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Santiago, Italia: recensione del documentario di Nanni Moretti

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A 3 anni dall’intimo Mia madre, Nanni Moretti torna sul grande schermo con Santiago, Italia, documentario che racconta con dovizia di particolari il colpo di Stato in Cile del 1973, ad opera di Augusto Pinochet, e le conseguenze dei mesi e degli anni successivi, con particolare risalto all’esemplare ruolo dell’Italia in termini di solidarietà e accoglienza. Dopo essere stato il film di chiusura del Torino Film Festival 2018 ed essere stato designato film della critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI, Santiago, Italia è nelle sale italiane dal 6 dicembre, distribuito da Academy Two.

Santiago, Italia: un appassionato e malinconico viaggio fra il Cile di Allende e quello di PinochetSantiago, Italia

Santiago, Italia riporta alla luce gli eventi e le conseguenze di quell’11 settembre del 1973, che sconvolsero la gloriosa nazione del Cile e videro il brutale rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende, portando a 17 anni di sanguinaria dittatura militare di Augusto Pinochet. Attraverso immagini di repertorio e interviste ai reduci di questi drammatici avvenimenti, Nanni Moretti dipinge un ritratto lucido e appassionato di una stagione politica unica e irripetibile, caratterizzata prima da un’ondata di entusiasmo e speranza nei confronti di un socialismo puro e pratico, realmente vicino ai bisogni dei più deboli, e successivamente da una strenua opposizione da parte della borghesia e della destra, che portarono a un sostanziale blocco del Cile e infine al barbaro rovesciamento del governo da parte dei militari.

Il cineasta romano si defila e lascia che a parlare siano le immagini (laceranti ancora oggi quelle del bombardamento al Palacio de La Moneda, residenza del Presidente della Repubblica) e le voci di chi ha vissuto il golpe militare, come i registi Patricio Guzmán (autore a sua volta del documentario Salvador Allende) e Miguel Littín, la giornalista Marcia Scantlebury, il professore Leonardo Barceló Lizana, il traduttore Rodrigo Vergara, il diplomatico Piero De Masi o l’imprenditore Erik Merino. Tutti portano storie, visioni, tasselli di un tragico quadro sociale, che ha portato comuni cittadini a sentirsi reietti nella loro stessa patria e a cercare aiuto e riparo in posti impensabili, come l’ambasciata italiana a Santiago, toccante esempio di umanità e resistenza.

Santiago, Italia: la narrazione ordinaria di eventi straordinari

Santiago, Italia

Santiago, Italia è un documentario intelligente e avvolgente, che mette da parte artifici narrativi e velleità artistiche per andare dritto al cuore della storia e delle persone che l’hanno vissuta, in un delicato equilibrio di emozioni, ricordo e riflessioni. Chi si aspetta un Nanni Moretti protagonista del suo stesso documentario, alla Michael Moore per intenderci, rimarrà probabilmente sorpreso nel vederlo discreto, quasi pudico nel mostrare la passione e il dolore degli intervistati, auto limitato a una rispettosa curiosità (“Perché ti commuovi?”, “Qual è il tuo ricordo di quegli anni?”) e a qualche suggestiva inquadratura con la capitale cilena sullo sfondo. Una narrazione decisamente ordinaria di una storia, nel bene e nel male, straordinaria.

Conoscendo Nanni Moretti, sappiamo però che al cineasta romano bastano un semplice gesto o poche parole per trasformare l’ordinario in vero e proprio manifesto politico, e Santiago, Italia non fa eccezione. Durante un confronto con l’ex golpista Eduardo Iturriaga, il documentario si trasforma infatti in qualcosa di diverso, e forse non preventivato neanche dallo stesso regista. Nel vedere uno dei responsabili dei crimini del regime che non solo non mostra evidenti segni di pentimento, ma reclama anche imparzialità nei confronti delle sue parole, il cineasta mette da parte l’equilibrio fin lì dimostrato e sentenzia un pungente “Io non sono imparziale”, che potremmo vedere come un manifesto di questo documentario e, più in generale, dell’intera produzione morettiana.

