Shanda's River Shanda's River

Cinema indipendente

Shanda’s River: recensione del film di Marco Rosson

Pubblicato

il

Il cinema di genere indipendente italiano è purtroppo costretto a lottare costantemente contro lo scarso coraggio della distribuzione, con mezzi economici e produttivi spesso estremamente risicati. Nonostante la passione e l’impegno, molti promettenti autori nostrani sono così costretti a rimanere confinati nell’anonimato, per assenza di distribuzione in sala o in Home Video. Solo in pochissimi riescono a scardinare questo mortificante sistema e a farsi strada sgomitando, raggiungendo gli appassionati in Italia e all’estero. È questo il caso di Marco Rosson e del suo horror Shanda’s River, girato in soli 9 giorni e con un budget inferiore ai 10.000 euro nell’Oltrepò Pavese, ma capace di conquistare la ribalta internazionale e prestigiosi premi in festival come i Los Angeles Film Awards, i Tabloid Witch Awards e gli Independent Horror Movie Awards. Shanda’s River è inoltre distribuito in Home Video da Cine-Museum, nuova splendida realtà del collezionismo cinematografico.

Shanda's River

L’antropologa Emma (Margherita Remotti) si reca a Voghera per compiere delle ricerche sulle leggende che ruotano intorno al fiume locale Shanda. Il corso d’acqua è chiamato così per via dell’uccisione avvenuta nelle sue vicinanze, agli inizi del Cinquecento, di una giovane contadina, accusata di stregoneria (Marcella Braga). In compagnia della guida locale Giulia (Claudia Marasca) e del giornalista investigativo Daniel Roth (Diego Runko), a sua volta alla ricerca di indizi su alcune morti sospette nei pressi del fiume, Emma comincia a indagare sulla storia del luogo, finendo però vittima di un misterioso sortilegio che la costringe a rivivere continuamente lo stesso giorno, che termina immancabilmente con la sua morte per mano degli adepti dell’inquietante setta dei Redivivi. Emma è quindi costretta a cercare di scoprire la verità su ciò che la circonda, per uscire da un incubo apparentemente senza fine.

Shanda’s River: l’orrore nell’Oltrepò PaveseShanda's River

Ciò che stupisce maggiormente di Shanda’s River è la sensazione, costantemente percepibile per tutta la durata del film, di essere di fronte a una produzione dai mezzi tecnici e dal budget ben più ampi di quelli reali, principalmente per merito di un montaggio certosino, di effetti speciali più che dignitosi e del discreto livello di recitazione da parte degli interpreti principali. Marco Rosson è abile a fare di necessità virtù, sfruttando la tematica del loop temporale (che a molti ricorderà il cult con Bill Murray Ricomincio da capo o i recenti Auguri per la tua morte e Prima di domani) per riutilizzare set e sequenze, condendo il tutto con un profondo rispetto per lo spettatore e una sincera passione per la storia del genere, avvertibile in ogni fotogramma di questo apprezzabile e sorprendentemente godibile lungometraggio.

Gli amanti del nostro glorioso cinema di genere si sentiranno certamente a casa con Shanda’s River. Dall’approfondimento del background mitologico e soprannaturale del racconto, che richiama le tre madri di Dario Argento, al gusto per le improvvise ed efficaci spruzzate di gore tipico del cinema di Lucio Fulci, passando per una ricerca cromatica che ricorda l’opera del leggendario Mario Bava, sono tanti gli stili e le influenze percepibili durante il film di Marco Rosson, che sa però anche essere indipendente e originale, trovando la paura e la suspense in quella stessa Pianura Padana che ha fatto la fortuna del grande Pupi Avati.

Shanda’s River: una visione godibile e appagante

A differenza di molte produzioni low budget, Shanda’s River scorre fluidamente per tutta la sua durata, creando una palpabile sensazione di angoscia sia grazie al meccanismo del loop temporale, declinato da Rosson in maniera tale da non creare ridondanza, sia per merito dell’ottima prova di Margherita Remotti, che riesce a rendere abilmente tutte le sfumature del suo complesso personaggio, dal rigore accademico al puro terrore, passando per un inaspettato erotismo e per  il suo lato più cupo e tenebroso. Il montaggio di Giorgio Galbiati si rivela inoltre un valore aggiunto del film, limitando al minimo l’impatto sul film di alcune sbavature a livello sonoro e scenografico, ampiamente perdonabili considerando il limitatissimo tempo a disposizione per le riprese. Note positive anche dalla coinvolgente colonna sonora di Mauro Crivelli, efficace sia nel creare un senso di inquietudine nello spettatore sia nell’esaltare le sequenze più sanguinolente.

