Star Wars: L'ascesa di Skywalker Star Wars: L'ascesa di Skywalker

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Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

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«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.

Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.

Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.

Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.

Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.

Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale  dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.

Siamo nani sulle spalle dei giganti

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.

Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.

Fra conferme e novità

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.

Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.

Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile esperto di droidi Babu Frik, emblema di un umorismo ben centrato e privo di rovinose cadute di stile.

Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.

Overall
8/10

Verdetto

Con un film dal ritmo frenetico, scaturito dalla necessità di conciliare i primi capitoli della saga e le aspettative dei fan, J. J. Abrams chiude la saga della famiglia Skywalker, regalandoci un ultimo tuffo nel passato.

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Io, lui, lei e l’asino: recensione del film di Caroline Vignal

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Io, lui, lei e l’asino

Fra le tante opere cinematografiche che stanno finalmente arrivando nelle nostre sale, merita sicuramente attenzione Io, lui, lei e l’asino, secondo lavoro di Caroline Vignal. Un titolo decisamente più bizzarro dell’originale Antoinette dans les Cévennes, che però coglie in pieno l’essenza del progetto, che si presenta come un classico triangolo amoroso, per poi spaziare fra diversi temi e registri. Protagonista assoluta di Io, lui, lei e l’asino è la sorprendente Laure Calamy (già vista nella serie Chiami il mio agente!), che regge spesso la scena da sola, con l’unico conforto di un testardo ma fedele asino, sua silenziosa spalla comica.

Io, lui, lei e l’asino: una commedia romantica e bucolica, dal retrogusto western

Io, lui, lei e l’asino

Antoinette (Laure Calamy) è un’insegnante parigina, che vive una relazione clandestina con il padre di una sua alunna. Al termine dell’anno scolastico, l’uomo annulla la settimana romantica già organizzata con Antoinette, in quanto la moglie ha prenotato nello stesso periodo nelle Cévennes con un asino, ispirandosi al celebre libro di Robert Louis Stevenson. In un impeto di ripicca, Antoinette prenota il medesimo viaggio. All’arrivo, incontra il suo compagno in questa avventura, l’asino Patrick, grazie a cui comincia a familiarizzare con i luoghi e con lo stile di vita del posto.

A 20 anni dal suo esordio alla regia Les autres filles, Caroline Vignal mette in scena un’opera seconda fresca nei contenuti e nelle atmosfere, che intreccia il cinema di Éric Rohmer (in un ruolo importante troviamo Marie Rivière, protagonista de Il raggio verde) con la classica commedia romantica, toccando addirittura anche qualche sfumatura western, esplicitata dal brano My Rifle, My Pony and Me, parte della colonna sonora di Un dollaro d’onore. Come accennavamo in apertura, l’asse portante di Io, lui, lei e l’asino è la prova di Laure Calamy, che si conferma una delle migliori attrici francesi in circolazione, esaltando con la sua irresistibile verve comica i suoi dialoghi con un asino e trasmettendo con la gestualità e l’espressività il disagio con cui l’abitante di una metropoli si approccia alla vita rurale.

Indipendenza e autodeterminazione

Fra ostelli, ripide montagne e territori non sempre ospitali, Antoinette compie un vero percorso di formazione sociale e sentimentale, riscoprendo la bellezza dei grandi spazi incontaminati (valorizzati dalle abbaglianti inquadrature della regista e del direttore della fotografia Simon Beaufils) e riappropriandosi, non senza qualche delusione, della sua dignità affettiva. Anche se la sceneggiatura fatica a fare emergere pienamente i tanti temi affrontati, è difficile non rimanere spiazzati e allo stesso tempo affascinati da questo bizzarro esempio di autodeterminazione, che continua imperterrita a sfidare i suoi limiti fisici ed emotivi in una battaglia persa in partenza contro la vita sentimentale di un uomo sposato.

Nella solitudine, Antoinette trova la forza per uscire dal ruolo a cui si è troppo spesso legata, quello dell’amante, e per abbracciare un’affettività scevra da qualsiasi condizionamento sociale. Mentre tutto la invita a fermarsi, la protagonista continua a muoversi, a sbagliare e a cadere, risollevandosi però sempre, grazie anche alla sua sgraziata autoironia. E come spesso avviene, nel viaggio fisico e interiore si possono incontrare persone e luoghi capaci di aprirci la mente e di spronarci a migliorare. In quel finale sfumato e carico di speranza, c’è tutto il senso di un’opera che, anche quando gira a vuoto, trasuda indipendenza ed evasione, nobilitando la grande tradizione della commedia francese.

Io, lui, lei e l’asino è disponibile dal 10 giugno con distribuzione ibrida: in sala grazie a Kitchen Film e in streaming su CineKit.

