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Parasite: recensione del film di Bong Joon-ho premiato con 4 Oscar

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«È così metaforico!», dice più volte il giovane Ki-woo, emblema del vortice di inganno, disperazione e inesausta speranza alla base di Parasite. E metaforico del resto è forse l’aggettivo più calzante per questo sontuoso lavoro sudcoreano, arrivato quasi in sordina a Cannes (nonostante sia opera del geniale Bong Joon-ho, uno dei migliori cineasti asiatici contemporanei) e diventato nel giro di pochi mesi la prima Palma d’oro della Corea del Sud, un successo clamoroso al botteghino (nel momento in cui scriviamo siamo a 179 milioni di dollari di incassi, poco meno di Rocketman e poco più di Gemini Man, costati rispettivamente 4 e 12 volte tanto) e infine quattro volte premio Oscar, incluso il riconoscimento più importante al miglior film, andato per la prima volta a un’opera non in lingua inglese. Un’opera vibrante, che attraversa i generi per diventare effettivamente metafora della società in cui viviamo.

Da Snowpiercer a Parasite
Parasite

Kim Ki-taek (Song Kang-ho), la moglie Chung-sook (Chang Hyae-jin), la figlia Ki-jung (Park So-dam) e il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik) formano un nucleo familiare estremamente povero, che vive in un angusto seminterrato e tira a campare con sussidi statali e piccoli lavoretti. L’occasione per una svolta arriva quando Ki-woo accetta la raccomandazione di un amico in partenza per l’estero, proponendosi come tutor della figlia adolescente dell’abbiente famiglia Park. Dopo essersi guadagnato la fiducia della madre Choi Yeon-kyo (Cho Yeo-jeong), Ki-woo consiglia alla sorella Ki-jung di fingersi un’artista, in modo da essere assunta presso la stessa famiglia come insegnante d’arte del figlio minore. È l’inizio di una reazione a catena, che porterà i Kim ad abbattere il muro sociale ed economico che li divide dai Park attraverso l’inganno. Come tutti i piani, anche quello di Ki-woo è però destinato a incontrare diversi imprevisti.

Ripercorrendo la carriera di Bong Joon-ho, è inevitabile associare Parasite al suo primo lavoro in lingua inglese Snowpiercer, che attraverso il microcosmo di un treno in perenne movimento riusciva ad affrontare con raggelante lucidità il tema delle divisioni in classi sociali. Mentre nell’opera del 2013 questa divisione era orizzontale, con i poveri stipati nelle ultime carrozze in pessime condizioni di vita, in Parasite la separazione fra classi è rappresentata sull’asse verticale. Una scelta non soltanto registica, ma soprattutto scenografica e architettonica. Illuminante in questo senso è l’umile dimora dei Kim, che guardano alla città dal basso verso l’alto, ammassati in un seminterrato da cui vedono le persone urinare per strada e i disinfestatori in azione, cercando di protendersi verso l’alto per trovare il segnale Wi-Fi per i loro smartphone.

Diametralmente opposta la casa dei Park, raffinata, spaziosa, provvista di scale dalle sfumature hitchcockiane e un sotterraneo nascosto fondamentale per il racconto, che sottende un ulteriore livello di subordinazione.

Parasite: un finto conflitto di classe

La simbolica scalata sociale dei Kim si traduce nel parassitismo che dà il titolo al film. Per tutta la sua prima parte, Parasite si traveste così da feroce conflitto di classe, raccontando attraverso l’affilata arma della commedia la disparità, le contraddizioni e la lotta per il miglioramento della propria condizione. Ed è in questo frangente che l’opera di Bong Joon-ho diventa più attuale, attraverso la rappresentazione del ruolo sempre più preponderante dell’apparenza per guadagnare un posto di lavoro. Al di là di qualche eccesso nell’intreccio (i Park, soprattutto nella figura del marito Dong-ik, CEO di un colosso dell’informatica, risultano davvero troppo sprovveduti e creduloni), assistiamo infatti a una pungente raffigurazione del mondo del lavoro contemporaneo, complementare a quella cupa e pessimista di Ken Loach.

