Star Wars: L'ascesa di Skywalker Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Recensioni

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: recensione del film di J. J. Abrams

Pubblicato

il

«Do un’ultima occhiata, Signore, ai miei amici». Questa frase del droide C-3PO, già nota dall’uscita dei vari trailer, è una premessa semplice ed efficace a Star Wars: L’ascesa di Skywalker, ultima fatica di J. J. Abrams a cui spetta l’onore e l’onere di chiudere non soltanto la cosiddetta trilogia sequel di Star Wars, ma anche l’intero arco narrativo della famiglia Skywalker, aperto da George Lucas ben 42 anni fa. Un ultimo caloroso e rispettoso saluto non alla saga nella sua interezza (che continuerà certamente con altre vicende, altri personaggi e altri pianeti da esplorare), ma a molti degli eroi con i quali siamo cresciuti, che ci hanno aiutati a innamorarci dei racconti e dei sogni e a credere nel potere delle storie.

Sono passati soltanto quattro anni dal debutto del nuovo corso di Star Wars, gestito da Disney e concepito, realizzato e assimilato nell’era dei social, ma sembra passato un secolo. In questi anni fatti di polarizzazione della ricezione culturale e di detestabile livore su ciò che non incontra i propri gusti, siamo passati dalle atmosfere familiari e rassicuranti di Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams alla carica sovversiva di Rian Johnson e del suo Star Wars: Gli ultimi Jedi. Abbiamo gioito per quel fulgido esempio di war movie applicato al mito che è Rogue One: A Star Wars Story e abbiamo assaporato la bizzarra e sfortunata origin story alla base di Solo: A Star Wars Story.

Abbiamo vissuto i primi vagiti di quello che diventerà l’ecosistema di Star Wars su Disney+ con The Mandalorian e siamo ritornati al punto di partenza, cioè ad Abrams e a un’eroina in lotta con le sue origini, con le sue paure e con l’eredità dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker, l’ultimo saluto ai nostri amici

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

«Siate con me», dice la cercatrice di rottami aspirante Jedi Rey in una scena di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, guardando verso il cielo con un’inquadratura che non può non ricordare Lost e il suo finale, altra discussa creatura di Abrams, e invocando aiuto e protezione da chi è venuto prima di lei. Ma siate con me è anche quello che ci dicono il regista e l’intera saga, chiedendoci sostegno e fiducia nel momento più difficile di un progetto sfiancato dalla tossicità di parte del fandom e dalla mancanza di una direzione precisa da seguire, problema a cui forse saprà porre rimedio la chiacchierata nuova gestione di Kevin Feige, deus ex machina alla base del successo del Marvel Cinematic Universe.

Come conciliare una fanbase che va dai 6 ai 70 anni? Come dare coerenza a una storia nata con uno stampo classico e con chiare reminiscenze della prima trilogia, stroncata da una fetta di pubblico perché “troppo uguale”, e proseguita con una sorta di rivoluzione di toni, atmosfere e contenuti, odiata invece da molti perché “troppo diversa”? Abrams sceglie un approccio misto (che molto probabilmente sarà giudicato “troppo cerchiobottista”), tornando a un’estetica più canonica e familiare, mantenendo alcune delle idee del proprio predecessore (l’utilizzo sorprendentemente libero e variegato della Forza) e soprattutto appoggiandosi alla solida mitologia della saga, da cui ripesca situazioni e personaggi particolarmente cari al grande pubblico.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker e la minaccia di Palpatine

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Come ampiamente annunciato nel corso della campagna promozionale, la più importante novità di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è il ritorno del malvagio Imperatore Palpatine (ancora impersonato da Ian McDiarmid), che credevamo definitivamente morto dopo il volo nel pozzo del reattore della seconda Morte Nera, nel finale de Il ritorno dello Jedi. Il cattivo dei cattivi è quindi l’ago della bilancia nella battaglia fra ciò che rimane della Resistenza, ridotta ai minimi termini nel finale di Star Wars: Gli ultimi Jedi, e il Primo Ordine guidato dal tormentato Kylo Ren.

