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Sei nell’anima: recensione del film Netflix su Gianna Nannini

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«C’è un prima e un dopo il 1983. Nel 1983 sono morta e poi nata di nuovo, e oggi quindi ho 41 anni», dice Gianna Nannini nel corso di un’intervista per Vanity Fair. Una rinascita fisica, mentale e artistica al centro di Sei nell’anima, sorprendente biopic sulla rocker italiana disponibile dal 2 maggio su Netflix, diretto da Cinzia TH Torrini e basato sull’autobiografia Cazzi miei. Un ritratto intimo e toccante di un’artista poliedrica e di una donna sempre controcorrente, focalizzato sulla prima parte della carriera di Gianna Nannini, sulla sua rapida ascesa e sulla sua profonda crisi personale del 1983, seguita dalla definitiva affermazione con Fotoromanza.

A dare corpo e volto a Gianna Nannini è uno dei principali punti di forza del progetto, la strepitosa Letizia Toni, poco nota al pubblico e agli addetti ai lavori ma autrice di una prova di rara immedesimazione e intensità, impossibile da ignorare per un’industria cinematografica bisognosa di talenti come quella italiana. Una performance che va ben al di là della mera imitazione, impreziosendo un racconto sincero e mai accomodante, fortemente voluto dalla stessa Gianna Nannini, che ha garantito ampio accesso ai suoi brani e a materiali d’archivio ed è accreditata anche come sceneggiatrice di Sei nell’anima. Non mancano inoltre altri volti noti del cinema italiano come Maurizio Lombardi (nel ruolo di Danilo Nannini, padre di Gianna), Andrea Delogu (che interpreta Mara Maionchi, una delle prime estimatrici della protagonista) e Selene Caramazza nei panni di Carla Accardi, storica compagna della cantautrice.

Sei nell’anima: il sincero e sorprendente biopic su Gianna Nannini

Sei nell’anima si inserisce nel sempre più florido filone di biopic dedicati a stelle della musica, inaugurato con successo da Bohemian Rhapsody e abbracciato anche dai recenti Bob Marley – One Love e Back to Black. Proprio quest’ultimo lavoro, dedicato alla compianta Amy Winehouse, ha mostrato tutti i limiti di un approccio eccessivamente rispettoso (per non dire revisionista) nel racconto di vite fatte di gioie e trionfi, ma anche di fragilità e rovinose cadute. Considerando il coinvolgimento della protagonista del biopic, il pubblico generalista di Netflix e il solido background televisivo di Cinzia TH Torrini, si temeva un lavoro altrettanto pavido, volto a smussare gli spigoli dell’esistenza di Gianna Nannini e non a coglierne l’essenza. Pregiudizi demoliti da un’opera che al contrario si immerge negli abissi della cantautrice, senza mai indorare la pillola e trasformando addirittura la sua debilitante crisi psicologica nel baricentro emotivo e narrativo del racconto.

L’arco temporale abbastanza ridotto su cui si concentra Sei nell’anima permette a Cinzia TH Torrini di delineare la protagonista attraverso i suoi principali tratti caratteriali e tramite gli eventi che l’anno maggiormente segnata, allontanandola da inutili digressioni. Entriamo così in contatto con il carattere indomito e ribelle di Gianna Nannini, che già in tenera età la porta a scontri con le insegnanti di musica e con la figura severa e autoritaria del padre. Viviamo poi la fuga della protagonista a Milano, il suo peregrinare fluido e spericolato fra sesso, droga e rock’n roll e i suoi primi successi all’insegna della trasgressione e dell’irriverenza, perfettamente sintetizzate dall’immortale America. Un flusso di emozioni all’interno del quale non mancano liti, tradimenti, delusioni e le inevitabili conseguenze della fama, come la pressione da parte dei produttori per la realizzazione di una nuova hit.

