Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.

Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.

Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.

Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.

Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.

Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale  dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.

Siamo nani sulle spalle dei giganti

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.

Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.

Fra conferme e novità

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.

Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.

Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile esperto di droidi Babu Frik, emblema di un umorismo ben centrato e privo di rovinose cadute di stile.

Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.

Valutazione
8/10

Verdetto

Con un film dal ritmo frenetico, scaturito dalla necessità di conciliare i primi capitoli della saga e le aspettative dei fan, J. J. Abrams chiude la saga della famiglia Skywalker, regalandoci un ultimo tuffo nel passato.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.