Mentre con il suo ultimo lavoro Sorry We Missed You, il regista britannico si mette dalla parte dei lavoratori, raccontando l’odissea della gig economy, Parasite mette in luce, portandole all’eccesso, tutte le storture del mondo del lavoro odierno, dove gli avanzamenti di carriera sono garantiti dalle conoscenze e dall’abilità di vendere la propria immagine, al di là degli effettivi meriti.

L’intraprendente Ki-woo guadagna la fiducia dei Park attraverso una miscela di raccomandazione, discorsi motivazionali volti a camuffare la sua totale incompetenza nella materia da insegnare alla sua alunna e l’ascendente sentimentale che esercita su di lei. Ma non è da meno Ki-jung, che riesce a spacciarsi per artista ricorrendo all’uso spropositato di termini forbiti, accolti con stupore e soddisfazione dall’altrettanto incompetente Choi Yeon-kyo. Il trionfo dell’immagine sulla sostanza e della furberia sul merito, che trova il proprio apice nelle esilaranti sequenze in cui i Kim, sul palcoscenico della loro lurida abitazione, provano le interpretazioni attraverso le quali guadagnano ulteriore spazio all’interno della famiglia Park.

Se non avete ancora visto Parasite, vi consigliamo di non proseguire con la lettura, perché da questo momento in poi parleremo diffusamente delle principali svolte narrative dell’opera di Bong Joon-ho, facendo di conseguenza numerosi spoiler.

Parasite cambia volto e forma nel momento in cui i Kim, tutti assunti con diversi ruoli presso i Park, approfittando dell’assenza dei loro datori di lavoro cominciano a gozzovigliare nel salone della villa, interrotti dall’arrivo inaspettato della precedente governante Moon-gwang. In un susseguirsi di colpi di scena, esaltati dal sorprendente inserimento nella colonna sonora di In ginocchio da te di Gianni Morandi, scopriamo infatti dell’esistenza di un ulteriore parassita dei Park: il marito di Moon-gwang Geun-sae, che vive nel sotterraneo da qualche anno, cibandosi di ciò che la moglie gli porta (Mangiava sempre abbastanza per due, dice Dong-ik) e ringraziando ogni sera il padrone per l’inconsapevole ospitalità, attraverso l’esecuzione di un messaggio morse con l’interruttore di una luce della villa. Ciò che avevamo scambiato per un’amara commedia sulla lotta di classe diventa rapidamente un thriller con al centro la lotta fra poveri, ancora più tristemente attuale.

Mentre i Park ritornano a consumare la cena al piano superiore della loro villa, nel sotterraneo si consuma la lotta senza esclusione di colpi fra le due famiglie di parassiti, entrambe a stretto contatto con la miseria, entrambe alla disperata ricerca di un posto al sole, vittime dell’illusione di elevare il proprio rango. Ed è proprio in questa fase che attraverso i discorsi dei coniugi Park comprendiamo definitivamente che anche la famiglia più ricca è formata da parassiti, in questo caso sentimentali. Il marito e la moglie, in cerca prima di una persona con cui confidarsi e poi di un fugace amplesso, la figlia desiderosa di una storia romantica e persino il figlio minore, bisognoso di una piccola avventura con una tenda piantata in giardino, sono tutti alla ricerca di egoistico affetto, che raggiungono con ogni mezzo alla loro portata.

Dal thriller all’horror

Parasite

Ed è proprio voltando inaspettatamente le spalle al tema della lotta di classe che Parasite diventa paradossalmente un ragionamento straordinariamente attuale sulle divisioni sociali. Né i Kim, né i Park, né l’ex governante e il marito sono persone totalmente malvagie, come del resto nessuno di questi personaggi è interamente positivo. Tutti anelano a qualcosa e prendono decisioni stupide basate su ragionamenti superficiali. La barriera che esiste fra loro non è né morale né cognitiva, ma è invece un muro invisibile e pressoché invalicabile eretto dalle differenze sociali. Bong Joon-ho sottolinea tutto ciò con inquadrature sottili e raffinate, che tagliano frequentemente in due gli spazi, ristabilendo implicitamente le gerarchie che i personaggi tentano di indebolire. «Non è tanto chi sono, quanto quello che faccio che mi qualifica», diceva Bruce Wayne in Batman Begins. Parasite ci sbatte crudelmente in faccia che nel mondo reale di oggi è vero l’esatto contrario.

