Ritratto della giovane in fiamme Ritratto della giovane in fiamme

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Ritratto della giovane in fiamme: recensione del film di Céline Sciamma

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Ciò che rimane fuori da un quadro, in genere, è ciò che lo definisce. Osservando Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu) si ha la sensazione, continuativa e sostanziale, che ci sia qualcosa che fugge al nostro sguardo, come un ectoplasma evanescente che circonda e abbraccia la storia. Una presenza-assenza che assume forme e colori sempre diversi: ora è opalescente, come un drappeggio, una marea, come un dolore, ora è cavernoso e plumbeo come un dovere, un fardello, come il patriarcato.

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una pittrice, riceve l’incarico di realizzare un ritratto di nozze. La figura che deve ritrarre è quella di Héloise (Adèle Haenel), figlia di una contessa (Valeria Golino), una figura elusiva, fuggevole, che rifiuta di farsi ritrarre su commissione poiché rifiuta il matrimonio a cui deve sottoporsi. Marianne allora si finge una dama di compagnia, per osservarla da vicino e studiarne i lineamenti per il suo dipinto, al quale ne seguiranno molti altri.

Ritratto della giovane in fiamme: una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui l’idea stessa dell’amore è dinamica, straniante, trasformativa. Le scene sono sostenute da composizioni cromatiche molto potenti e da scenari paesaggistici che ricordano le opere pittoriche di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico per eccellenza. I piani sequenza sono cornici pittoriche che osservano e contemplano, in maniera quasi maniacale, la natura sublime, tempestosa, incerta, frenetica, che si contrappone alla rigidità della dimora della contessa, geometrica, rigorosa, simmetrica.

La natura è il punto di arrivo di una rappresentazione interiore, tortuosa, inadeguata, scivolosa, che tenta di riflettersi nella realtà della vita della donna francese, perfetta, controllata, quasi inerte. Questo gioco di simmetrie e contrasti fa parte dell’equazione visiva di un film che racconta molto di più che una storia d’amore tra due persone, Marianne e Héloïse, ma che indugia anche nel tentativo di ritrarre una donna che si ritrae, che rifiuta – inizialmente – di lasciarsi raffigurare.

Céline Sciamma crea una storia prismatica che vive di rimandi, riflessi, che indugia sull’idea dell’arte pittorica, come espressione del reale, per poi rivendicare un nuovo modo di guardare al dipinto, immergendo le mani nella logica della ritrattistica, così fedele alla realtà ma al contempo così ostile. Un universo di visioni, di punti vista che sono in primo luogo quello della pittrice, Marianne, quello della giovane in fiamme, Héloïse, e ancora lo sguardo dell’arte, lo sguardo dell’uomo (anche se marginale) e lo sguardo dello spettatore che aiuta il film a compiersi, soprattutto nella scena finale.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime

Ritratto della giovane in fiamme

Questa pluralità visiva non è mai disordinata, deviante, austera o caustica, anzi, comanda quella sensazione che orbita attorno alla pellicola che ci sia sempre qualcosa che la sostiene, che la cinge, fin dall’inizio; come tanti occhi onnivori, famelici, insaziabili, che osservano la realtà e la restituiscono a noi in maniera inalterata, come uno schermo intatto, come una bobina nuova, una tela vergine pronta ad accogliere il lavoro dell’artista e ad essere trasformata in un’opera d’arte.

Il ritratto, quale “segno macchiato di realtà”, è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica, poiché non è solo un’espediente narrativo (ed emotivo) ma anche e sopratutto un modo per porre una riflessione autentica e sensata sull’idea del soggetto ritratto e del/la ritrattista e su come quest’idea, per molti secoli, si sia poggiata su un pregiudizio complice di una mentalità maschilista.

La riflessione che, fin dalle prime scene, ci mostra Céline Sciamma, è il rapporto che si svolge tra la musa e l’artista: l’idea della musa senza soggettività, inerte, bellissima e taciturna, che si lascia ritrarre senza mai proferire parola, viene ampiamente sostituita da una nuova consapevolezza, che vede la musa partecipe dell’arte e co-creatrice del ritratto che l’artista sta realizzando. Questo è ciò che accade tra Marianne e Héloïse: la rappresentazione non è passiva, lo sguardo dell’arte verso la sua ispirazione non è univoco, a senso unico, ma è un gioco di sguardi, è un fil rouge rimbalzante, frenetico e suggestivo che riesce a stimolare artista e musa/creatrice, dando vita ad un gioco creativo, ad un impulso erotico visibile che rende i suoi effetti di senso sulla tela.

