Ritratto della giovane in fiamme Ritratto della giovane in fiamme

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Ritratto della giovane in fiamme: recensione del film di Céline Sciamma

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Ciò che rimane fuori da un quadro, in genere, è ciò che lo definisce. Osservando Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) si ha la sensazione, continuativa e sostanziale, che ci sia qualcosa che fugge al nostro sguardo, come un ectoplasma evanescente che circonda e abbraccia la storia. Una presenza-assenza che assume forme e colori sempre diversi: ora è opalescente, come un drappeggio, una marea, come un dolore, ora è cavernoso e plumbeo come un dovere, un fardello, come il patriarcato.

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una pittrice, riceve l’incarico di realizzare un ritratto di nozze. La figura che deve ritrarre è quella di Héloise (Adèle Haenel), figlia di una contessa (Valeria Golino), una figura elusiva, fuggevole, che rifiuta di farsi ritrarre su commissione poiché rifiuta il matrimonio a cui deve sottoporsi. Marianne allora si finge una dama di compagnia, per osservarla da vicino e studiarne i lineamenti per il suo dipinto, al quale ne seguiranno molti altri.

Ritratto della giovane in fiamme: una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui l’idea stessa dell’amore è dinamica, straniante, trasformativa. Le scene sono sostenute da composizioni cromatiche molto potenti e da scenari paesaggistici che ricordano le opere pittoriche di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico per eccellenza. I piani sequenza sono cornici pittoriche che osservano e contemplano, in maniera quasi maniacale, la natura sublime, tempestosa, incerta, frenetica, che si contrappone alla rigidità della dimora della contessa, geometrica, rigorosa, simmetrica.

La natura è il punto di arrivo di una rappresentazione interiore, tortuosa, inadeguata, scivolosa, che tenta di riflettersi nella realtà della vita della donna francese, perfetta, controllata, quasi inerte. Questo gioco di simmetrie e contrasti fa parte dell’equazione visiva di un film che racconta molto di più che una storia d’amore tra due persone, Marianne e Héloïse, ma che indugia anche nel tentativo di ritrarre una donna che si ritrae, che rifiuta – inizialmente – di lasciarsi raffigurare.

Céline Sciamma crea una storia prismatica che vive di rimandi, riflessi, che indugia sull’idea dell’arte pittorica, come espressione del reale, per poi rivendicare un nuovo modo di guardare al dipinto, immergendo le mani nella logica della ritrattistica, così fedele alla realtà ma al contempo così ostile. Un universo di visioni, di punti vista che sono in primo luogo quello della pittrice, Marianne, quello della giovane in fiamme, Héloïse, e ancora lo sguardo dell’arte, lo sguardo dell’uomo (anche se marginale) e lo sguardo dello spettatore che aiuta il film a compiersi, soprattutto nella scena finale.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime

Ritratto della giovane in fiamme

Questa pluralità visiva non è mai disordinata, deviante, austera o caustica, anzi, comanda quella sensazione che orbita attorno alla pellicola che ci sia sempre qualcosa che la sostiene, che la cinge, fin dall’inizio; come tanti occhi onnivori, famelici, insaziabili, che osservano la realtà e la restituiscono a noi in maniera inalterata, come uno schermo intatto, come una bobina nuova, una tela vergine pronta ad accogliere il lavoro dell’artista e ad essere trasformata in un’opera d’arte.

Il ritratto, quale “segno macchiato di realtà”, è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica, poiché non è solo un’espediente narrativo (ed emotivo) ma anche e sopratutto un modo per porre una riflessione autentica e sensata sull’idea del soggetto ritratto e del/la ritrattista e su come quest’idea, per molti secoli, si sia poggiata su un pregiudizio complice di una mentalità maschilista.

La riflessione che, fin dalle prime scene, ci mostra Céline Sciamma, è il rapporto che si svolge tra la musa e l’artista: l’idea della musa senza soggettività, inerte, bellissima e taciturna, che si lascia ritrarre senza mai proferire parola, viene ampiamente sostituita da una nuova consapevolezza, che vede la musa partecipe dell’arte e co-creatrice del ritratto che l’artista sta realizzando. Questo è ciò che accade tra Marianne e Héloïse: la rappresentazione non è passiva, lo sguardo dell’arte verso la sua ispirazione non è univoco, a senso unico, ma è un gioco di sguardi, è un fil rouge rimbalzante, frenetico e suggestivo che riesce a stimolare artista e musa/creatrice, dando vita ad un gioco creativo, ad un impulso erotico visibile che rende i suoi effetti di senso sulla tela.

