Pi greco - Il teorema del delirio Pi greco - Il teorema del delirio

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Pi greco – Il teorema del delirio: recensione del film di Darren Aronofsky

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Il cinema di Darren Aronofsky è fatto di ossessioni che sfociano nella paranoia, di novelli Icaro che si bruciano le ali avvicinandosi al loro sole, di una spiritualità che si scontra con la logica e con le dinamiche sociali. Temi evidenti fin dal suo folgorante esordio Pi greco – Il teorema del delirio, film indipendente del 1998, girato con appena 60.ooo dollari di budget (derivanti principalmente da amici e parenti) in un ruvido e contrastato bianco e nero, districandosi fra ristrettezze economiche e rischi derivanti dalla mancanza dei permessi per le riprese. Un’opera allucinata e inquietante, che ha imposto all’attenzione generale un autore di evidente talento, riconosciuto con il premio per la migliore regia del Sundance Film Festival del 1998.

Protagonista della vicenda è Maximillian “Max” Cohen (Sean Gullette), formidabile matematico che soffre continuamente di emicranie, derivanti da un’osservazione del sole senza alcun tipo di filtro all’età di 6 anni. Max vive una vita di isolamento, fatta di studio e pochissimi contatti sociali, fra cui quello con l’ex docente Sol Robeson (Mark Margolis, noto per il ruolo di Héctor Salamanca in Breaking Bad e Better Call Saul), con cui è solito alternare partite a go e discussioni in ambito matematico. Convinto dell’importanza dei numeri sulla vita, Max inizia a sviluppare uno schema con cui anticipare i movimenti della borsa. Quando sta per riuscire nell’intento si guasta, stampando la stessa sequenza di 216 cifre in cui si era imbattuto Sol da giovane.

Braccato dagli scagnozzi di un’azienda quotata a Wall Street e affascinato dalle teorie di un ebreo studioso della Torah, che fondono matematica e religione, Max precipita in un vortice di disagio e pressione, con conseguenze devastanti sulla sua fragile psiche.

Pi greco – Il teorema del delirio: la folle e inquietante opera prima di Darren Aronofsky

Pi greco - Il teorema del delirio

L’esiguo budget a disposizione non impedisce a Darren Aronofsky di dare vita a un gioiello di tensione narrativa, che attinge dal primo sperimentale David Lynch (Eraserhead – La mente che cancella su tutti), dalla commistione fra carne e tecnologia alla base degli incubi visionari di David Cronenberg e dal mai abbastanza citato Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, punto di riferimento esplicito soprattutto per l’appartamento-laboratorio di Max. Il massiccio utilizzo della camera a spalla, la grana della fotografia in bianco e nero e il ricorso a una colonna sonora martellante, costellata da brani di musica elettronica, contribuiscono a generare un clima di crescente paranoia e alienazione, accentuato dagli eventi che vedono protagonista Max e dalle fascinose teorie sui legami fra numeri e religione esposte all’interno del racconto.

Proprio quest’ultima tematica acquista un’importanza sempre maggiore, contribuendo in maniera decisiva al distacco del protagonista dalla realtà. Emerge così un conflitto interiore del protagonista fra la passione e il genio con cui egli si applica al suo campo (la matematica), le contaminazioni religiose che da una parte alimentano e dall’altra osteggiano il suo operato e gli interessi economici e finanziari, emblematicamente rappresentati dagli emissari di Wall Street. Un contrasto che delinea la figura dell’artista secondo Darren Aronofsky, su cui il regista tornerà a più riprese nel corso della sua carriera, in particolare con i divisivi The Fountain – L’albero della vita e Madre!

Fra sogni di gloria e rovinose cadute

Pi greco - Il teorema del delirio

A ben guardare, la parabola di Max in Pi greco – Il teorema del delirio ricalca quelle del lottatore interpretato da Mickey Rourke in The Wrestler, della ballerina di danza classica impersonata da Natalie Portman ne Il cigno nero e dello struggente professore obeso a cui presta volto e corpo Brendan Fraser in The Whale. Persone disposte a sacrificare tutti gli altri aspetti delle loro vite in nome di un’attività dai risvolti piacevoli ma dalle conseguenze devastanti per la salute fisica e mentale. Percorsi esistenziali autodistruttivi, alla conquista del tutto o dell’inutile, a seconda dei punti di vista.