Il ritratto è un tema che assume una direttrice meta-cinematografica

Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme è connesso al desiderio erotico, generato dalla rappresentazione, dall’immagine reale che diventa interiore e mentale, che passa attraverso gli occhi. Gli occhi sono i primi oggetti che vengono ripresi durante la narrazione, oggetto che nell’innamoramento ha un rilievo semantico forte, se non determinante. Gli occhi sono l’esperienza fondamentale di un’artista, sono il mezzo, il veicolo della propria analisi artistica, l’osservazione è decisiva per il fine pittorico. Marianne inizialmente è costretta a osservare di sbieco la sua musa, a carpirne quanti più dettagli possibili, a fotografarne l’immagine e a lasciarla imprimere come un sigillo nella sua memoria. L’immagine che l’artista preleva dalla realtà e che riporta su tela attraversa un percorso interiore, in cui l’immagine reale diventa immagine mentale: senza quest’ultima non c’è amore.

Gli occhi sono centrali anche nella narrazione del mito di Orfeo ed Euridice che è intessuto nella storia: un musicista che attraversa il regno dei morti per salvare – non a caso – la sua musa ad una condizione, non può guardare Euridice in volto finché, insieme a lei, non giungerà sulla Terra. Come è ben noto, Orfeo, mentre è in cammino verso il mondo terreno, si volta a guardarla, destinandola all’oblio. Céline Sciamma inserisce questo mito e lo contrappone alla storia di Marianne e Héloïse riuscendo a trovargli una nuova cornice.

Orfeo è colui da cui dipende tutto, la sua arte, la sua musica, anche la vita di Euridice è nelle sue mani, anzi nei suoi occhi. Lo sguardo di Orfeo è uno sguardo che uccide, è uno sguardo decisivo, maschile, straniante. Orfeo si volta per sua decisione e Euridice è costretta a subirne le conseguenze, inerte, impassibile, senza soggettività, come accade nel rapporto tra artista e musa. Gli occhi nel mito sono distruttivi, mentre nel film sono connettivi.

L’artista preleva l’immagine dalla realtà e la riporta su tela attraverso un percorso interiore

Ritratto della giovane in fiamme

Céline Sciamma, ancora una volta, esegue una riflessione (quasi un ribaltamento) analitica sul mito di Orfeo ed Euridice, addentrandosi nella questione dell’immobilità strutturale e nella spersonalizzazione di Euridice che subisce una negazione, che subisce la scelta di Orfeo di voltarsi senza poter partecipare e impugnare il suo destino. Nel film avviene una scena simile tra Marianne e Héloïse, ma in questo caso Héloïse, consapevole di non poter più vedere Marianne, la segue fino al ciglio della porta e le chiede di voltarsi. La musa ancora una volta è creatrice, ancora una volta è partecipe della scelta/rappresentazione, la sua immagine corrisponde ad una soggettività, non è bidimensionale, arrendevole o succube.

Céline Sciamma dirige una storia d’amore che si poggia su una dimensione estetica e naturalistica, figura rappresentativa del disordine interiore, e su una dimensiona artistica e mitologica, esponente di una rilettura/riflessione meta-filmica. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio, ogni impalcatura maschilista e di consegnarci nuove consapevolezze sul desiderio, sulla creazione artistica, sull’ispirazione e sulla soggettività, un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice, autentica e sublime. Una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa.

Ritratto della giovane in fiamme arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da Lucky Red.

Overall
9/10

Verdetto

Céline Sciamma dirige una storia d’amore sublime, in cui le scene e i piani sequenza sono sostenuti da composizioni cromatiche molto potenti. Sciamma sceglie di scardinare ogni retaggio e di consegnarci nuove consapevolezze sulla creazione artistica e su un’idea di arte e di narrazione sovvertitrice e autentica.