Il ritratto è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica

Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme è connesso al desiderio erotico, generato dalla rappresentazione, dall’immagine reale che diventa interiore e mentale, che passa attraverso gli occhi. Gli occhi sono i primi oggetti che vengono ripresi durante la narrazione, oggetto che nell’innamoramento ha un rilievo semantico forte, se non determinante. Gli occhi sono l’esperienza fondamentale di un’artista, sono il mezzo, il veicolo della propria analisi artistica, l’osservazione è decisiva per il fine pittorico. Marianne inizialmente è costretta a osservare di sbieco la sua musa, a carpirne quanti più dettagli possibili, a fotografarne l’immagine e a lasciarla imprimere come un sigillo nella sua memoria. L’immagine che l’artista preleva dalla realtà e che riporta su tela attraversa un percorso interiore, in cui l’immagine reale diventa immagine mentale: senza quest’ultima non c’è amore.

Gli occhi sono centrali anche nella narrazione del mito di Orfeo ed Euridice che è intessuto nella storia: un musicista che attraversa il regno dei morti per salvare – non a caso – la sua musa ad una condizione, non può guardare Euridice in volto finché, insieme a lei, non giungerà sulla Terra. Come è ben noto, Orfeo, mentre è in cammino verso il mondo terreno, si volta a guardarla, destinandola all’oblio. Céline Sciamma inserisce questo mito e lo contrappone alla storia di Marianne e Héloïse riuscendo a trovargli una nuova cornice.

Orfeo è colui da cui dipende tutto, la sua arte, la sua musica, anche la vita di Euridice è nelle sue mani, anzi nei suoi occhi. Lo sguardo di Orfeo è uno sguardo che uccide, è uno sguardo decisivo, maschile, straniante. Orfeo si volta per sua decisione e Euridice è costretta a subirne le conseguenze, inerte, impassibile, senza soggettività, come accade nel rapporto tra artista e musa. Gli occhi nel mito sono distruttivi, mentre nel film sono connettivi.

L’artista preleva l’immagine dalla realtà e la riporta su tela attraverso un percorso interiore

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma, ancora una volta, esegue una riflessione (quasi un ribaltamento) analitica sul mito di Orfeo ed Euridice, addentrandosi nella questione dell’immobilità strutturale e nella spersonalizzazione di Euridice che subisce una negazione, che subisce la scelta di Orfeo di voltarsi senza poter partecipare e impugnare il suo destino. Nel film avviene una scena simile tra Marianne e Héloïse, ma in questo caso Héloïse, consapevole di non poter più vedere Marianne, la segue fino al ciglio della porta e le chiede di voltarsi. La musa ancora una volta è creatrice, ancora una volta è partecipe della scelta/rappresentazione, la sua immagine corrisponde ad una soggettività, non è bidimensionale, arrendevole o succube.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore che si poggia su una dimensione estetica e naturalistica, figura rappresentativa del disordine interiore, e su una dimensiona artistica e mitologica, esponente di una rilettura/riflessione meta-filmica. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio, ogni impalcatura maschilista e di consegnarci nuove consapevolezze sul desiderio, sulla creazione artistica, sull’ispirazione e sulla soggettività, un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice, autentica e sublime. Una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa.

Ritratto della giovane in fiamme arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da Lucky Red.

Overall
9/10

Verdetto

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui le scene e i piani sequenza sono sostenuti da composizioni cromatiche molto potenti. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio e di consegnarci nuove consapevolezze sulla creazione artistica e su un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice e autentica.

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La sala professori: recensione del film di İlker Çatak

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La sala professori

Una scuola come allegoria di una società frammentata, un furto come miccia da cui deflagrano tensioni, pregiudizi e malcelato razzismo, una giovane professoressa come emblema di un progressismo impotente, che pur con le migliori intenzioni finisce per soffiare involontariamente sul fuoco della rabbia e della frustrazione. Sono questi i pilastri su cui si basa La sala professori, opera di İlker Çatak che ha ottenuto una sorprendente nomination all’Oscar 2024 per il miglior film internazionale, prevalendo su Foglie al vento di Aki Kaurismäki e diversi altri successi di critica e pubblico dell’ultima annata.