Dopo la commedia e il thriller, Bong Joon-ho sfocia apertamente nell’horror. Il regista sudcoreano però prima ci depista nuovamente, mettendo in scena quella che potremmo scambiare per una pioggia purificatrice di stampo manzoniano, che invece altro non è che il brusco ritorno alla realtà dei Kim. I machiavellici truffatori tornano come topi nella loro tana, scendendo dall’alto verso il basso, nel tentativo di salvare dalla furia dell’acqua ciò che resta delle loro misere vite, come la roccia che Ki-woo aveva ricevuto come presagio di fortuna e che diventa invece simbolo del fallimento del loro progetto.

L’improvvisata festa di compleanno del piccolo Da-song è l’occasione per chiudere perfettamente alcuni spunti (il fantasma visto dal bambino, che in realtà è sempre stato Geun-sae, la crescente tensione fra i padri delle famiglie, la roccia che si trasforma in oggetto contundente) e per dare via alla resa dei conti, che diventa un bagno di sangue.

Il finale di Parasite
Parasite

Bong Joon-ho si rivela una volta di più regista sopraffino, tratteggiando in pochi minuti finali l’intero arco narrativo di un revenge movie. Kim Ki-taek viene punito per la sua ambizione e per l’attacco di follia che lo porta a uccidere Dong-ik con la morte della figlia e con una vita in esilio all’interno di quel maledetto sotterraneo della villa, che lo rende parassita di una nuova famiglia ricca, in un amaro contrappasso dantesco. «Senza un piano, nulla può andare storto. E se qualcosa gira fuori controllo, non importa», dice Kim Ki-taek. E senza un piano, all’uomo non resta che vivere una vita vuota, ripetendo ogni giorno una sequenza in codice morse che spiega la propria condizione al figlio, nella speranza di potersi un giorno ricongiungere con i membri superstiti della sua famiglia.

Gli Oscar come messaggio politico
Parasite

Ed è proprio negli ultimi secondi che Parasite si discosta dalla maggior parte della produzione hollywoodiana contemporanea, facendoci prima accarezzare una conclusione tanto consolatoria quanto irrealistica per poi virare subito dopo in direzione diametralmente opposta, con un ennesimo movimento di macchina dall’alto verso il basso, che racchiude l’intero senso dell’opera. Nonostante i buoni propositi di arricchirsi in modo da acquistare l’ex villa dei Park e liberare il padre, Ki-woo prende malinconicamente coscienza del fatto che un’impresa del genere gli è preclusa dal suo stesso stato sociale. Una crudele e struggente verità, che sintetizza dolorosamente le disuguaglianze e le ingiustizie che affliggono il nostro tempo.

Il sogno americano è definitivamente defunto, e con esso tutti i tentativi di scalata sociale in ogni parte del globo. E il fatto che siano proprio gli Stati Uniti a premiare con il loro riconoscimento cinematografico più importante chi espone lucidamente e senza tentennamenti questa tesi rende i quattro Oscar di Parasite non soltanto meritati, ma anche un fondamentale messaggio politico. Siamo tutti vittime delle divisioni e di ciò che il sistema ha previsto per noi. Almeno con l’arte, cerchiamo di abbattere qualche barriera, aprendoci a chi, dall’altra parte del mondo e con una lingua diversa dalla nostra, condivide le nostre stesse necessità e le nostre stesse paure.

Overall
9/10

Verdetto

Con Parasite, Bong Joon-ho firma un’opera destinata a lasciare un segno, capace di raccontare attraverso il genere e un’amara ironia le storture del mondo in cui viviamo.

