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Sorry We Missed You: recensione del film di Ken Loach
Sorry we missed you. L’avviso di mancata consegna di un pacco che dà il titolo all’ultimo lavoro di Ken Loach è certamente più amichevole rispetto alle fredde e impersonali notifiche che tutti abbiamo ricevuto almeno una volta, ma mette anche nero su bianco una raggelante verità sul mondo del lavoro contemporaneo. We missed you, noi ti abbiamo mancato. Non sei stato tu a non metterti nelle condizioni ideali per usufruire di un servizio, siamo stati noi poco efficienti. E se l’efficienza viene prima del buon senso e l’algoritmo è più importante della persona, non possiamo fare altro che rassegnarci a essere parte di quel mostruoso ingranaggio chiamato gig economy, la famigerata economia dei lavoretti. Corrieri, fattorini e autisti perennemente in lotta contro il tempo per guadagnare cifre misere, con l’illusione dell’indipendenza lavorativa.
Non poteva che essere un autore come Loach, da sempre attento alle storture del sistema e ai disagi della working class, a rappresentare sul grande schermo questa rivoluzione nel mondo del lavoro, che sta portando innegabili vantaggi a molti di noi, come la possibilità di ricevere a domicilio in tempi brevissimi cibo, elettrodomestici o prodotti culturali, ma sta anche mettendo in ginocchio intere famiglie, stremate dalla precarietà e dai sacrifici necessari a guadagnare un tozzo di pane. Un’opera amara e avvilente, che Lucky Red ha portato nelle nostre sale il 2 gennaio, in controtendenza con un periodo solitamente utilizzato per racconti più speranzosi e concilianti.
Sorry We Missed You: l’horror sociale di Ken Loach
Il protagonista di Sorry We Missed You è Ricky Turner (Kris Hitchen), lavoratore di Newcastle vittima della crisi economica del 2008 che, nel tentativo di risollevare la condizione economica della sua famiglia, fa vendere a sua moglie Abbie (Debbie Honeywood) l’auto, in modo da potersi permettere un furgone, con cui lavorare da autonomo per un’importante azienda di spedizioni. Ricky comprende ben presto che la sua condizione non è affatto migliorata: i ritmi di lavoro sono massacranti (anche 14 ore al giorno), le tutele sono nulle e le assenze da lavoro, anche se giustificate da un imprevisto dell’ultimo momento, comportano importanti penalizzazioni economiche.
Come se ciò non bastasse, il lavoro di Ricky si ripercuote anche sulla famiglia: Abbie è a sua volta costretta ad orari assurdi nel suo lavoro di assistente sanitaria a domicilio, oltretutto spostandosi coi mezzi pubblici a causa della vendita della sua automobile, mentre i figli Sebastian (Rhys Stone) e Liza (Katie Proctor) cominciano ad avere comportamenti problematici, imputabili in larga parte all’assenza per intere giornate dei loro genitori. Come brillantemente sintetizzato da Roy Menarini nel suo podcast Il posto delle fragole, Sorry We Missed You diventa così un horror sociale, mettendoci di fronte a un angosciante disfacimento umano e familiare, con risvolti che possiamo intuire con largo anticipo, soffrendone quasi fisicamente.
Sorry We Missed You: un disperato grido di dolore
A tre anni dalla sua seconda Palma d’oro a Cannes per Io, Daniel Blake, ritroviamo Loach e il suo fido sceneggiatore Paul Laverty ancora più cupi e rassegnati. La combattività con cui il regista britannico affrontava i disagi dei ceti più poveri ha lasciato spazio alla desolazione per un sistema che non è più possibile combattere, in quanto basato su logiche, processi e abitudini che un singolo non può sconfiggere. Fatta eccezione per un rapido scambio di battute a tema calcistico, mancano anche quegli spunti comici presenti in opere recenti come Il mio amico Eric e La parte degli angeli. Questo perché Sorry We Missed You è un disperato grido di dolore di un mondo sconfitto, che ha sacrificato tempo, denaro e rapporti familiari sull’altare di un’illusoria speranza di libertà.