Comincia così il viaggio di Rey e Kylo alla riscoperta del proprio passato, fra tentazioni e rimorsi, e la corsa all’indietro dello stesso Abrams, impegnato a riallacciare i fili di un racconto che credeva di aver abbandonato per sempre dopo Star Wars: Il risveglio della Forza (il regista di Star Wars: L’ascesa di Skywalker inizialmente doveva essere Colin Trevorrow) e che si è ritrovato fondamentalmente snaturato rispetto a quelli che erano i suoi intenti. Ci troviamo di fronte a bruschi cambi di rotta, che a tratti diventano vere e proprie frecciate a Johnson (il ripescaggio dell’iconico casco di Darth Vader, il ridimensionamento del personaggio di Kelly Marie Tran in favore di quelli nuovi di Keri Russell e Naomi Ackie, una pungente battuta sul rispetto che si deve tributare a una spada laser) e occupano una considerevole quota del minutaggio, costringendo Abrams ad accumulare molte informazioni in brevi lassi di tempo.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’ultima rima di un lungo poema cinematografico

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Il montaggio a tratti si fa quasi frenetico, correndo il rischio di spiazzare gli spettatori che non ricordano ogni singolo dettaglio di una saga che ha attraversato cinque decenni e di indispettire i cercatori di buchi di trama, più inclini a pesare con il bilancino la logicità degli eventi che a lasciarsi andare alle emozioni trasmesse da un’opera d’arte. Abbiamo la netta sensazione che Star Wars: L’ascesa di Skywalker stia prendendo la rincorsa, districandosi fra due visioni del cinema e della saga diametralmente opposte alla ricerca di una propria via da seguire. Quando la storia può finalmente distendersi, siamo di nuovo a casa, ed è quasi naturale lasciarsi andare a un flusso di emozioni che non è né cinica operazione nostalgia né mero fanservice, quanto piuttosto la volontà di regalare al pubblico l’ultima rima di un lungo poema cinematografico.

Mentre Star Wars: Il risveglio della Forza si rifaceva esplicitamente a Guerre stellari e alle tappe del viaggio dell’eroe e Star Wars: Gli ultimi Jedi riprendeva da L’Impero colpisce ancora l’idea di episodio di transizione, con il quale  dare vita a un primo campale confronto fra le due forze in campo, il verso con cui fa rima Star Wars: L’ascesa di Skywalker è chiaramente Il ritorno dello Jedi. Non soltanto per il nuovo confronto con Palpatine, che è soltanto uno dei tanti ritorni illustri di quest’ultimo episodio, ma anche e soprattutto per come viene riproposto il tema del conflitto interiore, con la lusinga del Lato Oscuro sempre più forte per Rey, come già era stata per Luke Skywalker, e la tentazione opposta per Kylo, che come Darth Vader deve invece lottare con quella voce benigna dentro di lui, che vorrebbe mettere a tacere.

Siamo nani sulle spalle dei giganti

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

L’intenzione di Abrams, nonostante le rimostranze dei detrattori di Star Wars: Il risveglio della Forza, non è però mai stata quella di fare una copia carbone della trilogia classica. Con Star Wars: L’ascesa di Skywalker, porta infatti a compimento un ragionamento profondo e articolato sul concetto di riemersione del passato e sull’importanza di ciò che è stato su ciò che siamo. Star Wars: L’ascesa di Skywalker diventa tutti gli Star Wars, esattamente come Rey è tutti i Jedi e Palpatine tutti i Sith. In parallelo alla strabiliante riemersione visiva di storici velivoli della saga (un omaggio in particolare scalda il cuore degli appassionati) e delle astronavi da battaglia del Primo Ordine, sempre più sinistre e sempre più letali, riaffiora anche il passato dei protagonisti. Un passato che pensavano di aver dimenticato, ma che invece è sempre lì, a fare da guida o minaccia a seconda delle situazioni.

Nel suo film apparentemente più misurato e impostato, Abrams propone nel modo più intimo e personale la sua idea di cinema e di racconto come qualcosa che ritorna eternamente, con declinazioni di volta in volta diverse, ma sempre appoggiandosi al passato, come i nani sulle spalle dei giganti di Bernardo di Chartres. Siamo cambiati noi, è cambiato il mondo che ci circonda, è cambiato il nostro modo di approcciarci all’arte e all’intrattenimento, ma Star Wars è ed è sempre stato la storia di un ragazzo o di una ragazza che osserva il tramonto, sognando di diventare un eroe, di vivere mirabolanti avventure e di sconfiggere il male.

Fra conferme e novità

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Nella lunga e frenetica corsa di Abrams verso l’epilogo di questa epopea, rischiano di passare inosservati alcuni dettagli che contribuiscono alla riuscita di Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Ci riferiamo alla struggente interpretazione del formidabile Adam Driver, che da attore di ormai conclamato spessore riesce a elevare nei loro frequenti scambi anche una Daisy Ridley pienamente convincente, e a un impianto visivo di altissimo valore, che ci regala diversi eccellenti momenti di pura azione e alcune delle inquadrature più inquietanti di tutta la saga, come il quartier generale di Palpatine.