Un’opera di grande impatto emotivo, che ragiona su una verità impossibile da determinare con certezza e sui conseguenti divergenti punti di vista, in maniera analoga a quanto visto recentemente in Anatomia di una caduta. A differenza di Justine Triet, İlker Çatak si sofferma sul lato politico e sociale della vicenda, dando vita a una sconfortante rappresentazione di una scuola pubblica non al passo coi tempi, arroccata su anacronistici e coercitivi metodi di valutazione e gestione, sempre più vicina alla dimensione di sfogatoio per i malesseri e le preoccupazioni degli studenti e delle loro famiglie.

La sala professori: la scuola come allegoria di una società disgregata

La sala professori

Un istituto scolastico tedesco è in subbuglio per via di una serie di piccoli furti, che portano dirigenti e personale a cercare il colpevole fra gli studenti, creando un clima di serpeggiante sospetto. Nel tentativo di fare luce sulla vicenda, la giovane e idealista insegnante Carla Nowak (Leonie Benesch) lascia in bella vista il suo portafoglio, lasciando contemporaneamente accesa la webcam del suo computer portatile con l’intento di cogliere in flagrante il ladro. Il tentativo di Carla va a buon fine, ma la sua azione porta solamente a una verità parziale; il suo ambiguo metodo di indagine inoltre non fa che inasprire ulteriormente gli animi, precipitando nel caso la scuola e in particolare la sua classe.

In sede promozionale, İlker Çatak ha più volte dichiarato di essersi ispirato a Diamanti grezzi dei fratelli Josh e Benny Safdie. Ne La sala professori ritroviamo effettivamente lo stesso nervosismo registico del film con protagonista Adam Sandler, nonché un movimento continuo della macchina da presa fra i corridori della scuola, che genera una crescente tensione e una sempre più forte sensazione di disagio. Fra i tanti notevoli prodotti del florido filone del cinema scolastico che potrebbero aver influenzato il regista tedesco, vale inoltre la pena citare Class Enemy, film del 2013 dello sloveno Rok Biček che condivide con La sala professori l’ambientazione in una classe di un vero e proprio scontro sociale e generazionale, pur con toni ancora più cupi e drammatici.

I piani di lettura de La sala professori

La sala professori

Il lavoro di İlker Çatak presenta (almeno) due piani di lettura: da una parte c’è la mera ricerca del colpevole dei furti e il conseguente conflittuale rapporto della protagonista con la famiglia sospettata, non del tutto a fuoco in termini di atmosfere e scrittura e concluso con un epilogo più inconcludente che spiazzante; dall’altra c’è la critica a una società in bilico fra autoritarismo e progressismo, di cui le varie fazioni scolastiche diventano lucida rappresentazione. Questo secondo livello de La sala professori è ben più convincente del primo, soprattutto se letto dal punto di vista della protagonista.

Nella freddezza e nella superficialità dell’istituto, Carla emerge per la sua umanità e per la coerenza con cui cerca di fare sempre prevalere il dialogo sulla coercizione. La vediamo iniziare ogni lezione con una sorta di piccolo rituale all’insegna della pacifica convivenza, riprendere i suoi alunni con fermezza ma senza umiliarli, chiudere entrambi gli occhi su comportamenti offensivi e pericolosi e cercare di risolvere il caso della scuola con discrezione, in modo da non compromettere la coesione e il rispetto reciproco.

I suoi lodevoli propositi non fanno però altro che peggiorare ulteriormente la situazione: il corpo docente la critica per la sua registrazione abusiva, i genitori approfittano della confusione per togliersi qualche sassolino della scarpa e gli studenti si ribellano alla sua autorità, arrivando addirittura a distorcere il contenuto di un’innocua intervista da lei concessa al giornalino della scuola per metterla in cattiva luce.

L’amara rappresentazione dell’impotenza delle buone intenzioni

Con una formidabile prova di sottrazione e compressione emotiva, l’ottima Leonie Benesch tratteggia un personaggio sempre sul punto di esplodere, ma disperatamente aggrappato alla civiltà e al suo idealismo, anche a costo di sopportare insulti e violenza. Una purezza che la porta comunque a commettere errori e a finire in mezzo al fuoco incrociato di insegnanti, studenti e familiari, arroccati rispettivamente nel loro consiglio di classe, nel giornalino scolastico (che emblematicamente cede allo stesso sensazionalismo della stampa mainstream) e nei mortiferi gruppi WhatsApp, tutti accomunati dal desiderio di tirare l’acqua al proprio mulino e dall’incapacità di cogliere la causa principale di tutti i mali, ovvero la sempre più profonda disgregazione sociale.

