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Sergio: recensione del film con Wagner Moura e Ana de Armas

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In un periodo in cui le poche nuove uscite cinematografiche sono concentrate sulle piattaforme streaming, arriva quasi in sordina su Netflix Sergio, biopic sulla vita del diplomatico brasiliano Sérgio Vieira de Mello con protagonisti Wagner Moura, universalmente conosciuto per il ruolo di Pablo Escobar in Narcos, e Ana de Armas, ormai lanciata verso lo status di stella di Hollywood dopo le sue performance in Blade Runner 2049 e Cena con delitto – Knives Out e la sua prossima apparizione nel venticinquesimo capitolo della saga di James Bond No Time to Die. Alla regia troviamo invece Greg Barker, precedentemente attivo soprattutto nel documentario, fra cui un altro progetto intitolato Sergio, dedicato sempre a Vieira de Mello e anch’esso disponibile su Netflix.

Sergio: la vita di Vieira de Mello, fra amore e diplomazia

Sergio si concentra sugli ultimi anni di vita del diplomatico, che in qualità di funzionario delle Nazioni Unite lo vedono viaggiare da Timor Est all’Indonesia, fino ad arrivare a Baghdad, dove rimane coinvolto in un attentato che costituisce l’asse portante del racconto. Mentre Vieira de Mello si trova fra la vita e la morte, assistiamo a un lungo flashback che ci mostra il suo carisma e la sua abilità diplomatica, che esprime in complesse trattative con popolazioni in cerca di una difficile rinascita dopo un conflitto, ma anche i suoi lati più umani, come l’arduo rapporto con i figli di un padre costantemente in viaggio per il mondo e soprattutto il rapporto sentimentale con Carolina Larriera, a sua volta funzionaria dell’ONU.

La chiave di questo progetto è proprio nel titolo. Sergio, senza il cognome, per sottolineare la maggiore importanza data all’uomo rispetto al diplomatico e, di conseguenza, al complicato scacchiere politico internazionale in cui ha operato. Una scelta sorprendente, soprattutto perché messa in scena da Barker, che proprio all’analisi della politica internazionale, e in particolare alla situazione mediorientale, ha dedicato una consistente fetta della propria carriera documentaristica. Attraverso opere come Manhunt: The Inside Story of the Hunt for Bin Laden, The Thread, Homegrown: The Counter-Terror Dilemma e Legion of Brothers, il cineasta americano ha infatti saputo fotografare con notevole incisività il terrorismo e le sue contorte dinamiche, che negli ultimi anni hanno purtroppo occupato uno spazio sempre maggiore all’interno della cronaca.

Sergio: Wagner Moura e Ana de Armas non bastano

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La verve di Barker nei confronti delle tensioni fra popoli e della politica estera americana si limita stranamente a poche sequenze, che non rappresentano mai il nucleo, ma piuttosto lo sfondo di una storia che ha il proprio cuore altrove. Non usiamo la parola cuore a caso, perché pur con la possibilità di approfondire il contesto culturale e sociale dei luoghi visitati da Vieira de Mello, Barker opta invece per concentrarsi su una love story fra diplomatici, apprezzabile nella sua resa scenica, ma fatalmente convenzionale per toni e contenuti. Ed è solo grazie all’espressività di Moura e della de Armas (sempre più bravi) e alla tangibile intesa fra i due che Sergio non scivola nel più totale anonimato, riuscendo comunque a trasmetterci la complessità di un amore senza fissa dimora, con la speranza (utopica per dei diplomatici) di conquistare una futura stabilità.

Sergio finisce così per vivere su pochi momenti, frammentati fra molti (e non sempre efficaci) salti temporali e concentrati in particolare sulle fasi più importanti della relazione fra Carolina e Vieira de Mello, e di diluire invece su due ore di racconto gli spunti più peculiari e interessanti, come il fascino di una figura tanto abile a trovare il compromesso e a fare valere i diritti di tutti sul lavoro, quanto naturalmente predisposto a mandare a rotoli i suoi affetti. Resta così l’apprezzamento per avere evitato il pericolo di dare vita a un’agiografia di un personaggio coinvolto prima del suo decesso in situazioni dall’interpretazione né semplice né univoca, ma anche la profonda insoddisfazione per un progetto che non riesce a coniugare in maniera soddisfacente l’intento divulgativo con le proprie più sentimentali sfaccettature.