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Ticket to Paradise: recensione del film con George Clooney e Julia Roberts

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Dopo il periodo d’oro fra anni ’90 e 2000, le commedie romantiche statunitensi hanno vissuto un evidente appannamento, che ha quasi portato alla dissoluzione di un genere fondamentale per la produzione hollywoodiana. Negli ultimi tempi, le rom-com hanno però dimostrato di avere la pelle dura, dal momento che diverse generazioni di star si sono cimentare in questo filone, con apprezzabili risultati commerciali. Ci riferiamo soprattutto a Fidanzata in affitto, con protagonista la vincitrice dell’Oscar Jennifer Lawrence, e a Tutti tranne te, forte della presenza delle stelle in ascesa Sydney Sweeney e Glen Powell. A precedere questi titoli di successo è però stato Ticket to Paradise, rom-com a sfondo esotico con protagonisti due volti per eccellenza di questo filone, ovvero Julia Roberts e George Clooney.

A dirigere i due (già insieme sul grande schermo in Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve e Money Monster – L’altra faccia del denaro) c’è Ol Parker, noto soprattutto per la regia di Marigold Hotel, Ritorno al Marigold Hotel e Mamma Mia! Ci risiamo. George Clooney e Julia Roberts interpretano rispettivamente David e Georgia, ex coniugi costretti a convivere dalla loro figlia Lily (Kaitlyn Dever), in procinto di sposarsi con un giovane coltivatore di alghe di Bali. Nonostante il rancore reciproco, i due si dirigono in Indonesia (anche se Ticket to Paradise è girato in Australia) e collaborano per il loro comune scopo, ovvero sabotare un matrimonio che considerano affrettato e ricondurre Lily verso il tenore di vita che hanno sempre immaginato per lei.

Ticket to Paradise: il ritorno alla rom-com di George Clooney e Julia Roberts

Ticket to Paradise

Non è Il matrimonio del mio migliore amico ma l’imminente sposalizio di una figlia a fare da motore narrativo di un racconto che non vuole né sorprendere né stravolgere formule consolidate e quasi sempre vincenti. I colpi di scena sono ampiamente prevedibili, come la conclusione delle varie sottotrame. Ma ciò che interessa a Ol Parker non è tanto l’intreccio, quanto piuttosto la valorizzazione delle due star protagoniste, che a loro volta ricambiano il regista con il loro irraggiungibile campionario di smorfie, leggerezza e ironia e con la chimica che si può stabilire solo fra interpreti di classe e capaci di rispettarsi ed esaltarsi a vicenda.

Lo scontro generazionale e ideologico fra l’ex coppia e quella in divenire pende inevitabilmente a favore degli interpreti più esperti e amati, che da spalle si trasformano in protagonisti della storia, mangiandosi di fatto tutto il resto. Julia Roberts e George Clooney. non si limitano al compitino, ma danno invece la sensazione di divertirsi realmente, al punto che i bloopers a cui assistiamo durante i titoli di coda sono sostanzialmente indistinguibili per tono e atmosfere della vicenda che li vede protagonisti. Il risultato è che Ticket to Paradise funziona e diverte, nonostante succeda esattamente ciò che ci aspettiamo, oltretutto con una scrittura non particolarmente originale, incentrata soprattutto sulle divergenze culturali e linguistiche e sugli scenari esotici, suggestivi e al tempo stesso forieri di vari pericoli.

Un racconto convenzionale ma con elementi di modernità

Quello che con interpreti meno abili e carismatici si sarebbe con ogni probabilità trasformato in uni dei tanti film usa e getta presenti nei cataloghi delle varie piattaforme diventa invece un’opera gradevole e sorprendentemente profittevole, grazie ai 168 milioni di dollari di incasso ottenuti in un momento in cui le sale risentivano ancora degli effetti del Covid. Ci si ritrova così a parteggiare per queste fragili coppie, a perdersi nei loro ammiccamenti e a farsi conquistare dai loro balli. Momenti di cinema capaci di colmare le approssimazioni di sceneggiatura e di ribadire l’importanza dello star power, nonostante i mutamenti del pubblico e dei suoi gusti.