Santiago, Italia è anche il malinconico ricordo di un’Italia che non esiste più

Santiago, Italia muta così forma, affiancando agli struggenti racconti dei protagonisti, fatti di prigionia a pane e acqua e di bambini lanciati come giocattoli al di là di un muro che poteva significare salvezza, l’orgogliosa e allo stesso tempo malinconica rappresentazione dell’Italia dell’epoca, protesa verso gli altri e disposta a dare generoso rifugio e disinteressata accoglienza allo straniero e agli oppressi. In un periodo storico in cui i popoli, e gli italiani in particolare, si chiudono sempre più in loro stessi, erigendo barriere fisiche e mentali verso il prossimo in nome di fantomatici pericoli di sicurezza, abilmente cavalcati dalla destra xenofoba, Nanni Moretti fa un passo indietro per andare avanti, mostrando tutta la riconoscenza e il rispetto nei nostri confronti degli immigrati cileni, sbarcati senza un soldo in tasca ma capaci di costruirsi  una serena e appagante esistenza con fatica e caparbietà.

Santiago, Italia acquisisce così anche un valore fortemente simbolico, deviando leggermente dalla ricostruzione storica e dalla riflessione ideologica sul fallimento e sull’impossibilità di una sinistra rivoluzionaria al potere, per diventare un monito sociale e politico sulla pericolosa deriva intollerante che stiamo prendendo. Significativo in tal senso il parallelismo operato proprio da un immigrato cileno fra l’Italia di allora, somigliante a quello che il Cile avrebbe voluto diventare, e quella di oggi, sempre più simile a ciò che invece il Cile è purtroppo stato. Un’Italia desiderosa di conoscere e partecipare, che ha lasciato il passo a un’altra più isolata e impaurita, in cui si fa sempre più fatica a riconoscersi.

La lezione storica e morale di Santiago, Italia
Santiago, Italia

Pur utilizzando codici cinematografici sorprendentemente canonici, Nanni Moretti aggiunge un nuovo importante tassello alla sua produzione artistica, che si pone in continuità con il suo precedente lavoro La cosa (1990), con il quale il regista aveva raccontato lo scioglimento del Partito Comunista Italiano e per certi versi anticipato il progressivo imborghesimento della sinistra italiana. Santiago, Italia ci ricorda infatti che fra le pieghe della storia si celano la chiave per non ripetere gli errori passati e una bussola morale per comprendere la direzione da seguire nell’era della post verità, in cui odio e sopraffazione dell’avversario prevalgono sempre più spesso su dialogo e comprensione.

Il non imparziale Nanni Moretti ci invita quindi ancora una volta a compiere una scelta, anche se difficile e impopolare, e a fare tutto ciò che è in nostro potere per salvaguardare quello che resta della nostra umanità, perché a volte il coraggio dei singoli e le azioni di pochi possono davvero salvare delle vite, come questo documentario dimostra.

Overall
8/10

Verdetto

Con un lavoro di rara sensibilità, Nanni Moretti ci racconta una triste pagina di storia e al tempo stesso un ammirevole atto di solidarietà del popolo italiano, in un malinconico e appassionato viaggio fra il passato e il presente del nostro Paese.

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Gloria! Recensione del film di Margherita Vicario

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Gloria!

Margherita Vicario, attrice e cantautrice, ha debuttato come regista con Gloria!, lungometraggio che ha ricevuto la sua prima alla Berlinale e ora ha fatto il suo ingresso nei cinema italiani. La pellicola trae ispirazione da una scoperta fatta da Vicario e dalla sceneggiatrice Anita Rivaroli: un’accademia di musica per giovani donne, un santuario di talenti inespressi, dove si celavano le melodie di grandi compositrici, soffocate dalle convenzioni sociali di un’era governata dagli uomini. 

