Santiago, Italia Santiago, Italia

Recensioni

Santiago, Italia: recensione del documentario di Nanni Moretti

Pubblicato

il

A 3 anni dall’intimo Mia madre, Nanni Moretti torna sul grande schermo con Santiago, Italia, documentario che racconta con dovizia di particolari il colpo di Stato in Cile del 1973, ad opera di Augusto Pinochet, e le conseguenze dei mesi e degli anni successivi, con particolare risalto all’esemplare ruolo dell’Italia in termini di solidarietà e accoglienza. Dopo essere stato il film di chiusura del Torino Film Festival 2018 ed essere stato designato film della critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI, Santiago, Italia è nelle sale italiane dal 6 dicembre, distribuito da Academy Two.

Santiago, Italia: un appassionato e malinconico viaggio fra il Cile di Allende e quello di PinochetSantiago, Italia

Santiago, Italia riporta alla luce gli eventi e le conseguenze di quell’11 settembre del 1973, che sconvolsero la gloriosa nazione del Cile e videro il brutale rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende, portando a 17 anni di sanguinaria dittatura militare di Augusto Pinochet. Attraverso immagini di repertorio e interviste ai reduci di questi drammatici avvenimenti, Nanni Moretti dipinge un ritratto lucido e appassionato di una stagione politica unica e irripetibile, caratterizzata prima da un’ondata di entusiasmo e speranza nei confronti di un socialismo puro e pratico, realmente vicino ai bisogni dei più deboli, e successivamente da una strenua opposizione da parte della borghesia e della destra, che portarono a un sostanziale blocco del Cile e infine al barbaro rovesciamento del governo da parte dei militari.

Il cineasta romano si defila e lascia che a parlare siano le immagini (laceranti ancora oggi quelle del bombardamento al Palacio de La Moneda, residenza del Presidente della Repubblica) e le voci di chi ha vissuto il golpe militare, come i registi Patricio Guzmán (autore a sua volta del documentario Salvador Allende) e Miguel Littín, la giornalista Marcia Scantlebury, il professore Leonardo Barceló Lizana, il traduttore Rodrigo Vergara, il diplomatico Piero De Masi o l’imprenditore Erik Merino. Tutti portano storie, visioni, tasselli di un tragico quadro sociale, che ha portato comuni cittadini a sentirsi reietti nella loro stessa patria e a cercare aiuto e riparo in posti impensabili, come l’ambasciata italiana a Santiago, toccante esempio di umanità e resistenza.

Santiago, Italia: la narrazione ordinaria di eventi straordinari

Santiago, Italia

Santiago, Italia è un documentario intelligente e avvolgente, che mette da parte artifici narrativi e velleità artistiche per andare dritto al cuore della storia e delle persone che l’hanno vissuta, in un delicato equilibrio di emozioni, ricordo e riflessioni. Chi si aspetta un Nanni Moretti protagonista del suo stesso documentario, alla Michael Moore per intenderci, rimarrà probabilmente sorpreso nel vederlo discreto, quasi pudico nel mostrare la passione e il dolore degli intervistati, auto limitato a una rispettosa curiosità (“Perché ti commuovi?”, “Qual è il tuo ricordo di quegli anni?”) e a qualche suggestiva inquadratura con la capitale cilena sullo sfondo. Una narrazione decisamente ordinaria di una storia, nel bene e nel male, straordinaria.

Conoscendo Nanni Moretti, sappiamo però che al cineasta romano bastano un semplice gesto o poche parole per trasformare l’ordinario in vero e proprio manifesto politico, e Santiago, Italia non fa eccezione. Durante un confronto con l’ex golpista Eduardo Iturriaga, il documentario si trasforma infatti in qualcosa di diverso, e forse non preventivato neanche dallo stesso regista. Nel vedere uno dei responsabili dei crimini del regime che non solo non mostra evidenti segni di pentimento, ma reclama anche imparzialità nei confronti delle sue parole, il cineasta mette da parte l’equilibrio fin lì dimostrato e sentenzia un pungente “Io non sono imparziale”, che potremmo vedere come un manifesto di questo documentario e, più in generale, dell’intera produzione morettiana.