Non ci può essere una rom-com senza una sorta di morale di fondo, capace di racchiudere il senso dell’intera vicenda. Ticket to Paradise conferma questa regola non scritta, contraddicendo parzialmente le premesse (David e Georgia non sono mai così nemici come dicono e la stessa battaglia contro il matrimonio è meno aspra di quanto dichiarato) e mettendo in luce il fatto che quelli che spesso chiamiamo sbagli da non ripetere sono invece una mera conseguenza dell’imponderabilità della nostra esistenza. Emergono inoltre anche alcuni elementi di modernità, come la crisi del maschio rappresentato da George Clooney (sempre nevrotico e meno realizzato dell’ex moglie) e il desiderio di benessere interiore tipico del post-covid, che porta i personaggi a sacrificare comodità e potenzialità delle città in nome di una vita più rilassante in un paradiso naturale.

Nel momento in cui scriviamo, Ticket to Paradise è disponibile su Netflix.

Ticket to Paradise

Overall
7/10

Valutazione

George Clooney e Julia Roberts dimostrano ancora una volta il loro carisma e la loro alchimia, caricandosi sulle spalle una gradevole rom-com.

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E la festa continua!: recensione del film di Robert Guédiguian

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E la festa continua!

«Niente è finito, tutto comincia». Una frase chiave di E la festa continua!, che sintetizza perfettamente il senso del nuovo film di Robert Guédiguian e del suo cinema sociale. Il regista francese torna nella sua amata Marsiglia per un racconto di sconfitti e sconfitte ma paradossalmente intriso di speranza, che muove i propri passi dalla tragedia di Rue d’Aubagne del 5 novembre 2018, quando 8 persone morirono a causa del crollo di due palazzi. Un evento evocato dall’eloquente didascalia «Improvvisamente, un fracasso terribile», che ha dato vita a una vera e propria mobilitazione popolare, all’insegna della solidarietà e del senso di appartenenza a una comunità ferita ma mai doma.

La moglie e musa del regista Ariane Ascaride (Coppa Volpi a Venezia nel 2019 per Gloria Mundi dello stesso Robert Guédiguian) interpreta la vedova Rosa, anima del suo quartiere popolare, per il quale si divide fra impegno politico e il lavoro come infermiera, nonché della sua numerosa e coesa famiglia. Una famiglia di origini armene (come del resto Guédiguian) e di grande impegno civico, esplicitato dai nomi della protagonista (omaggio a Rosa Luxemburg) e di suo fratello Tonio (Gérard Meylan), chiamato così in onore di Antonio Gramsci. Quando il figlio Sarkis (Robinson Stévenin) inizia una nuova relazione con l’attrice e attivista Alice (Lola Naymark), Rosa fa la conoscenza del padre di lei Henri (Jean-Pierre Darroussin), con cui inizia a sua volta una relazione, in grado di cambiare il suo punto di vista sulla vita e sul futuro.

E la festa continua!: l’umanità fragile ma mai arrendevole di Robert Guédiguian

Robert Guédiguian ha definito E la festa continua! un film Agit-Prop, termine che nella Russia rivoluzionaria e successivamente in Germania indicava forme di teatro particolarmente dinamiche e creative, in grado di indagare lo spirito del tempo e i repentini mutamenti sociali. In questa storia in cui la modernità e il passato vanno a braccetto, entrambi sconfitti ma mai arrendevoli, si respira in effetti una vitalità anomala per il sempre più cupo cinema europeo contemporaneo, basata su un’umanità ancora in grado di unirsi di fronte alle difficoltà, pur nella consapevolezza della dimensione utopica di determinati valori e ideali.

E la festa continua! non è un film politico in senso stretto, nonostante la protagonista Rosa sia la leader carismatica e ideologica del suo quartiere, quasi costretta a furor di popolo a candidarsi per le imminenti elezioni. Ciò che interessa a Robert Guédiguian non è tanto la lotta di classe mista a critica sociale di Ken Loach, quanto la fotografia disincantata di un’umanità fragile ben rappresentata da Marsiglia, città antica e sul mare, crocevia di popoli e di speranze. Un luogo in cui convivono idee e desideri contrastanti, come nel nucleo familiare di Rosa, animato al tempo stesso da ideali politici, suggestioni sentimentali, desideri di costruire una nuova famiglia e sostegno alla causa armena. Temi su cui il regista vola con leggerezza, fra un rimando a Marcel Proust e una citazione a Il disprezzo di Jean-Luc Godard.