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La donna del lago: recensione della serie con Natalie Portman

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Se c’è una qualità che si deve riconoscere ad Apple TV+, indipendentemente dal giudizio di ognuno di noi sui prodotti della piattaforma, è sicuramente il coraggio di sperimentare con narrazioni in netta controtendenza con la standardizzazione seriale odierna, sfidando l’attenzione e la curiosità dello spettatore. Non fa eccezione a questa vera e propria linea editoriale La donna del lago, serie di Alma Har’el basata sull’omonimo romanzo di Laura Lippman, nonché primo show televisivo con protagonista Natalie Portman.

Mystery, noir e thriller intrecciati nella Baltimora degli anni ’60, teatro di una storia che nasce dal pregiudizio, dalla sopraffazione e dalla tragedia, per poi proporre allo spettatore un’angosciante riflessione sull’indipendenza e sull’autodeterminazione, a trazione femminile. Al centro della vicenda ci sono infatti tre donne: la ragazzina 11enne ebrea Tessie Durst (Bianca Belle) e la barista nera Cleo Johnson (Moses Ingram), entrambe scomparse e capaci di suscitare l’attenzione e l’interesse investigativo di Maddie Schwartz (Natalie Portman), moglie e madre casalinga con la passione sopita ma mai esaurita per il giornalismo. Per inseguire la sua ritrovata passione, Maddie lascia il marito Milton (Brett Gelman) e il figlio Seth (Noah Jupe), dedicandosi anima e corpo a un’indagine su due omicidi, ma anche e soprattutto su se stessa.

La donna del lago: su Apple TV+ la prima serie con Natalie Portman

La donna del lago

La donna del lago gioca con la formula del whodunit per parlare di molto altro, precipitandoci in un’America in cui nonostante l’avvento del Civil Rights Act la segregazione razziale è ancora triste realtà, insieme alle discriminazioni per sesso e religione. In questo ribollente contesto, in cui si fondono marciume morale e slanci progressisti, ha luogo un racconto di ri-formazione, grazie al quale Maddie Schwartz prende coscienza di se stessa, del suo posto nel mondo e del suo doloroso passato, ripercorrendo due vite spezzate completamente diverse dalla sua. Il risultato è un viaggio avvilente in una società profondamente razzista e maschilista, che sminuisce il lavoro e le intuizioni delle donne e oscura i soprusi subiti dalla comunità nera.

Una società corrotta e opportunista in cui non si salva nessuno compresa Maddie, che con il passare del tempo è mossa sempre più dal carrierismo, anziché per genuino interesse nei confronti di Cleo. Alma Har’el porta avanti in parallelo la storia di questi due personaggi, in una dinamica a tratti zoppicante per le differenze di scrittura e interpretazione: nonostante gli sforzi della regista e della stessa Moses Ingram per dare profondità e spessore alla vicenda di Cleo, Natalie Portman surclassa inevitabilmente il resto del cast, dominando la scena da diva consumata e catalizzando l’attenzione del pubblico anche quando il racconto si dilata nel tempo e negli spazi, abbracciando l’onirico e il surreale.

Un universo in cui è affascinante e doloroso perdersi

Con una cura per le atmosfere e per l’immagine più unica che rara nel panorama seriale contemporaneo. la regista mescola sogni, suggestioni e ricordi con scene musicali, umanità disperata e momenti di pura claustrofobia, dando vita a un’opera suggestiva e allo stesso tempo respingente (emblematico in questo senso il penultimo episodio dei 7 totali). Un racconto che ci parla di abuso, di anime tormentate e di discriminazione su molteplici livelli, dando vita a toccanti rapporti umani (come quello fra la protagonista e il personaggio di Mikey Madison, già vista in C’era una volta a… Hollywood e nella Palma d’Oro di Cannes 2024 Anora) ma mettendo in secondo piano ciò che dovrebbe fare da collante narrativo, ovvero il mistero.

Come in Twin Peaks, verso cui La donna del lago sembra quasi spingersi nei momenti più perturbanti, quando la componente mystery perde di intensità ne risente l’intera opera, che resta comunque un mondo in cui è affascinante e doloroso perdersi, per comprendere come ogni storia e ogni battaglia per i diritti siano fondamentali nel lungo e tortuoso cammino per il cambiamento e l’evoluzione della società.

