Soul: recensione del film Pixar diretto da Pete Docter e Kemp Powers

Soul: recensione del film Pixar diretto da Pete Docter e Kemp Powers

Dopo Coco e Onward – Oltre la magia, la Pixar torna a concentrarsi sulla dimensione ultraterrena con Soul, che vede la co-regia del direttore creativo dello studio d’animazione Pete Docter e di Kemp Powers, già autore dello script di One Night in Miami. Un’opera che ha fatto parlare di sé ancora prima della sua distribuzione, a causa della scelta da parte di Pixar e della controllante Disney di saltare l’uscita in sala e di proporre Soul al pubblico direttamente sulla piattaforma Disney+, senza alcun costo aggiuntivo sull’abbonamento, a partire dal giorno di Natale 2020. Un lavoro che, come vedremo nel proseguimento della nostra recensione, funge da raccordo fra il glorioso passato della Pixar e una nuova stimolante fase, in cui troverà spazio anche Luca dell’italiano Enrico Casarosa.

Soul: un’avventura fra Terra e Altro Mondo

Soul, come anima, ma anche come un genere musicale particolarmente caro alla comunità afroamericana, discendente diretto del jazz. Proprio il jazz è la viscerale passione dell’insegnante di musica Joe Gardner (doppiato da Jamie Foxx in originale), in bilico fra una sicura, ma per lui insoddisfacente, carriera in ambito scolastico e il sogno di sfondare nella musica. Su di giri per l’insperata possibilità che gli viene concessa di suonare con la leggenda Dorothea Williams, Joe cade accidentalmente in un tombino, ritrovandosi nell’Altro Mondo, sospeso fra la vita e la morte.

Ostinatamente attaccato alla vita e alle sue passioni, l’uomo fugge dal percorso a lui assegnato (una gigantesca scala, chiaro omaggio a Scala al paradiso) e si ritrova nell’Ante Mondo, dove degli appositi consulenti formano le anime in procinto di arrivare sulla Terra. Joe si trova quindi a fare da mentore a 22 (con la voce di Tina Fey), anima disincanta e ribelle che, al contrario del protagonista, non ha la minima intenzione di guadagnarsi la vita terrena, e ha già messo in fuga altre figure a lei assegnate, fra cui celebrità del calibro di Madre Teresa di Calcutta e Muhammad Alì.

La strana coppia formata da Joe e 22 fatica a trovare un punto di incontro. Quando i due finiscono accidentalmente sulla Terra (22 nel corpo di Joe, e Joe nei panni di un gatto), si trovano però costretti ad aiutarsi a vicenda, e a riflettere su ciò che può alimentare un’esistenza.

Soul: il connubio fra bidimensionalità e tridimensionalità

Soul

Per qualsiasi tipologia di spettatore, la Pixar è ormai garanzia di qualità eccelsa. Uno status che da una parte testimonia la bontà del lavoro svolto dallo studio in 25 anni, per un totale di 23 titoli (Soul compreso), che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema d’animazione. Allo stesso tempo però, la Pixar è condannata all’eccellenza. Qualsiasi prodotto Pixar che abbia anche un minimo retrogusto di già visto, o che non riesca a travolgere lo spettatore con una tempesta emotiva, può fare storcere il naso agli ammiratori di questa gloriosa casa di produzione, nonostante una confezione tecnica impeccabile. Soul è probabilmente il miglior esempio in questo senso.

Impossibile non rimanere ancora una volta piacevolmente sorpresi dall’impatto visivo del lavoro di Docter e Powers. La sontuosa ricostruzione dell’Altro Mondo, che richiama esplicitamente le forme e i colori del quartier generale delle emozioni di Inside Out, è esaltata da una piacevole commistione di stili, in cui convivono personaggi tridimensionali, dalle forme rotonde e affusolate, con quelle bidimensionali dei consulenti (tutti di nome Jerry), che omaggiano La Linea di Osvaldo Cavandoli e addirittura l’icona del Finder del Mac (ricordiamo che Pixar e Apple hanno entrambe avuto come capo Steve Jobs). Il mondo terreno è invece caratterizzato con colori caldi e avvolgenti e con un realismo che tocca vette di perfezione con le riprese notturne di New York, la città dalle tante anime che non a caso è l’ambientazione di Soul.

