprattutto scenografica e architettonica. Illuminante in questo senso è l’umile dimora dei Kim, che guardano alla città dal basso verso l’alto, ammassati in un seminterrato da cui vedono le persone urinare per strada e i disinfestatori in azione, cercando di protendersi verso l’alto per trovare il segnale Wi-Fi per i loro smartphone.

Diametralmente opposta la casa dei Park, raffinata, spaziosa, provvista di scale dalle sfumature hitchcockiane e un sotterraneo nascosto fondamentale per il racconto, che sottende un ulteriore livello di subordinazione.

Parasite: un finto conflitto di classe

La simbolica scalata sociale dei Kim si traduce nel parassitismo che dà il titolo al film. Per tutta la sua prima parte, Parasite si traveste così da feroce conflitto di classe, raccontando attraverso l’affilata arma della commedia la disparità, le contraddizioni e la lotta per il miglioramento della propria condizione. Ed è in questo frangente che l’opera di Bong Joon-ho diventa più attuale, attraverso la rappresentazione del ruolo sempre più preponderante dell’apparenza per guadagnare un posto di lavoro. Al di là di qualche eccesso nell’intreccio (i Park, soprattutto nella figura del marito Dong-ik, CEO di un colosso dell’informatica, risultano davvero troppo sprovveduti e creduloni), assistiamo infatti a una pungente raffigurazione del mondo del lavoro contemporaneo, complementare a quella cupa e pessimista di Ken Loach.

Mentre con il suo ultimo lavoro Sorry We Missed You, il regista britannico si mette dalla parte dei lavoratori, raccontando l’odissea della gig economy, Parasite mette in luce, portandole all’eccesso, tutte le storture del mondo del lavoro odierno, dove gli avanzamenti di carriera sono garantiti dalle conoscenze e dall’abilità di vendere la propria immagine, al di là degli effettivi meriti.

L’intraprendente Ki-woo guadagna la fiducia dei Park attraverso una miscela di raccomandazione, discorsi motivazionali volti a camuffare la sua totale incompetenza nella materia da insegnare alla sua alunna e l’ascendente sentimentale che esercita su di lei. Ma non è da meno Ki-jung, che riesce a spacciarsi per artista ricorrendo all’uso spropositato di termini forbiti, accolti con stupore e soddisfazione dall’altrettanto incompetente Choi Yeon-kyo. Il trionfo dell’immagine sulla sostanza e della furberia sul merito, che trova il proprio apice nelle esilaranti sequenze in cui i Kim, sul palcoscenico della loro lurida abitazione, provano le interpretazioni attraverso le quali guadagnano ulteriore spazio all’interno della famiglia Park.

Se non avete ancora visto Parasite, vi consigliamo di non proseguire con la lettura, perché da questo momento in poi parleremo diffusamente delle principali svolte narrative dell’opera di Bong Joon-ho, facendo di conseguenza numerosi spoiler.

Parasite cambia volto e forma nel momento in cui i Kim, tutti assunti con diversi ruoli presso i Park, approfittando dell’assenza dei loro datori di lavoro cominciano a gozzovigliare nel salone della villa, interrotti dall’arrivo inaspettato della precedente governante Moon-gwang. In un susseguirsi di colpi di scena, esaltati dal sorprendente inserimento nella colonna sonora di In ginocchio da te di Gianni Morandi, scopriamo infatti dell’esistenza di un ulteriore parassita dei Park: il marito di Moon-gwang Geun-sae, che vive nel sotterraneo da qualche anno, cibandosi di ciò che la moglie gli porta (Mangiava sempre abbastanza per due, dice Dong-ik) e ringraziando ogni sera il padrone per l’inconsapevole ospitalità, attraverso l’esecuzione di un messaggio morse con l’interruttore di una luce della villa. Ciò che avevamo scambiato per un’amara commedia sulla lotta di classe diventa rapidamente un thriller con al centro la lotta fra poveri, ancora più tristemente attuale.

Mentre i Park ritornano a consumare la cena al piano superiore della loro villa, nel sotterraneo si consuma la lotta senza esclusione di colpi fra le due famiglie di parassiti, entrambe a stretto contatto con la miseria, entrambe alla disperata ricerca di un posto al sole, vittime dell’illusione di elevare il proprio rango. Ed è proprio in questa fase che attraverso i discorsi dei coniugi Park comprendiamo definitivamente che anche la famiglia più ricca è formata da parassiti, in questo caso sentimentali. Il marito e la moglie, in cerca prima di una persona con cui confidarsi e poi di un fugace amplesso, la figlia desiderosa di una storia romantica e persino il figlio minore, bisognoso di una piccola avventura con una tenda piantata in giardino, sono tutti alla ricerca di egoistico affetto, che raggiungono con ogni mezzo alla loro portata.