Santiago, Italia è anche il malinconico ricordo di un’Italia che non esiste più

Santiago, Italia muta così forma, affiancando agli struggenti racconti dei protagonisti, fatti di prigionia a pane e acqua e di bambini lanciati come giocattoli al di là di un muro che poteva significare salvezza, l’orgogliosa e allo stesso tempo malinconica rappresentazione dell’Italia dell’epoca, protesa verso gli altri e disposta a dare generoso rifugio e disinteressata accoglienza allo straniero e agli oppressi. In un periodo storico in cui i popoli, e gli italiani in particolare, si chiudono sempre più in loro stessi, erigendo barriere fisiche e mentali verso il prossimo in nome di fantomatici pericoli di sicurezza, abilmente cavalcati dalla destra xenofoba, Nanni Moretti fa un passo indietro per andare avanti, mostrando tutta la riconoscenza e il rispetto nei nostri confronti degli immigrati cileni, sbarcati senza un soldo in tasca ma capaci di costruirsi  una serena e appagante esistenza con fatica e caparbietà.

Santiago, Italia acquisisce così anche un valore fortemente simbolico, deviando leggermente dalla ricostruzione storica e dalla riflessione ideologica sul fallimento e sull’impossibilità di una sinistra rivoluzionaria al potere, per diventare un monito sociale e politico sulla pericolosa deriva intollerante che stiamo prendendo. Significativo in tal senso il parallelismo operato proprio da un immigrato cileno fra l’Italia di allora, somigliante a quello che il Cile avrebbe voluto diventare, e quella di oggi, sempre più simile a ciò che invece il Cile è purtroppo stato. Un’Italia desiderosa di conoscere e partecipare, che ha lasciato il passo a un’altra più isolata e impaurita, in cui si fa sempre più fatica a riconoscersi.

La lezione storica e morale di Santiago, Italia
Santiago, Italia

Pur utilizzando codici cinematografici sorprendentemente canonici, Nanni Moretti aggiunge un nuovo importante tassello alla sua produzione artistica, che si pone in continuità con il suo precedente lavoro La cosa (1990), con il quale il regista aveva raccontato lo scioglimento del Partito Comunista Italiano e per certi versi anticipato il progressivo imborghesimento della sinistra italiana. Santiago, Italia ci ricorda infatti che fra le pieghe della storia si celano la chiave per non ripetere gli errori passati e una bussola morale per comprendere la direzione da seguire nell’era della post verità, in cui odio e sopraffazione dell’avversario prevalgono sempre più spesso su dialogo e comprensione.

Il non imparziale Nanni Moretti ci invita quindi ancora una volta a compiere una scelta, anche se difficile e impopolare, e a fare tutto ciò che è in nostro potere per salvaguardare quello che resta della nostra umanità, perché a volte il coraggio dei singoli e le azioni di pochi possono davvero salvare delle vite, come questo documentario dimostra.

Overall
8/10

Verdetto

Con un lavoro di rara sensibilità, Nanni Moretti ci racconta una triste pagina di storia e al tempo stesso un ammirevole atto di solidarietà del popolo italiano, in un malinconico e appassionato viaggio fra il passato e il presente del nostro Paese.

In evidenza

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: recensione del film con Scarlett Johansson

Pubblicato

il

Fly Me to the Moon

L’allunaggio del 20 luglio 1969 è stato un evento fondamentale sotto diversi punti di vista: quello tecnico-scientifico ovviamente, ma anche sul fronte geo-politico, dal momento che, con questa conquista, in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo di immagine all’Unione Sovietica, precedentemente in testa nella corsa allo spazio grazie a Jurij Gagarin, primo uomo a volare nel cosmo. Quel piccolo passo per un uomo e allo stesso tempo gigantesco balzo per l’umanità ha però immediatamente acceso la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo, dando vita alla cosiddetta teoria del complotto lunare, secondo cui le storiche immagine trasmesse in tutto il mondo sono state in realtà un’abile messa in scena. Una teoria già esplorata da film come Capricorn One e Moonwalkers, al centro anche di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna.