Nonostante le forzature al centro di alcuni passaggi narrativi, la contraddittoria caratterizzazione di alcuni personaggi e il precipitoso finale, La sala professori si rivela un film perfettamente coerente con un presente fatto di disagi e contrasti. Un presente ben rappresentato dalla metafora alla base della scena in palestra, in cui il poetico tentativo di prendersi per mano aiutandosi a vicenda finisce si conclude con una sgraziata e distruttiva rissa.

La sala professori è disponibile nei cinema italiani dal 29 febbraio, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Pur con qualche leggerezza dal punto di vista della scrittura e della coerenza interna, La sala professori si rivela un’opera lucida e amara, capace di tratteggiare la sempre più profonda disgregazione sociale all’interno della culla della collettività del futuro.

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Netflix

Spaceman: recensione del film Netflix con Adam Sandler

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Spaceman

È almeno da Reign Over Me (2007) che Adam Sandler ha dimostrato le sue notevoli doti da attore drammatico, ma è grazie a Netflix che si sta costruendo una vera e propria seconda carriera, dopo molti anni dedicati alla commedia demenziale (peraltro con ottimi risultati). Dopo Diamanti grezzi e Hustle, lo ritroviamo infatti protagonista di Spaceman, nuovo film di fantascienza della piattaforma basato sul romanzo di Jaroslav Kalfar Il cosmonauta. Un’opera dalla produzione controversa (le riprese principali sono terminate nel 2021 e la distribuzione ha subito numerosi ritardi, anche a causa del freddo riscontro alle proiezioni di prova) diretta da Johan Renck (già dietro alla macchina da presa per gli ultimi due videoclip di David Bowie e per l’acclamata miniserie Chernobyl), che si inserisce nel filone della fantascienza filosofica con risultati non del tutto convincenti.

Al centro della vicenda c’è l’astronauta ceco Jakub Procházka (Adam Sandler), impegnato da 6 mesi in un viaggio solitario ai limiti della galassia per indagare sulle origini di una misteriosa nebulosa violacea. Per affrontare questa impresa, Jakub non ha esitato a lasciare sola la moglie Lenka (Carey Mulligan), alle prese con una difficile gravidanza. Il protagonista intuisce che qualcosa non va nel suo matrimonio, cosa che affligge ulteriormente la sua psiche già fiaccata da mesi di isolamento forzato. All’apice del suo tormento interiore, Jakub scopre a bordo della sua astronave una bizzarra creatura aliena dalle sembianze simili a quelle di un ragno, da lui ribattezzata Hanuš.

Con grande sorpresa dell’uomo, la creatura parla la sua lingua (la voce in originale è di Paul Dano) e non ha intenzioni minacciose. Nasce così un profondo dialogo fra i due, che permette a Jakub di scavare fra i traumi del suo passato e lo porta riconsiderare le sue priorità.

Spaceman: nello spazio profondo alla ricerca del senso della vita

Spaceman
Courtesy of Netflix

Spaceman è indubbiamente frutto del disagio collettivo degli ultimi anni e in particolare della pandemia, che ha costretto molte persone a una lunga astensione dalla socialità e a un altrettanto prolungata analisi interiore. Non è un caso che durante il racconto ci si riferisca più volte a persone che corrono il rischio di “pensare troppo”. Allo stesso tempo, Johan Renck esalta la componente più esistenzialista de Il cosmonauta, soffermandosi sulla necessità di dare più spazio agli aspetti più importanti della vita, anche a costo di sacrificare qualcosa dal punto di vista dell’affermazione lavorativa. Lo fa attraverso flashback e visioni oniriche non sempre a fuoco e soprattutto attraverso il dialogo fra il protagonista e Hanuš, personaggio in bilico fra gli incubi kafkiani e il Grillo Parlante di Pinocchio.

