Ritratto della giovane in fiamme Ritratto della giovane in fiamme

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Ritratto della giovane in fiamme: recensione del film di Céline Sciamma

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Ciò che rimane fuori da un quadro, in genere, è ciò che lo definisce. Osservando Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) si ha la sensazione, continuativa e sostanziale, che ci sia qualcosa che fugge al nostro sguardo, come un ectoplasma evanescente che circonda e abbraccia la storia. Una presenza-assenza che assume forme e colori sempre diversi: ora è opalescente, come un drappeggio, una marea, come un dolore, ora è cavernoso e plumbeo come un dovere, un fardello, come il patriarcato.

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una pittrice, riceve l’incarico di realizzare un ritratto di nozze. La figura che deve ritrarre è quella di Héloise (Adèle Haenel), figlia di una contessa (Valeria Golino), una figura elusiva, fuggevole, che rifiuta di farsi ritrarre su commissione poiché rifiuta il matrimonio a cui deve sottoporsi. Marianne allora si finge una dama di compagnia, per osservarla da vicino e studiarne i lineamenti per il suo dipinto, al quale ne seguiranno molti altri.

Ritratto della giovane in fiamme: una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui l’idea stessa dell’amore è dinamica, straniante, trasformativa. Le scene sono sostenute da composizioni cromatiche molto potenti e da scenari paesaggistici che ricordano le opere pittoriche di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico per eccellenza. I piani sequenza sono cornici pittoriche che osservano e contemplano, in maniera quasi maniacale, la natura sublime, tempestosa, incerta, frenetica, che si contrappone alla rigidità della dimora della contessa, geometrica, rigorosa, simmetrica.

La natura è il punto di arrivo di una rappresentazione interiore, tortuosa, inadeguata, scivolosa, che tenta di riflettersi nella realtà della vita della donna francese, perfetta, controllata, quasi inerte. Questo gioco di simmetrie e contrasti fa parte dell’equazione visiva di un film che racconta molto di più che una storia d’amore tra due persone, Marianne e Héloïse, ma che indugia anche nel tentativo di ritrarre una donna che si ritrae, che rifiuta – inizialmente – di lasciarsi raffigurare.

Céline Sciamma crea una storia prismatica che vive di rimandi, riflessi, che indugia sull’idea dell’arte pittorica, come espressione del reale, per poi rivendicare un nuovo modo di guardare al dipinto, immergendo le mani nella logica della ritrattistica, così fedele alla realtà ma al contempo così ostile. Un universo di visioni, di punti vista che sono in primo luogo quello della pittrice, Marianne, quello della giovane in fiamme, Héloïse, e ancora lo sguardo dell’arte, lo sguardo dell’uomo (anche se marginale) e lo sguardo dello spettatore che aiuta il film a compiersi, soprattutto nella scena finale.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime

Ritratto della giovane in fiamme

Questa pluralità visiva non è mai disordinata, deviante, austera o caustica, anzi, comanda quella sensazione che orbita attorno alla pellicola che ci sia sempre qualcosa che la sostiene, che la cinge, fin dall’inizio; come tanti occhi onnivori, famelici, insaziabili, che osservano la realtà e la restituiscono a noi in maniera inalterata, come uno schermo intatto, come una bobina nuova, una tela vergine pronta ad accogliere il lavoro dell’artista e ad essere trasformata in un’opera d’arte.

Il ritratto, quale “segno macchiato di realtà”, è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica, poiché non è solo un’espediente narrativo (ed emotivo) ma anche e sopratutto un modo per porre una riflessione autentica e sensata sull’idea del soggetto ritratto e del/la ritrattista e su come quest’idea, per molti secoli, si sia poggiata su un pregiudizio complice di una mentalità maschilista.

La riflessione che, fin dalle prime scene, ci mostra Céline Sciamma, è il rapporto che si svolge tra la musa e l’artista: l’idea della musa senza soggettività, inerte, bellissima e taciturna, che si lascia ritrarre senza mai proferire parola, viene ampiamente sostituita da una nuova consapevolezza, che vede la musa partecipe dell’arte e co-creatrice del ritratto che l’artista sta realizzando. Questo è ciò che accade tra Marianne e Héloïse: la rappresentazione non è passiva, lo sguardo dell’arte verso la sua ispirazione non è univoco, a senso unico, ma è un gioco di sguardi, è un fil rouge rimbalzante, frenetico e suggestivo che riesce a stimolare artista e musa/creatrice, dando vita ad un gioco creativo, ad un impulso erotico visibile che rende i suoi effetti di senso sulla tela.

