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Sei fratelli: recensione del film di Simone Godano

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Non sono Compagni di scuola e fra di loro non c’è Il grande freddo, ma al contrario una tensione acuita da anni di lontananza e di incomprensioni. Sono i Sei fratelli di Simone Godano, che dopo Marilyn ha gli occhi neri torna a raccontare un’umanità fragile e spezzata, sotto forma di famiglia allargata e disfunzionale, costretta a fare i conti con il proprio passato e con i propri segreti. Un racconto corale, che come il già citato capolavoro di Lawrence Kasdan utilizza la morte di un personaggio quasi mai in scena, ma sempre centrale, per riunire un gruppo eterogeneo e complesso di personaggi, interpretati da attori di talento e carisma come Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Gabriel Montesi, Valentina Bellè, Claire Romain, Mati Galey e Linda Caridi.

Dopo una vita libera e all’insegna del carpe diem, con una malattia all’ultimo stadio che gli lascia poco da vivere, Manfredi Alicante (Gioele Dix) si suicida gettandosi dalla finestra, privando del padre i suoi 4 figli biologici e un’ulteriore figlia da lui riconosciuta come tale. Riuniti per l’ultimo saluto e per la successiva lettura del testamento, i cinque scoprono l’esistenza di un’ulteriore sorella, nata da una relazione clandestina del padre e tenuta sempre nascosta. Il gruppo, composto da italiani e francesi, si ritrova nella casa del padre a Bordeaux, alle prese con forti dissidi interni e divergenze culturali e caratteriali. Qui i sei fratelli fanno i conti con la fallimentare azienda ereditata dal padre, ma sono costretti anche a confrontarsi con le peculiarità della loro bizzarra famiglia e con i fantasmi del passato che infestano le loro vite.

Sei fratelli: il dolceamaro racconto corale di una disfunzionale famiglia allargata

Sei fratelli

Sei fratelli conferma lo spirito di Grøenlandia (in produzione c’è il co-fondatore Matteo Rovere), una delle poche case di produzione nostrane che cerca sempre di scardinare le più logore dinamiche narrative del cinema italiano. La sceneggiatura di Luca Infascelli e dello stesso Simone Godano è genuina e brillante, forte della miscela fra Italia e Francia che riverbera non solo nelle loro storie, ma anche nell’atmosfera di un racconto costantemente in bilico fra risate e malinconia, fra speranza e disagio. Distaccandosi dalle troppe ovattate famiglie borghesi che imperversano nelle produzioni italiane, il regista mette finalmente in scena un pizzico di realtà, dando vita a una famiglia disastrata e tutt’altro che convenzionale, fatta di fratelli e sorelle che a malapena riescono a parlarsi e in certi casi nemmeno si conoscono.

La forzata convivenza in spazi ristretti, già sfruttata in successi commerciali come A casa tutti bene di Gabriele Muccino e Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, permette a Simone Godano di mettere in risalto la scrittura e i dialoghi, capaci di descrivere sei vite completamente diverse, ma legate fra loro da un sottilissimo filo. Le tipologie umane sono ben delineate, ma non per questo semplicistiche: abbiamo l’ambizioso e cinico Marco (Riccardo Scamarcio), sposato con Giorgia (Linda Caridi), a sua volta ex fidanzata di Leo (Gabriel Montesi), il più scontroso e irascibile dei sei fratelli; ci sono poi il disilluso e sconfitto Guido (Adriano Giannini) la spigolosa francese Gaelle (Claire Romain) e il fratello minore Mattia (Mati Galey), l’artista del gruppo; isolata dal resto della compagnia Luisa (Valentina Bellè), la cui vita turbolenta e tormentata è perfettamente in linea con la parabola del resto della famiglia.

Figli di quattro madri diverse e delle più disparate esperienze, su cui aleggia la figura di Manfredi Alicante, dissoluta ma coerente con la sua visione della vita.