Io, lui, lei e l’asino

Overall
7/10

Verdetto

In perfetto equilibrio fra grottesca commedia sentimentale e omaggio al cinema di Rohmer, Io, lui, lei e l’asino riesce a dare vita a un appassionante inno all’indipendenza e all’autodeterminazione, che convince anche quando la sceneggiatura gira leggermente a vuoto.

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Disney+

Loki: recensione in anteprima dei primi due episodi della serie Disney+

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Loki

Avevamo lasciato Loki ancora una volta in fuga, dopo aver fortunosamente sottratto il Tesseract agli Avengers al termine della battaglia di New York rivisitata in Avengers: Endgame, costringendo gli eroi a un lavoro extra per recuperare il manufatto. Con il Marvel Cinematic Universe di nuovo ai nastri di partenza dopo la pandemia, ritroviamo il Dio dell’Inganno in Loki, nuova serie Disney+ che porta il suo nome e che vede Tom Hiddleston protagonista assoluto, affiancato da Owen WilsonGugu Mbatha-Raw e Sophia Di Martino. Abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima i primi due episodi della serie, che debutterà il 9 giugno su Disney+, con pubblicazione a cadenza settimanale delle sei puntate totali.

Loki: la nuova serie Disney+, in viaggio nel tempo e nello spazio

Loki

Judge Renslayer in Loki. Photo by Chuck Zlotnick.

Ritroviamo Loki nuovamente prigioniero, stavolta della cosiddetta Time Variance Authority (TVA), organizzazione che opera lungo l’intero arco dello spazio-tempo, con il compito di garantire la stabilità della varie linee temporali. A occuparsi del caso del Dio dell’inganno è Mobius M. Mobius (Owen Wilson), agente dell’organizzazione che mette il temibile fratello di Thor davanti a un bivio dall’esito scontato: essere definitivamente distrutto o aiutare la TVA a riparare ai danni da lui stesso causati. Sfruttando la sua abilità di mutaforma, Loki comincia a viaggiare lungo il tempo e lo spazio, per fermare una minaccia a lui familiare.

Nel corso di un’intervista concessa a Empire, Kevin Feige ha dichiarato che Loki sarà lo show col maggiore impatto sul Marvel Cinematic Universe. Nonostante gli svariati spunti messi in campo da WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, i primi due episodi della serie sembrano dare ragione al direttore creativo dei Marvel Studios, dal momento che fin dai minuti iniziali dello show ci viene descritto con dovizia di particolari il non semplice meccanismo dei multiversi, che sarà alla base del futuro di questo universo narrativo. Partendo da solide fondamenta fantascientifiche, Michael Waldron imbastisce uno show dalle spiccate potenzialità comiche, esaltato da un sempre efficace Tom Hiddleston e dai suoi duetti con Owen Wilson, pienamente a suo agio nel ruolo di spalla. Al tempo stesso, la Marvel percorre la stessa strada già intrapresa da Disney con Crudelia, approfondendo le sfumature caratteriali di uno dei primi villain di questo universo.

L’egocentrismo di Loki come chiave narrativa dello show

Loki

Owen Wilson in Loki. Photo courtesy of Marvel Studios.

L’egocentrismo di Loki diventa chiave narrativa della serie, che scandaglia i principali difetti del villain (uno su tutti, l’atavica inaffidabilità) e al tempo stesso lo umanizza, confermando di fatto l’adagio secondo cui gli antagonisti sono spesso molto più interessanti degli eroi. Quella che inizialmente può apparire come una sorta di rivisitazione in chiave Marvel della celebre serie sui viaggi temporali Quantum Leap (distribuita in Italia con il titolo In viaggio nel tempo) diventa con il passare dei minuti una vera e propria lotta del protagonista contro se stesso, sia in senso letterale (il Dio dell’inganno deve fare i conti con le altre sue emanazioni), sia dal punto di vista metaforico, con Loki forzato a confrontarsi con il suo modo di pensare e di agire in un percorso di presa di coscienza dei propri vizi e delle proprie opacità.

Nel corso della serie, Loki viene spesso chiamato con una parola che negli ultimi tempi sentiamo spesso, e quasi sempre con una connotazione negativa: Variante. I primi due episodi dello show ci mostrano però anche l’accezione più positiva di questa parola, con le svariate trasformazioni del villain che acquistano sempre più spazio all’interno delle dinamiche narrative e che con ogni probabilità, grazie al misterioso personaggio di Sophia Di Martino, diventeranno il fulcro per una riflessione moderna e tutt’altro che banale sull’identità. La variante Loki non è quindi solo un’anomalia temporale da comprendere e gestire, ma anche un essere vivente che muta e si trasforma radicalmente, anche se non ci è ancora dato sapere in quale direzione.

Fra commedia e fantascienza

Photo by Chuck Zlotnick.