Già in Pi greco – Il teorema del delirio, Darren Aronofsky si rivela devoto cantore di questi emarginati, mettendo la sua macchina da presa a disposizione di un racconto in perfetto equilibrio fra ordine e caos, spinto dal sogno del trionfo ma esaltato dalle più rovinose cadute. Un percorso che, come le altre opere del regista precedentemente citate, ci lascia con un interrogativo non del tutto risolvibile sul destino del protagonista, rappresentato in questo caso dalla sua nuova incapacità (?) di effettuare i calcoli complessi richiesti dalla bambina con cui è solito intrattenersi e giocare. Salvezza o inizio di un nuovo incubo? Redenzione o dissimulazione? Forse solo genio che va a braccetto con la follia, in una danza sapientemente coreografata da un regista dallo stile unico e inconfondibile.

«12 e 45, enuncio di nuovo le mie teorie. Primo: la natura parla attraverso la matematica; secondo: tutto ciò che ci circonda si può rappresentare e comprendere attraverso i numeri; terzo: tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema».

Pi greco – Il teorema del delirio: dove vederlo in streaming

Overall
8/10

Valutazione

Nonostante le ristrettezze di budget, Darren Aronofsky firma un folgorante esordio, dando vita a un incubo di ossessione e disagio di invidiabile tensione, nonché anticipatore di tutto il suo cinema successivo.

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Cinema indipendente

Pennywise: The Story of IT, recensione del documentario sulla celebre miniserie

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Pennywise: The Story of IT

A quasi 40 anni dal suo arrivo nelle librerie di tutto il mondo, il fascino di It di Stephen King non accenna a diminuire, dal momento che è in lavorazione la serie Welcome to Derry, prequel degli eventi narrati nei due recenti adattamenti cinematografici di Andy Muschietti. L’occasione ideale per riportare alla luce il primo adattamento di questo folgorante romanzo, cioè la miniserie televisiva di Tommy Lee Wallace, divisa in due puntate e trasmessa nel 1990 dall’emittente americana ABC. Un successo immediato, diventato in poco tempo un fenomeno planetario, grazie soprattutto alla formidabile prova di Tim Curry nei panni del pagliaccio Pennywise, incarnazione di una mostruosa creatura che ciclicamente torna a seminare paura e morte nella fittizia cittadina di Derry. Uno show scandagliato in profondità da Pennywise: The Story of IT, documentario del 2021 di John Campopiano e Christopher Griffiths, finanziato con una campagna di crowdfunding su Indiegogo.

Pennywise: The Story of IT si concentra sulla genesi, sulla lavorazione e sul lascito di questa popolare miniserie, che in un’epoca in cui la serialità era ancora considerata la serie B dell’audiovisivo ha immobilizzato davanti allo schermo decine di milioni di spettatori in tutto il mondo, imprimendosi nell’immaginario collettivo anche grazie alla sua forte vena orrorifica e sanguinolenta, solo parzialmente attenuata dagli inevitabili compromessi dovuti alla programmazione televisiva. Un prodotto fondamentale per la formazione di molti cinefili e appassionati di horror di oggi, nonostante gli ampi tagli al materiale di partenza e una seconda parte (quella con i protagonisti adulti) molto meno efficace e riuscita della prima.

Pennywise: The Story of IT, dietro le quinte di una miniserie di culto

Pennywise: The Story of IT

Pennywise: The Story of IT deve scontare numerose assenze, come quelle di Jonathan Brandis (Bill Denbrough bambino), Harry Anderson (Richie Tozier adulto) e John Ritter (Ben Hanscom da adulto), che purtroppo sono prematuramente scomparsi. Fra i vari intervistati inoltre manca quello più importante di tutti, cioè Stephen King, comunque presente all’inizio del documentario grazie a del girato d’archivio, in cui racconta la genesi del suo terrificante capolavoro. John Campopiano e Christopher Griffiths si concentrano poi sulla lunga fase di gestazione, che ha coinvolto anche George A. Romero (la cui versione si sarebbe però aggirata intorno alle 10 ore) e Lawrence D. Cohen, autore della prima versione della sceneggiatura, rivista poi dallo stesso regista designato Tommy Lee Wallace, stretto collaboratore di John Carpenter già apprezzato dietro alla macchina da presa per Halloween III – Il signore della notte e Ammazzavampiri 2.

Proprio Lawrence D. Cohen e Tommy Lee Wallace raccontano la complessa fase di adattamento, che ha portato a sforbiciare numerosi passaggi fondamentali del libro, come il controverso momento in cui la giovane Beverly fa sesso con tutti gli altri componenti maschili del Club dei Perdenti, di cui era ignara anche l’interprete Emily Perkins, che nel corso del documentario racconta alcuni aneddoti divertenti in proposito. Fra confessioni, ricordi e retroscena, emerge chiaramente l’insoddisfazione di Tommy Lee Wallace a proposito della famigerata seconda parte, penalizzata dal budget e a suo dire anche da un cast adulto complessivamente meno convincente rispetto agli interpreti bambini.