Ricky è infatti certamente libero dal dovere di timbrare il cartellino e di stare in ufficio otto ore al giorno, ma vive comunque all’interno di un’invisibile gabbia, fatta di regole assurde da rispettare (come il divieto di portare con lui sua figlia, nel tentativo di trascorrere del tempo insieme), ossessione per la produttività (la bottiglia in cui urinare più velocemente) e azzeramento di diritti e tutele, dato che anche un pestaggio subito sul lavoro comporta la perdita di una percentuale significativa dello stipendio.
Certo, si può e si deve rimarcare che nel 2020 c’è ancora chi vive in condizioni di schiavitù o chi sopporta lavori ancora più pericolosi e ancora peggio pagati, ma l’intento di Sorry We Missed You non è fare una classifica della sfortuna, quanto piuttosto sottolineare che la ricerca della flessibilità e del lavoretto saltuario e poco impegnativo ci sta facendo sacrificare tutto il resto, portandoci a dei livelli di frustrazione e alienazione non lontani da quelli del più attuale che mai Tempi moderni di Charlie Chaplin.
Il lato oscuro della gig economy
Loach mette il suo stile realistico e sincero al servizio di un racconto che procede per accumulo, mettendoci di fronte, in un crescendo di disagio, a una successione di problemi e incidenti. Nel fare ciò, il cineasta britannico tratteggia personaggi di grande umanità, come Abbie, donna di cuore e invidiabile equilibrio portata sull’orlo dell’esasperazione, o gli stessi Sebastian e Liza, che esprimono con toni e comportamenti opposti la frustrazione per essere lasciati soli dai genitori in una fase cruciale della loro vita. A completare questo quadro di desolazione umana e sociale, che a tratti ricorda quello alla base del neorealismo, sono dei dialoghi fatti quasi esclusivamente da liti, anche quando si percepisce affetto e comprensione alla loro radice. Non vediamo mai una possibile luce in fondo al tunnel, né percepiamo mai una tesi diversa da quella di partenza: la lotta per il lavoro ci sta trasformando in schiavi.
Anche se Loach è abile a evitare la retorica e il didascalismo, a emergere è un solo, anche se condivisibile, punto di vista, saltuariamente appesantito da non altrettanto convincenti dinamiche familiari. È davvero vita un’esistenza spesa a essere un semplice anello di una catena, utile ma facilmente rimpiazzabile? Vale davvero la pena rinunciare alle cose più importanti che abbiamo, cioè il nostro tempo, i nostri affetti e le nostre passioni, nell’utopica ricerca di un nuovo paradigma lavorativo, che sotto la maschera dell’autonomia e del benessere distrugge ogni scampolo residuo del proletariato? Siamo consapevoli del meccanismo che mettiamo in moto quando ordiniamo con un semplice clic e trattiamo con sufficienza il rider, il corriere o l’autista di turno? Domande di cui conosciamo la risposta, ma che è comunque giusto porre.
La sconfitta della dignità lavorativa
Sorry We Missed You è la tragica rappresentazione dell’annientamento della dignità lavorativa. Senza trasformarci nel cultore del posto fisso che è Checco Zalone in Quo vado?, cosa possiamo fare per arginare un sistema attraverso il quale quelle che sono sostanzialmente scatole vuote costringono molti a spartirsi le briciole, sotto il giogo di accattivanti app e raffinati algoritmi? Evitare gli acquisti online? Rifiutare il lavoro sottopagato, pur con l’esigenza di guadagnarsi da vivere e con la consapevolezza che qualcun altro, anche se meno capace di noi (la qualità non va più di moda), è pronto ad accettare il medesimo ruolo per una cifra uguale o inferiore? Aspettare fiduciosamente che la politica regolamenti la gig economy?
Scusateci, tempo scaduto. Dobbiamo correre verso la prossima consegna.
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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen
Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.
L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.
Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.
I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.
Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.
Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.
Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.