Nei primi due episodi di Loki non mancano momenti divertenti, sequenze d’azione di buona fattura e anche qualche momento troppo bizzarro anche per uno show del genere, come la visita a Pompei in occasione dell’eruzione che distrusse la città. Attendiamo inoltre il proseguimento dello show per scoprire di più sui personaggi di Gugu Mbatha-Raw e Richard E. Grant, finora utilizzati col contagocce. Nonostante qualche passaggio a vuoto e le traiettorie ancora imprevedibili del racconto e del suo protagonista, Loki conferma l’altissima qualità delle serie Disney+, ormai colonne portanti del Marvel Cinematic Universe al pari dei progetti cinematografici, che presto torneremo a gustare sul grande schermo.

Overall
7.5/10

Verdetto

I primi due episodi di Loki pongono le basi per uno show in perfetto equilibrio fra commedia e fantascienza, in grado di umanizzare uno dei più temibili villain del Marvel Cinematic Universe.

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Prime Video

Chaos Walking: recensione del film con Tom Holland e Daisy Ridley

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Chaos Walking

Fra i tanti progetti rimandati negli ultimi anni, Chaos Walking merita sicuramente una menzione particolare. Basato sull’omonima trilogia lettera di Patrick Ness (co-sceneggiatore insieme a Christopher Ford), l’ultimo lavoro di Doug Liman arriva infatti su Prime Video e in home video l’8 giugno, quasi quattro anni dopo l’inizio delle riprese. Un rinvio causato non solo dalla pandemia, ma anche dagli impegni lavorativi dei protagonisti Tom Holland e Daisy Ridley, che in questo lasso di tempo hanno interpretato rispettivamente Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe e Rey nella trilogia sequel di Star Wars. L’attesa ha portato ad alcune sessioni di reshoot nel 2019, che hanno fatto lievitare il budget del film fino a 100 milioni di dollari. Cifra che difficilmente sarà recuperata, dal momento che gli incassi globali al momento superano a malapena i 20 milioni.
Chaos Walking

Ci troviamo nell’anno 2557 su New World, un pianeta colonizzato in cui a seguito di una guerra con i nativi il genere femminile è stato spazzato via. Nella popolazione superstite, interamente maschile, sta inoltre avendo luogo un altro fenomeno, cioè il cosiddetto Rumore, una nuvola fatta di suoni e immagini che espone a chiunque i pensieri delle persone. Per il giovane Todd (Tom Holland), che non ha mai avuto l’occasione di vedere una donna, tutto cambia quando su New World atterra la sua coetanea Viola (Daisy Ridley), proveniente da un altro pianeta. L’auto-proclamato sindaco Prentiss (Mads Mikkelsen), che ha imposto una cultura misogina e violenta, cerca immediatamente di catturare la ragazza. Nel tentativo di aiutare Viola, Todd scopre una realtà ben diversa da quella che gli è stata raccontata.

Chaos Walking poggia su temi all’ordine del giorno e tutt’altro che scontati. Troviamo infatti una società dal chiaro stampo patriarcale, da cui non sfugge neanche il suo volto positivo Todd, che per buona parte del racconto cerca di dimostrare la propria mascolinità alla sua compagna di viaggio. Abbiamo poi una chiara distopia con target adolescenziale, sulla scia dei vari Hunger Games, Divergent e Maze Runner, dove i più giovani sono chiamati a riparare agli errori dei loro genitori. Nella soluzione narrativa più originale, quella del Rumore, possiamo infine riscontrare una sorta di deriva social, in cui i pensieri e le opinioni delle persone non sono più confinate nelle piattaforme, ma abbracciano invece ogni momento della vita sociale, confluendo in un chiassoso e indesiderato vocio di sottofondo.

Peccato che gli esplosivi intenti di Chaos Walking vengano annullati da una narrazione ignifuga, che ondeggia senza troppa convinzione fra il puro sci-fi e dinamiche tipiche del western, concentrandosi soprattutto sulla (scarsa) chimica fra i due protagonisti. La flebile tensione fra Todd e Viola sfrutta fino all’eccesso proprio il Rumore, che consente alla ragazza di scoprire i già lampanti pensieri del suo compagno di viaggio. I due sembrano esistere solo in funzione dell’altro, e fatichiamo a comprendere la loro personalità e il loro passato, anche a causa della scelta di ridurre al minimo indispensabile l’approfondimento sul contesto storico e sociale. Anche le svariate prestigiose spalle di Holland e Ridley (oltre a Mikkelsen, troviamo Demián BichirCynthia ErivoNick JonasKurt SutterDavid Oyelowo) sono ridotte a mere maschere per presentare specifici vizi dell’umanità, fra i quali spiccano soprattutto il maschilismo e la prevaricazione.

Chaos Walking

Overall
4/10

Verdetto

Doug Liman non riesce a trovare la giusta miscela di avventura, distopia e fantascienza, sprecando così il buon materiale di partenza. Restano solo le buone intuizioni del “rumore” dei pensieri e dell’implicita critica ai social network, che si perdono però nel caos narrativo.

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