La donna del lago è disponibile dal 19 luglio su Apple TV+.

La donna del lago

Dove vedere La donna del lago in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Verdetto

La prima serie con Natalie Portman è un’opera dal livello tecnico e produttivo impeccabile, che tende però a disperdere parte del proprio fascino quando mette in secondo piano il mistero.

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Twister: recensione del film con Helen Hunt e Bill Paxton

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Twister

Squadra che vince non si cambia, recita l’adagio. Devono avere pensato la stessa cosa Steven Spielberg e Michael Crichton, che dopo il successo planetario di Jurassic Park nel 1996 decidono di cavalcare l’onda con Twister. A prendere il posto dei suggestivi e spaventosi dinosauri del parco di divertimenti di John Hammond sono i tornado, altrettanto pericolosi e spettacolari, con il dirompente progresso degli effetti speciali a fare da ulteriore trait d’union fra i due progetti. Michael Crichton si occupa di soggetto e sceneggiatura insieme alla moglie Anne-Marie Martin, mentre Steven Spielberg, che l’anno successivo sfornerà Il mondo perduto – Jurassic Park e Amistad, si limita alla co-produzione con la sua Amblin Entertainment, lasciando la regia a Jan de Bont, reduce dal successo della sua opera prima Speed.

Ci sono tutti gli ingredienti per il successo, che in effetti arriva sotto forma di poco meno di 500 milioni di dollari di incasso, il secondo dell’anno dopo l’irraggiungibile Independence Day. In occasione dell’imminente uscita del sequel stand-alone Twisters, è però opportuno ripensare a questo film, scolpito nell’immaginario collettivo e indubbiamente fra i più notevoli frutti del filone del disaster movie, imperante a cavallo fra gli anni ’90 e i 2000. Oggi che la polvere sollevata nella finzione e nella realtà da Twister si è definitivamente posata, possiamo infatti osservare con equilibrio ed equidistanza quest’opera, i cui difetti appaiono ora molto più evidenti dei pregi.

Twister: l’uomo contro la natura in una sbiadita rimasticatura di Jurassic Park

Twister

Al centro della vicenda c’è l’ex coppia formata da Jo (Helen Hunt) e Bill Harding (Bill Paxton), due esperti di tornado in procinto di divorziare che si ritrovano per firmare le ultime carte in coincidenza dell’inizio della sperimentazione de La piccola Dorothy, innovativo strumento dedicato allo studio di questi violenti fenomeni atmosferici. Con Bill c’è anche la nuova fidanzata Melissa Reeves (Jami Gertz), mentre con Jo c’è la sua affiatata squadra, capitanata dallo spassoso Dusty Davis (Philip Seymour Hoffman). Fra dolorosi ricordi e crescenti pericoli, il gruppo si ritrova in mezzo a tornado sempre violenti, con il doppio fine di salvare la pelle e di fare compiere un passo in avanti alla scienza.

Di nuovo il genere umano impegnato nel vano tentativo di controllare e dominare la natura, ancora persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie. I punti fermi del cinema di Steven Spielberg (a cui possiamo aggiungere le famiglie disastrate) sono in bella vista, insieme al desiderio di spingere più avanti l’asticella dello spettacolo, in un percorso parallelo a quello della stessa Jo, ossessionata dai tornado fin dall’infanzia. Proprio a questo triste collegamento fra la protagonista e l’oggetto della sua ossessione è dedicato l’incipit di Twister, con l’improvvisa e raggelante morte del padre della piccola Jo a costituire l’unico vero momento tipicamente spielberghiano di un’opera che per il resto sceglie sempre di privilegiare l’azione fine a se stessa, lasciando in secondo piano l’evoluzione dei personaggi e il racconto per immagini.

Un prodotto di buona fattura tecnica (ottimo il sonoro, invecchiati decisamente peggio gli effetti speciali), in cui manca però sempre il bicchiere che vibra, ovvero quel dettaglio che in un vero capolavoro come Jurassic Park riesce a coniugare spettacolo, tensione, tecnica e umanità.