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Verity: recensione del film con Anne Hathaway e Dakota Johnson

Il thriller erotico continua a manifestare segni di vitalità, inaspettati soprattutto in quest’epoca di neo puritanesimo. Lo avevamo notato con Acque profonde di Adrian Lyne, che già aveva alimentato il filone con opere del calibro di 9 settimane e ½ e Attrazione fatale, con il sottovalutato The Voyeurs con Sydney Sweeney e appena pochi mesi fa con Una di famiglia – The Housemaid, nuovamente con protagonista la prorompente star hollywoodiana insieme ad Amanda Seyfried. Ed è proprio a quest’ultimo progetto che guarda esplicitamente Verity, ultimo esponente di ordine di tempo di un’evidente tendenza alla rivisitazione dei racconti in cui convivono tensione ed erotismo.
Come Una di famiglia – The Housemaid, Verity nasce dalla penna di un’autrice in grado di compiere una vera e propria impresa per la società contemporanea, ovvero vendere milioni di libri in tutto il mondo. In questo caso non si tratta di Freida McFadden ma di Colleen Hoover, già adattata per il grande schermo con il recente It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, noto per la verità più per le vicende giudiziarie scaturite dalla lavorazione del film che per l’effettiva qualità artistica. In entrambe le opere è inoltre presente un anomalo triangolo sentimentale, con uomo ambiguo e a tratti inquietante sospeso fra la sua fragile moglie e una donna più giovane e vitale, che entra casualmente in casa iniziando lentamente a costruirsi un proprio angolo. Triangolo che il regista di Verity Michael Showalter affida a tre star del calibro di Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett.
Verity: Anne Hathaway e Dakota Johnson in un thriller erotico torbido e provocatorio

La Verity del titolo (nomen omen) è Verity Crawford (Anne Hathaway), celeberrima autrice di thriller moralmente ambigui, allontanatasi misteriosamente dalle scene in seguito a un grave lutto familiare. Per portare avanti il business, il marito Jeremy Crawford (Josh Hartnett) si mette in contatto con Lowen Ashleigh (Dakota Johnson), autrice dal riscontro commerciale decisamente modesto, ma da lui considerata affine allo stile della moglie. Dopo qualche tentennamento, Lowen accetta il lavoro di ghost writer per i successivi libri di Verity, che prevede anche di il temporaneo trasferimento nella lussuosa abitazione di famiglia nel Vermont, per accedere in libertà agli appunti della celebrata scrittrice. Giunta sul posto, Lowen scopre con sorpresa e tristezza che Verity è in realtà ridotta in stato catatonico. Quando si mette all’opera sugli appunti della sua collega, trova però degli scritti decisamente inquietanti, in bilico fra confessione e distorsione della realtà per fini narrativi. Mentre Lowen si addentra nei dettagli familiari attraverso la narrazione inaffidabile di Verity, nasce un rapporto sempre più intenso con Jeremy, in una cornice sempre più sinistra e torbida.
Michael Showalter si conferma regista eclettico e capace di inaspettati guizzi. Dopo le commedie The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no e Oh. What. Fun., il dramma biografico da Oscar per Jessica Chastain Gli occhi di Tammy Faye e la rom-com sull’age gap The Idea of You, il regista firma infatti un’opera sghemba, sbalestrata e contraddittoria, che riesce sorprendentemente a trovare una propria ragion d’essere, nonostante e per merito dei suoi stessi squilibri. C’è infatti molto thriller anni ’90 in Verity, in una cornice patinata scelta dal direttore della fotografia Jim Frohna per trasmettere l’andirivieni sognante fra realtà e fantasia ma capace al tempo stesso di rendere anche stucchevole un racconto che già chiede molto allo spettatore in termini di sospensione dell’incredulità. In aggiunta a questo, lo stesso registro del film è cangiante, se non del tutto imprevedibile: si passa con spericolata naturalezza da sfumature horror al dramma familiare, passando per la suspense e per rare ma apprezzabili scariche di erotismo, affidate soprattutto a Dakota Johnson. Il tutto in un impianto narrativo capace di causare una sincope ai cercatori di buchi di trama, che ridefinisce continuamente regole e avvenimenti, con personaggi che irrompono in scena per poi scomparire senza lasciare traccia.
