Sorry We Missed You: recensione del film di Ken Loach

Sorry We Missed You: recensione del film di Ken Loach

Sorry we missed you. L’avviso di mancata consegna di un pacco che dà il titolo all’ultimo lavoro di Ken Loach è certamente più amichevole rispetto alle fredde e impersonali notifiche che tutti abbiamo ricevuto almeno una volta, ma mette anche nero su bianco una raggelante verità sul mondo del lavoro contemporaneo. We missed you, noi ti abbiamo mancato. Non sei stato tu a non metterti nelle condizioni ideali per usufruire di un servizio, siamo stati noi poco efficienti. E se l’efficienza viene prima del buon senso e l’algoritmo è più importante della persona, non possiamo fare altro che rassegnarci a essere parte di quel mostruoso ingranaggio chiamato gig economy, la famigerata economia dei lavoretti. Corrieri, fattorini e autisti perennemente in lotta contro il tempo per guadagnare cifre misere, con l’illusione dell’indipendenza lavorativa.

Non poteva che essere un autore come Loach, da sempre attento alle storture del sistema e ai disagi della working class, a rappresentare sul grande schermo questa rivoluzione nel mondo del lavoro, che sta portando innegabili vantaggi a molti di noi, come la possibilità di ricevere a domicilio in tempi brevissimi cibo, elettrodomestici o prodotti culturali, ma sta anche mettendo in ginocchio intere famiglie, stremate dalla precarietà e dai sacrifici necessari a guadagnare un tozzo di pane. Un’opera amara e avvilente, che Lucky Red ha portato nelle nostre sale il 2 gennaio, in controtendenza con un periodo solitamente utilizzato per racconti più speranzosi e concilianti.

Sorry We Missed You: l’horror sociale di Ken LoachSorry We Missed You

Il protagonista di Sorry We Missed You è Ricky Turner (Kris Hitchen), lavoratore di Newcastle vittima della crisi economica del 2008 che, nel tentativo di risollevare la condizione economica della sua famiglia, fa vendere a sua moglie Abbie (Debbie Honeywood) l’auto, in modo da potersi permettere un furgone, con cui lavorare da autonomo per un’importante azienda di spedizioni. Ricky comprende ben presto che la sua condizione non è affatto migliorata: i ritmi di lavoro sono massacranti (anche 14 ore al giorno), le tutele sono nulle e le assenze da lavoro, anche se giustificate da un imprevisto dell’ultimo momento, comportano importanti penalizzazioni economiche.

Come se ciò non bastasse, il lavoro di Ricky si ripercuote anche sulla famiglia: Abbie è a sua volta costretta ad orari assurdi nel suo lavoro di assistente sanitaria a domicilio, oltretutto spostandosi coi mezzi pubblici a causa della vendita della sua automobile, mentre i figli Sebastian (Rhys Stone) e Liza (Katie Proctor) cominciano ad avere comportamenti problematici, imputabili in larga parte all’assenza per intere giornate dei loro genitori. Come brillantemente sintetizzato da Roy Menarini nel suo podcast Il posto delle fragole, Sorry We Missed You diventa così un horror sociale, mettendoci di fronte a un angosciante disfacimento umano e familiare, con risvolti che possiamo intuire con largo anticipo, soffrendone quasi fisicamente.

Sorry We Missed You: un disperato grido di dolore

A tre anni dalla sua seconda Palma d’oro a Cannes per Io, Daniel Blake, ritroviamo Loach e il suo fido sceneggiatore Paul Laverty ancora più cupi e rassegnati. La combattività con cui il regista britannico affrontava i disagi dei ceti più poveri ha lasciato spazio alla desolazione per un sistema che non è più possibile combattere, in quanto basato su logiche, processi e abitudini che un singolo non può sconfiggere. Fatta eccezione per un rapido scambio di battute a tema calcistico, mancano anche quegli spunti comici presenti in opere recenti come Il mio amico Eric e La parte degli angeli. Questo perché Sorry We Missed You è un disperato grido di dolore di un mondo sconfitto, che ha sacrificato tempo, denaro e rapporti familiari sull’altare di un’illusoria speranza di libertà.

