Si vive una volta sola: recensione del film di Carlo Verdone

Si vive una volta sola: recensione del film di Carlo Verdone

Dopo essere stato uno dei primi progetti fermati dalla pandemia (inizialmente l’uscita era fissata al 27 febbraio 2020) e a seguito di una lunga attesa per una tradizionale distribuzione cinematografica, arriva nel catalogo di Amazon Prime Video Si vive una volta sola, nuova fatica di Carlo Verdone. Una scelta dalla tempistica bizzarra, in quanto arriva proprio nel momento in cui le nostre sale stanno faticosamente cercando di ripartire, ma che permette a uno dei progetti italiani più attesi della scorsa stagione di arrivare a un ampio pubblico, peraltro sulla stessa piattaforma in cui vedremo a breve Vita da Carlo, serie in 10 episodi in cui Verdone interpreterà se stesso.

Proprio la componente autobiografica è una chiave per comprendere il 27esimo lavoro del regista romano, che per una volta si allontana dalla sua Roma per dirigersi verso la Puglia, meta di un road movie che ondeggia fra la goliardia di Amici miei e i toni malinconici di molte commedie francesi contemporanee, senza riuscire a trovare il necessario equilibrio fra queste due componenti. Come nella sua vita professionale, in Si vive una volta sola Verdone è il leader smaliziato e disilluso di una squadra lavorativa, che non opera in campo cinematografico ma in ambiente medico, chiodo fisso del cineasta. A sostenere l’equipe nei momenti di noia e sconforto, sono degli scherzi particolarmente cattivi (altro chiodo fisso di Verdone), orchestrati dal protagonista più stagionato, quasi sempre ai danni dell’anestesista Amedeo Lasalandra, interpretato da un ispirato Rocco Papaleo.

A rompere la routine scherzosa e lavorativa del rinomato team medico, completato da Anna Foglietta e Max Tortora, è un’inaspettata diagnosi nefasta a Lasalandra, a cui rimangono probabilmente solo pochi mesi di vita. Il quartetto parte così per una piccola vacanza, con l’obiettivo di trovare il momento giusto per dare all’anestesista la triste notizia.

Si vive una volta sola: Carlo Verdone fra goliardia e disagio esistenziale

Si vive una volta sola

Ciò che lascia maggiormente perplessi di Si vive una volta sola è la sceneggiatura, scritta dallo stesso Verdone insieme a Giovanni Veronesi e allo storico collaboratore Pasquale Plastino. Mentre nel precedente Benedetta follia Verdone riusciva ad adattare la sua comicità al presente, soprattutto in ambito sentimentale, in questo caso ci troviamo di fronte a gag che nel migliore dei casi sembrano provenire dai cinepanettoni di 20 anni fa. La società (compresa la generazione di Verdone) corre sempre più veloce sui social, ma gli scherzi di Si vive una volta sola sono ancorati alle burle telefoniche, alle scritte sui muri e ai parcheggi in divieto di sosta, come se il tempo si fosse fermato.

Deficitaria è inoltre la scelta di proporre allo smaliziato pubblico odierno un racconto poggiato interamente su una svolta narrativa che definire prevedibile è eufemistico, gestendo dialoghi e personaggi come se ci trovassimo davanti a qualcosa di totalmente inaspettato.

Nonostante le prove complessivamente buone di tutti i protagonisti, che dimostrano chimica e intesa, queste scelte affossano la componente comica di Si vive una volta sola, al punto che al termine della visione è difficile ricordare anche solo una battuta degna di nota, caso più unico che raro per quanto riguarda la cinematografia di Verdone. Non bastano infatti le gag in camera da letto (ormai marchio di fabbrica del Verdone più maturo) per dare al racconto la verve necessaria a chiudere gli occhi sui punti più deboli, come il montaggio (penalizzante soprattutto per i personaggi femminili secondari) e un product placement davvero eccessivo, anche per gli standard a cui il cinema mainstream italiano ci ha purtroppo abituato.

Si vive una volta sola: non basta un ottimo cast

Si vive una volta sola

Tutti i difetti sopracitati sarebbero in qualche modo perdonabili in presenza di sfumature malinconiche e drammatiche ispirate. Anche sotto questo profilo, Si vive una volta sola delude invece le aspettative, non riuscendo a trasmettere allo spettatore né il disagio esistenziale di una equipe medica quotidianamente alle prese con la morte (affidato solo a una singola battuta di Verdone, la scelta cinematograficamente meno efficace), né la complessità della vita privata dei protagonisti (riassumibile in sesso e tradimenti), né lo stato d’animo crepuscolare che dovrebbe affliggere almeno i personaggi del regista e di Papaleo, che per motivi anagrafici o medici si trovano nella parte conclusiva delle loro vite. Come nelle più dimenticabili commedie nostrane, si procede per scenette, intervallate da una manciata di momenti più seri, che non hanno però le basi narrative per emozionare lo spettatore.

Anche l’occasione di una feroce critica alla borghesia, già pregevolmente messa in scena da Verdone nel suo capolavoro Compagni di scuola, è malamente sprecata con superficiali contrasti sulla situazione economica dei vari personaggi, che nulla aggiungono alla loro caratterizzazione. A tenere in piedi Si vive una volta sola sono solamente le doti attoriali dei quattro protagonisti, che con la loro esperienza e con i loro ottimi tempi comici riescono a rendere quantomeno sopportabili i momenti più logori, mentre con la loro espressività riescono a colmare alcuni dei troppi vuoti lasciati da una scrittura svogliata e completamente slegata dalla contemporaneità.

Verso Vita da Carlo

Si vive una volta sola si rivela dunque una battuta a vuoto nella florida e longeva filmografia di Verdone. Un’opera in cui il regista sembra quasi fare le prove per il già citato Vita da Carlo, che sarà giocoforza il suo progetto più intimo e personale. Mentre la sintesi del grande schermo comincia a essere limitante per Verdone, gli spazi più ampi e i tempi più lunghi della serialità potrebbero infatti essere il terreno ideale per fargli ritrovare quel senso del ridicolo così vero e umano che ha contraddistinto la sua carriera. Una comicità pungente ed efficace, di cui in Si vive una volta sola purtroppo non c’è traccia.

Valutazione
4.5/10

Verdetto

Si vive una volta sola si rivela un passo falso nella carriera di Verdone che non riesce in questo caso a trovare il necessario compromesso fra comicità e malinconia. Un buon cast non basta per salvare un film datato dal punto di vista narrativo e non efficace sul versante comico.

Marco Paiano

Marco Paiano