Dal thriller all’horror

Parasite

Ed è proprio voltando inaspettatamente le spalle al tema della lotta di classe che Parasite diventa paradossalmente un ragionamento straordinariamente attuale sulle divisioni sociali. Né i Kim, né i Park, né l’ex governante e il marito sono persone totalmente malvagie, come del resto nessuno di questi personaggi è interamente positivo. Tutti anelano a qualcosa e prendono decisioni stupide basate su ragionamenti superficiali. La barriera che esiste fra loro non è né morale né cognitiva, ma è invece un muro invisibile e pressoché invalicabile eretto dalle differenze sociali. Bong Joon-ho sottolinea tutto ciò con inquadrature sottili e raffinate, che tagliano frequentemente in due gli spazi, ristabilendo implicitamente le gerarchie che i personaggi tentano di indebolire. «Non è tanto chi sono, quanto quello che faccio che mi qualifica», diceva Bruce Wayne in Batman Begins. Parasite ci sbatte crudelmente in faccia che nel mondo reale di oggi è vero l’esatto contrario.

Dopo la commedia e il thriller, Bong Joon-ho sfocia apertamente nell’horror. Il regista sudcoreano però prima ci depista nuovamente, mettendo in scena quella che potremmo scambiare per una pioggia purificatrice di stampo manzoniano, che invece altro non è che il brusco ritorno alla realtà dei Kim. I machiavellici truffatori tornano come topi nella loro tana, scendendo dall’alto verso il basso, nel tentativo di salvare dalla furia dell’acqua ciò che resta delle loro misere vite, come la roccia che Ki-woo aveva ricevuto come presagio di fortuna e che diventa invece simbolo del fallimento del loro progetto.

L’improvvisata festa di compleanno del piccolo Da-song è l’occasione per chiudere perfettamente alcuni spunti (il fantasma visto dal bambino, che in realtà è sempre stato Geun-sae, la crescente tensione fra i padri delle famiglie, la roccia che si trasforma in oggetto contundente) e per dare via alla resa dei conti, che diventa un bagno di sangue.

Il finale di Parasite
Parasite

Bong Joon-ho si rivela una volta di più regista sopraffino, tratteggiando in pochi minuti finali l’intero arco narrativo di un revenge movie. Kim Ki-taek viene punito per la sua ambizione e per l’attacco di follia che lo porta a uccidere Dong-ik con la morte della figlia e con una vita in esilio all’interno di quel maledetto sotterraneo della villa, che lo rende parassita di una nuova famiglia ricca, in un amaro contrappasso dantesco. «Senza un piano, nulla può andare storto. E se qualcosa gira fuori controllo, non importa», dice Kim Ki-taek. E senza un piano, all’uomo non resta che vivere una vita vuota, ripetendo ogni giorno una sequenza in codice morse che spiega la propria condizione al figlio, nella speranza di potersi un giorno ricongiungere con i membri superstiti della sua famiglia.

Gli Oscar come messaggio politico
Parasite

Ed è proprio negli ultimi secondi che Parasite si discosta dalla maggior parte della produzione hollywoodiana contemporanea, facendoci prima accarezzare una conclusione tanto consolatoria quanto irrealistica per poi virare subito dopo in direzione diametralmente opposta, con un ennesimo movimento di macchina dall’alto verso il basso, che racchiude l’intero senso dell’opera. Nonostante i buoni propositi di arricchirsi in modo da acquistare l’ex villa dei Park e liberare il padre, Ki-woo prende malinconicamente coscienza del fatto che un’impresa del genere gli è preclusa dal suo stesso stato sociale. Una crudele e struggente verità, che sintetizza dolorosamente le disuguaglianze e le ingiustizie che affliggono il nostro tempo.

Il sogno americano è definitivamente defunto, e con esso tutti i tentativi di scalata sociale in ogni parte del globo. E il fatto che siano proprio gli Stati Uniti a premiare con il loro riconoscimento cinematografico più importante chi espone lucidamente e senza tentennamenti questa tesi rende i quattro Oscar di Parasite non soltanto meritati, ma anche un fondamentale messaggio politico. Siamo tutti vittime delle divisioni e di ciò che il sistema ha previsto per noi. Almeno con l’arte, cerchiamo di abbattere qualche barriera, aprendoci a chi, dall’altra parte del mondo e con una lingua diversa dalla nostra, condivide le nostre stesse necessità e le nostre stesse paure.

Valutazione
9/10

Verdetto

Con Parasite, Bong Joon-ho firma un’opera destinata a lasciare un segno, capace di raccontare attraverso il genere e un’amara ironia le storture del mondo in cui viviamo.

Marco Paiano

Marco Paiano