Ennesimo importante investimento cinematografico di Apple in cerca di fortuna in sala (con primi risultati tutt’altro che incoraggianti, per usare un eufemismo), Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’operazione decisamente coraggiosa, che cerca di fondere ricostruzione storica, analisi del capitalismo statunitense e commedia romantica, affidandosi all’estro e all’aura divistica di Scarlett Johansson e Channing Tatum. Un racconto costantemente in bilico fra leggerezza e dramma, fra cospirazione e spirito pionieristico, fra sentimento e cinismo, affidato alla mano esperta di Greg Berlanti, reduce dal successo di Tuo, Simon. Non mancano gli spunti di interesse e i momenti riusciti, ma in più di un’occasione si ha la sensazione che la sceneggiatura di Rose Gilroy fatichi a tenere insieme tutte le suggestioni e le tematiche proposte.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: la corsa allo spazio come metafora del marketing capitalista

Fly Me to the Moon

Al centro della vicenda c’è la scaltra pubblicista Kelly Jones (Scarlett Johansson), ingaggiata da un funzionario governativo senza scrupoli (Woody Harrelson) con il compito di rilanciare l’immagine della NASA, alla disperata ricerca di consenso e sostegno economico per la missione Apollo 11. Quest’ultima si scontra però con Cole Davis (Channing Tatum), direttore del programma di lancio con diversi problemi da risolvere. Nonostante la diffidenza di Cole, fra i due nasce un sentimento sempre più forte. Le cose però si complicano quando la Casa Bianca chiede a Kelly di predisporre in gran segreto le riprese di un finto sbarco sulla Luna, da sostituire al filmato originale in caso di problemi.

Fin dai primi minuti, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si concentra su temi tutt’altro che superficiali come il concetto di verità (o post-verità) e il mefistofelico lavoro di marketing con cui gli USA vendono se stessi al loro interno e al resto del mondo. Riflessioni sviscerate con brio e leggerezza dall’ottima Scarlett Johansson, il cui personaggio racchiude perfettamente sia le dinamiche di personal branding con cui oggi infestiamo i nostri profili social, sia l’utilizzo più bieco dello storytelling, grazie al quale l’irresistibile Kelly Jones riesce a vendere letteralmente qualsiasi storia e a non farsi mai dire di no. Tutto ciò riverbera inevitabilmente nell’intreccio, che procede su un doppio binario: da una parte le verità nascoste fra Cole e Kelly, dall’altra la necessità di costruire una finzione alternativa alla realtà, che in uno dei momenti più emblematici del film è addirittura indistinguibile da essa.

Una rom-com insapore

Scarlett Johansson e Channing Tatum funzionano bene quando il secondo fa la spalla comica della prima; molto meno quando i due devono “venderci” una storia d’amore blanda e incolore. Il problema principale di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna risiede proprio nella volontà di inserire a forza una sottotrama romantica in un impianto narrativo che avrebbe potuto tranquillamente reggersi sulla verve dei suoi protagonisti. Il risultato è un racconto che ondeggia senza convinzione fra commedia, sentimentalismo e seriosità, navigando a vista fra la screwball comedy e i più inflazionati cliché (un passato doloroso come unico improbabile punto di incontro fra persone diametralmente opposte).

