Quo Vadis, Aida?: recensione del film di Jasmila Žbanić

Quo Vadis, Aida?: recensione del film di Jasmila Žbanić

Mai più. Questa una delle frasi che pronunciamo più spesso a proposito degli orrori dell’Olocausto, cercando di convincerci dell’impossibilità che il mondo assista nuovamente a una tragedia simile. Quando ripetiamo quella semplice frase, dovremmo però ricordarci che, poco più di 50 anni dopo la liberazione di Auschwitz, nel cuore dell’Europa si è consumato un genocidio che ha coinvolto un numero di persone minori, ma che è stato altrettanto raccapricciante. Stiamo parlando del famigerato massacro di Srebrenica in Bosnia ed Erzegovina del luglio 1995, durante il quale furono trucidati oltre 8000 musulmani bosniaci dall’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, capeggiato dal generale Ratko Mladić. Su questa sanguinosa vicenda, la regista bosniaca Jasmila Žbanić (Orso d’oro a Berlino nel 2006 con la sua opera prima Il segreto di Esma) ha basato lo struggente Quo vadis, Aida?, presentato in concorso a Venezia 77.

Quo Vadis, Aida?: l’orrore del massacro di Srebrenica a Venezia 77
Quo Vadis, Aida?

Basandosi sulla vera storia del traduttore bosniaco Hasan Nuhanović, Jasmila Žbanić mette in scena la vicenda di Aida (la bravissima Jasna Đuričić), traduttrice dell’ONU di stanza a Srebrenica che si trova costretta a una lacerante divisione fra il suo lavoro e i suoi familiari. Con l’avanzata dell’esercito serbo, il campo delle Nazioni Unite in cui Aida si trova insieme alla famiglia non è più al sicuro. La donna ha inoltre accesso a informazioni riservate, che ottiene durante le trattative su cui è chiamata a lavorare. Fra la minaccia incombente di un massacro e la colpevole omertà di chi dovrebbe prendere le difese dei civili, Aida deve quindi agire con velocità e diplomazia per ottenere la salvezza per lei, per il marito e per i due giovani figli.

Jasmila Žbanić ci trascina dentro agli eventi, trovando un’efficace miscela fra ricostruzione storica, dramma familiare e thriller a sfondo bellico. Dopo la necessaria ricostruzione del contesto, la regista abbandona comprensibilmente il rigore documentaristico, prendendo chiaramente posizione sugli eventi. Dalla sinistra propaganda del generale Mladić alla connivenza dell’ONU, passando per la pochezza umana dei militari coinvolti, la Žbanić non risparmia nessuno, facendo della Đuričić la guida morale dello spettatore fra le pieghe di una storia in cui la morale è totalmente assente.

Quo vadis, Aida? non è solo grande cinema, ma è un cinema genuinamente partigiano, che gioca apertamente con l’etica dello spettatore. Il volto disperato di Aida nei momenti più intensi sembra sempre sul punto di rompere la quarta parete, per chiederci da che parte stiamo. Le espressioni inebetite dei membri dei due eserciti esprimono alla perfezione la banalità del male, di chi esegue ordini mettendo da parte l’empatia, di chi sta sempre e comunque dalla parte del più forte, senza porsi domande.

Fra ricostruzione storica e intimo dramma familiare

In un climax di emozione e crudeltà, Quo Vadis, Aida? si muove dal particolare all’universale, attraversando il dramma personale della protagonista per condurci a un atto conclusivo straziante. Le immagini delle lucide esecuzioni dei civili ricordano le sequenze analoghe di Schindler’s List di Steven Spielberg, con la macchina da presa che deve fare necessariamente un passo indietro, per non rendere ancora più sconvolgente un evento insopportabile. Ma la Žbanić non si ferma qui. Con una scelta che potrebbe superficialmente essere bollata come inutile spettacolarizzazione del dolore, la regista si addentra nella tragedia, mettendoci di fronte alla disperazione di molte donne risparmiate dal genocidio, ma costrette al raccapricciante quanto inevitabile rito del riconoscimento dei loro cari attraverso quel poco che ne rimane.

Forse Quo Vadis, Aida? si sarebbe potuto chiudere prima, con la morte che irrompe in mezzo a bambini che giocano e con un lento carrello che si allontana rispettosamente dal massacro. Ciò che la Žbanić ci propone successivamente è poco efficace dal punto di vista drammaturgico (si ha la sgradevole sensazione di assistere a diversi finali), ma ha un altissimo valore simbolico. Anche dopo il supplizio e il lutto, quando non è rimasto più nulla da perdere, è possibile riappropriarsi della propria vita e della propria dignità, guardando a testa alta e senza paura i propri carnefici. E in un momento di doverosa attenzione nei confronti dei più deboli e degli oppressi, non c’è un messaggio migliore da dare.

Anche sopra le macerie e il sangue, la vita trova sempre un modo per ripartire.

Quo Vadis, Aida?

Valutazione
8/10

Verdetto

In una Venezia 77 segnata dalla difficile convivenza del cinema con la paura e il dolore, Quo Vadis, Aida? riesce a fare riflettere sugli orrori della guerra e a lanciare al tempo stesso un segnale di inestinguibile speranza. Fra ricostruzione storica e thriller bellico, un doloroso racconto che non dimenticheremo facilmente.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.