Sei fratelli: un piccolo universo di rancori urlati e di affetto nascosto

La narrazione di Sei fratelli è cangiante, fatta di lunghi momenti di apparente stasi e di improvvise accelerazioni in molteplici direzioni. Non mancano liti, incidenti, consigli, tradimenti e addirittura un incesto “morale”, ma a tratteggiare le personalità dei protagonisti e i mutevoli rapporti fra di loro sono i momenti più inaspettati, come una partita a laser game o un improvvisato bagno collettivo. Anche se il racconto procede a scatti e per episodi, la convivenza dei figli di Manfredi Alicante riesce così a tratteggiare un piccolo universo di rancori urlati e di affetto nascosto, in cui chiunque può riconoscersi e riconoscere amari scampoli di verità.

Rispetto ad altre riunioni (familiari e non) raccontate sul grande schermo, Sei fratelli fatica a fare emergere il passato e tutto ciò che non è esplicitato dai dialoghi; a tratti si ha inoltre la sensazione che la narrazione si accartocci su se stessa, a causa della mancanza di un tema capace di racchiudere questa variegata umanità (come era stata la nostalgia del periodo universitario per Il grande freddo o il deterioramento morale e affettivo dei liceali di Compagni di scuola). Simone Godano è così costretto a sopperire a queste mancanze con una voce narrante un po’ troppo invasiva, soprattutto in un finale che avrebbe beneficiato di meno didascalismo e di più racconto per immagini.

Un’accozzaglia di umani italiani che si riscopre famiglia

Sei fratelli

Sei fratelli resta comunque un interessante tentativo di uscire dai territori più battuti del cinema italiano, toccando per una volta il disagio, la mediocrità e le profonde ferite presenti nella maggior parte dei nuclei familiari. Nonostante qualche passaggio a vuoto, ci si emoziona per questa sgangherata accozzaglia di umanità, che almeno per qualche effimera e bizzarra giornata si riscopre famiglia, non solo sulla carta ma attraverso la comprensione, la convivenza e il sostegno reciproco.

Sei fratelli è al cinema dall’1 maggio, distribuito da 01 Distribution.

Overall
6.5/10

Valutazione

Sei fratelli si inserisce nel florido filone delle riunioni familiari, dando vita a un racconto che nonostante qualche passaggio a vuoto regala struggenti scampoli di verità.

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Hanno ucciso l’Uomo Ragno: il teaser trailer della serie sulla storia degli 883

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Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È online il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, serie dramedy Sky Original disponibile da ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW. La serie è un racconto di formazione incentrato su Max Pezzali e Mauro Repetto, fondatori di uno dei più celebri e amati gruppi musicali pop italiani degli ultimo decenni. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 si addentra nei mitici anni ’90 per narrare la genesi di alcune delle canzoni più famose degli 883, duo che contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti, in primis gli stessi Max e Mauro.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 è una serie di Sydney Sibilia (Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry), per la prima volta alla regia di una serie. Gli otto episodi dello show sono scritti da lui stesso insieme a Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone. Completano il team di regia Francesco Ebbasta (Addio fottuti musi verdi, Generazione 56k) e Alice Filippi (Sul più bello, SIC). Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli interpretano rispettivamente Max Pezzali e Mauro Repetto. Vediamo cosa ci aspetta.

Il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883

Questa la sinossi ufficiale della serie:

Pavia, fine anni Ottanta. Max ama i fumetti e la musica americana. È un anticonformista in una città dove non c’è nulla a cui ribellarsi. In più, dopo aver trascurato il liceo per seguire nuove amicizie e serate punk, arriva inevitabilmente la bocciatura.
Questo fallimento si rivela in realtà una nuova, fatale opportunità: nel liceo dove si trasferisce ha un nuovo compagno di banco, Mauro. La musica rende Max e Mauro inseparabili. Grazie alla forza trascinante di Mauro, Max abbraccia il suo talento e insieme a lui compone le prime canzoni che verranno prodotte da Claudio Cecchetto. Ma quando il successo li travolgerà, Max e Mauro, così diversi, riusciranno a rimanere uniti?