Il punto debole di Shanda’s River è rappresentato non tanto dalla scarsità delle location, sempre ben sfruttate da Rosson, quanto piuttosto da un atto conclusivo in cui la forza dell’immagine e delle atmosfere, preponderante fino a quel momento, viene parzialmente oscurata da rivelatori dialoghi, che raccontano a parole ciò che era difficile rendere visivamente, a causa delle già citate ristrettezze di budget. Nonostante ciò, ci sentiamo appagati dalla visione e desiderosi di conoscere la continuazione delle vicende di Shanda, a cui è stata opportunamente mantenuta aperta una porta, nella speranza che qualcuno abbia il coraggio e la forza di investire tempo e denaro in produzioni di questo genere.

Shanda's River

 

In definitiva, Shanda’s River è un prodotto che rende merito al sottobosco cinematografico indipendente italiano, valorizzato anche dall’ottima scelta di ricorrere alla lingua inglese nell’ottica di distribuzione e visibilità in ambito internazionale. Le raffinate edizioni Home Video di Cine-Museum contengono comunque anche la lingua italiana, insieme a un notevole comparto di extra, che completa degnamente questa piccola perla del nostro cinema.

Overall
7.5/10

Verdetto

Shanda’s River è un notevole prodotto indipendente nostrano, che nonostante le ristrettezze in termini di budget e di produzione riesce a mantenere sempre alta la tensione dello spettatore, sfruttando abilmente il meccanismo del loop temporale e i numerosi omaggi al nostro glorioso cinema di genere.

Pubblicità

Cinema indipendente

Pi greco – Il teorema del delirio: recensione del film di Darren Aronofsky

Pubblicato

il

Pi greco - Il teorema del delirio

Il cinema di Darren Aronofsky è fatto di ossessioni che sfociano nella paranoia, di novelli Icaro che si bruciano le ali avvicinandosi al loro sole, di una spiritualità che si scontra con la logica e con le dinamiche sociali. Temi evidenti fin dal suo folgorante esordio Pi greco – Il teorema del delirio, film indipendente del 1998, girato con appena 60.ooo dollari di budget (derivanti principalmente da amici e parenti) in un ruvido e contrastato bianco e nero, districandosi fra ristrettezze economiche e rischi derivanti dalla mancanza dei permessi per le riprese. Un’opera allucinata e inquietante, che ha imposto all’attenzione generale un autore di evidente talento, riconosciuto con il premio per la migliore regia del Sundance Film Festival del 1998.

Protagonista della vicenda è Maximillian “Max” Cohen (Sean Gullette), formidabile matematico che soffre continuamente di emicranie, derivanti da un’osservazione del sole senza alcun tipo di filtro all’età di 6 anni. Max vive una vita di isolamento, fatta di studio e pochissimi contatti sociali, fra cui quello con l’ex docente Sol Robeson (Mark Margolis, noto per il ruolo di Héctor Salamanca in Breaking Bad e Better Call Saul), con cui è solito alternare partite a go e discussioni in ambito matematico. Convinto dell’importanza dei numeri sulla vita, Max inizia a sviluppare uno schema con cui anticipare i movimenti della borsa. Quando sta per riuscire nell’intento si guasta, stampando la stessa sequenza di 216 cifre in cui si era imbattuto Sol da giovane.

Braccato dagli scagnozzi di un’azienda quotata a Wall Street e affascinato dalle teorie di un ebreo studioso della Torah, che fondono matematica e religione, Max precipita in un vortice di disagio e pressione, con conseguenze devastanti sulla sua fragile psiche.

Pi greco – Il teorema del delirio: la folle e inquietante opera prima di Darren Aronofsky

Pi greco - Il teorema del delirio

L’esiguo budget a disposizione non impedisce a Darren Aronofsky di dare vita a un gioiello di tensione narrativa, che attinge dal primo sperimentale David Lynch (Eraserhead – La mente che cancella su tutti), dalla commistione fra carne e tecnologia alla base degli incubi visionari di David Cronenberg e dal mai abbastanza citato Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, punto di riferimento esplicito soprattutto per l’appartamento-laboratorio di Max. Il massiccio utilizzo della camera a spalla, la grana della fotografia in bianco e nero e il ricorso a una colonna sonora martellante, costellata da brani di musica elettronica, contribuiscono a generare un clima di crescente paranoia e alienazione, accentuato dagli eventi che vedono protagonista Max e dalle fascinose teorie sui legami fra numeri e religione esposte all’interno del racconto.