Il ritratto è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica

Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme è connesso al desiderio erotico, generato dalla rappresentazione, dall’immagine reale che diventa interiore e mentale, che passa attraverso gli occhi. Gli occhi sono i primi oggetti che vengono ripresi durante la narrazione, oggetto che nell’innamoramento ha un rilievo semantico forte, se non determinante. Gli occhi sono l’esperienza fondamentale di un’artista, sono il mezzo, il veicolo della propria analisi artistica, l’osservazione è decisiva per il fine pittorico. Marianne inizialmente è costretta a osservare di sbieco la sua musa, a carpirne quanti più dettagli possibili, a fotografarne l’immagine e a lasciarla imprimere come un sigillo nella sua memoria. L’immagine che l’artista preleva dalla realtà e che riporta su tela attraversa un percorso interiore, in cui l’immagine reale diventa immagine mentale: senza quest’ultima non c’è amore.

Gli occhi sono centrali anche nella narrazione del mito di Orfeo ed Euridice che è intessuto nella storia: un musicista che attraversa il regno dei morti per salvare – non a caso – la sua musa ad una condizione, non può guardare Euridice in volto finché, insieme a lei, non giungerà sulla Terra. Come è ben noto, Orfeo, mentre è in cammino verso il mondo terreno, si volta a guardarla, destinandola all’oblio. Céline Sciamma inserisce questo mito e lo contrappone alla storia di Marianne e Héloïse riuscendo a trovargli una nuova cornice.

Orfeo è colui da cui dipende tutto, la sua arte, la sua musica, anche la vita di Euridice è nelle sue mani, anzi nei suoi occhi. Lo sguardo di Orfeo è uno sguardo che uccide, è uno sguardo decisivo, maschile, straniante. Orfeo si volta per sua decisione e Euridice è costretta a subirne le conseguenze, inerte, impassibile, senza soggettività, come accade nel rapporto tra artista e musa. Gli occhi nel mito sono distruttivi, mentre nel film sono connettivi.

L’artista preleva l’immagine dalla realtà e la riporta su tela attraverso un percorso interiore

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma, ancora una volta, esegue una riflessione (quasi un ribaltamento) analitica sul mito di Orfeo ed Euridice, addentrandosi nella questione dell’immobilità strutturale e nella spersonalizzazione di Euridice che subisce una negazione, che subisce la scelta di Orfeo di voltarsi senza poter partecipare e impugnare il suo destino. Nel film avviene una scena simile tra Marianne e Héloïse, ma in questo caso Héloïse, consapevole di non poter più vedere Marianne, la segue fino al ciglio della porta e le chiede di voltarsi. La musa ancora una volta è creatrice, ancora una volta è partecipe della scelta/rappresentazione, la sua immagine corrisponde ad una soggettività, non è bidimensionale, arrendevole o succube.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore che si poggia su una dimensione estetica e naturalistica, figura rappresentativa del disordine interiore, e su una dimensiona artistica e mitologica, esponente di una rilettura/riflessione meta-filmica. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio, ogni impalcatura maschilista e di consegnarci nuove consapevolezze sul desiderio, sulla creazione artistica, sull’ispirazione e sulla soggettività, un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice, autentica e sublime. Una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa.

Ritratto della giovane in fiamme arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da Lucky Red.

Overall
9/10

Verdetto

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui le scene e i piani sequenza sono sostenuti da composizioni cromatiche molto potenti. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio e di consegnarci nuove consapevolezze sulla creazione artistica e su un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice e autentica.

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Hit Man – Killer per caso: recensione del film di Richard Linklater

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Fra i grandi autori in attività, Richard Linklater è indubbiamente uno dei più poliedrici. Lo abbiamo infatti visto spaziare con disinvoltura fra il sentimentalismo della trilogia inaugurata da Prima dell’alba e le commedie scolastiche La vita è un sogno, School of Rock e Tutti vogliono qualcosa, giocare con il tempo e con i limiti del cinema stesso in Boyhood, elaborare i traumi bellici con Last Flag Flying e sperimentare con il rotoscopio nel dickiano A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare e nell’autobiografico Apollo 10 e mezzo. Non ci stupiamo dunque nel ritrovarlo oggi con Hit Man – Killer per caso, strepitoso ibrido fra commedia, love story, thriller e noir con protagonisti Glen Powell (accreditato anche come co-sceneggiatore) e Adria Arjona.

