Rifkin’s Festival: recensione del film di Woody Allen

Rifkin’s Festival: recensione del film di Woody Allen

Dopo il rinvio a causa della pandemia, il 6 maggio è arrivato finalmente al cinema, distribuito da Vision DistributionRifkin’s Festival. Il 51esimo lungometraggio di Woody Allen ci porta nella vita di Mort Rifkin (Wallace Shawn), professore di cinema in pensione e aspirante romanziere, dilungato per anni su un romanzo che non scriverà mai – rifiutandosi di pubblicare qualsiasi cosa che non sia uguale a Dostoevskij – e bloccato in quello che è chiaramente un matrimonio finito: Mort è sposato con Sue, press agent che guida il giovane e vivace regista Philippe (Louis Garrel).

Mort Rifkin inizia la sua storia a New York, parlando con uno psichiatra e raccontando come ha dovuto mettere da parte il suo romanzo per accompagnare sua moglie Sue (Gina Gerson) al Festival di San Sebastian, un invito che ha accettato perché crede che lei abbia una cotta per il regista che rappresenta. Mentre il festival procede e il rapporto tra Sue e Philippe è sempre più simbiotico e affiatato, Mort, dapprima guardingo e dubbioso, si invaghisce di una dottoressa, Joana (Elena Anaya), che lo risveglia dal torpore e dall’impasse del suo matrimonio, composto ormai quasi esclusivamente da menzogne e assenze. 

Rifkin’s Festival: la nuova metacinematografica opera di Woody Allen

Il protagonista è un buffet ambulante di nevrosi, così come descritto all’interno di Rifkin’s Festival, e vive diverse contraddizioni, sempre sul crinale tra un amore finito e un amore nuovo, un cinema passato e un cinema contemporaneo, tra la scrittura incespicata e il racconto del presente, anchilosato e tormentato da un subconscio abitato dal cinema del passato, un cinema che da fabbrica dei sogni diventa inconscio individuale, e collettivo; Mort di notte sogna il tradimento, sogna la sua vita, le sue nevrosi e le sue paure e le immagina attraversate dalle sequenze dei film che ha sempre amato, come Jules & Jim di François TruffautQuarto potere di Orson WellesFino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard8 ½ di Federico Fellini, Persona di Ingmar Bergman

Woody Allen sembra certamente amareggiato per lo stato della cultura cinematografica e continua a venerare i classici, tentando di rammentare tanto al pubblico quanto a se stesso quali sono i capolavori intramontabili del cinema, quel cinema che ha venerato e da cui è ancora ispirato. Il leggendario direttore della fotografia Vittorio Storaro assicura una resa visiva ineccepibile rispetto ai diversi omaggi che Allen struttura e rende all’interno del film, che affronta sempre con un tocco d’ironia e umorismo. Ma l’umorismo autoreferenziale raggiunge il suo apice quando questi intermezzi approdano a una battuta su La rosa purpurea del Cairo, che risuona come una bizzarra affermazione sulla sua stessa eredità. Al di là dei suoi omaggi visivi e i riferimenti al cinema più caro al regista, Woody Allen ha realizzato una commedia godibile sull’angoscia coniugale ambientato in un luogo affascinante, seppur crepuscolare.

Un Woody Allen europeo, ma con il cuore sempre a New York

Rifkin's Festival

 
Quando Woody Allen sceglie di ambientare le sue opere in città che non sono New York, com’è accaduto con Midnight in Paris, Vicky Cristina Barcelona, To Rome With Love, sembra volerne (ri)costruire l’immaginario,  spingendo i suoi personaggi ad abitarle né come turisti né come cittadini, ma come una figura altra che si inserisce nel mezzo, che le vive come un soggetto filmico ulteriore da analizzare e assimilare. I personaggi alleniani non sono mai integri, né al centro di Manhattan né nelle periferie basche: come Harry Block di Harry a Pezzi, anche Mort Rifkin soffre di un blocco creativo, viaggia per mettersi in discussione e ricorre all’immaginazione e all’immaginario per riconciliarsi con le proprie idiosincrasie.

Rifkin’s Festival: una serie di domande che non attendono risposta

Rifkin's Festival
 
Allen ricalca e incarna ancora una volta tutta la sua poetica e torna a dare voce alle sue ossessioni, evocando e sostenendo il proprio amore per la Grande Mela, il suo amore per la psicanalisi, la musica jazz, la crisi affettiva e coniugale, ed esistenziale, gli ambienti intellettuali vacui e ostili, e il cinema, come sublimazione, antidoto e rifugio, come realismo magico, come mezzo per estraniarsi dalla realtà per poi approdarci nuovamente, come un essere alieno, estraneo, come un atto simbolico, come una domanda che non attende risposta. 
Valutazione
7/10

Verdetto

Un buffet ambulante di nevrosi, sul crinale tra un amore finito e un amore nuovo, un cinema passato e un cinema contemporaneo, tra la scrittura incespicata e il racconto del presente. Questo è Rifkin’s Festival. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.