Non è un caso che, nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum, il personaggio più efficace sia quello di Woody Harrelson, l’unico a cogliere pienamente lo spirito critico e disincantato alla base della vicenda. Molto meno efficace invece il personaggio di Jim Rash, che dopo Community si trova di nuovo a interpretare una macchietta gay, in questo caso decisamente fuori tempo massimo. Lontano dall’ossessiva epica di First Man – Il primo uomo, dalla raffinatezza di scrittura delle migliori rom-com e dalle più pungenti satire a sfondo cospirativo, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si accontenta dell’equidistanza in termini di temi e registri, con esiti non disprezzabili ma tutt’altro che travolgenti.

Fly Me to the Moon

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

Dove vedere Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Valutazione

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna funziona quando affronta il cinico marketing targato USA, ma lascia a desiderare sul fronte della rom-com, davvero poco ispirata nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum

Continua a leggere

La cripta di Lost in Cinema

Pearl: recensione del film con Mia Goth

Pubblicato

il

Pearl

Il cinema americano è intrinsecamente legato al tema del ritorno a casa. Una dinamica che ha alimentato piccole e grandi produzioni di tutte le epoche, dando vita a vere e proprie pietre miliari della settima arte. Fra le massime espressioni del concetto di ritorno a casa, ci sono indubbiamente Il mago di Oz, seminale musical in Technicolor di Victor Fleming con protagonista la giovanissima Judy Garland, e Sentieri selvaggi, capolavoro western con John Wayne capace di condensare tutta l’epica e la poetica di John Ford. Due opere esplicitamente richiamate da Pearl, film del 2022 di Ti West che racconta invece di una donna condannata a rimanere a casa nonostante le sue aspirazioni e i suoi sogni, con conseguenze sinistre e nefaste.

Dopo l’inaspettato successo di X: A Sexy Horror Story, Mia Goth riprende i panni dell’inquietante Pearl, in un prequel che racconta la genesi della follia di questo personaggio. Un progetto nato durante le riprese del precedente capitolo e realizzato subito dopo, prezioso tassello di una trilogia completata dal sequel MaXXXine, ancora con protagonista Mia Goth nel ruolo della final girl da lei già interpretata in X: A Sexy Horror Story. Le pruriginose atmosfere da grindhouse anni ’70 lasciano così spazio al puritano Texas del 1918, scosso dalla prima guerra mondiale e dall’influenza spagnola. Uno scenario opprimente per la giovane Pearl, che attende il ritorno dal fronte del marito Howard insieme alla severa madre di origine tedesca e al padre infermo, sognando un futuro da ballerina.

Pearl: alle origini dell’orrore

Pearl si apre con un esplicito omaggio proprio a Sentieri selvaggi e al suo monumentale incipit: una porta che si spalanca su uno scenario incontaminato, vuoto a rendere di desideri e illusioni. Un paesaggio bucolico impreziosito da svolazzi e luci abbacinanti, in una progressione di gioia e speranza che sembra portare il racconto in direzione di Mary Poppins. Ovviamente niente di più sbagliato, perché dopo il capitolo precedente ci è chiaro che siamo di fronte alla origin story di una villain folle e sanguinaria. Mentre la protagonista canta sognante in una stalla, in un chiaro rimando alla Dorothy de Il mago di Oz e alla sua struggente Over the Rainbow, Ti West comincia infatti a disseminare indizi e suggestioni sulla tormentata psiche della protagonista.

Un ambiente familiare in cui dominano repressione e disperazione, l’isolamento affettivo scaturito dalla partenza del marito e quello sociale figlio dell’influenza spagnola (con tanto di mascherine e distanziamento che inevitabilmente riportano alla mente i momenti più difficili della pandemia di Covid-19) e un aborto rivendicato ma mai pienamente metabolizzato sono i prodromi per una progressiva discesa nella violenza e nell’orrore, costellata da un malsano rapporto con un letale alligatore (che abbiamo già imparato a conoscere in X: A Sexy Horror Story) e da un altrettanto malato rapporto con il sesso, evidenziato dalla fascinazione per un aitante proiezionista (David Corenswet) di cui si infatua Pearl.