L’impossibile ricerca della verità

Ci sarebbero dunque tutti i presupposti per il fiasco, che invece almeno dal punto di vista commerciale possiamo già considerare scongiurato. Nel momento in cui scriviamo infatti Verity ha già incassato 113 milioni di dollari, a fronte di un budget stimato in 40 milioni. Ma più che nelle comunque confortanti cifre al botteghino, il merito più evidente di Michael Showalter risiede nella libertà artistica con cui mette in scena un’opera volutamente provocatoria, che rompe tutte le regole non scritte della Hollywood contemporanea, talmente concentrata sulla volontà di non scontentare nessuno da finire spesso per scontentare tutti. Verity ci restituisce invece il piacere dell’inverosimile, il gusto per l’incoerenza, la simpatia per chi osa per il puro diletto nel farlo, senza essere mosso da nessuna ambizione artistica, politica e sociale.
La ricerca della realtà in Verity si trasforma così in un test di personalità su chi siamo noi come spettatori, persi fra un thriller hitchcockiano sul sempreverde tema del doppio, una passione morbosa e fedifraga, una riflessione sul racconto e sul mestiere di narrare storie, una rappresentazione dell’ambiguità morale del maschio contemporaneo e un inestricabile dramma familiare, poggiato sul contrasto fra travolgente successo e profondo lutto. Una storia di storie, in cui si muovono a loro agio il sempre più ritrovato Josh Hartnett (Trap e M. Night Shyamalan gli hanno regalato una seconda carriera), una Anne Hathaway tanto seducente quanto inquietante e persino l’incostante Dakota Johnson, il cui costante spaesamento è utilizzato brillantemente da Michael Showalter in chiave narrativa. Ciliegina sulla torta un epilogo aperto e ambivalente, coerente con un’opera che preferisce la suggestione allo svelamento, gli spigoli agli angoli smussati, le imperfezioni in bella vista alla falsa e vuota ineccepibilità.

Verity è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.
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Digger: recensione del film con Tom Cruise

A qualche giorno dall’uscita nelle sale di tutto il mondo, si può parlare di conclamato fiasco commerciale per Digger, che riuscirà a recuperare solo una piccola parte del suo ampio budget, stimato in almeno 160 milioni di dollari al netto delle spese di marketing. Numeri che però non devono oscurare il buono che c’è in questo folle e ambizioso progetto di Alejandro González Iñárritu, in bilico fra una rilettura in chiave MAGA de Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba e una rivisitazione in ottica ambientalista di Don’t Look Up, con protagonista un irriconoscibile Tom Cruise nei panni di una parodistica amplificazione del Daniel Plainview di Daniel Day-Lewis ne Il petroliere di Paul Thomas Anderson.
Il personaggio in questione è Digger Rockwell, anziano magnate del petrolio che si trova di fronte a una gravissima emergenza personale e mondiale: a seguito delle pericolosissime estrazioni di petrolio in Alaska e Groenlandia della sua compagnia, avallate dal Presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman), un blocco di ghiaccio grande quanto uno stato Americano si sta dirigendo minacciosamente verso l’Europa. Digger e Compson si riuniscono insieme al cerchio magico di quest’ultimo per monitorare la situazione. Nell’impossibilità di porre rimedio, finiscono per insabbiare il tutto, procedendo così a passo spedito verso una catastrofe ambientale e una conseguente crisi geopolitica globale.