La morte è obbligatoria, ma l’età è facoltativa

Letizia Toni nei panni di Gianna Nannini in una scena di Sei nell'anima

Fra emarginazione, disagio, piano bar troppo ingessati per l’anticonformismo della protagonista e rigide scadenze produttive e promozionali, emerge così l’incontenibile spirito di Gianna Nannini, capace di farsi scivolare addosso le critiche e i rimproveri e di rimanere sempre coerente con se stessa. La sua sfrontatezza (resa perfettamente da Letizia Toni) non la tiene però al riparo dal già citato crollo, descritto così dalla stessa cantautrice: «Io non ho risposto più di me per venti, trenta giorni, non sapevo più chi ero, una crisi che mi ha lasciato con la paura di ricaderci per un po’, poi sono morta e sono nata di nuovo».

La già apprezzabile schiettezza di Sei nell’anima vira così in territori ancora più cupi, flirtando addirittura con il thriller psicologico. Al netto di qualche forzatura e di un leggero eccesso di didascalismo (le visioni di Gianna Nannini che sfociano nel testo di Fotoromanza), il risultato è tutt’altro che disprezzabile, nonché terreno fertile per il climax conclusivo, in cui rinascita, riconciliazione e rinnovamento vanno a braccetto verso Sei nell’anima. Un brano pubblicato nel 2006 (molti anni dopo gli eventi narrati) ma perfetto per descrivere il percorso di una donna in grado di scalare le pareti dell’inferno in cui era precipitata, per poi riprendersi la vita che aveva sempre desiderato.

Mentre realtà e rappresentazione si fondono sui titoli di coda, per una volta prevale la soddisfazione per un racconto biografico che evita l’agiografia, elimina il superfluo e non cede alla tentazione di migliorare la realtà, catturando così l’anima di un’artista che nel recente brano 1983 (non a caso l’anno della sua rinascita) canta: «La morale della storia è che c’è sempre alternativa. La morte è obbligatoria, ma l’età è facoltativa».

Sei nell’anima è disponibile dal 2 maggio su Netflix.

Letizia Toni e Selene Caramazza in una scena di Sei nell'anima

Overall
7.5/10

Valutazione

In un’epoca di biopic agiografici e ovattati, Sei nell’anima dà vita a un racconto sorprendentemente sincero, che coglie l’essenza della vita e della carriera di Gianna Nannini.

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Hanno ucciso l’Uomo Ragno: il teaser trailer della serie sulla storia degli 883

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Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È online il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, serie dramedy Sky Original disponibile da ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW. La serie è un racconto di formazione incentrato su Max Pezzali e Mauro Repetto, fondatori di uno dei più celebri e amati gruppi musicali pop italiani degli ultimo decenni. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 si addentra nei mitici anni ’90 per narrare la genesi di alcune delle canzoni più famose degli 883, duo che contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti, in primis gli stessi Max e Mauro.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 è una serie di Sydney Sibilia (Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry), per la prima volta alla regia di una serie. Gli otto episodi dello show sono scritti da lui stesso insieme a Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone. Completano il team di regia Francesco Ebbasta (Addio fottuti musi verdi, Generazione 56k) e Alice Filippi (Sul più bello, SIC). Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli interpretano rispettivamente Max Pezzali e Mauro Repetto. Vediamo cosa ci aspetta.

Il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883

Questa la sinossi ufficiale della serie:

Pavia, fine anni Ottanta. Max ama i fumetti e la musica americana. È un anticonformista in una città dove non c’è nulla a cui ribellarsi. In più, dopo aver trascurato il liceo per seguire nuove amicizie e serate punk, arriva inevitabilmente la bocciatura.
Questo fallimento si rivela in realtà una nuova, fatale opportunità: nel liceo dove si trasferisce ha un nuovo compagno di banco, Mauro. La musica rende Max e Mauro inseparabili. Grazie alla forza trascinante di Mauro, Max abbraccia il suo talento e insieme a lui compone le prime canzoni che verranno prodotte da Claudio Cecchetto. Ma quando il successo li travolgerà, Max e Mauro, così diversi, riusciranno a rimanere uniti?

