Pinocchio: recensione del film di Matteo Garrone con Roberto Benigni

Pinocchio: recensione del film di Matteo Garrone con Roberto Benigni

Una caratteristica comune a tanti grandi autori è quella di saper spiazzare il pubblico, presentando un’opera che si muove in direzione opposta rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, ma che al tempo stesso riesce a essere perfettamente coerente con la sua poetica. È questo il caso di Quentin Tarantino, che con il suo memorabile C’era una volta a… Hollywood ha disorientato gli spettatori in cerca di un flusso continuo di violenza e dialoghi incalzanti, mantenendo però intatto il suo approccio sovversivo e per certi versi giocoso alla storia degli Stati Uniti e dell’industria cinematografica, ma anche di Matteo Garrone, che ci presenta un Pinocchio sorprendente e a tratti inafferrabile.

Dopo Il racconto dei racconti – Tale of Tales, macabra e sfarzosa incursione nell’atmosfera favolistica, che peraltro Garrone aveva già precedentemente accarezzato, aspettavamo tutti al varco il regista italiano, pregustando una rielaborazione libera e particolarmente dark di un classico della letteratura per ragazzi. Nulla di tutto questo. Pinocchio è per Garrone ciò che Hollywood è per Tarantino: un punto di partenza per la costruzione di un proprio immaginario, una costante ispirazione per il proprio lavoro, una fabbrica dei sogni con cui si è destinati prima o poi a confrontarsi. L’ultimo lavoro del regista italiano stupisce così innanzitutto per la fedeltà all’opera di Carlo Collodi, anche nelle sue sfumature più cupe, ma anche per la chiara volontà di abbracciare un pubblico più ampio possibile, con un approccio commerciale che, anche in un’ottica di esportazione all’estero, non può che fare bene alla nostra industria cinematografica.

Pinocchio: il connubio fra Matteo Garrone e Roberto Benigni

Pinocchio

Senza indugiare su una trama già nota agli spettatori di tutte le età, è necessario innanzitutto soffermarsi sulla pietra angolare del Pinocchio di Garrone, nonché la scelta più coraggiosa e azzeccata di un formidabile casting. Ci riferiamo ovviamente al Geppetto di Roberto Benigni, che dopo il suo sfortunato progetto dedicato al burattino più celebre della storia coglie al volo l’occasione di riscattarsi. Il premio Oscar rispolvera il suo incommensurabile talento nel muoversi in perfetto equilibrio fra il registro comico e slanci sentimentali, conferendo a Geppetto una profondità e un’umanità tali da farlo risultare il perfetto contraltare alle insidie affrontate da Pinocchio. Come nell’inarrivabile cinema di Charlie Chaplin, Benigni ci fa respirare la povertà che circonda il falegname e il suo inaspettato figliolo, aiutandoci a entrare in un universo di miseria e solitudine, in cui ogni personaggio è indigente e irrisolto.

Ed è proprio la solitudine il punto di contatto fra Pinocchio e i lavori precedenti di Garrone. Al di là della rassicurante impalcatura di leggerezza costruita dal regista, si percepisce evidentemente il caratteristico punto di vista degli ultimi, degli emarginati. Come ne L’imbalsamatore, Gomorra e Dogman, in Pinocchio ci troviamo davanti a un mondo svuotato di umanità e solidarietà, in cui un umile falegname trova l’unica ragione di vivere in un burattino, e dove lo stesso burattino subisce, per sfortuna e per la propria avventatezza, svariate minacce. Dal burbero Mangiafuoco di Gigi Proietti al terribile Pesce-cane, al cui interno si fondono il terrore per la morte e la speranza per la ricongiunzione col padre, passando per l’indisciplinato Lucignolo e gli spietati Gatto e Volpe, capaci di impiccare Pinocchio per rubargli i soldi, il burattino non fa che confrontarsi con desolazione e squallore morale, che paradossalmente lo riportano sulla retta via.

Lo strepitoso Massimo Ceccherini nel ruolo della Volpe
Pinocchio

Un altro punto su cui Garrone non si smentisce è indubbiamente l’impianto visivo. Grazie anche all’operato del direttore della fotografia Nicolaj Brüel e del truccatore due volte premio Oscar Mark Coulier, il lavoro sul’immagine è suggestivo e a tratti strabiliante. In Pinocchio convivono infatti il realismo delle campagne toscane, il gioco sul chiaroscuro che riprende il cammino fra Bene e Male del burattino e l’incantevole make-up delle varie creature e del protagonista, che consente al piccolo Federico Ielapi di regalare una prova di invidiabile espressività, nonostante la tenera età. Naturalismo, fantastico e fiabesco si fondono così in un racconto del tutto personale, anche se estremamente fedele alla fiaba di Collodi.

Garrone riprende le varie metafore cristologiche (l’immacolata concezione, Geppetto/Giuseppe, l’impiccagione/crocifissione), nonché i sottotesti più limpidi e immediati (l’importanza di dire sempre la verità e di studiare, il valore della famiglia), senza mai alleggerire o semplificare i contenuti della fiaba, come invece è stato fatto con l’omonimo classico Disney del 1940. I personaggi ben radicati nella nostra cultura sono però adattati con una straordinaria autorevolezza, che trova il suo apice in un Proietti in versione Rasputin e soprattutto nella strepitosa Volpe di Massimo Ceccherini (accreditato anche come sceneggiatore), che sotto la guida di Garrone mantiene la sua veracità e la sua verve comica, riuscendo al contempo a essere efficace e ben inserito nel racconto.

Pinocchio: una favola per grandi e piccini

Pinocchio

Pinocchio è terreno fertile per l’immaginazione di Matteo Garrone, che riesce a intrattenere, commuoverci e farci sognare con un mondo di fate, grilli parlanti e altre bizzarre creature, capaci di scaldarci il cuore e di ricordarci dell’importanza di seguire, sempre e comunque, la strada dell’amore e degli affetti. Un’opera ardita e ambiziosa, la cui universalità diventa pregio ma anche difetto. Può un’opera alimentata da una tale maniacale attenzione ai dettagli visivi e scenografici e da una simile trasparenza, scorrevole e allo stesso tempo sfuggente, perfettamente in sintonia con l’infanzia ma contemporaneamente venata da sfumature dark alla Tim Burton, riuscire a conquistare un pubblico imperscrutabile come quello italiano? Al botteghino l’ardua sentenza.

Pinocchio arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da 01 Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Matteo Garrone riesce nella non facile impresa di rimanere fedele al testo di Carlo Collodi imprimendo al contempo una propria visione personale a un classico della letteratura per ragazzi. Il risultato è una favola per grandi e piccini visivamente strabiliante e ammaliante dal punto di vista dei contenuti.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.