Proprio quest’ultima tematica acquista un’importanza sempre maggiore, contribuendo in maniera decisiva al distacco del protagonista dalla realtà. Emerge così un conflitto interiore del protagonista fra la passione e il genio con cui egli si applica al suo campo (la matematica), le contaminazioni religiose che da una parte alimentano e dall’altra osteggiano il suo operato e gli interessi economici e finanziari, emblematicamente rappresentati dagli emissari di Wall Street. Un contrasto che delinea la figura dell’artista secondo Darren Aronofsky, su cui il regista tornerà a più riprese nel corso della sua carriera, in particolare con i divisivi The Fountain – L’albero della vita e Madre!

Fra sogni di gloria e rovinose cadute

Pi greco - Il teorema del delirio

A ben guardare, la parabola di Max in Pi greco – Il teorema del delirio ricalca quelle del lottatore interpretato da Mickey Rourke in The Wrestler, della ballerina di danza classica impersonata da Natalie Portman ne Il cigno nero e dello struggente professore obeso a cui presta volto e corpo Brendan Fraser in The Whale. Persone disposte a sacrificare tutti gli altri aspetti delle loro vite in nome di un’attività dai risvolti piacevoli ma dalle conseguenze devastanti per la salute fisica e mentale. Percorsi esistenziali autodistruttivi, alla conquista del tutto o dell’inutile, a seconda dei punti di vista.

Già in Pi greco – Il teorema del delirio, Darren Aronofsky si rivela devoto cantore di questi emarginati, mettendo la sua macchina da presa a disposizione di un racconto in perfetto equilibrio fra ordine e caos, spinto dal sogno del trionfo ma esaltato dalle più rovinose cadute. Un percorso che, come le altre opere del regista precedentemente citate, ci lascia con un interrogativo non del tutto risolvibile sul destino del protagonista, rappresentato in questo caso dalla sua nuova incapacità (?) di effettuare i calcoli complessi richiesti dalla bambina con cui è solito intrattenersi e giocare. Salvezza o inizio di un nuovo incubo? Redenzione o dissimulazione? Forse solo genio che va a braccetto con la follia, in una danza sapientemente coreografata da un regista dallo stile unico e inconfondibile.

«12 e 45, enuncio di nuovo le mie teorie. Primo: la natura parla attraverso la matematica; secondo: tutto ciò che ci circonda si può rappresentare e comprendere attraverso i numeri; terzo: tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema».

Overall
8/10

Valutazione

Nonostante le ristrettezze di budget, Darren Aronofsky firma un folgorante esordio, dando vita a un incubo di ossessione e disagio di invidiabile tensione, nonché anticipatore di tutto il suo cinema successivo.

Continua a leggere

Cinema indipendente

I Used to Be Funny: recensione del film con Rachel Sennott

Pubblicato

il

I Used to Be Funny

Shiva Baby, Bottoms e adesso I Used to Be Funny, senza dimenticare l’escursione horror di Bodies Bodies Bodies e la piccola apparizione in Finalmente l’alba. Se tre indizi fanno una prova, Rachel Sennott è indubbiamente una delle giovani interpreti più promettenti in circolazione, capace di imporsi all’attenzione generale nel giro di pochissimi anni e di tratteggiare con le sue interpretazioni, sempre in bilico fra commedia e dramma, l’insoddisfazione e il disagio della Generazione Z. Dopo averla apprezzata nelle prime due regie di Emma Seligman (altro nome da tenere d’occhio), la ritroviamo di nuovo protagonista di un film indipendente (purtroppo non ancora distribuito in Italia), opera prima di Ally Pankiw. Un racconto dolceamaro, che parla di amicizia e del potere salvifico della commedia, ma anche di abusi e stress post-traumatico.

Al centro della vicenda c’è Sam (Rachel Sennott), ragazza che condivide con i suoi coinquilini Paige (Sabrina Jalees) e Philip (Caleb Hearon) la passione per la stand-up comedy, esercitandola sulla scena di Toronto. Per garantirsi un’entrata aggiuntiva, Sam accetta un lavoro come ragazza alla pari alle dipendenze di Cameron (Jason Jones) per occuparsi della figlia adolescente Brooke (Olga Petsa), che sta affrontando la malattia allo stadio terminale della madre. In un continuo gioco di salti avanti e indietro nel tempo, ritroviamo la protagonista in stato depressivo, chiamata a dare informazioni e suggerimenti per la ricerca di Brooke, scomparsa e irreperibile ormai da diversi giorni.