Twister: un film museale

Twister

Lo scarso interesse di Jan de Bont (in precedenza direttore della fotografia di film come Trappola di cristallo, Black Rain – Pioggia sporca, Caccia a Ottobre Rosso e Basic Instinct) nei confronti dei personaggi dà vita a caratteri nel migliore dei casi impalpabili, quando non totalmente macchiettistici. È questo il caso della psicologa Melissa Reeves, improbabile portabandiera della linea comica persa fra inutili siparietti telefonici a sfondo sessuale e imbarazzanti gag sulla sua sempre più traballante storia d’amore, ma le cose non vanno meglio per il compianto Philip Seymour Hoffman, sprecato nel ruolo di bizzarra spalla.

Persino due ottimi interpreti come Helen Hunt e Bill Paxton faticano a dare vita ai rispettivi personaggi, pallide imitazioni di Alan Grant ed Ellie Sattler alimentate più dal loro ruolo che da una vero e proprio arco narrativo. Completa il quadro l’incolore villain di Cary Elwes, che anche i più strenui sostenitori di Twister faticheranno a ricordare.

Dalla prospettiva odierna, emerge invece con chiarezza la dimensione museale di Twister, che cita più volte esplicitamente Il mago di Oz (non dimentichiamo inoltre che il viaggio di Dorothy inizia proprio con un tornado che trascina via casa sua), mostra malinconicamente la stessa Judy Garland in È nata una stella e distrugge un drive-in che proietta Shining, in un simbolico viaggio all’interno dell’incubo kubrickiano e kinghiano che anticipa di 22 anni l’amorevole omaggio contenuto in Ready Player One, firmato ovviamente dallo stesso Steven Spielberg. Nel momento in cui il cinema si scopre sempre più in grado di superare i propri limiti, volontariamente o meno Twister rimarca così la fragilità del genere umano e della settima arte, entrambi alla mercè di un fenomeno atmosferico incomprensibile e ingovernabile.

Il mancato messaggio ecologista

Mentre l’ineluttabile termine di paragone Jurassic Park (evocato anche dal tema musicale) riesce a mettere in scena anche un inquietante monito all’umanità, sempre più sull’orlo dell’abisso per la sua tendenza a superare i limiti e a prevaricare la natura, Twister manca anche l’opportunità di ragionare sull’ecologismo. In piena emergenza climatica, oggi possiamo purtroppo toccare con mano le colpe del genere umano per i sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi, ma le avvisaglie nel 1996 erano già evidenti, e sapientemente sfruttate da film coevi come Pom Poko e Il pianeta verde. Nell’opera di Jan de Bont non ci sono invece né prese di coscienza né critiche sociali, ma solo una rassegnazione condita da pallida utopia, evidente nel finale in cui si festeggia per il sospirato invio dei dati dei sensori sulla struttura dei tornado.

Restano una manciata di buone sequenze di fughe dai tornado (favorite anche dal caos correlato a questo evento atmosferico), qualche effetto speciale capace di reggere alla prova del tempo e una suggestiva fotografia plumbea. Troppo poco per un film che oggi fatica a reggere il confronto anche con prodotti realizzati nello stesso periodo e altrettanto fracassoni come Deep Impact e Armageddon – Giudizio finale. Oggi sono dunque più attuali che mai le parole di un grande maestro della critica mondiale come Roger Ebert: «Volete un intrattenimento rumoroso, stupido, abile ed evasivo? Twister funziona. Volete pensare? Pensateci due volte prima di vederlo».

Twister

Twister in Home Video

Dove vedere Twister in streaming

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante il successo dell’epoca e gli effetti speciali pionieristici, oggi Twister appare come una pallida imitazione di Jurassic Park, priva di vitalità e abilità nel racconto per immagini.

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Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: recensione del film con Scarlett Johansson

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Fly Me to the Moon

L’allunaggio del 20 luglio 1969 è stato un evento fondamentale sotto diversi punti di vista: quello tecnico-scientifico ovviamente, ma anche sul fronte geo-politico, dal momento che, con questa conquista, in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo di immagine all’Unione Sovietica, precedentemente in testa nella corsa allo spazio grazie a Jurij Gagarin, primo uomo a volare nel cosmo. Quel piccolo passo per un uomo e allo stesso tempo gigantesco balzo per l’umanità ha però immediatamente acceso la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo, dando vita alla cosiddetta teoria del complotto lunare, secondo cui le storiche immagine trasmesse in tutto il mondo sono state in realtà un’abile messa in scena. Una teoria già esplorata da film come Capricorn One e Moonwalkers, al centro anche di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna.