Si può inoltre considerare superato uno dei test potenzialmente più rischiosi per questo progetto, cioè la necessità di inserire Carrie Fisher soltanto attraverso computer grafica e materiale ripescato dai precedenti lavori. La presenza della compianta interprete di Leia è sempre fluida e naturale, nonché impreziosita da commoventi momenti come i duetti del suo personaggio con quello di Billie Lourd, figlia della Fisher.

Per un regista accusato di lavorare solo per strizzatine d’occhio ai fan, senza mai costruire qualcosa di nuovo, Abrams se la cava piuttosto bene anche con i nuovi ingressi nella saga, rendendo finalmente Poe e Finn dei personaggi compiuti e tridimensionali, e introducendo altri interessanti caratteri, che potenzialmente potrebbero diventare importanti nel futuro dell’universo di Star Wars, come Zorii Bliss, Jannah e l’adorabile esperto di droidi Babu Frik, emblema di un umorismo ben centrato e privo di rovinose cadute di stile.

Doveroso inoltre menzionare il lavoro sulla colonna sonora del maestro John Williams, che a sua volta rielabora tutti i principali temi della saga, accompagnando elegantemente i momenti più importanti del racconto e i tanti ritorni eccellenti (alcuni già annunciati, come quello di Billy Dee Williams nei panni di Lando Calrissian, altri decisamente più inaspettati).

Star Wars: L’ascesa di Skywalker: l’epilogo rispettoso e appassionato di una lunga saga

Star Wars: L'ascesa di Skywalker

Fra duelli e rivelazioni, cadute e trionfi, addii e ritorni, risate e lacrime, Star Wars: L’ascesa di Skywalker procede speditamente verso l’epilogo, che, come ogni epilogo, non può accontentare tutti. Ci resta la sensazione che con un maggior controllo e con una pianificazione più attenta sarebbe stato possibile realizzare una trilogia più coerente e unitaria, ma anche la percezione di aver assistito a una conclusione giusta, rispettosa e appassionata di una saga che ha fatto la storia del cinema. Proprio come quel ragazzo che 42 anni fa guardava i due soli su Tatooine, immaginando un futuro migliore, ora Star Wars ha campo libero per scegliere il proprio destino e raccontare nuove storie, facendo tesoro degli errori, delle cicatrici, degli insegnamenti e dei trionfi del passato. Un futuro tutto da scrivere, che noi aspettiamo di conoscere e amare.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è nelle sale italiane dal 18 dicembre, distribuito da Disney.

Overall
8/10

Verdetto

Con un film dal ritmo frenetico, scaturito dalla necessità di conciliare i primi capitoli della saga e le aspettative dei fan, J. J. Abrams chiude la saga della famiglia Skywalker, regalandoci un ultimo tuffo nel passato.

Cinema indipendente

Vista mare: recensione del documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler

Pubblicato

il

Vista mare

Il cinema ha più volte fotografato il turismo di massa del Nord Adriatico. Lo ha fatto con film balneari come L’ombrellone di Dino Risi, Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi di Bruno Gaburro, ma anche con opere malinconiche e cupe come La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Rimini di Ulrich Seidl, capaci di fotografare anche i risvolti meno scintillanti di questi luoghi. In pochi hanno però saputo e voluto soffermarsi su un altro aspetto fondamentale della costa adriatica settentrionale, cioè la massa di lavoratori stagionali al servizio del turismo vacanziero. Un tema sviscerato con rigore e lucidità in Vista mare, documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler ambientato tra Lignano, Jesolo, Rimini e Riccione.

Gli autori seguono un’intera stagione balneare (da febbraio a ottobre), mostrando la vita e il lavoro degli ingranaggi che permettono alla macchina del turismo di muoversi. Seguiamo così i primi preparativi per le spiagge, tirate a lucido dopo l’inverno in modo da ottimizzare gli spazi, per poi assistere alla formazione delle nuove leve che contribuiranno ad assistere e intrattenere i clienti. Ci addentriamo poi fra le mura di alberghi imponenti e opprimenti, assistendo al lavoro di addetti alle pulizie e alla reception, camerieri, animatori, bagnini e tutte le altre figure essenziali per l’industria del turismo. Persone che vivono il paradosso di lavorare per garantire il divertimento e il relax a chi lavora durante il resto dell’anno, accomunate da orari proibitivi, paghe scarse e diritto al riposo negato.