I Used to Be Funny: Rachel Sennott al centro di un dolceamaro ritratto generazionale

I Used to Be Funny

Nel fiorente panorama del cinema indipendente nordamericano è facile imbattersi in nuove voci e in nuovi sguardi, capaci di interpretare il contemporaneo con maggiore efficacia rispetto alle grandi produzioni hollywoodiane. Ally Pankiw è un perfetto esempio in questo senso: una solida gavetta in TV (anche con la regia di episodi di The Great e Black Mirror) in preparazione a un’opera prima di invidiabile solidità, che senza mai eccedere in retorica racconta con lucidità la società contemporanea, fatta di giovani tanto disincantati quanto fragili e di adulti troppo spesso incapaci di ascoltarli e aiutarli.

Sam è una ragazza come tante, costretta a convivere con altre persone per dividere le spese e disposta a fare compromessi per mantenere viva la fiamma artistica, rappresentata nel suo caso dalla stand-up comedy. I Used to Be Funny appunto, perché la vita le ha tolto la vis comica, bloccandola in un limbo emotivo da cui non riesce a fuggire. Nei flashback ben orchestrati da Ally Pankiw la vediamo dare fondo a tutta la sua ironia per allietare la vita di Brooke, scardinando lentamente il muro eretto dal dolore e dalla diffidenza della ragazza. Una dinamica non certo inedita, a cui la regista dà però una luce nuova attraverso la stand-up comedy, flusso continuo di analisi e rielaborazione della realtà.

Le cascate del Niagara come metafora della vita che scorre sul dramma

In equilibrio fra tatto e leggerezza, la regista dipinge un ritratto esistenziale doloroso ma pieno di speranza, rivelando progressivamente i risvolti più drammatici della vicenda. A dare forza e intensità al racconto è proprio Rachel Sennott, che si conferma attrice di invidiabile poliedricità, padroneggiando sia il registro comico sia le sfumature più cupe di I Used to Be Funny. Fra le spassose esibizioni sul palcoscenico, l’ironia con cui Sam affronta ogni risvolto della sua vita e l’affetto della sua famiglia adottiva queer, nell’ultimo atto emerge il lato più protettivo della protagonista, che porta il racconto in direzione di una sorellanza conflittuale ma necessaria per entrambe le parti.

Un’emblematica visita alle cascate del Niagara diventa così il simbolo di un racconto in cui il trauma e l’amarezza, per quanto crudeli e strazianti, scivolano a valle, lavati via dalla vita e dall’incrollabile spirito di una generazione figlia del declino e delle difficoltà ma sempre protesa in avanti.

I Used to Be Funny è stato presentato in anteprima italiana al Noam Off 2024.

Overall
7.5/10

Valutazione

Alla sua opera prima, Ally Pankiw firma con I Used to Be Funny un sorprendente ritratto generazionale, in bilico fra i traumi e il potere salvifico della commedia e dell’ironia.

Continua a leggere

Cinema indipendente

Resurrection Corporation: recensione del film di Alberto Genovese

Pubblicato

il

Resurrection Corporation

Se siete appassionati del cinema indipendente italiano (se non lo siete, non sapete che cosa vi state perdendo), da oggi avete un nuovo titolo da inserire nei vostri appunti o nelle vostre watchlist: Resurrection Corporation. Un’opera capace di amalgamare con disinvoltura atmosfere lugubri, critica sociale e umorismo nero, che dimostra per l’ennesima volta che nessuna limitazione di budget può impedire a una grande storia di emergere.

Come già accennato nel nostro articolo sul trailer, Resurrection Corporation è il terzo lungometraggio di Alberto Genovese, che con i suoi precedenti lavori L’invasione degli astronazi e Dolcezza Extrema ha già esibito la sua padronanza del weird, dando vita a due b-movie appassionati e divertiti, in cui l’amore per il genere incontra l’immaginario pop, facendo delle ristrettezze economiche un trampolino di lancio per la fantasia del regista. Per questo progetto, il talento registico di Genovese incontra la scrittura di Mattia De Pascali, che con il suo primo lungometraggio McBetter ha a sua volta rivelato doti non comuni, rielaborando Macbeth in un grottesco horror, ma anche in una pungente critica al capitalismo e alla globalizzazione.

Il risultato di questa amalgama è una commedia dell’orrore animata, incentrata sul business della morte e arricchita da un raffinato bianco e nero, che sulla scia di Persepolis riprende le atmosfere tipiche dell’espressionismo tedesco (esplicitamente citato con il nome del protagonista, Caligari), con le sue lunghe ombre e le sue figure distorte, quasi surreali.

