Ritratto della giovane in fiamme: recensione del film di Céline Sciamma

Ritratto della giovane in fiamme: recensione del film di Céline Sciamma

Ciò che rimane fuori da un quadro, in genere, è ciò che lo definisce. Osservando Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) si ha la sensazione, continuativa e sostanziale, che ci sia qualcosa che fugge al nostro sguardo, come un ectoplasma evanescente che circonda e abbraccia la storia. Una presenza-assenza che assume forme e colori sempre diversi: ora è opalescente, come un drappeggio, una marea, come un dolore, ora è cavernoso e plumbeo come un dovere, un fardello, come il patriarcato.

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una pittrice, riceve l’incarico di realizzare un ritratto di nozze. La figura che deve ritrarre è quella di Héloise (Adèle Haenel), figlia di una contessa (Valeria Golino), una figura elusiva, fuggevole, che rifiuta di farsi ritrarre su commissione poiché rifiuta il matrimonio a cui deve sottoporsi. Marianne allora si finge una dama di compagnia, per osservarla da vicino e studiarne i lineamenti per il suo dipinto, al quale ne seguiranno molti altri.

Ritratto della giovane in fiamme: una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui l’idea stessa dell’amore è dinamica, straniante, trasformativa. Le scene sono sostenute da composizioni cromatiche molto potenti e da scenari paesaggistici che ricordano le opere pittoriche di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico per eccellenza. I piani sequenza sono cornici pittoriche che osservano e contemplano, in maniera quasi maniacale, la natura sublime, tempestosa, incerta, frenetica, che si contrappone alla rigidità della dimora della contessa, geometrica, rigorosa, simmetrica.

La natura è il punto di arrivo di una rappresentazione interiore, tortuosa, inadeguata, scivolosa, che tenta di riflettersi nella realtà della vita della donna francese, perfetta, controllata, quasi inerte. Questo gioco di simmetrie e contrasti fa parte dell’equazione visiva di un film che racconta molto di più che una storia d’amore tra due persone, Marianne e Héloïse, ma che indugia anche nel tentativo di ritrarre una donna che si ritrae, che rifiuta – inizialmente – di lasciarsi raffigurare.

Céline Sciamma crea una storia prismatica che vive di rimandi, riflessi, che indugia sull’idea dell’arte pittorica, come espressione del reale, per poi rivendicare un nuovo modo di guardare al dipinto, immergendo le mani nella logica della ritrattistica, così fedele alla realtà ma al contempo così ostile. Un universo di visioni, di punti vista che sono in primo luogo quello della pittrice, Marianne, quello della giovane in fiamme, Héloïse, e ancora lo sguardo dell’arte, lo sguardo dell’uomo (anche se marginale) e lo sguardo dello spettatore che aiuta il film a compiersi, soprattutto nella scena finale.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime

Ritratto della giovane in fiamme

Questa pluralità visiva non è mai disordinata, deviante, austera o caustica, anzi, comanda quella sensazione che orbita attorno alla pellicola che ci sia sempre qualcosa che la sostiene, che la cinge, fin dall’inizio; come tanti occhi onnivori, famelici, insaziabili, che osservano la realtà e la restituiscono a noi in maniera inalterata, come uno schermo intatto, come una bobina nuova, una tela vergine pronta ad accogliere il lavoro dell’artista e ad essere trasformata in un’opera d’arte.

Il ritratto, quale “segno macchiato di realtà”, è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica, poiché non è solo un’espediente narrativo (ed emotivo) ma anche e sopratutto un modo per porre una riflessione autentica e sensata sull’idea del soggetto ritratto e del/la ritrattista e su come quest’idea, per molti secoli, si sia poggiata su un pregiudizio complice di una mentalità maschilista.