Hit Man nasce da una bizzarra storia vera pubblicata nel 2001 sul Texas Monthly con protagonista Gary Johnson, scomparso nel 2022 prima di poter vedere la sua vita narrata sul grande schermo. Gary è un impacciato e solitario professore di filosofia, appassionato di psicologia al punto da chiamare i suoi gatti Id ed Ego ma allo stesso tempo tecnico abbastanza abile da lavorare part-time come consulente per la polizia locale.

Una vita monotona e ordinaria, che viene improvvisamente stravolta quando Gary viene chiamato a sostituire un poliziotto sospeso per cattiva condotta e a fingersi un sicario, in modo da incastrare le persone disposte ad assoldare un killer. Sorprendentemente Gary se la cava molto bene e viene coinvolto in altre operazioni analoghe. Durante una di queste incontra Madison “Maddy” Masters, intenzionata a uccidere il marito. Folgorato dalla bellezza della donna, nei panni del sicario Ron, Gary riesce a dissuadere la donna, iniziando con lei un’appassionata e pericolosa storia d’amore.

Hit Man: il nuovo gioiello di Richard Linklater

Hit Man
Cr. Matt Lankes / Netflix

Richard Linklater si conferma cineasta leggero ma mai superficiale, dando vita a un’opera che flirta con la screwball comedy, si tinge di postmoderno (memorabile il montaggio sulla figura del sicario al cinema) e atterra nella nostra confusa e frammentata contemporaneità, ben rappresentata dal personaggio di Gary/Ron. Il regista lavora con estrema raffinatezza su questo personaggio, declinando nell’intreccio le tre istanze freudiane dell’Es, dell’Io e del Super-io, in maniera sorprendentemente semplice e limpida. Sono infatti le numerose scene che vedono Gary impegnato nella sua attività primaria di insegnante a fornire un’accessibile chiave di lettura per questa spassosa commedia. Il conflitto perpetuo fra questi tre elementi rivive nel protagonista, il cui Io si trova a fare da ideale mediatore fra il suo Super-io (la parte più coscienziosa e controllata di noi) e l’Es, al contrario irresistibilmente attratto dalla ricerca del piacere e nello specifico dalla conturbante Maddy.

Richard Linklater riesce però a evitare il rischio di eccessivo intellettualismo, grazie a una sceneggiatura impeccabile e a un cast in stato di grazia, da lui perfettamente diretto. Glen Powell si conferma una star in sempre più dirompente ascesa, confermando un eclettismo già messo in mostra nel trionfo dell’azione di Top Gun: Maverick e nella commedia romantica Tutti tranne te. In questo caso, l’attore si spoglia della sua prorompente fisicità, vestendo con efficacia prima i panni del geek timido e impacciato, poi quelli del poliziotto per caso che prova sempre più soddisfazione per delle messe in scena sempre più originali ed elaborate, ed infine quelli di un uomo completamente travolto dalla passione e dagli eventi.

Le formidabili prove di Glen Powell e Adria Arjona

Hit Man
Cr. Netflix

Le invidiabili abilità nella direzione degli attori da parte di Richard Linklater sono però ancora più evidenti nella prova di Adria Arjona, vincitrice due anni fa del Razzie Award come peggior attrice non protagonista nel colossale fiasco di Morbius ma trasformata in questo caso dal regista statunitense in una straordinaria femme fatale, in bilico fra l’acutezza e l’eccentricità della Hollywood classica e una sensualità tutta moderna, evidente soprattutto nella scena della Madison Airlines. Se Ethan Hawke beneficia ancora del ruolo da bello e tormentato cucito su misura per lui da Richard Linklater, non è azzardato immaginarsi una Adria Arjona sempre più al centro dell’industria cinematografica dei prossimi anni in ruoli in cui erotismo e umorismo devono andare a braccetto.