Fra aneddoti e ricordi

Pennywise: The Story of IT concede comunque il suo momento a ogni protagonista, in un flusso di emozioni e nostalgia alimentato da Richard Thomas (Bill Denbrough adulto), Seth Green (Richie Tozier bambino), Dennis Christopher (Eddie Kaspbrak adulto) e tanti altri. A emergere su tutti è però ancora una volta Tim Curry, che nonostante la salute precaria porta il suo contributo di attore di razza, nonché il suo fondamentale punto di vista sulla creazione dell’agghiacciante look del pagliaccio che ha infestato i sogni di molti bambini degli anni ’90, anche grazie al trucco non troppo invasivo preteso dall’attore.

Pennywise: The Story of IT non indora mai la pillola e affronta anche i risvolti meno riusciti del progetto, come le divergenze creative sul ragno al centro dello scontro finale della seconda parte, che ancora oggi grida vendetta. Un approccio lucido e sincero, che completa una riuscita operazione nostalgia, capace di fornire agli appassionati di questa miniserie diverse informazioni utili e allo stesso tempo di solleticare la fantasia e la memoria di chi invece ha dimenticato o non ha mai visto questo pezzo di storia della televisione.

Sul sito della casa di produzione del documentario Cult Screenings UK, è disponibile in edizione limitata anche un libro basato su Pennywise: The Story of IT.

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Overall
7/10
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Cinema indipendente

The Strong Man of Bureng: recensione del documentario di Mauro Bucci

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The Strong Man of Bureng

Il cinema etnografico è un genere glorioso, intrecciato indissolubilmente con la storia della settima arte fin dagli anni ’20 del secolo scorso, grazie al lavoro di maestri come Robert J. Flaherty e a opere come il suo celeberrimo Nanuk l’esquimese, pietra angolare del cinema documentaristico. Un genere che si evolve insieme al mondo, permettendo di raccontare storie lontane sia dal cinema mainstream, sia dalla vita degli spettatori, spalancando così piccole ma fondamentali porte su persone e percorsi esistenziali che meritano di essere portati alla luce. È questo il caso di Essa J. Darboe, ex soldato ONU e rifugiato del Gambia protagonista di The Strong Man of Bureng di Mauro Bucci, presentato nel corso del FESCAAAL 2024 e disponibile su Mymovies One.

Essa J. Darboe, già al centro del precedente lavoro di Mauro Bucci Hotel Splendid, è un esempio perfetto dell’imprevedibilità della vita e dei paradossi della burocrazia, capaci di distruggere anche le migliori intenzioni. The Strong Man of Bureng ce lo presenta in una fase di relativa stabilità, al termine di un lungo e tortuoso viaggio che l’ha portato dall’Africa alla Finlandia, passando per l’Italia e per un sospirato permesso di soggiorno. Essa J. Darboe costruisce con successo sulle macerie, dando vita a un proficuo business dell’usato fra Europa e Gambia che assicura sostentamento non solo a lui, ma anche alla sua numerosa e poverissima famiglia. Lo vediamo così finalmente sereno, anche se sospeso fra i suoi affetti e un sentimento difficile da definire con la donna che lo ospita e con cui porta avanti i suoi affari.

The Strong Man of Bureng: la paradossale vita di Essa J. Darboe

The Strong Man of Bureng

A stravolgere questo fragile equilibrio è il Covid, che blocca il mondo (Gambia compreso) proprio quando Essa J. Darboe si trova in Africa. Impossibilitato a portare avanti il suo business e allo stesso tempo impotente di fronte alla scadenza del suo visto, l’uomo precipita nuovamente in un inferno fatto di povertà estrema per sé e per i suoi cari, nonché di una misera esistenza in un accampamento nell’attesa che si sblocchi la sua situazione burocratica in Italia.

Mauro Bucci documenta il peregrinare del protagonista con lucidità e sensibilità, senza mai diventare né moralmente ricattatorio né eccessivamente retorico. ConThe Strong Man of Bureng, il regista ci mette di fronte a una situazione ancora peggiore della povertà estrema e della mancanza di alternative per sopravvivere, quella di chi torna nella medesima situazione di prima proprio nel momento in cui scorge qualche timido raggio di speranza. Un viaggio struggente, reso ancora più doloroso dalle assurdità di un sistema che trasforma le persone in fantasmi apolidi, costretti a rimanere bloccati per mesi nell’attesa del completamento di una pratica semplicissima, che per loro rappresenta però il confine fra la vita e la totale privazione di dignità.