I risultati non sono altrettanto soddisfacenti quando i registi si concentrano sull’intreccio e soprattutto su ciò che contraddistingue le opere Pixar, cioè un forte e limpido messaggio di fondo, che in questo caso è la necessità di liberarsi da obiettivi prefissati e la bellezza di lasciarsi invece trasportare dalle nostre passioni e dalle nostre emozioni, anche quelle più effimere.

Soul: un riassunto del meglio della Pixar

Soul

Le dinamiche fra Terra e Altro Mondo di Joe e 22 sono macchinose, spesso ridondanti. Difficile inoltre comprendere le reali motivazioni del rifiuto di vivere da parte dell’anima ribelle. Aspetto non secondario, dal momento che questo sentimento agisce in netta contrapposizione all’attaccamento alla vita dell’insegnante jazzista. Più in generale, fatica a emergere con la necessaria forza il concetto filosofico alla base di Soul, cioè quanto spesso ci lasciamo scorrere la vita davanti, persi nell’inseguimento di ambizioni che, anche quando si raggiungono, si rivelano decisamente meno appaganti di quanto immaginavamo. Un messaggio che arriva con chiarezza solo nel momento dell’illuminante discorso di Dorothea Williams, che tuttavia non si avvicina neanche ai picchi emozionali del già citato Inside Out, che possiamo considerare il padre putativo di Soul.

Più che uno slancio in avanti, l’ultima fatica della Pixar è un apprezzabile, ma poco ispirato, riassunto di molti temi e situazioni che hanno caratterizzato questo universo cinematografico. Dalla dimensione ultraterrena (Coco) o fantastica (Onward – Oltre la magia) per comprendere chi siamo, dove andiamo e perché, al gusto per l’avventura più sfrenata senza limiti di spazio (Alla ricerca di Nemo e Toy Story), passando per la ricerca del successo e del riscatto (Cars e Ratatouille) e per l’esaltazione delle seconde possibilità (Up e WALL•E), in Soul c’è tutta la Pixar che cerchiamo, ma non l’inventiva e l’originalità che ormai pretendiamo da questo studio. A penalizzare questo lavoro ci sono inoltre la scarsa complessità dei due personaggi principali, che difficilmente affiancheranno Woody e Buzz nei nostri ricordi, e un brusco finale, che ricicla prima una soluzione del sempre presente Inside Out e strizza poi l’occhio a La vita è meravigliosa.

La colonna sonora di Jon Batiste, Trent Reznor e Atticus Ross

Soul

Nonostante i problemi che abbiamo evidenziato, la Pixar conferma la sua atavica incapacità di fallire. Oltre al già citato comparto visivo, stupisce ancora una volta l’impianto sonoro, che fonde due sonorità agli antipodi come quelle di Jon Batiste, chiamato ad accompagnare i momenti sulla Terra con delle formidabili melodie jazz, e quelle più stranianti ed eteree di Trent Reznor e Atticus Ross, che creano invece un riuscito connubio con i momenti ambientati nell’Altro Mondo. Ma soprattutto, anche con uno scivoloso accumulo di temi e situazioni, Soul riesce a dare vita nuovamente a un marchio di fabbrica Pixar: un mondo di fantasia, ma dalle regole ben precise, in cui chiunque, a prescindere dall’età e dall’estrazione sociale, può riconoscersi e ritrovare una parte della sua vita. In attesa di un futuro tutto da scrivere, questo ci basta per salutare un nuovo successo di questa luminosa macchina dei sogni.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Giunta al suo 23esimo lungometraggio, la Pixar mette in scena con Soul un’opera di raccordo, che senza particolare inventiva attinge dal meglio della produzione dello studio e lo accompagna verso una dimensione più filosofica ed esistenziale, che potrebbe diventare il marchio di fabbrica dei prossimi progetti. La sontuosità della messa in scena fa chiudere un occhio sulla macchinosità di certi passaggi e sulla non perfetta caratterizzazione dei protagonisti.

Marco Paiano

Marco Paiano