Star Wars: L'ascesa di Skywalker Star Wars: L'ascesa di Skywalker

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Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

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«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.

Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.

Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.

Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.

Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.

Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale  dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.

Siamo nani sulle spalle dei giganti

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.

Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.

Fra conferme e novità

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.

Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.

Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile esperto di droidi Babu Frik, emblema di un umorismo ben centrato e privo di rovinose cadute di stile.

Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.

Overall
8/10

Verdetto

Con un film dal ritmo frenetico, scaturito dalla necessità di conciliare i primi capitoli della saga e le aspettative dei fan, J. J. Abrams chiude la saga della famiglia Skywalker, regalandoci un ultimo tuffo nel passato.

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Inside Out 2: recensione del film Pixar

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Inside Out 2

Sono passati 9 anni da Inside Out, spartiacque della storia del Pixar e del cinema d’animazione contemporaneo. Un lasso di tempo che in un panorama dell’audiovisivo completamente stravolto dallo streaming e dal covid ci sembra un’era geologica, ma che non è comunque riuscito a scalfire il dolce ricordo delle avventure della piccola Riley e delle sue bizzarre emozioni, scandagliate da Pete Docter e Ronnie del Carmen in un entusiasmante e commovente viaggio. Viaggio ancora lontano dalla conclusione, dal momento che la crescita di Riley continua con Inside Out 2, in cui la piccola protagonista è alle prese con la pubertà e con nuove emozioni come Ansia, Invidia, Ennui e Imbarazzo.

Alla regia stavolta c’è Kelsey Mann (già coinvolto nel soggetto de Il viaggio di Arlo), ma le dinamiche non cambiano. Dopo il trasloco e la nostalgia di casa del primo struggente capitolo, Riley è in procinto di andare alle scuole superiori, ma prima ha la possibilità di partecipare insieme a due fidate amiche a un prestigioso campus estivo di hockey, potenzialmente decisivo per il suo futuro sportivo. Nel frattempo, il suo corpo cambia insieme al suo carattere, a causa dei tanti sentimenti contrastanti che accompagnano un delicato momento di passaggio. All’interno della sua mente, Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto devono quindi convivere con le nuove emozioni e in particolare con Ansia, maniaca del controllo che, nonostante le sue buone intenzioni, provoca diversi guai a Riley.

Inside Out 2: un nuovo dolceamaro viaggio nelle emozioni e nei piccoli grandi traumi della vita

Inside Out 2

Come già avvenuto nel memorabile predecessore, l’intreccio di Inside Out 2 è incentrato sull’allontanamento fisico e metaforico di Gioia dal centro di controllo della mente di Riley. Ne segue così un rocambolesco viaggio fra ricordi dimenticati e sentimenti repressi, passando per una delle più brillanti intuizioni di questo capitolo, il fiume del flusso di coscienza dove ritroviamo gli immancabili broccoli. Tutto questo mentre la vita di Riley è in balia di sentimenti potenzialmente nocivi come l’ansia, l’invidia sociale, la noia adolescenziale e l’imbarazzo. La protagonista (doppiata in italiano da Sara Ciocca) si trova così a scoprire una nuova se stessa, fra sbalzi umorali, ambizioni sportive e sociali e gli scricchiolanti rapporti con genitori e amiche.

Kelsey Mann replica la formula di Inside Out, trasformando in spassoso, entusiasmante e dolceamaro viaggio ciò che nel mondo reale è un evento comune. In questo caso, il crocevia delle emozioni e della vicenda è un campus di una manciata di giorni, che per Riley non è solo l’occasione per fare strada nel suo sport preferito, ma anche un’opportunità per coltivare nuove amicizie. Il disordine nella sua mente la porta però a sabotarsi ripetutamente sotto diversi punti di vista, dal momento che Ansia (doppiata in italiano dalla bravissima Pilar Fogliati) è troppo preoccupata dai possibili risvolti di ogni singola decisione per lasciare spazio alla naturalezza e alla serenità.

Inside Out 2 ci invita ad abbracciare la nostra complessità

Inside Out 2

La Pixar sfrutta ancora una volta uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero la creazione di un mondo che brulica ai margini del nostro, completandolo o salvaguardandolo (ricordiamo a questo proposito Toy Story, Coco e Soul). Su questo scheletro si innesta un racconto caratterizzato da molteplici livelli di lettura, che funziona sia per un pubblico di giovanissimi, coccolato dalle stramberie delle emozioni e dal variopinto mondo della mente di Riley, sia per gli adulti, in grado di unire all’indietro i puntini delle loro vite, cogliendo così la potenza simbolica dei piccoli grandi drammi della protagonista. Anche stavolta non mancano le invenzioni visive (gli inserti 2D, l’apparizione di un imbranato personaggio videoludico), ma la caratterizzazione dei personaggi non è sempre efficace.

A fare le spese dell’aumento dei personaggi sono soprattutto Tristezza, Invidia, Ennui e i genitori di Riley, troppo spesso ai margini della narrazione. A catalizzare l’attenzione è così inevitabilmente la grintosa e inaffondabile Gioia, protagonista per lunghi tratti di una lotta a distanza con Ansia, involontaria villain della situazione. Mentre Inside Out 2 flirta col cinema sportivo, affiora la morale del lavoro di Kelsey Mann, meno dirompente di quella del predecessore ma comunque capace di commuovere e fare riflettere. Il primo straordinario capitolo aveva il merito di ricordarci che a volte abbandonarsi alla tristezza ci può avvicinare alla gioia; Inside Out 2 ci invita invece ad abbracciare la nostra complessità, senza rinnegare le nostre asperità ma imparando a convivere con le moltitudini che abitano dentro di noi.

Verso un terzo capitolo?

L’opera di Kelsey Mann sconta quindi l’inevitabile confronto con l’inarrivabile Inside Out, ma riesce a estendere questo pittoresco universo e a mettere in scena un momento fondamentale per la vita di tutte le persone, in un riuscito mix di divertimento e mestizia. Pesa l’assenza di picchi emotivi del calibro del sacrificio di Bing Bong o del crollo di Riley nel finale del primo capitolo (in questo senso il personaggio di Nostalgia è poco sfruttato), ma il bicchiere è ancora una volta mezzo pieno, anche per il notevole lavoro di world building. Con il box office mondiale che ha già superato i 300 milioni di dollari di incasso dopo pochi giorni di programmazione, è infatti più che probabile il prossimo arrivo di un Inside Out 3, con cui esplorare nuovamente i paradossi e le suggestioni delle nostre emozioni durante le varie fasi della vita.

Inside Out 2 è disponibile dal 19 giugno nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Inside Out 2 in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7.5/10

Valutazione

Inside Out 2 paga l’inevitabile confronto con il primo straordinario capitolo, ma riesce a dare vita a una nuova spassosa ed emozionante riflessione sulla nostra mente.

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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Overall
7.5/10

Valutazione

I primi episodi della seconda stagione di House of the Dragon confermano le buone impressioni del precedente ciclo, dando vita a un racconto in cui la lotta per il potere si intreccia con atmosfere sempre più cupe e sinistre.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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