Il film ci catapulta in un collegio femminile che ospita orfane, nei pressi di Venezia, nel 1800. Il cuore della storia è rappresentato da un gruppo di ragazze unite da un legame profondo, cresciute insieme tra le mura del collegio. Tra di loro emerge la figura di Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, la più temeraria e ingenua, che cade preda delle lusinghe di un nobile seduttore. Nel ruolo di Teresa, troviamo Galatéa Bellugi, una domestica costretta a soffocare la propria voce su ordine di Perlina, il prete e maestro di musica, interpretato da Paolo Rossi. Il suo personaggio è incaricato di creare composizioni per un concerto dedicato a Pio VII, un compito che si rivela troppo arduo per lui, ma non per le sue allieve e per Teresa, che di nascosto, nella notte, animano un pianoforte abbandonato con le loro melodie segrete.

Gloria!: il canto di lode di Margherita Vicario per le compositrici dimenticate

Gloria!

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile.

Gloria!: non solo musica

Gloria!

Ma non è solo la musica ad avere pieno protagonismo all’interno dell’economia visiva del film di Vicario. Al centro ci sono sì le donne ma c’è il potere, un potere istituzionale, verticistico, piramidale, e un potere femminista quindi condiviso, plurale. Questi due poteri interferiscono tra loro e creano un vortice ben visibile durante ogni scena: non c’è una sola immagine in cui patriarcato e femminismo non trovino punti di sutura, abissi di senso che portano l’uno a essere la porta basculante dell’altro, in cui non c’è spazio per soprassedere alla presenza dell’uno se l’altro ha modo di entrare nell’ordine logico delle cose, nel quotidiano più piccolo e rivoluzionario. Dal modo in cui si mangia, al modo in cui si parla, ai momenti in cui si compone musica, si ascolta musica e si canta, insieme, e soprattutto si balla, insieme.

Nel tessuto narrativo di Gloria!, si intrecciano citazioni luminose che evocano un universo letterario e cinematografico variegato, spaziando dalle atmosfere de Il corsetto dell’imperatrice e Piccole donne al fascino suggestivo di Picnic a Hanging Rock. Quest’opera, tuttavia, trascende la mera evocazione di influenze culturali per puntare verso una visione rivoluzionaria che rifiuta ogni risonanza della struttura gerarchica e piramidale del potere, tipica del patriarcato.

L’ambizione di Gloria! non è quella di sostituire il vertice della piramide con nuove figure femminili, ma piuttosto di demolire completamente tale costrutto, proponendo al suo posto una rete orizzontale e inclusiva. Questa visione si allinea con le narrazioni femministe più incisive e progressiste, quelle che riconoscono che la vera libertà non risiede nel rimpiazzare un ordine esistente con un altro, ma nell’annullare completamente l’ordine stesso.

Reinventare il potere

Il progresso non si ottiene semplicemente sostituendo vecchie categorie con nuove, ma piuttosto mettendo in discussione le categorie stesse, interrogandole e, infine, superandole. Gloria! ci invita a riflettere su come le storie femministe possano guidarci in questo percorso di trasformazione, mostrandoci che il potere può e deve essere reinventato in una forma più equa e condivisa.

Le incredibili protagoniste del film, Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, scrivono una lettera d’amore, un canto soave e ribelle che risuona fino a oggi e che, senza chiedere il permesso, travalica la contemporaneità e parla a tutte le donne di domani con la sua musica leggera e moderna. 

Gloria! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile 2024, distribuito da 01 Distribution.

Overall
8/10

Valutazione

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. 

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Ghostbusters – Minaccia glaciale: recensione del nuovo film degli acchiappafantasmi

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Ghostbusters - Minaccia glaciale

Ghostbusters – Minaccia glaciale arriva a 40 anni di distanza dal primo capitolo della saga, l’indimenticabile Ghostbusters – Acchiappafantasmi. Una ricorrenza temporale che da una parte funge da allerta sulla tenuta qualitativa di un franchise nato in un momento storico, culturale e produttivo completamente diverso da quello attuale, ma al tempo stesso ci deve ricordare che il pubblico di riferimento del film di 40 anni fa, cioè gli adolescenti e i giovani adulti, nel frattempo si sono trasformati nel migliore dei casi in adulti molto più disillusi dei ragazzini di allora. Una dinamica che non deve sostituirsi alla critica, ma evidenzia comunque i rischi connessi a questo progetto e in parte spiega la sua ricezione particolarmente divisiva, con tanto di prese di posizione molto nette da parte del pubblico e degli opinionisti social.