Ennesimo importante investimento cinematografico di Apple in cerca di fortuna in sala (con primi risultati tutt’altro che incoraggianti, per usare un eufemismo), Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’operazione decisamente coraggiosa, che cerca di fondere ricostruzione storica, analisi del capitalismo statunitense e commedia romantica, affidandosi all’estro e all’aura divistica di Scarlett Johansson e Channing Tatum. Un racconto costantemente in bilico fra leggerezza e dramma, fra cospirazione e spirito pionieristico, fra sentimento e cinismo, affidato alla mano esperta di Greg Berlanti, reduce dal successo di Tuo, Simon. Non mancano gli spunti di interesse e i momenti riusciti, ma in più di un’occasione si ha la sensazione che la sceneggiatura di Rose Gilroy fatichi a tenere insieme tutte le suggestioni e le tematiche proposte.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: la corsa allo spazio come metafora del marketing capitalista

Fly Me to the Moon

Al centro della vicenda c’è la scaltra pubblicista Kelly Jones (Scarlett Johansson), ingaggiata da un funzionario governativo senza scrupoli (Woody Harrelson) con il compito di rilanciare l’immagine della NASA, alla disperata ricerca di consenso e sostegno economico per la missione Apollo 11. Quest’ultima si scontra però con Cole Davis (Channing Tatum), direttore del programma di lancio con diversi problemi da risolvere. Nonostante la diffidenza di Cole, fra i due nasce un sentimento sempre più forte. Le cose però si complicano quando la Casa Bianca chiede a Kelly di predisporre in gran segreto le riprese di un finto sbarco sulla Luna, da sostituire al filmato originale in caso di problemi.

Fin dai primi minuti, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si concentra su temi tutt’altro che superficiali come il concetto di verità (o post-verità) e il mefistofelico lavoro di marketing con cui gli USA vendono se stessi al loro interno e al resto del mondo. Riflessioni sviscerate con brio e leggerezza dall’ottima Scarlett Johansson, il cui personaggio racchiude perfettamente sia le dinamiche di personal branding con cui oggi infestiamo i nostri profili social, sia l’utilizzo più bieco dello storytelling, grazie al quale l’irresistibile Kelly Jones riesce a vendere letteralmente qualsiasi storia e a non farsi mai dire di no. Tutto ciò riverbera inevitabilmente nell’intreccio, che procede su un doppio binario: da una parte le verità nascoste fra Cole e Kelly, dall’altra la necessità di costruire una finzione alternativa alla realtà, che in uno dei momenti più emblematici del film è addirittura indistinguibile da essa.

Una rom-com insapore

Scarlett Johansson e Channing Tatum funzionano bene quando il secondo fa la spalla comica della prima; molto meno quando i due devono “venderci” una storia d’amore blanda e incolore. Il problema principale di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna risiede proprio nella volontà di inserire a forza una sottotrama romantica in un impianto narrativo che avrebbe potuto tranquillamente reggersi sulla verve dei suoi protagonisti. Il risultato è un racconto che ondeggia senza convinzione fra commedia, sentimentalismo e seriosità, navigando a vista fra la screwball comedy e i più inflazionati cliché (un passato doloroso come unico improbabile punto di incontro fra persone diametralmente opposte).

Non è un caso che, nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum, il personaggio più efficace sia quello di Woody Harrelson, l’unico a cogliere pienamente lo spirito critico e disincantato alla base della vicenda. Molto meno efficace invece il personaggio di Jim Rash, che dopo Community si trova di nuovo a interpretare una macchietta gay, in questo caso decisamente fuori tempo massimo. Lontano dall’ossessiva epica di First Man – Il primo uomo, dalla raffinatezza di scrittura delle migliori rom-com e dalle più pungenti satire a sfondo cospirativo, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si accontenta dell’equidistanza in termini di temi e registri, con esiti non disprezzabili ma tutt’altro che travolgenti.

Fly Me to the Moon

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

Dove vedere Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Valutazione

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna funziona quando affronta il cinico marketing targato USA, ma lascia a desiderare sul fronte della rom-com, davvero poco ispirata nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum

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