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Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams
«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.
Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.
Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.
Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici
«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.
Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.
Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine
Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.
Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.
Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico
Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.
Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.
Siamo nani sulle spalle dei giganti
L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.
Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.
Fra conferme e novità
Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.
Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.
Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile
Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).
Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga
Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.
Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.
Cinema indipendente
De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow
La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.
Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.
De Palma: una lezione di cinema di due ore

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.
Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.
Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.
In evidenza
Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen
Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.
L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.
Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.
I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.
Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.
Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.
Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.
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Verity: recensione del film con Anne Hathaway e Dakota Johnson

Il thriller erotico continua a manifestare segni di vitalità, inaspettati soprattutto in quest’epoca di neo puritanesimo. Lo avevamo notato con Acque profonde di Adrian Lyne, che già aveva alimentato il filone con opere del calibro di 9 settimane e ½ e Attrazione fatale, con il sottovalutato The Voyeurs con Sydney Sweeney e appena pochi mesi fa con Una di famiglia – The Housemaid, nuovamente con protagonista la prorompente star hollywoodiana insieme ad Amanda Seyfried. Ed è proprio a quest’ultimo progetto che guarda esplicitamente Verity, ultimo esponente di ordine di tempo di un’evidente tendenza alla rivisitazione dei racconti in cui convivono tensione ed erotismo.
Come Una di famiglia – The Housemaid, Verity nasce dalla penna di un’autrice in grado di compiere una vera e propria impresa per la società contemporanea, ovvero vendere milioni di libri in tutto il mondo. In questo caso non si tratta di Freida McFadden ma di Colleen Hoover, già adattata per il grande schermo con il recente It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, noto per la verità più per le vicende giudiziarie scaturite dalla lavorazione del film che per l’effettiva qualità artistica. In entrambe le opere è inoltre presente un anomalo triangolo sentimentale, con uomo ambiguo e a tratti inquietante sospeso fra la sua fragile moglie e una donna più giovane e vitale, che entra casualmente in casa iniziando lentamente a costruirsi un proprio angolo. Triangolo che il regista di Verity Michael Showalter affida a tre star del calibro di Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett.
Verity: Anne Hathaway e Dakota Johnson in un thriller erotico torbido e provocatorio

La Verity del titolo (nomen omen) è Verity Crawford (Anne Hathaway), celeberrima autrice di thriller moralmente ambigui, allontanatasi misteriosamente dalle scene in seguito a un grave lutto familiare. Per portare avanti il business, il marito Jeremy Crawford (Josh Hartnett) si mette in contatto con Lowen Ashleigh (Dakota Johnson), autrice dal riscontro commerciale decisamente modesto, ma da lui considerata affine allo stile della moglie. Dopo qualche tentennamento, Lowen accetta il lavoro di ghost writer per i successivi libri di Verity, che prevede anche di il temporaneo trasferimento nella lussuosa abitazione di famiglia nel Vermont, per accedere in libertà agli appunti della celebrata scrittrice. Giunta sul posto, Lowen scopre con sorpresa e tristezza che Verity è in realtà ridotta in stato catatonico. Quando si mette all’opera sugli appunti della sua collega, trova però degli scritti decisamente inquietanti, in bilico fra confessione e distorsione della realtà per fini narrativi. Mentre Lowen si addentra nei dettagli familiari attraverso la narrazione inaffidabile di Verity, nasce un rapporto sempre più intenso con Jeremy, in una cornice sempre più sinistra e torbida.
Michael Showalter si conferma regista eclettico e capace di inaspettati guizzi. Dopo le commedie The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no e Oh. What. Fun., il dramma biografico da Oscar per Jessica Chastain Gli occhi di Tammy Faye e la rom-com sull’age gap The Idea of You, il regista firma infatti un’opera sghemba, sbalestrata e contraddittoria, che riesce sorprendentemente a trovare una propria ragion d’essere, nonostante e per merito dei suoi stessi squilibri. C’è infatti molto thriller anni ’90 in Verity, in una cornice patinata scelta dal direttore della fotografia Jim Frohna per trasmettere l’andirivieni sognante fra realtà e fantasia ma capace al tempo stesso di rendere anche stucchevole un racconto che già chiede molto allo spettatore in termini di sospensione dell’incredulità. In aggiunta a questo, lo stesso registro del film è cangiante, se non del tutto imprevedibile: si passa con spericolata naturalezza da sfumature horror al dramma familiare, passando per la suspense e per rare ma apprezzabili scariche di erotismo, affidate soprattutto a Dakota Johnson. Il tutto in un impianto narrativo capace di causare una sincope ai cercatori di buchi di trama, che ridefinisce continuamente regole e avvenimenti, con personaggi che irrompono in scena per poi scomparire senza lasciare traccia.
L’impossibile ricerca della verità

Ci sarebbero dunque tutti i presupposti per il fiasco, che invece almeno dal punto di vista commerciale possiamo già considerare scongiurato. Nel momento in cui scriviamo infatti Verity ha già incassato 113 milioni di dollari, a fronte di un budget stimato in 40 milioni. Ma più che nelle comunque confortanti cifre al botteghino, il merito più evidente di Michael Showalter risiede nella libertà artistica con cui mette in scena un’opera volutamente provocatoria, che rompe tutte le regole non scritte della Hollywood contemporanea, talmente concentrata sulla volontà di non scontentare nessuno da finire spesso per scontentare tutti. Verity ci restituisce invece il piacere dell’inverosimile, il gusto per l’incoerenza, la simpatia per chi osa per il puro diletto nel farlo, senza essere mosso da nessuna ambizione artistica, politica e sociale.
La ricerca della realtà in Verity si trasforma così in un test di personalità su chi siamo noi come spettatori, persi fra un thriller hitchcockiano sul sempreverde tema del doppio, una passione morbosa e fedifraga, una riflessione sul racconto e sul mestiere di narrare storie, una rappresentazione dell’ambiguità morale del maschio contemporaneo e un inestricabile dramma familiare, poggiato sul contrasto fra travolgente successo e profondo lutto. Una storia di storie, in cui si muovono a loro agio il sempre più ritrovato Josh Hartnett (Trap e M. Night Shyamalan gli hanno regalato una seconda carriera), una Anne Hathaway tanto seducente quanto inquietante e persino l’incostante Dakota Johnson, il cui costante spaesamento è utilizzato brillantemente da Michael Showalter in chiave narrativa. Ciliegina sulla torta un epilogo aperto e ambivalente, coerente con un’opera che preferisce la suggestione allo svelamento, gli spigoli agli angoli smussati, le imperfezioni in bella vista alla falsa e vuota ineccepibilità.

Verity è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.