Tre anni fa, Ghostbusters: Legacy ha riportato in auge un franchise che per più di 30 anni si era nutrito solo del passato, delle serie animate e di Ghostbusters del 2016. fallimentare tentativo di reboot al femminile basato solo sull’idea di ripescare i comici e la comicità del Saturday Night Live, all’origine del primo film. La formula scelta è stata quella che i capitoli più recenti di Scream definiscono “requel”, cioè un ibrido fra sequel, reboot e remake in cui convivono personaggi storici di un franchise e nuovi protagonisti da lanciare, all’interno di una narrazione nostalgica che attinge a piene mani dalla trama e dalle dinamiche dei predecessori.

Una formula imposta all’attenzione generale da Star Wars: Il risveglio della Forza, sfruttata efficacemente anche dal regista di Ghostbusters: Legacy Jason Reitman, figlio del regista di Ghostbusters – Acchiappafantasmi Ivan Reitman, nel frattempo scomparso e omaggiato con una toccante dedica in Ghostbusters – Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: gli acchiappafantasmi fra presente e passato

Ghostbusters: Legacy ha coniugato la sempreverde nostalgia per gli anni ’80, condita da sfumature adolescenziali alla Stranger Things, con la voglia di fondere passato e presente al servizio di una commedia soprannaturale capace di unire diverse generazioni di personaggi e di spettatori. Un risultato abbastanza valido da portarci oggi a Ghostbusters – Minaccia glaciale, diretto da Gil Kenan ma basato fondamentalmente sulla stessa identica idea. Dopo il riavvio del franchise di tre anni fa, ci troviamo infatti di fronte a un secondo riavvio, che riporta ancora in scena i vari Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Annie Potts (stavolta più svogliati che malinconici) con l’intento di supportare i nuovi protagonisti, che nel frattempo avrebbero però dovuto essere sufficientemente amati da camminare sulle proprie gambe.

Una resa in partenza, che riverbera in un racconto in cui la nuova giovane protagonista Phoebe Spengler (Mckenna Grace) si muove insieme alla sua famiglia dall’Oklahoma a New York, per riprendere in mano l’iconica caserma dei pompieri, convertita a quartier generale degli acchiappafantasmi. Prevedibilmente, non mancano vecchi nemici e nuove minacce da affrontare, in particolare una che arriva da un lontano passato e dai ghiacci. Accanto ai vari Gary (Paul Rudd), Callie (Carrie Coon) e Trevor (Finn Wolfhard) ci sono novità come Nadeem Razmaadi (l’ottimo Kumail Nanjiani) e le già citate vecchie glorie, coinvolte a più riprese nella marcia di avvicinamento all’inevitabile confronto finale.

Lo spirito degli acchiappafantasmi

Slimer in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Jason Reitman stavolta è coinvolto solo come produttore e sceneggiatore, ma in Ghostbusters – Minaccia glaciale si respira la stessa voglia di riunire le generazioni del suo film precedente, insieme alla sua abilità di raccontare i tormenti degli adolescenti, già mostrata in Juno e Men, Women & Children. Il cuore emotivo di questo nuovo capitolo è infatti Phoebe, per distacco il migliore dei nuovi personaggi e qui alle prese con un profondo cambiamento, fra passione per la scienza, desiderio di portare avanti l’attività del nonno e le sue prime impacciate forme di socializzazione, rappresentate in questo caso da una ragazza trasformatasi in fantasma alla sua stessa età. Con la sua bulimia narrativa, Ghostbusters – Minaccia glaciale finisce però per annacquare questo risvolto sia in termini di contenuti (che peccato non aver avuto un po’ di coraggio in più nel raccontare quell’amicizia così speciale!) sia all’interno dell’economia di un racconto con troppi personaggi.

