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Sentimental Value: recensione del film di Joachim Trier
Se tre indizi fanno una prova, al cinema quattro indizi devono fare almeno una tendenza. In poco più di un anno, si sono infatti imposti all’attenzione generale ben quattro film in cui il fulcro della narrazione è una casa, allo stesso tempo rifugio e prigione, elemento che influenza i personaggi e silenzioso testimone dello scorrere del tempo. Here di Robert Zemeckis è fra questi il lavoro più sperimentale visivamente, con un’unica inquadratura fissa a osservare il viavai dei personaggi negli anni e addirittura nelle epoche storiche; altrettanto ambizioso è Presence di Steven Soderbergh, suggestiva ghost story raccontata interamente dal punto di vista di una presenza intrappolata in un’abitazione; notevole anche Train Dreams di Clint Bentley, struggente riflessione sulla solitudine e sullo scorrere del tempo che ha in un’umile capanna il proprio baricentro emotivo e narrativo. Un solco in cui si inserisce anche Sentimental Value di Joachim Trier, Grand Prix Speciale della Giuria del Festival di Cannes 2025 e candidato a 9 premi Oscar 2026.
Fra Casa di bambola di Henrik Ibsen (il nome della protagonista Nora è in questo senso una dichiarazione d’intenti), l’Ingmar Bergman di Persona e il Woody Allen più amaro, il norvegese (nato in Danimarca) Joachim Trier firma una delle opere più attese dell’anno, con la quale prosegue il sodalizio artistico con Renate Reinsve, iniziato con l’acclamato La persona peggiore del mondo. Un racconto dolente e malinconico, che ruota appunto intorno a una casa, crocevia di storie e destini di diverse donne della medesima famiglia. Una casa che emblematicamente presenta una vistosa crepa e che addirittura diventa voce narrante delle vicissitudini del nucleo familiare del celebre regista Gustav Borg (un formidabile Stellan Skarsgård), che in occasione del funerale della ex moglie si ricongiunge dopo diversi anni con le figlie avute da lei, Nora e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). Padre assente e anaffettivo, Gustav cerca di recuperare il tempo perduto proponendo a Nora, apprezzata attrice teatrale, il ruolo di protagonista del suo nuovo film, ispirato alla sua reale madre, morta suicida quando l’uomo era un ragazzino. Nora rifiuta, aprendo così uno spiraglio per la stella hollywoodiana Rachel Kemp (Elle Fanning), grande ammiratrice del cinema di Borg. Inizia così un tormentato tentativo di riconciliazione di un’intera famiglia, fatto di traumi e rimorsi ma sostenuto dal potere salvifico dell’arte.
Sentimental Value: il potere salvifico del racconto di se stessi

Non è un caso che il cinema post Covid abbia donato nuova centralità narrativa all’abitazione, una delle poche certezze delle impaurite persone in un momento di difficoltà, ma al tempo stesso una cornice troppo limitante per le nostre esistenze. Dopo Anatomia di una caduta, il cinema europeo viviseziona un’altra famiglia attraversata da non detti e rancori repressi, trovando in questo caso nell’atto della creazione artistica un mezzo attraverso il quale tentare di ricomporre i cocci. Ci si affeziona così a questo gruppo eterogeneo e ben interpretato gruppo di personaggi, incapaci di risolvere completamente la loro esistenza dopo la dissoluzione familiare che hanno vissuto.
L’elemento più dominante è proprio Gustav, che di cognome fa Borg come il protagonista de Il posto delle fragole (altra scelta significativa) e di mestiere un regista che vive soprattutto di ricordi, dal momento che non gira da 15 anni. Come accaduto a molti veri registi negli ultimi anni (Alfonso Cuarón, Steven Spielberg e Paolo Sorrentino, solo per citarne alcuni), l’ispirazione può però arrivare dal vissuto. Nel caso di Gustav arriva dalla fosca storia della madre, sopravvissuta agli orrori del nazismo ma incapace di superare il male provato, al punto da togliersi la vita. Un evento ormai lontano nel tempo, ma capace di influire sul destino di Gustav e delle figlie. A riprova della persistenza degli abitanti nelle loro case, Gustav vuole infatti girare il film fra quelle stesse mura, suggestionando anche con ironia Rachel Kemp mostrandole il presunto sgabello utilizzato dalla madre per impiccarsi, in realtà comprato anni dopo da Ikea.
Una bellezza che affiora solo a tratti

Non sono da meno Nora e Agnes, che involontariamente rappresentano l’incapacità del padre di coniugare lavoro e vita privata. La prima ha seguito le orme paterne come attrice di teatro e televisione, ma soffre di un profondo disagio esistenziale e non è mai riuscita a formare una famiglia; la seconda al contrario è una madre e moglie felice, ma ha rinunciato alla carriera artistica dopo un promettente esordio come attrice bambina, sotto la guida del padre. Due facce della stessa medaglia, cresciute supportandosi a vicenda negli abissi di una famiglia distrutta. L’elemento alieno invece è Rachel Kemp, sincera ammiratrice di Borg ma troppo lontana per cultura ed esperienza personale dalla storia che il regista vuole mettere in scena, che come suggerito dal titolo ha soprattutto un valore sentimentale.
Joachim Trier ruota intorno a questa dinamica, sovrapponendo la vita di Borg al film in produzione e suggerendo che l’arte possa riparare ai traumi dell’esistenza e che la stessa esistenza possa a sua volta migliorare l’opera da lei ispirata. Si ha costantemente la sensazione che sottopelle ci sia un grandissimo film, che però affiora solo a tratti, come nella notte piena di vitalità che Borg trascorre insieme a Rachel e al suo entourage, nella commovente lettura della sceneggiatura del film in cui le sorelle riconoscono la loro stessa esperienza o nel potente finale, in cui Stellan Skarsgård e Renate Reinsve riescono a tratteggiare un rapporto e la sua evoluzione solo attraverso loquaci sguardi. Per lunghi tratti però Sentimental Value si accontenta di volare basso, con didascaliche sovrapposizioni del vissuto di genitori, figli e nipoti e affidandosi soprattutto all’eccezionale carisma di Stellan Skarsgård, che rischia però di mangiarsi il film più del dovuto e voluto.
Sentimental Value: un film di rara sensibilità

Joachim Trier sceglie di non condannare, di non risolvere e di non fare neanche deflagrare, lasciando che i suoi personaggi (e noi spettatori insieme a loro) metabolizzino con i loro tempi ciò che è chiaro fin da subito dei rapporti che hanno vissuto nel corso degli anni, attraverso generazioni diverse destinate però a convergere insieme ai rispettivi turbamenti. Un cinema a cui va riconosciuto il merito di evitare soluzioni facili e di pancia, ma che al tempo stesso finisce per depotenziare tutto ciò che avrebbe la forza e la sostanza per esplodere.
Sentimental Value si pone quindi in continuità con il già citato La persona peggiore del mondo: un’opera di personaggi e di rara sensibilità, in cui sono le mancanze e i silenzi a parlare, più della storia e della sua forma. I riferimenti sono tutti in bella vista e ben rielaborati, ma rimangono termini di paragone ostici che Joachim Trier non può e non vuole sostenere. Un ottimo antidoto al cinema inoffensivo e inconsistente che troppo spesso affolla le sale, ma per lasciare veramente il segno serve qualcosa di più.

Sentimental Value è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Teodora Film e Lucky Red.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.