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Abigail: recensione del film con Melissa Barrera

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Abigail

Si apre con il tema principale de Il lago dei cigni di Čajkovskij come il seminale Dracula di Tod Browning (scelta con un ben preciso significato, come vedremo in seguito), procede seguendo le dinamiche di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (base per molti horror moderni, peraltro citata esplicitamente nel film) e infarcisce tutto con un dark humour citazionista e postmoderno. Abigail di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett si configura quindi come un saggio divertito e divertente sulla storia e sullo stato dell’arte del cinema horror, sulla scia dell’immortale saga di Wes Craven Scream, non a caso rielaborata dagli stessi registi nei due recenti “requel“. Una valida commedia horror, che conferma l’affinità di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con questo filone, da loro esplorato anche nel notevole Finché morte non ci separi.

Liberamente ispirato a La figlia di Dracula, Abigail racconta la storia di un bizzarro e misterioso gruppo di rapitori, assoldati per sequestrare una bambina dotata di grande talento per la danza. Una volta eseguito il sequestro, i malviventi hanno l’indicazione di portare la piccola in una lussuosa e isolata villa, in cui custodirla per 24 ore in attesa del pagamento del riscatto. Ignari delle vere identità dei loro soci e di quella del padre della bambina, i rapitori iniziano a innervosirsi e a porsi domande sulla loro missione. In un susseguirsi di eventi sinistri, scoprono poi di essere rinchiusi all’interno della villa e soprattutto di essere a loro volta in pericolo per la vera natura della piccola Abigail, assetata del loro sangue.

Abigail: una giocosa e riuscita commedia dell’orrore

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non inventano nulla, ma sfruttano in maniera fresca e brillante gli stereotipi dei generi e dei temi che affrontano. Uno di questi è indubbiamente il vampirismo, che con il passare dei minuti diventa sempre più centrale all’interno della narrazione. L’eterogeneo gruppo di protagonisti infatti non può fare altro che interrogarsi sulla natura e sui poteri di Abigail, affidandosi all’intuito (per la verità abbastanza scarso) e soprattutto alla letteratura e alla filmografia sui vampiri. Spunti ideali per un umorismo macabro e grottesco e per situazioni paradossali, come i momenti in cui i protagonisti ricorrono a reminiscenze di True Blood o Twilight per decidere il da farsi o scambiano l’aglio con le cipolle nel tentativo di proteggersi.

Il lavoro dei registi non si limita però al citazionismo spicciolo, ma anche grazie al contributo in sceneggiatura di Stephen Shields e Guy Busick danno vita a un prodotto di genere dalle atmosfere e dalle dinamiche cangianti, non lontano per toni dal cult Dal tramonto all’alba. Quello che inizialmente si configura come un innocuo thriller basato su un rapimento strizza poi l’occhio al giallo, lavorando sulle misteriose identità dei rapitori e sulla loro possibile doppiezza. Una parentesi effimera, che prepara il terreno a una decisa sterzata nei territori dell’horror e dello splatter, durante la quale si ricorre a un ricco campionario di schizzi di sangue, teste mozzate e giugulari recise. Una svolta accompagnata da particolari scelte di marketing, volte non a celare la vera natura della piccola protagonista ma a enfatizzarla in tutti i modi possibili, a partire dall’ampio materiale promozionale.

La formidabile prova di Alisha Weir

Abigail

Punto di forza di Abigail è indubbiamente la formidabile attrice irlandese Alisha Weir (classe 2009), già vista recentemente in Matilda The Musical di Roald Dahl e Cattiverie a domicilio, ma in questo caso autrice di una prova di encomiabile maturità, in perfetto equilibrio fra falsa dolcezza e spaventosa malvagità, ma capace anche di sorprendenti squarci di umanità. Accanto a lei spicca la notevole performance di Melissa Barrera, già valida final girl nel franchise di Scream, da cui è stata allontanata ciecamente allontanata per il suo sostegno al popolo palestinese. Completano il cast l’ambiguo Dan Stevens, l’ingenua geek Kathryn Newton, il sempre inquietante Kevin Durand, un incerto Will Catlett e lo sfortunato Angus Cloud, prematuramente scomparso poco prima dell’uscita del film, dedicato alla sua memoria. Da segnalare infine le brevi apparizioni di Giancarlo Esposito e Matthew Goode, importanti soprattutto per l’atto conclusivo.