Un’opera senza mordente

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Sergio si rivela purtroppo un’opera con diversi problemi di ritmo e priva della necessaria vivacità, che si piega passivamente al contesto storico in cui è inserita, senza approfondirne adeguatamente le molteplici sfumature. Non bastano infatti due abili interpreti, capaci di nascondere con le loro prove molte delle lacune del fragile script dello sceneggiatore di Dallas Buyers Club Craig Borten, a salvare un intero film e a evitare il pericolo maggiore per un biopic, cioè quello di non restituire allo spettatore la statura del personaggio su cui è incentrato.

Overall
5/10

Verdetto

Greg Barker mette in scena un biopic senza mordente, che non riesce a trovare la giusta miscela fra love story, introspezione di un personaggio pubblico e cronaca di un complesso scenario politico.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino in concorso a Venezia 78

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È stata la mano di Dio

Dopo l’annuncio che il film sarà presentato in concorso a Venezia 78, sono arrivate le prime immagini di È stata la mano di Dio, nuovo film scritto e diretto da Paolo Sorrentino e prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle. Dopo la presentazione a Venezia, È stata la mano di Dio sarà distribuito su Netflix e in cinema selezionati, nel corso del 2021. Il nuovo film di Sorrentino attingerà sia dalla sua conclamata passione per Diego Armando Maradona, mancato pochi mesi fa, sia da alcuni risvolti della stessa vita del regista. Un’opera intima e personale, che avrà per protagonisti Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Lino Musella e Sofya Gershevich. Ecco le prime immagini ufficiali.

Le prime foto di È stata la mano di Dio
È stata la mano di Dio

Foto di Gianni Fiorito

Questa la sinossi ufficiale di È stata la mano di Dio:

Dal regista e sceneggiatore Premio Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo, La grande bellezza, The Young Pope) la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto. Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

L’immagine di copertina dell’articolo è di Gianni Fiorito.

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A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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The Witcher: il teaser trailer della seconda stagione

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Nel corso della WitcherCon, primo evento virtuale dedicato ai fan e all’universo di The Witcher, sono state annunciate tante novità, incentrate soprattutto sulla serie live action e sul prossimo film anime. Per quanto riguarda la serie, abbiamo finalmente una data di uscita della seconda stagione e un breve teaser da ammirare, insieme al poster ufficiale del nuovo ciclo di episodi. La seconda stagione di The Witcher arriverà su Netflix il 17 dicembre. Scopriamo subito cosa ci aspetta.

Il teaser trailer della seconda stagione di The Witcher

The Witcher

Novità anche per il film The Witcher: Nightmare of the Wolf, che arriverà sulla piattaforma già il prossimo 23 agosto. Anche in questo caso, possiamo vedere una piccola anticipazione di quello che vedremo nelle prossime settimane su Netflix.

The Witcher: Nightmare of the Wolf: teaser del film anime

Questa la dichiarazione della showrunner della serie Lauren Schmidt Hissrich sul rapporto fra Geralt e Cirim che sarà esplorato nella seconda stagione di The Witcher:

La prima stagione si conclude con quella che penso sia una delle scene più emozionanti che abbiamo girato, ovvero quella in cui Geralt e Ciri si ritrovano dopo essersi cercati per tutta la stagione. Sembra di vedere la figura di un padre e quella di una figlia, come se fosse tutto perfetto, peccato che non si siano mai incontrati prima. È stato davvero divertente iniziare la seconda stagione pensando che non fossero ancora una famiglia e chiedendoci cosa potessero fare per diventarlo.

Da un lato abbiamo Geralt, che ha giurato di non aver bisogno di nessuno al mondo e poi gli viene presentata una ragazza, ora unicamente affidata a lui. E dall’altro abbiamo Ciri, che è abituata ad avere persone che si occupano di lei, ma scappa da tutti per un’intera stagione e poi le viene detto che Geralt si prenderà cura di lei. È stato davvero interessante iniziare la seconda stagione con due personaggi incerti su come stare e crescere insieme. Volevamo assicurarci che sembrasse una relazione autentica, che non fossero legati fin dall’inizio.

Queste invece le parole del protagonista Henry Cavill sul percorso del suo personaggio Geralt di Rivia:

Ho interpretato la prima stagione in modo libero, vedevamo Geralt nelle terre selvagge e senza obbligatoriamente dover intraprendere grandi dialoghi. Ho pensato che fosse meglio fare la parte dell’uomo che parla poco e che sembra stia pensando tanto. Questa era l’intenzione, ma poi, una volta entrato in contatto con Ciri e con i Witcher, ho pensato che avrei dovuto farlo parlare di più, lasciare che fosse prolisso, filosofico e intellettuale come veramente è. Non è solo un grosso vecchio bruto dai capelli bianchi.

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