Star Wars: L'ascesa di Skywalker Star Wars: L'ascesa di Skywalker

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Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

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«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.

Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.

Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.

Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.

Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.

Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale  dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.

Siamo nani sulle spalle dei giganti

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.

Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.

Fra conferme e novità

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.

Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.

Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile esperto di droidi Babu Frik, emblema di un umorismo ben centrato e privo di rovinose cadute di stile.

Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.

Overall
8/10

Verdetto

Con un film dal ritmo frenetico, scaturito dalla necessità di conciliare i primi capitoli della saga e le aspettative dei fan, J. J. Abrams chiude la saga della famiglia Skywalker, regalandoci un ultimo tuffo nel passato.

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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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As Bestas - La terra della discordia

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas - La terra della discordia

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

As Bestas - La terra della discordia

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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Bob Marley – One Love: recensione del film di Reinaldo Marcus Green

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Bob Marley - One Love

Dopo Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody), Elton John (Rocketman) ed Elvis Presley (Elvis), il recente filone di biopic dedicati alle leggende della musica internazionale tocca anche Bob Marley. Al cantautore giamaicano è infatti dedicato Bob Marley – One Love, film diretto da Reinaldo Marcus Green (già dietro alla macchina da presa per Una famiglia vincente – King Richard) e che vede Kingsley Ben-Adir nei panni del più celebre esponente della musica reggae e Lashana Lynch in quelli di sua moglie Rita. Un progetto autorizzato e sostenuto dalla famiglia Marley (oltre a Rita, figurano come produttori anche i figli Ziggy e Cedella), che a pochi giorni dal debutto in sala ha già superato i 100 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, testimoniando così l’interesse ancora tangibile nei confronti della figura di Bob Marley, a oltre 40 anni dalla sua prematura morte.

Bob Marley – One Love si apre con il concerto Smile Jamaica del 1976, emblematico dell’attivismo sociale e politico del protagonista (in quel momento la Giamaica era vicina a nuove elezioni e sull’orlo della guerra civile) e crocevia del suo percorso personale, dal momento che due giorni prima dell’evento la star fu vittima di un attentato che mise a repentaglio la vita sua e della moglie Rita. Sull’onda emotiva di questi fatti, Bob Marley si trasferì insieme ai membri della sua band in Inghilterra, dove realizzò l’album Exodus, considerato da molti esperti e appassionati il vero capolavoro di una straordinaria discografia.

Da questo ben preciso momento della vita del protagonista, Bob Marley – One Love si allarga per tratteggiare la sua sfera privata, soffermandosi sull’assenza di una figura paterna, sulla sua adesione al rastafarianesimo e sul suo impegno politico in ottica pacifista, per poi affrontare il melanoma acrale che lo portò alla morte.

Bob Marley – One Love: la leggenda della musica rivive in un biopic anestetizzato

Bob Marley - One Love

Di fronte a una notevole mole di contenuti umani e artistici, Reinaldo Marcus Green (anche co-sceneggiatore insieme a Terence Winter, Frank E. Flowers e Zach Baylin) è costretto a fare sintesi e a espungere dal racconto numerosi aspetti della vita del protagonista. Aspetto che porta fin dai primi minuti Bob Marley – One Love in un terreno scivoloso dal punto di vista narrativo, in quanto a subire i maggiori tagli sono il periodo dell’infanzia del cantautore (ridotto a brevi e confusionari flashback) e quello della sua ascesa in ambito musicale. Il risultato è un’opera monca, che ci presenta un personaggio già formato e compiuto, affidandosi alla riconoscibilità del soggetto e all’ampia conoscenza collettiva del suo percorso umano e professionale per colmare le numerose lacune.

Il coinvolgimento della famiglia di Bob Marley, probabilmente necessario per avere le sue canzoni e per attingere a materiale altrimenti inaccessibile, non aiuta certo alla causa. Anche se il regista riesce a evitare la trappola dell’agiografia, sempre presente in queste operazioni, Bob Marley – One Love ci presenta una versione eccessivamente ripulita di un personaggio che non ha alcun bisogno di indulgenza: sono molto vaghi e superficiali sia i cenni alla sua conclamata poligamia, sia i passaggi sulla sua prole, composta nella realtà da 11 figli naturali più 2 adottati.

Ma l’approssimazione coinvolge anche altri aspetti della vita di Bob Marley, come la sua statura quasi sciamanica per il popolo giamaicano e la sua adesione al rastafarianesimo (religione presentata in modo frettoloso e macchiettistico). L’impegno politico del protagonista è annacquato a botte di frasi fatte; il suo rapporto con la musica e con il reggae viene dato per scontato; le stesse No Woman, No Cry e Redemption Song sembrano inserite a forza in un racconto che le doveva necessariamente includere.

La scelta di Kingsley Ben-Adir

Bob Marley - One Love

L’attitudine alla realizzazione di Bob Marley – One Love è sintetizzata dalla scelta dell’attore protagonista. Kingsley Ben-Adir fa un buon lavoro, è credibile nei momenti in studio e nei concerti e cerca di fare rivivere il mito attraverso alcune sue iconiche espressioni. Nonostante ciò, basta avere visto anche solo qualche minuto di filmati di repertorio di Bob Marley per rendersi conto che il suo interprete è molto più aggraziato, slanciato ed elegante, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda il vestiario. L’imitazione passiva di una star non è garanzia di buon cinema (e il già citato Bohemian Rhapsody ne è la prova), ma il perfezionamento operato da Reinaldo Marcus Green sul protagonista snatura completamente il personaggio, al punto che quando durante i titoli di coda appare per qualche secondo il vero Bob Marley, il paragone in termini di carisma è improponibile.

Ancora meno comprensibile è l’approccio alla malattia di Bob Marley, che nella realtà ha segnato quasi 4 anni della sua vita, influenzando enormemente la sua produzione artistica. Bob Marley – One Love si concentra invece quasi esclusivamente sulla scoperta della malattia (in particolare sul noto episodio dell’alluce ferito durante una partita di calcio), sfumando nel momento in cui la malattia si aggrava. Reinaldo Marcus Green lascia così agli spettatori consapevoli il compito di tracciare un collegamento fra le condizioni di salute sempre peggiori del protagonista e la pubblicazione dell’album Uprising e in particolare della struggente Redemption Song, vero e proprio testamento spirituale, politico e artistico di Bob Marley. Il regista incappa così in uno dei pericoli insiti in ogni biopic, rendendo gli eventi raccontati e mostrati molto meno interessanti di quelli spiegati a parole sui titoli di testa e di coda.

Bob Marley – One Love: un’ottima occasione sprecata

Bob Marley – One Love si rivela così un bignami non esaustivo né soddisfacente sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi musicisti dello scorso secolo, sostenuto da un’ottima colonna sonora (e ci mancherebbe) e meritevole comunque di riportare in auge (soprattutto fra i più giovani) una figura fondamentale e determinante. Memori dell’operazione compiuta con il memorabile Rocketman, capace di addentrarsi fra le pieghe dell’artista e coglierne l’essenza umana senza filtri e compromessi, purtroppo resta la sensazione di essere di fronte a un’ottima occasione sprecata.

Bob Marley – One Love è disponibile nelle sale italiane dal 22 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
5/10

Valutazione

Bob Marley – One Love si prefigge il compito di cogliere l’essenza artistica e umana di una vera e propria leggenda della musica, ma finisce per dare vita a un racconto anestetizzato, parziale ed eccessivamente ripulito.

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