Scary Stories to Tell in the Dark: recensione del film di André Øvredal

Scary Stories to Tell in the Dark: recensione del film di André Øvredal

Se ripeti una storia abbastanza volte, questa diventa vera. Non è una considerazione sullo stato dell’informazione nell’era delle fake news, ma l’idea alla base di Scary Stories to Tell in the Dark, adattamento dell’omonima serie di libri per ragazzi di Alvin Schwartz, diretto da André Øvredal e fortemente voluto da uno che di mostri se ne intende, Guillermo del Toro. Le storie con cui siamo cresciuti, davanti al camino o prima di andare a dormire, hanno contribuito a formare il nostro immaginario, ad allargare i nostri orizzonti e a renderci le persone che siamo. Lo sa bene del Toro, cresciuto con i libri di Schwartz, e che in veste di produttore e sceneggiatore opta per inserire alcuni dei racconti di Scary Stories to Tell in the Dark all’interno della trama principale, come parte di un ragionamento sulla narrazione, sulla paura e sull’eredità culturale.

Ci troviamo negli Stati Uniti del 1968, epoca di importanti cambiamenti sociali e di dure proteste, come quella contro la Guerra del Vietnam. Al cinema è appena arrivato La notte dei morti viventi, che il pubblico si ammucchia a vedere nei drive-in. La piccola cittadina californiana di Mill Valley ha però una sua propria storia: la casa stregata fuori città appartenuta ai Bellows, in cui morì in circostanze sinistre la giovane Sarah. Con l’aiuto del vagabondo Ramón, l’aspirante scrittrice adolescente Stella e i suoi due amici Auggie e Chuck scappano dai bulli di quartiere, recandosi successivamente in questa inquietante dimora. All’interno, mettono le mani su un libro, scritto proprio da Sarah Bellows, pieno di storie spaventose, che cominciano a prendere letteralmente vita davanti a loro, mettendoli in serio pericolo.

Scary Stories to Tell in the Dark: fra Stephen King e Piccoli brividiScary Stories to Tell in the Dark

Con un’operazione analoga a quella compiuta in Piccoli brividi, Øvredal utilizza l’immaginario di una serie di libri per ragazzi per dare vita a un teen horror incalzante e dalla notevole messa in scena, che non si limita a una mera successione di jump scares, costruendo un universo con delle regole precise e dei personaggi ben caratterizzati. Nel momento si assiste a un gruppo di adolescenti in lotta contro il male nella provincia americana, è pressoché inevitabile correre col pensiero alle atmosfere dei romanzi di Stephen King, con cui non a caso il regista norvegese si confronterà prossimamente per un adattamento de La lunga marcia. Ma le ispirazioni a punti di riferimento della cultura pop non finiscono qui. C’è l’oggetto maledetto che congiunge realtà e fantasia come in Jumanji, la predestinazione alla morte che ricorda Final Destination e una casa stregata dalle atmosfere paragonabili a quelle di Hill House.

Pur essendo un’opera fortemente derivativa, Scary Stories to Tell in the Dark evita quasi sempre gli stereotipi e riesce ad amalgamare l’avventura per ragazzi, le sfumature più spaventose delle favole con cui siamo cresciuti e il tipico umorismo da teen comedy, incentrato soprattutto sui pruriti sessuali. Le creature che fuoriescono dal libro per tormentare i protagonisti sono genuinamente terrificanti, anche grazie al fatto che si è preferito ricorrere il meno possibili agli effetti digitali. Siamo certi che The Pale Lady e The Jangly Man, protagonisti di racconti della raccolta su cui è basata l’opera, saranno a lungo parte degli incubi degli spettatori più giovani e impressionabili, come alcune sequenze ben orchestrate da Øvredal.

Scary Stories to Tell in the Dark: il potere della fantasia contro la necessità della verità

Scary Stories to Tell in the Dark

Si ha più volte la netta sensazione che Scary Stories to Tell in the Dark stia per spiccare il volo, abbinando al teen horror degli elementi da romanzo di formazione e un’arguta critica sociale. Purtroppo, le cose non vanno esattamente in questo modo. I riferimenti al Vietnam e al rifiuto di questa vergognosa guerra sono troppo superficiali per incidere, mentre l’unico personaggio che gode di un arco narrativo soddisfacente è quello di Zoe Margaret Colletti, che conferma le buone impressioni suscitate nel precedente Wildlife. A tratti, il meccanismo a eliminazione dei personaggi pare girare a vuoto, allentando la tensione del racconto.

Øvredal riesce comunque a mantenere ben salde le redini della storia, conducendola con mestiere in territori certamente non inaspettati, ma ugualmente affascinanti, dando inoltre vita a una toccante metafora sul potere della fantasia e del racconto. La penna può davvero ferire più della spada e l’inventiva è realmente una freccia nel nostro arco per toglierci d’impaccio nelle situazioni più difficili. Allo stesso tempo però, la verità, temuta da molti, può essere un’alleata altrettanto valida per rimettere a posto le cose e fare emergere le nostre migliori qualità.

Scary Stories to Tell in the Dark

Con un pizzico di coraggio in più e una maggiore voglia di approfondire le tante interessanti tematiche proposte, Scary Stories to Tell in the Dark avrebbe potuto ambire a diventare un instant cult per i ragazzi, sempre in cerca di storie e personaggi con cui immedesimarsi. Ci resta invece soltanto una piacevole favola per adolescenti e adulti, che visto il successo di pubblico (già 100 milioni di dollari raccolti al botteghino) potrebbe anche avere uno o più seguiti. con i quali attingere ulteriormente alle storie di Alvin Schwartz.

Scary Stories to Tell in the Dark arriverà nelle sale italiane il 24 ottobre, distribuito da Notorious Pictures.

  • Verdetto

3.5

Sommario

Scary Stories to Tell in the Dark si rivela una piacevole favola per adolescenti e adulti, che non riesce però a elevarsi a vero e proprio racconto di formazione e a pungente critica sociale.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.