Si fatica non poco a comprendere personalità, paure e motivazioni di tutti gli elementi di questo eterogeneo e bizzarro gruppo di persone, al punto che i vecchi protagonisti, pur con poco spazio e senza particolari guizzi di sceneggiatura, finiscono per rubare più volte la scena ai più giovani. Nonostante tutto però Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur con difficoltà, a ingranare la marcia, regalando agli spettatori qualche scoppiettante scena fra le strade di New York e una commistione fra comicità ed entità demoniache decisamente fedele allo spirito dell’originale, reclamato a gran voce dagli spettatori più critici sui reboot. Certo, la comicità non è più fedele alle atmosfere del Saturday Night Live (ma lo stesso Saturday Night Live ha mantenuto lo stesso spirito di quello di 40 anni fa?), le allusioni sessuali sono azzerate e la nostalgia domina sulla creatività, ma il risultato non è da buttare.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: un capitolo senza infamia e senza lode

Il nuovo villain di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Pur con una sceneggiatura caotica e con qualche personaggio caratterizzato in maniera sciatta e inconsistente, Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur in maniera derivativa e molto meno brillante, a compiere la stessa impresa di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, cioè trasformare il disordine e l’eccesso narrativo (riguardate il primo capitolo: è pieno di errori e ingenuità che oggi scatenerebbero l’ira dei detestabili cacciatori di buchi di sceneggiatura, ma continuiamo ad amarlo lo stesso) in un racconto che sorprendentemente riesce a intrattenere.

Come per il già citato Star Wars e per altri franchise recentemente riportati alla luce, anche Ghostbusters è condannato all’eccellenza, nonostante l’unico film con consenso unanime e duraturo nel tempo in 40 anni di storia sia il primo. Un lavoro senza infamia e senza lode come Ghostbusters – Minaccia glaciale può quindi essere visto come un bicchiere mezzo vuoto, anche e soprattutto nell’ottica di un eventuale terzo film del nuovo corso, che se mai verrà realizzato dovrà necessariamente distaccarsi con maggiore forza e coraggio dalla storia del franchise, pur con il rischio di una caduta ben più rovinosa e definitiva.

Annie Potts, Bill Murray, Dan Aykroyd ed Ernie Hudson in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale è al cinema dall’11 aprile, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
6/10

Valutazione

Ghostbusters – Minaccia glaciale si rivela un capitolo senza infamia e senza lode, penalizzato dalla coesistenza fra nuovi e vecchi personaggi ma capace comunque di dare vita a una gradevole commedia a sfondo soprannaturale.

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The Greatest Hits: recensione del film con Lucy Boynton

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The Greatest Hits

Prima il gioiellino Sing Street, poi Bohemian Rhapsody (in cui interpretava la fidanzata di Freddie Mercury, Mary Austin) e adesso The Greatest Hits. Quando si parla di musica e del suo potere salvifico, il luminoso e allo stesso tempo fragile sguardo di Lucy Boynton è evidentemente un punto di forza narrativo ed espressivo. La trentenne britannica è in questo caso alle prese con un racconto sentimentale a sfumature fantascientifiche, con cui Ned Benson torna alla regia dopo La scomparsa di Eleanor Rigby, struggente anatomia di una coppia montata da diversi punti di vista (Him, Her e Them) con Jessica Chastain e James McAvoy. Un dramma sull’elaborazione del lutto e sulla necessità di lasciarsi in qualche modo alle spalle una perdita, dalle notevoli ambizioni ma penalizzato da una scrittura non sempre a fuoco.

Al centro di The Greatest Hits c’è la giovane Harriet (Lucy Boynton), che scopre di avere il potere di tornare indietro nel tempo e rivivere i suoi ricordi con l’ex fidanzato Max (David Corenswet), tramite l’ascolto di alcune canzoni. Una dinamica che destabilizza la sua già tormentata personalità, portandola a chiudersi a riccio. Tutto cambia quanto Harriet nel presente conosce David (Justin H. Min), ragazzo segnato da un lutto con cui intreccia un legame sempre più profondo. In bilico fra due amori, la protagonista non può fare a meno di interrogarsi sulla possibilità di cambiare il passato e su quali possano essere le conseguenze sul presente.