Ricky è infatti certamente libero dal dovere di timbrare il cartellino e di stare in ufficio otto ore al giorno, ma vive comunque all’interno di un’invisibile gabbia, fatta di regole assurde da rispettare (come il divieto di portare con lui sua figlia, nel tentativo di trascorrere del tempo insieme), ossessione per la produttività (la bottiglia in cui urinare più velocemente) e azzeramento di diritti e tutele, dato che anche un pestaggio subito sul lavoro comporta la perdita di una percentuale significativa dello stipendio.

Certo, si può e si deve rimarcare che nel 2020 c’è ancora chi vive in condizioni di schiavitù o chi sopporta lavori ancora più pericolosi e ancora peggio pagati, ma l’intento di Sorry We Missed You non è fare una classifica della sfortuna, quanto piuttosto sottolineare che la ricerca della flessibilità e del lavoretto saltuario e poco impegnativo ci sta facendo sacrificare tutto il resto, portandoci a dei livelli di frustrazione e alienazione non lontani da quelli del più attuale che mai Tempi moderni di Charlie Chaplin.

Il lato oscuro della gig economy

Sorry We Missed You

Loach mette il suo stile realistico e sincero al servizio di un racconto che procede per accumulo, mettendoci di fronte, in un crescendo di disagio, a una successione di problemi e incidenti. Nel fare ciò, il cineasta britannico tratteggia personaggi di grande umanità, come Abbie, donna di cuore e invidiabile equilibrio portata sull’orlo dell’esasperazione, o gli stessi Sebastian e Liza, che esprimono con toni e comportamenti opposti la frustrazione per essere lasciati soli dai genitori in una fase cruciale della loro vita. A completare questo quadro di desolazione umana e sociale, che a tratti ricorda quello alla base del neorealismo, sono dei dialoghi fatti quasi esclusivamente da liti, anche quando si percepisce affetto e comprensione alla loro radice. Non vediamo mai una possibile luce in fondo al tunnel, né percepiamo mai una tesi diversa da quella di partenza: la lotta per il lavoro ci sta trasformando in schiavi.

Anche se Loach è abile a evitare la retorica e il didascalismo, a emergere è un solo, anche se condivisibile, punto di vista, saltuariamente appesantito da non altrettanto convincenti dinamiche familiari. È davvero vita un’esistenza spesa a essere un semplice anello di una catena, utile ma facilmente rimpiazzabile? Vale davvero la pena rinunciare alle cose più importanti che abbiamo, cioè il nostro tempo, i nostri affetti e le nostre passioni, nell’utopica ricerca di un nuovo paradigma lavorativo, che sotto la maschera dell’autonomia e del benessere distrugge ogni scampolo residuo del proletariato? Siamo consapevoli del meccanismo che mettiamo in moto quando ordiniamo con un semplice clic e trattiamo con sufficienza il rider, il corriere o l’autista di turno? Domande di cui conosciamo la risposta, ma che è comunque giusto porre.

La sconfitta della dignità lavorativa

Sorry We Missed You è la tragica rappresentazione dell’annientamento della dignità lavorativa. Senza trasformarci nel cultore del posto fisso che è Checco Zalone in Quo vado?, cosa possiamo fare per arginare un sistema attraverso il quale quelle che sono sostanzialmente scatole vuote costringono molti a spartirsi le briciole, sotto il giogo di accattivanti app e raffinati algoritmi? Evitare gli acquisti online? Rifiutare il lavoro sottopagato, pur con l’esigenza di guadagnarsi da vivere e con la consapevolezza che qualcun altro, anche se meno capace di noi (la qualità non va più di moda), è pronto ad accettare il medesimo ruolo per una cifra uguale o inferiore? Aspettare fiduciosamente che la politica regolamenti la gig economy?

Scusateci, tempo scaduto. Dobbiamo correre verso la prossima consegna.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Ken Loach mette in scena la Via Crucis dei lavoratori della gig economy, evidenziandone storture e drammi. Anche se i melodrammi familiari appesantiscono a tratti il racconto, ci resta l’ennesimo appassionato e struggente lavoro del cantore per eccellenza della working class.

Marco Paiano

Marco Paiano