La solita formidabile Ariane Ascaride

Si ha più volte la sensazione che E la festa continua! stia andando in molte direzioni e al contempo da nessuna parte, ma Robert Guédiguian riesce comunque a tratteggiare momenti struggenti, come la tenerezza ironica e trattenuta di Rosa e Henri. Grazie anche alla solita formidabile Ariane Ascaride, capace di tratteggiare un mondo intero con un gesto o uno sguardo, ci si affeziona a questo microcosmo di contraddizioni, tragedie e personaggi imperfetti, capaci di sperare e di innamorarsi ancora, anche mentre il mondo va a rotoli. Un cinema in controtendenza rispetto ai racconti cupi e sofferti del cinema europea contemporaneo, che non vuole né scuotere né travolgere ma riesce ad accarezzare lo spettatore, ricordandoci che la gioia più intima e inaspettata spesso si nasconde dove meno ce lo aspettiamo.

E la festa continua! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Robert Guédiguian firma un’opera intima e leggera, che non travolge ma accarezza lo spettatore con il ritratto di un’umanità disillusa ma ancora piena di speranza.

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Back to Black: recensione del film su Amy Winehouse

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Back to Black

A proposito dello splendido biopic a lui dedicato Rocketman, Elton John ha dichiarato: «Gli studios volevano ridurre le scene di sesso e droga, così che il film non fosse vietato ai minori di 13 anni. Ma io non ho vissuto una vita adatta ai minori di 13 anni». Parole che tornano alla mente di fronte a Back to Black, film diretto da Sam Taylor-Johnson basato sulla vita e sulla carriera della compianta Amy Winehouse, morta a soli 27 anni per un’intossicazione da alcol. Un’esistenza baciata dal talento vocale e musicale, ma allo stesso tempo afflitta da droga, alcol, disturbi alimentari e dal rapporto tossico con Blake Fielder-Civil, il più grande amore della cantautrice.

Dopo Amy, documentario di Asif Kapadia premiato con l’Oscar ma pesantemente criticato dalla famiglia della cantautrice, Sam Taylor-Johnson e lo sceneggiatore Matt Greenhalgh scelgono la via della semplificazione e dell’edulcorazione, smussando i tanti spigoli dell’esistenza della protagonista, interpretata da Marisa Abela. Il risultato è un racconto frammentario e abbozzato, che ha indubbiamente il merito di non spettacolarizzare i momenti più dolorosi e pubblicamente esposti della vita di Amy Winehouse, ma al contempo si ferma alla superficie dei suoi disagi e delle sue fragilità, con uno sguardo decisamente indulgente nei confronti della famiglia. Famiglia che – è giusto ricordarlo – ha ereditato il patrimonio artistico ed economico della cantautrice e ha autorizzato Back to Black.

Back to Black: la vita di Amy Winehouse in un biopic timido ed edulcorato

Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

Back to Black mette in scena la repentina ascesa di Amy Winehouse, che nel giro di pochi anni la porta dai locali di Camden Town ai prestigiosi Grammy Awards, che nel 2008 la premiano con ben 5 riconoscimenti per il suo album più celebre, omonimo della sua canzone più amata e dello stesso racconto di Sam Taylor-Johnson. Una carriera costellata da successi ma anche da forti delusioni, come la separazione dei genitori, la morte dell’amata nonna Cynthia (Lesley Manville) e soprattutto il rapporto traballante e traumatico con Blake Fielder-Civil (Jack O’Connell), ampiamente raccontato nei brani di Amy Winehouse. Il tutto sotto lo sguardo vigile ma impotente del padre Mitch Winehouse, interpretato da Eddie Marsan.

Il rapporto di Sam Taylor-Johnson con la musica è forte e longevo, grazie alla regia di videoclip per Elton John, R.E.M. e The Weeknd, alla sua opera prima Nowhere Boy (basata sull’adolescenza di John Lennon) e al suo personale contributo per diversi brani dei Pet Shop Boys. Non sorprende che questo cammino abbia condotto la regista verso questo progetto, mentre spiazza il suo approccio alla protagonista e alla sua arte. Durante Back to Black si ha costantemente la sensazione che il film nasca e si sviluppi per spiegare le canzoni di Amy Winehouse.