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Abigail: recensione del film con Melissa Barrera

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Abigail

Si apre con il tema principale de Il lago dei cigni di Čajkovskij come il seminale Dracula di Tod Browning (scelta con un ben preciso significato, come vedremo in seguito), procede seguendo le dinamiche di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (base per molti horror moderni, peraltro citata esplicitamente nel film) e infarcisce tutto con un dark humour citazionista e postmoderno. Abigail di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett si configura quindi come un saggio divertito e divertente sulla storia e sullo stato dell’arte del cinema horror, sulla scia dell’immortale saga di Wes Craven Scream, non a caso rielaborata dagli stessi registi nei due recenti “requel“. Una valida commedia horror, che conferma l’affinità di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con questo filone, da loro esplorato anche nel notevole Finché morte non ci separi.

Liberamente ispirato a La figlia di Dracula, Abigail racconta la storia di un bizzarro e misterioso gruppo di rapitori, assoldati per sequestrare una bambina dotata di grande talento per la danza. Una volta eseguito il sequestro, i malviventi hanno l’indicazione di portare la piccola in una lussuosa e isolata villa, in cui custodirla per 24 ore in attesa del pagamento del riscatto. Ignari delle vere identità dei loro soci e di quella del padre della bambina, i rapitori iniziano a innervosirsi e a porsi domande sulla loro missione. In un susseguirsi di eventi sinistri, scoprono poi di essere rinchiusi all’interno della villa e soprattutto di essere a loro volta in pericolo per la vera natura della piccola Abigail, assetata del loro sangue.

Abigail: una giocosa e riuscita commedia dell’orrore

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non inventano nulla, ma sfruttano in maniera fresca e brillante gli stereotipi dei generi e dei temi che affrontano. Uno di questi è indubbiamente il vampirismo, che con il passare dei minuti diventa sempre più centrale all’interno della narrazione. L’eterogeneo gruppo di protagonisti infatti non può fare altro che interrogarsi sulla natura e sui poteri di Abigail, affidandosi all’intuito (per la verità abbastanza scarso) e soprattutto alla letteratura e alla filmografia sui vampiri. Spunti ideali per un umorismo macabro e grottesco e per situazioni paradossali, come i momenti in cui i protagonisti ricorrono a reminiscenze di True Blood o Twilight per decidere il da farsi o scambiano l’aglio con le cipolle nel tentativo di proteggersi.

Il lavoro dei registi non si limita però al citazionismo spicciolo, ma anche grazie al contributo in sceneggiatura di Stephen Shields e Guy Busick danno vita a un prodotto di genere dalle atmosfere e dalle dinamiche cangianti, non lontano per toni dal cult Dal tramonto all’alba. Quello che inizialmente si configura come un innocuo thriller basato su un rapimento strizza poi l’occhio al giallo, lavorando sulle misteriose identità dei rapitori e sulla loro possibile doppiezza. Una parentesi effimera, che prepara il terreno a una decisa sterzata nei territori dell’horror e dello splatter, durante la quale si ricorre a un ricco campionario di schizzi di sangue, teste mozzate e giugulari recise. Una svolta accompagnata da particolari scelte di marketing, volte non a celare la vera natura della piccola protagonista ma a enfatizzarla in tutti i modi possibili, a partire dall’ampio materiale promozionale.

La formidabile prova di Alisha Weir

Abigail

Punto di forza di Abigail è indubbiamente la formidabile attrice irlandese Alisha Weir (classe 2009), già vista recentemente in Matilda The Musical di Roald Dahl e Cattiverie a domicilio, ma in questo caso autrice di una prova di encomiabile maturità, in perfetto equilibrio fra falsa dolcezza e spaventosa malvagità, ma capace anche di sorprendenti squarci di umanità. Accanto a lei spicca la notevole performance di Melissa Barrera, già valida final girl nel franchise di Scream, da cui è stata allontanata ciecamente allontanata per il suo sostegno al popolo palestinese. Completano il cast l’ambiguo Dan Stevens, l’ingenua geek Kathryn Newton, il sempre inquietante Kevin Durand, un incerto Will Catlett e lo sfortunato Angus Cloud, prematuramente scomparso poco prima dell’uscita del film, dedicato alla sua memoria. Da segnalare infine le brevi apparizioni di Giancarlo Esposito e Matthew Goode, importanti soprattutto per l’atto conclusivo.