Peccato che il regista diluisca questa ottima intuizione in una narrazione ridondante e decisamente caotica, con continui salti fra diversi piani di realtà e temporali volti a sottolineare aspetti già abbastanza chiari. Adam Sandler fa del suo meglio per tratteggiare la personalità alienata e chiusa in se stessa di Jakub, affiancato dalla solita formidabile Carey Mulligan, perfetto controcampo emotivo del protagonista. Ciononostante, Spaceman si allontana continuamente dal cuore della storia (proprio come fa il protagonista nella sua vita), dedicando tempo e spazio a riflessioni soltanto abbozzate sulla potenziale tossicità delle figura paterne e sulla difficile equilibrio insito in ogni relazione sentimentale. Traballante anche la caratterizzazione della Repubblica Ceca, in bilico fra l’era comunista e una modernità che affiora solo a tratti.

Un’opera non del tutto riuscita

Spaceman
Courtesy of Netflix

Spaceman ruota ripetutamente intorno alle seconde possibilità e all’influenza dei traumi del passato su ciò che siamo e saremo, lavorando sul contrato fra gli spazi angusti in cui vive Jakub e gli ampi scenari naturali che contraddistinguono invece i suoi ricordi e le sue visioni. A restare maggiormente impresso è però proprio Hanuš, che da alieno si dimostra più umano di buona parte dei protagonisti, conquistando per l’eleganza e la pacatezza della sua parlata e diventando di fatto il vero motore del cambiamento interiore del protagonista.

Dopo qualche tentennamento di troppo, Johan Renck trova la strada giusta solo nel climax emotivo conclusivo, in cui vengono messi da parte i personaggi di Kunal Nayyar (Raj Koothrappali di The Big Bang Theory), Lena Olin e Isabella Rossellini per concentrarsi sulle contraddizioni di Jakub, sul suo desiderio di fuggire ai confini del mondo per evitare la quotidianità e sulle sue paure di essere pessimo padre dopo essere stato pessimo figlio. Ed è in questa fragile umanità e nel rapporto sempre più stretto fra Jakub e Hanuš che Spaceman trova la propria ragion d’essere. Non è sufficiente per candidarsi a essere il Solaris dei giorni nostri, ma basta per ribadire la capacità della fantascienza di intercettare i mutamenti e le paure della società, anche in opere non del tutto riuscite come questa.

Spaceman è disponibile su Netflix dall’1 marzo.

Courtesy of Netflix

Overall
6/10

Valutazione

Johan Renck mette in scena un film di fantascienza filosofica ambizioso ma non del tutto riuscito, che si mantiene a galla soprattutto grazie alla performance di Adam Sandler e alla prova vocale di Paul Dano nei panni di un ragno tanto sinistro quanto profondo.

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Estranei: recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

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Estranei

Adam è uno sceneggiatore in crisi professionale ed esistenziale, bloccato su un “Esterno, villetta di periferia, 1987” che non è solo incipit e ambientazione della sua nuova opera, ma anche un momento cruciale della sua vita, stravolta dalla morte in un incidente stradale dei genitori, quando aveva solo 11 anni. Adam vive in un palazzo londinese di nuova costruzione, in buona parte ancora disabitato; una sera bussa alla porta di casa sua il giovane vicino Harry per invitarlo a trascorrere la serata insieme, ma lui gli chiude la porta in faccia. Per superare il suo blocco dello scrittore, Adam si reca quindi nella sua casa di infanzia, dove sorprendentemente trova i genitori identici all’ultima volta in cui li aveva visti. Inizia così Estranei, struggente storia di solitudine, rapporti spezzati e fantasmi fisici e metaforici.

Basandosi sull’omonimo romanzo di Taichi Yamada (pubblicato proprio nel 1987), Andrew Haigh torna sul grande schermo con il suo lavoro più riuscito e travolgente, che convoglia i temi centrali della sua filmografia in una commovente miscela di dramma esistenziale e familiare, ghost story e dramma sentimentale queer. Una storia sospesa nel tempo, grazie alla nostalgica scelta della pellicola da 35 mm (base perfetta per l’avvolgente fotografia di Jamie D. Ramsay) e a una colonna sonora fatta di brani immortali come The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood (vero e proprio filo conduttore del racconto), impreziosita dalla memorabile prova del protagonista Andrew Scott e da quelle altrettanto convincenti di Paul Mescal, Jamie Bell e Claire Foy, tutti coinvolti nella malinconica parabola di Adam.