La riflessione che, fin dalle prime scene, ci mostra Céline Sciamma, è il rapporto che si svolge tra la musa e l’artista: l’idea della musa senza soggettività, inerte, bellissima e taciturna, che si lascia ritrarre senza mai proferire parola, viene ampiamente sostituita da una nuova consapevolezza, che vede la musa partecipe dell’arte e co-creatrice del ritratto che l’artista sta realizzando. Questo è ciò che accade tra Marianne e Héloïse: la rappresentazione non è passiva, lo sguardo dell’arte verso la sua ispirazione non è univoco, a senso unico, ma è un gioco di sguardi, è un fil rouge rimbalzante, frenetico e suggestivo che riesce a stimolare artista e musa/creatrice, dando vita ad un gioco creativo, ad un impulso erotico visibile che rende i suoi effetti di senso sulla tela.

Il ritratto è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica

Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme è connesso al desiderio erotico, generato dalla rappresentazione, dall’immagine reale che diventa interiore e mentale, che passa attraverso gli occhi. Gli occhi sono i primi oggetti che vengono ripresi durante la narrazione, oggetto che nell’innamoramento ha un rilievo semantico forte, se non determinante. Gli occhi sono l’esperienza fondamentale di un’artista, sono il mezzo, il veicolo della propria analisi artistica, l’osservazione è decisiva per il fine pittorico. Marianne inizialmente è costretta a osservare di sbieco la sua musa, a carpirne quanti più dettagli possibili, a fotografarne l’immagine e a lasciarla imprimere come un sigillo nella sua memoria. L’immagine che l’artista preleva dalla realtà e che riporta su tela attraversa un percorso interiore, in cui l’immagine reale diventa immagine mentale: senza quest’ultima non c’è amore.

Gli occhi sono centrali anche nella narrazione del mito di Orfeo ed Euridice che è intessuto nella storia: un musicista che attraversa il regno dei morti per salvare – non a caso – la sua musa ad una condizione, non può guardare Euridice in volto finché, insieme a lei, non giungerà sulla Terra. Come è ben noto, Orfeo, mentre è in cammino verso il mondo terreno, si volta a guardarla, destinandola all’oblio. Céline Sciamma inserisce questo mito e lo contrappone alla storia di Marianne e Héloïse riuscendo a trovargli una nuova cornice.

Orfeo è colui da cui dipende tutto, la sua arte, la sua musica, anche la vita di Euridice è nelle sue mani, anzi nei suoi occhi. Lo sguardo di Orfeo è uno sguardo che uccide, è uno sguardo decisivo, maschile, straniante. Orfeo si volta per sua decisione e Euridice è costretta a subirne le conseguenze, inerte, impassibile, senza soggettività, come accade nel rapporto tra artista e musa. Gli occhi nel mito sono distruttivi, mentre nel film sono connettivi.

L’artista preleva l’immagine dalla realtà e la riporta su tela attraverso un percorso interiore

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma, ancora una volta, esegue una riflessione (quasi un ribaltamento) analitica sul mito di Orfeo ed Euridice, addentrandosi nella questione dell’immobilità strutturale e nella spersonalizzazione di Euridice che subisce una negazione, che subisce la scelta di Orfeo di voltarsi senza poter partecipare e impugnare il suo destino. Nel film avviene una scena simile tra Marianne e Héloïse, ma in questo caso Héloïse, consapevole di non poter più vedere Marianne, la segue fino al ciglio della porta e le chiede di voltarsi. La musa ancora una volta è creatrice, ancora una volta è partecipe della scelta/rappresentazione, la sua immagine corrisponde ad una soggettività, non è bidimensionale, arrendevole o succube.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore che si poggia su una dimensione estetica e naturalistica, figura rappresentativa del disordine interiore, e su una dimensiona artistica e mitologica, esponente di una rilettura/riflessione meta-filmica. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio, ogni impalcatura maschilista e di consegnarci nuove consapevolezze sul desiderio, sulla creazione artistica, sull’ispirazione e sulla soggettività, un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice, autentica e sublime. Una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa.

Ritratto della giovane in fiamme arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da Lucky Red.

Valutazione
9/10

Verdetto

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui le scene e i piani sequenza sono sostenuti da composizioni cromatiche molto potenti. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio e di consegnarci nuove consapevolezze sulla creazione artistica e su un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice e autentica.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.