The Greatest Hits: il potere salvifico della musica fra lutti e viaggi nel tempo

Il cinema non deve essere per forza il terreno del realismo. Abbiamo visto e amato le storie più fantasiose e improbabili, fra creature mitologiche, galassie lontane lontane e supereroi intenti a lottare fra di loro con bizzarri costumi. Un risultato garantito non solo dalla sospensione dell’incredulità, ma da una scrittura attenta a creare mondi con propri specifici dettagli, con determinate regole e con rapporti di forza ben delineati, a cui abbandonarsi nonostante la loro implausibilità. Anche film sentimentali come Questione di tempo e Un amore all’improvviso (entrambi con Rachel McAdams) hanno rispettato questa regola non scritta, che invece Ned Benson (anche sceneggiatore di The Greatest Hits) decide deliberatamente di mettere in secondo piano.

Harriet non ha solo ricordi del suo passato con Max, ma è in grado di andare fisicamente indietro nel tempo e può interagire con le persone che incontra, il tutto con la consapevolezza degli eventi che ha nel presente. Anche senza addentrarsi in riflessioni troppo cerebrali sui paradossi temporali (che ancora oggi accompagnano le discussioni più accese su Ritorno al futuro), questo potere apre diverse questioni, la più importante delle quali è ovviamente la possibilità di cambiare il corso degli eventi. Un potere che sarebbe fondamentale per la stessa Harriet, che tuttavia vive i suoi viaggi temporali prevalentemente in modo passivo, limitandosi a catalogare le canzoni che hanno effetto su di lei e a creare una sorta di timeline degli eventi principali del suo passato con Max.

The Greatest Hits: il problema della musica

Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

La scelta di sceneggiatura di Ned Benson è motivata dalla necessità di lasciare spazio al sentimento nascente fra la ragazza e David, ma il risultato è quello di minare dalle fondamenta The Greatest Hits. Come possiamo credere a un personaggio che non usa un potere soprannaturale nel modo in cui chiunque al suo posto farebbe immediatamente?

Un peccato originale che riverbera su altri elementi della caotica sceneggiatura, come la personalità contraddittoria della protagonista (prima chiusa in se stessa, poi lanciata in una nuova storia, poi ancora desiderosa di cambiare il suo passato) e l’elemento che dovrebbe essere portante in The Greatest Hits ovvero la musica. Riuscite a immaginare film con al centro la musica come Alta fedeltà, School of Rock, I Love Radio Rock e il già citato Sing Street senza una colonna sonora studiata approfonditamente in termini qualitativi e contenutistici? The Greatest Hits fa esattamente questo, affidandosi a una scaletta sbiadita e svogliata, in cui il brano più rilevante per la narrazione è incomprensibilmente I’m Like a Bird di Nelly Furtado (autrice anche di un cameo altrettanto sciatto nei panni di se stessa).

Un vero peccato, perché quando Ned Benson sceglie di addentrarsi nell’incontro di dolori e solitudini dei personaggi sa regalare anche momenti toccanti, che mettono in luce la caducità della nostra esistenza e la possibilità di superare anche i traumi più laceranti aprendo la porta al futuro e al prossimo.

Un film mal pensato e mal scritto

Justin H. Min e Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Ned Benson ondeggia con tatto, sensibilità e inclusività fra i suoi personaggi (emblematico il personaggio nero e gay di Austin Crute, migliore amico di Harriet), per poi arrivare atterrare precipitosamente sul tema portante dell’intero racconto, ovvero la possibilità di cambiare il passato. Ne nasce un epilogo abbastanza originale e coerente, che tuttavia arriva quando i buoi sono già scappati, nonostante la bravura e l’espressività di Lucy Boynton, capace di colmare con il suo carisma molti vuoti del suo personaggio ma non di salvare un film mal pensato e mal scritto.

The Greatest Hits è disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante la buona prova di Lucy Boynton, The Greatest Hits vanifica i suoi ottimi spunti con una sceneggiatura sciatta e una colonna sonora sbiadita.

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