Shorta: recensione del film di Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm

Shorta: recensione del film di Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm

«I can’t breathe». Si apre con queste parole, diventate tristemente celebri, e con l’asfissia del diciannovenne Talib Ben Hassi per mano di un poliziotto bianco, che non può non ricordare la morte di George Floyd, una delle più belle sorprese di questa stagione cinematografica, l’opera prima di Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm Shorta. I due registi danesi, già con alcuni cortometraggi all’attivo, dimostrano un’invidiabile maturità e non comuni doti nella messa in scena, dando vita, con un budget risicato, a un intenso thriller, che non ha nulla da invidiare ad analoghe produzioni internazionali e che guarda ad alcuni pregevoli esempi francesi (L’odio, esplicitamente citato dalla scritta “So far, so good” in un murales, ma anche il più recente I miserabili) per descrivere le crescenti tensioni sociali in quella apparente isola felice che è la Danimarca. Attualmente, Shorta è disponibile su Prime Video e acquistabile in Home Video.

Shorta: una giornata di ordinaria follia, fra razzismo e redenzione

Simon Sears

Proprio quella tragedia così simile a quanto avvenuto nella realtà, girata però mesi prima del caso George Floyd, è la miccia che fa deflagrare la situazione nel ghetto di Svalegården, dove sono chiamati a operare gli agenti Jens (Simon Sears) e Mike (Jacob Lohmann). I protagonisti sono due facce della stessa medaglia: più pacato, rispettoso e riflessivo Jens; collerico, violento e profondamente razzista Mike. Quando gli agenti arrestano un ragazzo di origine araba in maniera del tutto pretestuosa ed eccessiva, si ritrovano ad affrontare una rivolta delle minoranze etniche, che rischia di sopraffarli. In questa situazione ad altissima tensione, da guerriglia urbana, dove le minacce possono annidarsi in un vicolo, in un negozio o perfino in un ascensore, Mike e Jens sono costretti a riconsiderare le loro posizioni sulla vita, sulle minoranze etniche e sul loro stesso lavoro.

Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm ci immergono in un’atmosfera fatta di odio e diffidenza, apparentemente eccessiva, ma in realtà fedele riproduzione di quando avvenuto nel già citato caso di cronaca e in quello che ha ispirato i registi danesi, avvenuto circa 30 anni fa. I due operano una scelta coraggiosa, spiazzante, controcorrente, soprattutto per i tempi che corrono: rendere proprio i poliziotti Jens e Mike, i cattivi della situazione per la stragrande maggioranza degli spettatori e degli altri personaggi, il nostro punto di vista etico e morale sulla vicenda. Una scelta che con il passare dei minuti si rivela vincente e soprattutto coerente con quanto narrato, dal momento che Shorta (“Sbirri” in arabo) ci pone molte domande, ma ci dà pochissime risposte, evitando volutamente una netta posizione politica.

Non ci sono eroi o nemici e la stessa dinamica poliziotto buono/poliziotto cattivo è più volte ribaltata nel corso del racconto, a sottolineare la difficile collocazione ideologica delle diverse fazioni.

Shorta: una provocazione intellettuale e politica

Shorta

Non è un caso che in questo preciso momento storico opere come ShortaNuevo Orden (Leone d’argento a Venezia 77 e anch’esso attualmente in sala) e persino Joker, nel suo inquietante finale, ci suggeriscano visioni estreme, quasi distopiche della realtà, che però le sorpassa immediatamente a destra, certificando da una parte l’urgenza di queste storie, ma anche l’impossibilità di decifrare il frenetico cambiamento del mondo che ci circonda. Mentre cerchiamo affannosamente di costruire ponti, instaurare dialoghi e cercare difficoltose convivenze, Shorta ci sbatte in faccia una realtà priva di empatia e di pietà, dove tutti gli schemi sono saltati. Anche grazie a un avvolgente sonoro e a dei pregevoli effetti artigianali, i registi ci trasportano in un vero e proprio campo di battaglia, dove ogni incrocio è un possibile terreno di scontro fisico o a fuoco, ma anche un’occasione per cambiare la propria prospettiva sul mondo.

Proprio in questa atmosfera così tetra e apparentemente priva di speranza, si intravedono anche i germogli di una possibile evoluzione. Non attraverso il progresso e la sensibilizzazione (purtroppo), né tantomeno nel dibattito culturale, ma attraverso un percorso molto più primordiale, cioè la condivisione di piccoli dettagli o di esperienze drammatiche. La spinta emotiva per comprendere il prossimo arriva così da una comune passione per lo sport, da una fotografia in una cameretta o addirittura dalla comprensione di cosa si prova a essere braccati da un nemico senza nome, alimentato da un odio cieco e insopprimibile. Una provocazione intellettuale e politica, che ha però anche il proprio rovescio della medaglia, dal momento che una situazione estrema può anche tirare fuori il lato più animalesco di noi stessi, facendoci perdere in pochi istanti l’equilibrio che credevamo di avere raggiunto.

Fra John Carpenter e Walter Hill

Shorta

Ciò che colpisce maggiormente di Shorta non è tanto la sua sovrapponibilità al reale, che comunque sottolinea il pregevole lavoro dei registi (anche sceneggiatori), quanto piuttosto la sua capacità di mettere in discussione ogni nostra certezza, restituendoci un quadro molto più complesso e rarefatto di quanto siamo portati a pensare. La provincia della Danimarca si trasforma in simbolo del mondo intero, sconquassato da forze uguali e contrarie, difficilmente interpretabili perché alimentate sia dal rancore, sia da qualche flebile spiraglio di umanità.

Come Distretto 13 – Le brigate della morte e I guerrieri della notte, Shorta è cinema sporco, disturbante, quasi respingente per la fatica attraverso la quale si passa per intravedere una traballante luce in fondo al tunnel. Un cinema quantomai attuale e prezioso, che testimonia una volta di più l’inarrestabile crescita della produzione danese, esaltata dai vari Lars von Trier e Nicolas Winding Refn, portata all’attenzione generale dalle serie The Rain e The Bridge e celebrata poche settimane fa con l’Oscar di Un altro giro. Un panorama vitale, ricco di coraggio e di qualità, che da italiani al momento possiamo solo invidiare.

Valutazione
8/10

Verdetto

Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm mettono in scena un thriller crudo e intenso, che pone laceranti interrogativi sulla nostra contemporaneità

Marco Paiano

Marco Paiano