Nel turbine di citazioni orchestrato dai registi (oltre a quelle già menzionate, spiccano i rimandi alla vasca di Phenomena e i parallelismi con Finché morte non ci separi, in un gioco di riferimenti interno alla filmografia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), sarebbe un peccato fare passare in secondo piano il pregevole lavoro sulle scenografie e sulle luci, che diventa centrale per la narrazione e per le possibili piste che si aprono con il passare dei minuti. Il risultato è un crescendo di suspense, mistero e paura, solo parzialmente indebolito da una comicità meno efficace rispetto ai precedenti lavori di questa coppia di autori, principalmente a causa della caratterizzazione grossolana ed eccessivamente grottesca di alcuni dei protagonisti.

Abigail: è davvero la fine?

Abigail

Pur non rinnegando mai la sua natura puramente derivativa, Abigail sfocia in un finale soddisfacente e tutt’altro che scontato, che raccoglie i frutti del lavoro svolto in precedenza sugli stereotipi dei vampiri e sulla solidarietà femminile, già al centro dei due recenti capitoli del franchise di Scream. Un lavoro leggero ma mai sciatto, anche dal punto di vista editoriale: in epoca di remake sfornati a ripetizione e di universi condivisi, Abigail sembra più viva che mai, proprio come il famigerato Principe delle tenebre a cui è direttamente collegata.

Abigail è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7/10

Valutazione

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett continuano la loro esplorazione della commedia dell’orrore, dando vita a un racconto giocoso e citazionista al punto giusto, solo parzialmente indebolito da un umorismo non sempre a fuoco.

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta: il trailer del film con Blake Lively

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

È online il trailer ufficiale di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, nuovo film Sony Pictures tratto basato sull’omonimo romanzo di Colleen Hoover (edito in Italia da Sperling & Kupfer), che arriverà nelle sale italiane il 21 agosto 2024. Il film è diretto e interpretato da Justin Baldoni (A un metro da te, Nuvole) su una sceneggiatura di Christy Hall. Condivide lo schermo con lui Blake Lively (Adaline – L’eterna giovinezza, Paradise Beach – Dentro l’incubo, Un piccolo favore), che interpreta la protagonista Lily. Fanno inoltre parte del cast Jenny Slate (Everything Everywhere All at Once), Brandon Sklenar (1923), Isabela Ferrer (Fire Burning), Amy Morton (Chicago P.D.), Hasan Minhaj (Fidanzata in affitto), Alex Neustaedter (American Rust – Ruggine americana) e Kevin McKidd (Grey’s Anatomy). Diamo un’occhiata a quello che ci aspetta.

Il trailer ufficiale italiano di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

Questa la sinossi del film:

It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, un adattamento per il grande schermo del primo romanzo di Colleen Hoover, racconta l’appassionante storia di Lily Bloom (Blake Lively), una donna che ha superato un’infanzia traumatica e intraprende una nuova vita a Boston per inseguire il sogno di una vita: aprire una propria attività. L’incontro casuale con l’affascinante neurochirurgo Ryle Kincaid (Justin Baldoni) fa nascere un legame intenso, ma mentre i due si innamorano profondamente, Lily inizia a vedere in Ryle lati che le ricordano il rapporto con i suoi genitori. Quando il primo amore di Lily, Atlas Corrigan (Brandon Sklenar), rientra improvvisamente nella sua vita, la relazione con Ryle viene stravolta e Lily capisce che deve imparare a contare sulle proprie forze per fare una scelta molto difficile per il suo futuro.

In conclusione, vi ricordiamo che il film arriverà nelle sale italiane dal 21 agosto, distribuito da Eagle Pictures.

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