Una dinamica per certi versi opposta a quella della cantautrice, che invece per tutta la sua breve carriera ha riversato nella sua musica tutta la sua vita, elaborando sofferenze sentimentali, traumi ed esperienze personali in brani come Rehab, You Know I’m No Good, Love Is a Losing Game e la stessa Back to Black. Così facendo, da una parte la regista nobilita il percorso artistico della protagonista, ma dall’altra limita fortemente un racconto potenzialmente esplosivo.

Una vita vietata ai minori

Back to Black
Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

La vita vietata ai minori di Amy Winehouse si trasforma in un’opera timida e ovattata, sorretta solo dalla buona prova di Marisa Abela e dalle note di una delle migliori voci degli ultimi decenni, strappata troppo presto a tutti gli amanti della musica. Fin dalla prima apparizione di un canarino, metafora urlata, ridondante e francamente insopportabile della fragilità e del talento musicale di Amy Winehouse, si intuisce lo spirito dell’intero progetto, improntato alla maggiore pulizia possibile dell’immagine della protagonista e allo scarico della responsabilità delle sue disgrazie su Blake Fielder-Civil.

La biografia torbida di quest’ultimo è ben nota, come la sua influenza negativa su Amy Winehouse, ma Back to Black compie puro revisionismo, riducendo la dipendenza dalla droga e la bulimia della protagonista a poche goffe e contraddittorie allusioni, escludendo dal racconto l’evidente crollo fisico e psichico degli ultimi mesi della sua vita e trasformando la controversa figura del padre in silenziosa e rassicurante spalla su cui piangere. Nonostante la prevedibile onnipresenza dei brani più celebri di Amy Winehouse, a passare paradossalmente in secondo piano è proprio il suo amore per la musica e il suo insopprimibile talento. «La musica è il mio centro di recupero», le sentiamo dire. Ma è solo un cenno dialogico, annacquato in quella che è fondamentalmente la storia di due diversi amori di Amy: l’amore dannoso per Blake e il rapporto materno e amicale con l’adorata nonna Cynthia.

I limiti e i pregi di Back to Black

Back to Black
Credit : Courtesy of Dean Rogers/Focus Features

Siamo quindi di fronte all’ennesimo racconto per tutti (quindi per nessuno) di una vita fra musica ed eccessi. Una tendenza inaugurata dal mediocre (ma premiato dal botteghino) Bohemian Rhapsody e proseguita con altre opere incolori come Elvis e Bob Marley – One Love, nobilitata solamente dal già citato Rocketman. In attesa delle prossime uscite di Michael (dedicato a Michael Jackson) e A Complete Unkown (incentrato su Bob Dylan), è inevitabile interrogarsi sulla direzione di queste operazioni, spesso profittevoli e capaci di riportare in auge leggende della musica, ma altrettanto frequentemente del tutto fini a loro stesse.

Ad accentuare la sensazione di rimpianto è l’operato di Sam Taylor-Johnson, che pur in un contesto moralmente e produttivamente discutibile regala momenti di buon cinema con la ricostruzione della scena musicale londinese e con le numerose performance musicali di Marisa Abela, che omaggia Amy Winehouse senza degenerare nella pura imitazione, con un ottimo lavoro sul timbro vocale e sulla gestualità. Ma il segmento più prezioso è paradossalmente quello dell’incontro fra la protagonista e l’amato/odiato Blake Fielder-Civil, l’unico in grado di trasformare un attimo in una vita intera, con un pregevole lavoro sulla musica e sugli sguardi.

«Io non sono rock, sono jazz», dice Amy Winehouse in Back to Black, ribadendo il concetto con «Non sono una cazzo di Spice Girl». Peccato che il film faccia tutt’altro, trasformando un’anima ribelle e fuori dagli schemi in una figura passiva, sempre vittima o estensione di qualcun altro e mai padrona della propria vita.

Back to Black è disponibile nelle sale italiane dal 18 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Un biopic moralmente e produttivamente discutibile, che smussa i tanti spigoli della vita di Amy Winehouse finendo per dare vita a un racconto troppo timido ed edulcorato.

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