Completano il quadro eccellenti caratteristi come Retta e Austin Amelio, preziosi tasselli di un’opera che va al di là del mero stravolgimento della figura del sicario, intercettando lo smarrimento a cui ci induce la nostra contemporaneità. Proprio come Gary, siamo infatti troppo spesso sballottati fra i rigidi ruoli in cui la società ci imprigiona e le molteplici rappresentazioni che facciamo di noi stessi, al punto da smarrire la nostra più intima essenza e farci sopraffare da ogni piccolo squarcio di sincerità e realtà. Un sentimento colto e tratteggiato con lucidità da un regista che fin dai suoi esordi ha lavorato come pochi nelle anguste intercapedini fra la verità e il cinema, regalandoci un formidabile mosaico sull’esperienza umana, a cui si aggiunge Hit Man.

Hit Man: il manifesto artistico di un gigante

Cr. Brian Roedel/Netflix

«So di avervi tempestato di idee, ma è questo lo scopo, no? Venire sommersi, travolti da
prospettive e possibilità, perché è questo che la vita vi offre se scegliete di guardarla così. Io non l’ho sempre fatto. Un tempo credevo che la realtà fosse oggettiva, immutabile, e che noi fossimo incastrati, alla maniera di Platone, Cartesio e Kant. Con gli anni, ho capito che la verità nasce dall’integrazione di diversi punti di vista e che non esistono assoluti, che si parli di morale o epistemologia. Trovo un modo più stimolante affrontare la vita con l’idea che, se l’universo non è fisso, non lo siete neanche voi, e dunque potete diventare persone diverse e, si spera, migliori
.

L’unica cosa che so per certo è che la vostra realtà cambierà, nel tempo, in modi che non potete immaginare, e vi esorto a essere aperti alla trasformazione. Dunque, al termine del semestre, se ho un consiglio da darvi per andare avanti in questo mondo complicato è questo: appropriatevi dell’identità che volete assumere e, qualunque persona vogliate diventare, siate quella persona con passione e abbandono».

Parole che Gary rivolge ai suoi studenti per ispirarli in una scena chiave di Hit Man, ma al contempo manifesto artistico e culturale di un gigante del cinema, di cui oggi abbiamo più bisogno che mai.

Hit Man – Killer per caso è in arrivo nelle sale italiane il 27 giugno grazie a BiM Distribuzione, con anteprime in tutto il suolo nazionale già a partire dal 25 giugno.

Dove vedere Hit Man – Killer per caso in streaming

Overall
8.5/10
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Inside Out 2: recensione del film Pixar

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Inside Out 2

Sono passati 9 anni da Inside Out, spartiacque della storia del Pixar e del cinema d’animazione contemporaneo. Un lasso di tempo che in un panorama dell’audiovisivo completamente stravolto dallo streaming e dal covid ci sembra un’era geologica, ma che non è comunque riuscito a scalfire il dolce ricordo delle avventure della piccola Riley e delle sue bizzarre emozioni, scandagliate da Pete Docter e Ronnie del Carmen in un entusiasmante e commovente viaggio. Viaggio ancora lontano dalla conclusione, dal momento che la crescita di Riley continua con Inside Out 2, in cui la piccola protagonista è alle prese con la pubertà e con nuove emozioni come Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Alla regia stavolta c’è Kelsey Mann (già coinvolto nel soggetto de Il viaggio di Arlo), ma le dinamiche non cambiano. Dopo il trasloco e la nostalgia di casa del primo struggente capitolo, Riley è in procinto di andare alle scuole superiori, ma prima ha la possibilità di partecipare insieme a due fidate amiche a un prestigioso campus estivo di hockey, potenzialmente decisivo per il suo futuro sportivo. Nel frattempo, il suo corpo cambia insieme al suo carattere, a causa dei tanti sentimenti contrastanti che accompagnano un delicato momento di passaggio. All’interno della sua mente, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto devono quindi convivere con le nuove emozioni e in particolare con Ansia, maniaca del controllo che, nonostante le sue buone intenzioni, provoca diversi guai a Riley.

Inside Out 2: un nuovo dolceamaro viaggio nelle emozioni e nei piccoli grandi traumi della vita

Inside Out 2

Come già avvenuto nel memorabile predecessore, l’intreccio di Inside Out 2 è incentrato sull’allontanamento fisico e metaforico di Gioia dal centro di controllo della mente di Riley. Ne segue così un rocambolesco viaggio fra ricordi dimenticati e sentimenti repressi, passando per una delle più brillanti intuizioni di questo capitolo, il fiume del flusso di coscienza dove ritroviamo gli immancabili broccoli. Tutto questo mentre la vita di Riley è in balia di sentimenti potenzialmente nocivi come l’ansia, l’invidia sociale, la noia adolescenziale e l’imbarazzo. La protagonista (doppiata in italiano da Sara Ciocca) si trova così a scoprire una nuova se stessa, fra sbalzi umorali, ambizioni sportive e sociali e gli scricchiolanti rapporti con genitori e amiche.