La cinefilia di Ti West

La dimensione citazionista del lavoro di Ti West era già evidente in X: A Sexy Horror Story, influenzato soprattutto da Tobe Hooper e Wes Craven, ma con Pearl la cinefilia del regista esplode in un florilegio di dotti e suggestivi riferimenti.

Mia Goth diventa così una maschera da plasmare in molteplici direzioni, in bilico fra Norman Bates di Psyco (emblematico il momento dell’auto che si inabissa nel lago, insieme ad alcune inquadrature dell’abitazione della protagonista) e la Betty/Diane di Naomi Watts in Mulholland Drive, sospinta e afflitta da un sogno trasformato in autodistruttiva ossessione. La vediamo assistere curiosa e imbarazzata alla proiezione di uno dei primi film pornografici (A Free Ride, cortometraggio del 1915), simulare un coito con uno spaventapasseri (ancora Il mago di Oz), vestirsi come la Rossella O’Hara di Via col vento e compiere un’audizione che potrebbe spalancarle la porta della gloria, in una parabola analoga a quella della Mia Dolan in Emma Stone in La La Land.

Sogni destinati a rimanere in un cassetto imbrattato di sangue, in quanto i fallimenti di Pearl trovano terreno fertile nella sua personalità già fortemente disturbata, facendole superare il punto di non ritorno. La furia della protagonista travolge tutto ciò che si frappone fra lei e i suoi desideri: spasimanti che la rifiutano con malcelato timore, familiari che le tarpano le ali, potenziali rivali in un impossibile percorso artistico.

Pearl: una casa come prigione

Un viaggio sempre più veloce verso l’abisso, scandito da scariche di violenza, immagini disgustose (il maiale infestato dai vermi, la tavola imbandita di cibo marcio) e dalla folgorante prova di Mia Goth, in perfetto equilibrio fra disagio e pericolosa ingenuità, condita da virtuosismi come il lungo monologo finale e l’agghiacciante, prolungato e loquace sguardo con cui si chiude il film. Una performance che avrebbe meritato maggiore considerazione durante la stagione dei premi, penalizzata dallo stigma ancora presente a Hollywood nei confronti del cinema di genere.

La genesi di Pearl si conclude effettivamente con un ritorno a casa, quello del marito Howard, libero dai suoi impegni bellici. In questo ritorno non ci sono però né gioia né sollievo, perché la casa in questione è una prigione che la protagonista non potrà mai più abbandonare, ma solo sfruttare per nuove escursioni nella ferocia e nella pazzia. La stessa porta che tagliava fuori dalla tranquilla vita familiare Ethan Edwards nel finale di Sentieri selvaggi chiude dentro Pearl e il succube Howard, condannando entrambi a una vita ai margini della ragione e della società. La perfetta e coerente conclusione di un progetto orgogliosamente derivativo, ma allo stesso tempo fresco e genuino. L’ennesimo centro di A24, brillante avamposto di un cinema capace di attraversare ed espandere i generi, senza mai farsi ingabbiare.

Dove vedere Pearl in streaming

Overall
8/10

Valutazione

Ti West firma un prequel di X: A Sexy Horror Story orgogliosamente derivativo, in perenne viaggio fra i generi per raccontare la discesa nell’abisso di una personalità disturbata.

Continua a leggere

Apple TV+

Sunny: recensione della serie Apple TV+ con Rashida Jones

Pubblicato

il

Sunny

Apple TV+ e A24 sono indubbiamente due delle realtà che negli ultimi anni hanno maggiormente sperimentato sul grande e sul piccolo schermo, portando agli spettatori prodotti in grado uscire dai confini dei generi e di riflettere sulla contemporaneità e sui suoi mutamenti. Non stupisce quindi ritrovarle a collaborare in Sunny, nuova serie prodotta da A24 e distribuita proprio su Apple TV+, che ci offre uno spaccato sinistro e allo stesso tempo fortemente umano sui recenti sviluppi della tecnologia, in particolare sull’intelligenza artificiale.