Una struggente altalena emotiva

Una parabola totalmente illogica, che Mauro Bucci sottolinea con le sue scelte registiche, tratteggiando l’effimera gioia della famiglia Darboe nel momento in cui, pur in un contesto di povertà, le donne, i bambini e gli altri cari di Essa hanno tutto ciò che gli occorre davvero, cioè l’acqua e un pasto sicuro. La ciclicità della vita del protagonista si ripropone poi nel toccante epilogo, in cui dopo la burrasca torna nuovamente il sereno, sotto forma di una grande festa nel villaggio di Bureng, fra nuove vite, gioiose danze e graditi ritorni. Un’altalena emotiva che ci ricorda l’importanza di ciò che troppo spesso diamo per scontato, narrata con passione da un grande documentarista, che nobilita ancora una volta questo fondamentale genere.

Overall
8/10

Valutazione

Mauro Bucci firma un fulgido esempio di grande cinema etnografico, che attraverso la paradossale parabola di Essa J. Darboe ci ricorda l’imprevedibilità della vita.

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Cinema indipendente

Saudade: recensione del documentario di Pietro Falcone

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Saudade

«Gli spagnoli dicono “añoranza”, i portoghesi “saudade”. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall’impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio». Milan Kundera descrive così la saudade, stato d’animo tipico dei brasiliani e dei portoghesi spesso tratteggiato con sfumature comiche (un esempio su tutti: L’allenatore nel pallone), ma utilizzato in realtà per descrivere un sentimento ben più profondo, in bilico fra la malinconia e la vera e propria perdita. Un sentimento al centro di Saudade, documentario di Pietro Falcone presentato nel corso del FESCAAAL 2024 (disponibile su Mymovies One) e incentrato sulla storia di Nilde, madre brasiliana del regista.

Un racconto nato durante il Covid, che attraverso l’isolamento forzato ha portato Pietro Falcone a ripercorrere la storia della sua famiglia e in particolare della madre, partita da ragazza dal Brasile per raggiungere il suo amore Marco, padre del regista. Una scelta di cuore, che ha portato alla nascita di una splendida famiglia, ma anche a un netto distacco e a un conseguente profondo rimpianto di Nilde, costretta a vivere lontana dai suoi cari e dal Paese in cui è cresciuta. Attraverso quattro capitoli, ripercorriamo questa toccante storia, fatta di gioie ma anche di nostalgia.

Saudade: la storia di un amore e di una famiglia, in bilico fra gioia e rimpianto

Fra vecchi filmati di famiglia e riprese ad hoc, Saudade dipinge la parabola esistenziale di Nilde, segnata da un amore nato in modo del tutto casuale, con il più classico e fortunato dei colpi di fulmine. Un racconto privato ma non parziale, con cui Pietro Falcone analizza lucidamente la sua famiglia, incollandosi affettuosamente a Nilde con primi e primissimi piani volti a scandagliare i più reconditi anfratti dell’animo della madre. Un quadro che non estromette le asperità, documentando al contrario anche la frustrazione della donna per la sua dipendenza economica dal marito e per il brusco distacco dal padre.

Saudade ondeggia liberamente fra presente e passato, sottolineando così il rapporto causale che intercorre fra ogni fase della vita di Nilde, soffermandosi con invidiabile sincerità sui suoi rimpianti, sulle sue paure, sui suoi desideri e persino sui momenti di tensione col marito. Nonostante il breve minutaggio (appena 65 minuti) e la dimensione totalmente indipendente del progetto (il documentario è prodotto da IFA Scuola di Cinema), Saudade genera naturale empatia nei confronti della protagonista, divisa fra due culture, due continenti e due mondi, e perciò impossibilitata a sentirsi totalmente felice e appagata.

Il promettente esordio di una nuova voce

Con il passare dei minuti, il documentario si allarga al ramo italiano della famiglia di Pietro Falcone, inserendo nella narrazione la nonna Esterina, protagonista di alcuni momenti di grande dolcezza e di alcuni inevitabili contrasti con la nuora. Una presenza che offre uno spaccato ancora più preciso e approfondito di questa famiglia, ma che allo stesso tempo toglie spazio a Nilde, vero e proprio baricentro narrativo ed emotivo del documentario. Piccole battute d’arresto che non impediscono però a Saudade di fare emergere i paradossi e le contraddizioni che accompagnano anche le esistenze più felici, stimolando al contempo domande tutt’altro che banali su cosa siamo disposti a sacrificare per amore e per il sogno della felicità.

Un promettente esordio di una nuova voce, che vogliamo ascoltare di nuovo negli anni a venire.

Overall
7/10

Valutazione

Con il suo lucido e appassionato documentario, Pietro Falcone tratteggia la toccante parabola esistenziale di sua madre Nilde, costantemente sospesa fra amore e malinconia.

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