Kelsey Mann replica la formula di Inside Out, trasformando in spassoso, entusiasmante e dolceamaro viaggio ciò che nel mondo reale è un evento comune. In questo caso, il crocevia delle emozioni e della vicenda è un campus di una manciata di giorni, che per Riley non è solo l’occasione per fare strada nel suo sport preferito, ma anche un’opportunità per coltivare nuove amicizie. Il disordine nella sua mente la porta però a sabotarsi ripetutamente sotto diversi punti di vista, dal momento che Ansia (doppiata in italiano dalla bravissima Pilar Fogliati) è troppo preoccupata dai possibili risvolti di ogni singola decisione per lasciare spazio alla naturalezza e alla serenità.

Inside Out 2 ci invita ad abbracciare la nostra complessità

Inside Out 2

La Pixar sfrutta ancora una volta uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero la creazione di un mondo che brulica ai margini del nostro, completandolo o salvaguardandolo (ricordiamo a questo proposito Toy Story, Coco e Soul). Su questo scheletro si innesta un racconto caratterizzato da molteplici livelli di lettura, che funziona sia per un pubblico di giovanissimi, coccolato dalle stramberie delle emozioni e dal variopinto mondo della mente di Riley, sia per gli adulti, in grado di unire all’indietro i puntini delle loro vite, cogliendo così la potenza simbolica dei piccoli grandi drammi della protagonista. Anche stavolta non mancano le invenzioni visive (gli inserti 2D, l’apparizione di un imbranato personaggio videoludico), ma la caratterizzazione dei personaggi non è sempre efficace.

A fare le spese dell’aumento dei personaggi sono soprattutto Tristezza, Invidia, Ennui e i genitori di Riley, troppo spesso ai margini della narrazione. A catalizzare l’attenzione è così inevitabilmente la grintosa e inaffondabile Gioia, protagonista per lunghi tratti di una lotta a distanza con Ansia, involontaria villain della situazione. Mentre Inside Out 2 flirta col cinema sportivo, affiora la morale del lavoro di Kelsey Mann, meno dirompente di quella del predecessore ma comunque capace di commuovere e fare riflettere. Il primo straordinario capitolo aveva il merito di ricordarci che a volte abbandonarsi alla tristezza ci può avvicinare alla gioia; Inside Out 2 ci invita invece ad abbracciare la nostra complessità, senza rinnegare le nostre asperità ma imparando a convivere con le moltitudini che abitano dentro di noi.

Verso un terzo capitolo?

L’opera di Kelsey Mann sconta quindi l’inevitabile confronto con l’inarrivabile Inside Out, ma riesce a estendere questo pittoresco universo e a mettere in scena un momento fondamentale per la vita di tutte le persone, in un riuscito mix di divertimento e mestizia. Pesa l’assenza di picchi emotivi del calibro del sacrificio di Bing Bong o del crollo di Riley nel finale del primo capitolo (in questo senso il personaggio di Nostalgia è poco sfruttato), ma il bicchiere è ancora una volta mezzo pieno, anche per il notevole lavoro di world building. Con il box office mondiale che ha già superato i 300 milioni di dollari di incasso dopo pochi giorni di programmazione, è infatti più che probabile il prossimo arrivo di un Inside Out 3, con cui esplorare nuovamente i paradossi e le suggestioni delle nostre emozioni durante le varie fasi della vita.

Inside Out 2 è disponibile dal 19 giugno nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Inside Out 2 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7.5/10

Valutazione

Inside Out 2 paga l’inevitabile confronto con il primo straordinario capitolo, ma riesce a dare vita a una nuova spassosa ed emozionante riflessione sulla nostra mente.

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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Overall
7.5/10

Valutazione

I primi episodi della seconda stagione di House of the Dragon confermano le buone impressioni del precedente ciclo, dando vita a un racconto in cui la lotta per il potere si intreccia con atmosfere sempre più cupe e sinistre.

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