Nel turbine di citazioni orchestrato dai registi (oltre a quelle già menzionate, spiccano i rimandi alla vasca di Phenomena e i parallelismi con Finché morte non ci separi, in un gioco di riferimenti interno alla filmografia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), sarebbe un peccato fare passare in secondo piano il pregevole lavoro sulle scenografie e sulle luci, che diventa centrale per la narrazione e per le possibili piste che si aprono con il passare dei minuti. Il risultato è un crescendo di suspense, mistero e paura, solo parzialmente indebolito da una comicità meno efficace rispetto ai precedenti lavori di questa coppia di autori, principalmente a causa della caratterizzazione grossolana ed eccessivamente grottesca di alcuni dei protagonisti.

Abigail: è davvero la fine?

Abigail

Pur non rinnegando mai la sua natura puramente derivativa, Abigail sfocia in un finale soddisfacente e tutt’altro che scontato, che raccoglie i frutti del lavoro svolto in precedenza sugli stereotipi dei vampiri e sulla solidarietà femminile, già al centro dei due recenti capitoli del franchise di Scream. Un lavoro leggero ma mai sciatto, anche dal punto di vista editoriale: in epoca di remake sfornati a ripetizione e di universi condivisi, Abigail sembra più viva che mai, proprio come il famigerato Principe delle tenebre a cui è direttamente collegata.

Abigail è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7/10

Valutazione

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett continuano la loro esplorazione della commedia dell’orrore, dando vita a un racconto giocoso e citazionista al punto giusto, solo parzialmente indebolito da un umorismo non sempre a fuoco.

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta: il trailer del film con Blake Lively

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

È online il trailer ufficiale di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, nuovo film Sony Pictures tratto basato sull’omonimo romanzo di Colleen Hoover (edito in Italia da Sperling & Kupfer), che arriverà nelle sale italiane il 21 agosto 2024. Il film è diretto e interpretato da Justin Baldoni (A un metro da te, Nuvole) su una sceneggiatura di Christy Hall. Condivide lo schermo con lui Blake Lively (Adaline – L’eterna giovinezza, Paradise Beach – Dentro l’incubo, Un piccolo favore), che interpreta la protagonista Lily. Fanno inoltre parte del cast Jenny Slate (Everything Everywhere All at Once), Brandon Sklenar (1923), Isabela Ferrer (Fire Burning), Amy Morton (Chicago P.D.), Hasan Minhaj (Fidanzata in affitto), Alex Neustaedter (American Rust – Ruggine americana) e Kevin McKidd (Grey’s Anatomy). Diamo un’occhiata a quello che ci aspetta.

Il trailer ufficiale italiano di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

Questa la sinossi del film:

It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, un adattamento per il grande schermo del primo romanzo di Colleen Hoover, racconta l’appassionante storia di Lily Bloom (Blake Lively), una donna che ha superato un’infanzia traumatica e intraprende una nuova vita a Boston per inseguire il sogno di una vita: aprire una propria attività. L’incontro casuale con l’affascinante neurochirurgo Ryle Kincaid (Justin Baldoni) fa nascere un legame intenso, ma mentre i due si innamorano profondamente, Lily inizia a vedere in Ryle lati che le ricordano il rapporto con i suoi genitori. Quando il primo amore di Lily, Atlas Corrigan (Brandon Sklenar), rientra improvvisamente nella sua vita, la relazione con Ryle viene stravolta e Lily capisce che deve imparare a contare sulle proprie forze per fare una scelta molto difficile per il suo futuro.

In conclusione, vi ricordiamo che il film arriverà nelle sale italiane dal 21 agosto, distribuito da Eagle Pictures.

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