Fra Il gabinetto del dottor Caligari e South Park

In un piccolo villaggio, l’arrivo della Resurrection Corporation dell’ambiguo Potriantow ha rivoluzionato il settore delle pompe funebri, consentendo ai defunti di avere una nuova vita. L’impresario locale di pompe funebri Caligari entra di conseguenza in profonda crisi, e a nulla servono i tentativi, effettuati insieme all’assistente Bruta, di seguire la più redditizia strada delle resurrezioni. Sull’orlo del tracollo economico ed emotivo, Caligari decide così di indagare sulla Resurrection Corporation e su Potriantow, finendo in un vortice di magia, mostri e inganni.

Nell’anno del centenario de Il gabinetto del dottor Caligari, Alberto Genovese realizza un vero e proprio gioiellino del nostro cinema indipendente, che spazia liberamente sul tema della morte, abbracciando le atmosfere tipiche del cinema gotico italiano e una tecnica di animazione minimalista ma decisamente efficace, alla South Park, per mettere in scena un racconto irriverente e imprevedibile. Ciò che inizialmente può apparire come una sorta di rivisitazione de La famiglia Addams, anche per la sfacciataggine con cui vengono rappresentati i personaggi, è invece una riflessione mai banale sulle spietate dinamiche del mercato.

Resurrection Corporation: vietato agli spettatori impressionabili

Resurrection Corporation

Come vediamo quotidianamente nel mondo reale, anche questo paese di fantasia, dagli edifici zigzaganti e dai sinistri abitanti, è scosso da una rivoluzione, scaturita dall’utopica idea di sconfiggere la morte. Grazie alle abilità di marketing e al cinismo di chi sfrutta questo mirabolante metodo di resurrezione, la rivoluzione ha successo, arricchendo pochissime persone e mandandone sul lastrico altre. Ma Resurrection Corporation non si limita a questo limpido ragionamento politico ed economico. L’accoppiata Genovese – De Pascali, forte anche del prezioso lavoro sul montaggio di Eros D’Antona, si sofferma sul lato più subdolo e oscuro del capitalismo, sfruttando la libertà concessa dall’animazione per metterne il luce tutta l’ipocrisia e il marciume. Il risultato è un’opera caustica ed esplosiva, che soprattutto nella seconda parte di avventura in territori inattesi e per certi versi sconvolgenti, raccogliendo i frutti di quanto seminato in precedenza nella costruzione del tessuto narrativo.

Ammesso che nel 2020 ci sia ancora qualcuno in grado di ridurre l’animazione a prodotti per bambini, mai come in questo caso l’associazione è totalmente errata. Resurrection Corporation mette infatti in scena, senza alcun timore reverenziale, sequenze di sesso e di necrofilia, certamente non adatte a un pubblico impressionabile. Le ricche geometrie di Genovese (eclatante il suo lavoro sui disegni e sull’animazione) vengono poi sconquassate da pregevoli deflagrazioni splatter, che certificano lo spirito genuinamente indipendente e mai allineato dell’opera. Ulteriori punti a favore di questo lavoro sono l’operato dei doppiatori (Antonio Amoruso, Paola Masciadri, Alessandro Bianchi, Eliana Farinon, Erik Martini, Gianmarco Castellan, Dennis Lessio, Marco Soldà), capaci di donare enfasi e tridimensionalità ai rispettivi personaggi, e le avvolgenti musiche di Francesco Tresca, che si amalgamano perfettamente con il sonoro di Francesco Campanozzi e diventano l’ideale contrappunto sonoro di questa folle, spassosa ed evocativa vicenda.

Resurrection Corporation certifica la vitalità del sottobosco cinematografico italiano

Resurrection Corporation

Dire di più sulla trama diventerebbe un torto nei confronti di chi ancora deve godere di un’esperienza cinematografica appagante sotto tutti gli aspetti, che certifica una volta di più la vitalità del sottobosco cinematografico italiano. Vi invitiamo quindi a seguire il canale ufficiale della casa di produzione Loboarts Production, e di non lasciarvi scappare Resurrection Corporation, sia al cinema (quando la situazione sanitaria ci permetterà di godere nuovamente della visione collettiva di un film nel buio della sala), sia grazie alla distribuzione Home Video, sulla quale non mancheremo di tenervi aggiornati.

Overall
7.5/10

Verdetto

Alberto Genovese mette in scena un nuovo gioiellino del cinema indipendente italiano, che sfrutta l’animazione e lo splatter per un ragionamento sulla morte e sulla globalizzazione.

Continua a leggere
Pubblicità

    Copyright © 2024 Lost in Cinema.