Estranei: il commovente e nostalgico melodramma fantastico di Andrew Haigh

Courtesy of Searchlight Pictures

Come in Weekend siamo davanti a un incontro fra due uomini in grado di cambiare la vita di entrambi e analogamente a quanto visto in 45 anni c’è l’idea di un amore in grado di superare le barriere del tempo, influenzando un’esistenza in modi inaspettati. Come in Charley Thompson (ultimo sottovalutato film di Andrew Haigh prima di un allontanamento dal grande schermo durato ben 6 anni) il protagonista è un orfano, costretto dal lutto a crescere prima del tempo e a dover contare solo su se stesso. Estranei è però quanto di più lontano da una rimasticatura di lavori precedenti. Il regista britannico firma infatti una delle opere più vibranti degli ultimi anni, in cui l’elemento fantastico e gli spunti queer convergono in un racconto stratificato, denso di temi e contenuti.

Estranei è prima di tutto una dolorosa storia di solitudine, che affligge Adam a più livelli. Il protagonista è infatti un uomo profondamente solo, come tanti vittima del paradosso che trasforma una metropoli affollata di persone in un grande isolamento collettivo. Ma allo stesso tempo la solitudine di Adam è figlia della sua sessualità (ancora difficile da comprendere per molti, come dimostrano i dialoghi con i suoi genitori), della sua professione (uno scrittore deve per forza isolarsi dal suo mondo per generarne altri) e inevitabilmente del tragico e prematuro distacco dalla madre e dal padre, che ha condizionato la sua esistenza in modi che non scopriamo mai del tutto, con esiti però lampanti sulla personalità del protagonista di Estranei.

Traumi e solitudine

Estranei
Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è però anche una metafora sulla creazione artistica, esplicitata dalle parole scritte a schermo da Adam e impreziosita da numerosi dettagli, come il mastodontico e semivuoto palazzo in cui abita (simbolo di un mondo ancora da scrivere) o il toccante finale, in cui la triste realtà riecheggia nella fantasia e nell’analisi di se stessi, in un crescendo di emozione davanti a cui è difficile trattenere le lacrime. Una narrazione arricchita da Andrew Haigh, che mette in scena continue apparizioni e dissoluzioni, sfumature e giochi di luce, giocando con la componente più misteriosa di Estranei ma guardando sempre oltre, al di là del genere o del singolo evento.

Fra i vari lati del prisma costruito da Andrew Haigh emerge progressivamente quello che racchiude tutti gli altri, ovvero l’idea di poter imbastire un dialogo con chi non c’è più, comprendendo e facendosi comprendere con una prospettiva e una consapevolezza impossibili nella realtà. Una dinamica ben rodata all’interno della narrativa fantastica, che però Andrew Haigh sfrutta in maniera intima e del tutto personale, con una delicatezza encomiabile. Estranei diventa anche una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, con il comune elemento della scomparsa dei genitori di un’artista durante l’adolescenza che diventa un punto di partenza per due riflessioni divergenti ma altrettanto potenti. Al lacerante realismo del film di Paolo Sorrentino Andrew Haigh contrappone un dolce onirismo, fatto di ascolto dell’altro e di se stessi.

Estranei: il grande ritorno di Andrew Haigh

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Un albero di Natale costruito di nuovo insieme, trascendendo l’età e il tempo, diventa così l’occasione per ricostruire il calore familiare che la vita ha strappato via, mentre i dialoghi sulla comunità queer e sulla consapevolezza odierna a proposito dell’omosessualità sono un’occasione per perdonare chi non ha gli strumenti culturali e sociali per comprendere, ma può comunque accettarci e abbracciarci grazie alla forza dell’amore. Una conversazione fra presente e passato, fra chi siamo e chi eravamo, da cui ripartire per affrontare l’esistenza con serenità e maggiore consapevolezza.

In mezzo a lutti e fantasmi, passioni e traumi, sogni e risvegli, Andrew Haigh trova la chiave per parlare al cuore dello spettatore senza mai trascurare la forma, in un inno ai legami familiari e sentimentali che paradossalmente germoglia proprio dalle macerie di un’esistenza segnata dall’isolamento e dal distacco. La conferma di uno dei pochi autori dallo stile unico e inconfondibile nel panorama contemporaneo, che è un piacere ritrovare dopo una lunga assenza e ci auguriamo sia qui per restare.

Estranei
Photo Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito da Disney Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

A 6 anni di distanza da Charley Thompson, Andrew Haigh torna al grande schermo con un dramma esistenziale di travolgente bellezza, in bilico fra fantasia e realtà ma intriso di umanità.

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