Digger: l’ambiziosa e parodistica riflessione ambientalista di Iñárritu

Digger si scontra con due ostacoli quasi insormontabili: la volontà di attingere al registro grottesco e parodistico nei confronti di una realtà che ha già ampiamente superato qualsiasi parodia, e il coraggio di farlo mettendo nel mirino la principale potenza economica, politica, militare e culturale del pianeta, di cui l’industria cinematografica in cui si muove Alejandro González Iñárritu è ancora un prezioso ingranaggio. Un’impresa disperata e autodistruttiva, completata da una campagna di marketing poco centrata e dalla scelta (a conti fatti errata) di non partecipare alla Mostra del Cinema di Venezia per timore di una ricezione negativa dell’opera. Un vero peccato, perché con lo sguardo del messicano che guarda dalla giusta distanza gli Stati Uniti e l’intero Occidente Alejandro González Iñárritu firma un lavoro prezioso e urgente, che ci auguriamo non finisca per diventare anche profetico.
È facile infatti scorgere nel rapporto fra Digger e lo spregevole Presidente Compson un voluto parallelismo con la seconda amministrazione Trump e i principali CEO del tech, disposti anche a scendere a compromessi con l’impresentabile pur di avere agevolazioni e concessioni per i loro business, spesso e volentieri in aperto contrasto con le esigenze sempre più indilazionabili del pianeta. Alejandro González Iñárritu esaspera così la già deformata realtà, puntando i fari sulle possibili e probabili conseguenze apocalittiche delle azioni scriteriate delle principali potenze mondiali. A questo si aggiunge una scelta metanarrativa che non riveleremo in questa sede, lodevole negli intenti ma solo a tratti funzionale al discorso di Iñárritu, nonché decisamente anticipata nei tempi di svelamento.
Il fondamentale contributo di Emmanuel Lubezki

Come nei precedenti lavori del regista, è fondamentale l’apporto del suo fidato direttore della fotografia, il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki. “Chivo” disegna ancora una volta con la luce, sovrapponendo nature morte e mondi morenti in un meccanismo di scatole cinesi in cui riverbera la stessa parabola del personaggio di Tom Cruise, simbolo del marciume morale di un intero sistema. Le già citate negative performance al box-office di Digger sembrano al momento anche uno scoglio insuperabile per le ambizioni da Oscar della star hollywoodiana, che tuttavia giganteggia con una prova che guarda tanto alle influenze riportate poc’anzi quanto al Charles Foster Kane di Orson Welles in Quarto potere: non è infatti un caso che come nel capolavoro del 1941 il protagonista sia inquadrato con distorte inquadrature dal basso che ne sottolineano l’illusione di onnipotenza e in desolanti campi lunghi, volti invece a rappresentare la sua profonda solitudine. Da rimarcare inoltre un sontuoso monologo di Digger all’interno del Parlamento Europeo, che rimarca la sua megalomania ma mette anche sul banco degli imputati le stesse istituzioni del Vecchio Continente, immobili e inadeguati nei confronti dello strapotere a stelle e strisce.
Questa riflessione al tempo stesso pre e post apocalittica si inserisce naturalmente nella filmografia di Alejandro González Iñárritu. Ritroviamo infatti l’avvolgente fusione fra diversi piani di realtà già messa in scena in Birdman, il rapporto con una natura fredda e vendicativa già al centro di Revenant – Redivivo e la decostruzione surreale del mito portata avanti anche nel precedente film del regista, il sottovalutato Bardo, la cronaca falsa di alcune verità. Il tutto in una cornice iperbolica spassosa e al contempo agghiacciante, in cui personaggi putridi e rari sprazzi di umanità assistono impotenti al collasso del mondo e della società. Apprezzabili a tal proposito le prove di Michael Stuhlbarg, Sandra Hüller e Jesse Plemons, sempre abili a tratteggiare personaggi per eccesso o in sottrazione, anche con pochissimi minuti a disposizione. Preziosi tasselli di un teatro dell’assurdo contemporaneo e di un’opera debordante e squilibrata, simbolo però di un cinema che ha ancora voglia di osare e di mettere in discussione le zone di comfort dello spettatore. Un cinema da proteggere e amare, nonostante e soprattutto per i suoi eccessi.

Digger è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.