Ci troviamo di fronte a un mystery thriller dalle sfumature distopiche e da dark comedy, in bilico fra le atmosfere già esplorate con successo dalla stessa Apple TV+ in Scissione e gli oscuri presagi tecnologici e sociali lanciati da Black Mirror. In una Kyoto futuristica, facciamo la conoscenza di Suzie Sakamoto (Rashida Jones), donna statunitense che si è trasferita per lavoro in Giappone, trovando l’amore con Masa Sakamoto (Hidetoshi Nishijima, già visto in Drive My Car). Quando Masa e il loro figlio scompaiono in un incidente aereo, Suzie si trova costretta ad affrontare il dolore e la solitudine, acuita dalla sua ancora scarsissima conoscenza del giapponese.

La donna riceve però in dono un robot domestico creato dall’azienda per cui lavorava il marito, chiamato Sunny. Nonostante la sua diffidenza, proprio grazie a Sunny Suzie inizia a reagire e a cercare la verità sulla scomparsa dei suoi cari, fra cospirazioni e segreti aziendali.

Sunny: la nuova serie Apple TV+, fra Scissione e Black Mirror

Nel corso dei 10 episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Sunny mette molta carne al fuoco, tessendo lentamente la tela di un mistero sempre più inquietante e lavorando al tempo stesso sui personaggi e sulla loro evoluzione. Lo show creato da Katie Robbins si confronta inevitabilmente con la tecnologia, rappresentata dal robot protagonista con diverse sfumature, anche contraddittorie. Da una parte, emergono infatti i rischi legati alla diffusione senza controllo di innovazioni sempre più invasive e alienanti, ma dall’altra non si negano i possibili risvolti positivi della robotica e dell’intelligenza artificiale, che nello specifico aiutano la protagonista ad alleviare la sua solitudine e a riprendere in mano la propria vita.

Rashida Jones compie un ottimo lavoro di caratterizzazione di Suzie, scolpendola con dettagli che con il passare degli episodi la avvicinano all’universo di alienazione e disagio esistenziale di Sofia Coppola (con cui la protagonista non a caso ha lavorato in On the Rocks, anch’esso prodotto da A24 e distribuito da Apple TV+). L’ambientazione nipponica e la dimensione di straniera in terra straniera di Suzie richiamo inevitabilmente Lost in Translation, ma Sunny oppone all’apparente staticità di Sofia Coppola una narrazione frenetica, fatta di continui salti avanti e indietro nel tempo e di scatole cinesi che rivelano continuamente un intrigo più imponente del precedente.

Una serie coraggiosa

La voglia di sperimentare e di giocare con così tanti generi e suggestioni è lodevole, ma si ha spesso la sensazione che la serie fatichi a trovare il proprio baricentro, in quanto continuamente sballottata fra troppe sottotrame e fra binari narrativi non sempre approfonditi adeguatamente. In uno show così improntato sui dettagli visivi (notevole il lavoro sul design tecnologico, nonché sulla splendida sigla rétro), stona inoltre la scelta di ricorrere troppo spesso ai dialoghi e di sacrificare di conseguenza il racconto per immagini, che in questo caso avrebbe offerto terreno fertile.

Ci resta però uno show raffinato e controcorrente, che in un panorama seriale sempre più appiattito ha il coraggio di osare e di mettere alla prova lo spettatore, anche a costo di respingerlo.

Sunny è disponibile dal 10 luglio su Apple TV+.

Overall
6.5/10

Valutazione

Apple TV+ e A24 consegnano agli spettatori una serie intelligente e controcorrente, capace di mettere alla prova gli spettatori e di porre interrogativi non banali sugli sviluppi tecnologici.

Continua a leggere
Pubblicità

    Copyright © 2024 Lost in Cinema.