Vista mare: dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico

Vista mare

La messa in scena di Julia Gutweniger e Florian Kofler è fredda e precisa, perfetta per la rappresentazione di un ecosistema straniante, ben lontano dalla comune visione di queste località turistiche. La macchina da presa osserva a distanza e staticamente le attività dei lavoratori stagionali, calibrate e organizzate nei minimi dettagli, in tempi stretti e con orari serrati. Mentre sullo sfondo le spiagge si riempiono di turisti, in cerca di divertimento o della più classica tintarella rilassante, Vista mare scandaglia tutto ciò che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere: le scavatrici intente a sistemare la sabbia, le prove degli ombrelloni, i rifiuti abbandonati dopo le feste in spiaggia, il lavoro spesso alienante nelle strutture balneari, negli alberghi e nei parchi acquatici, il silenzio che annuncia la fine di una stagione e l’inizio dell’attesa per quella successiva.

Immagini capaci di raccontare un sottobosco in ombra ma brulicante di vita, senza il sostegno di una voce narrante o di una sofisticata messa in scena. Il punto di vista degli autori è evidentemente quello dei tanti lavoratori sfruttati e sottopagati che garantiscono i servizi della riviera romagnola e di quella veneta. Lavoratori che si prendono la scena nel momento più toccante e allo stesso tempo disarmante di Vista mare, ovvero una manifestazione rassegnata e poco partecipata contro le degradanti condizioni di lavoro del settore, mentre sullo sfondo le forze dell’ordine sorvegliano a distanza e i passanti osservano con fugace curiosità, prima di tornare alla loro routine marittima. Immagini dolorose e importanti, da tenere a mente soprattutto nel momento in cui si avvicinano le immancabili lamentele dei ristoratori e dei gestori di alberghi e stabilimenti balneari per la mancanza di personale disposto a lavorare alle loro condizioni.

Un ritratto lucido e rassegnato

La dimensione politica di Vista mare è tangibile ma sempre in secondo piano all’interno di un racconto che procede in direzione opposta a ciò che ci si potrebbe aspettare, privilegiando la malinconia, il paradosso e la remissività. Non ci sono né la disperazione di Ken Loach né la critica sociale alla base del recente cinema francese sul lavoro, ma solo esistenze bloccate in un loop senza via d’uscita, in cui i lavoratori stagionali faticano per garantire il benessere e il divertimento di quelli a tempo pieno, nell’attesa o nella vana speranza di poter invertire i ruoli. Resta però la mestizia per un modello in scala di molte delle ingiustizie e delle contraddizioni che affliggono la nostra società, in cui il profitto e l’ossessione per la produttività vengono sempre prima del benessere e della dignità dei lavoratori.

Vista mare è in sala dal 18 aprile, distribuito da Trent Film.

Overall
7/10

Valutazione

Vista mare ci porta dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico, mostrandoci le miserie e le contraddizioni di un sistema alienante.

Continua a leggere

In evidenza

Coincidenze d’amore: recensione del film di Meg Ryan

Pubblicato

il

Coincidenze d'amore

In fondo c’era da aspettarselo. Nessuna campagna promozionale degna di questo nome, nessuna intervista fiume dei protagonisti sui principali giornali, neanche un content creator cinematografico ingaggiato per difendere l’indifendibile. Solo un silenzio imbarazzato e imbarazzante ad accompagnare un disastro annunciato e puntualmente arrivato. Coincidenze d’amore segna il ritorno alla regia e alla recitazione di Meg Ryan a 8 anni di distanza dal tutt’altro che indimenticabile Ithaca. Un vero e proprio ritorno al passato, dal momento che l’ex fidanzatina d’America ripercorre i territori a lei più congeniali della commedia romantica, adattando l’opera teatrale di Steven Dietz Shooting Star e dedicando il progetto alla memoria della compianta Nora Ephron, sua regista in Insonnia d’amore e C’è posta per te. Accanto a lei un malinconico David Duchovny, a sua volta alla perenne ricerca dello smalto dei tempi di X-Files e Californication.

In un piccolo aeroporto statunitense, a vent’anni di distanza dal loro ultimo incontro si ritrovano Bill e Willa, che in passato hanno vissuto un’appassionata e tormentata storia d’amore. Inizialmente esitanti, i due iniziano a parlare del loro passato e di come le loro vite sono andate avanti dopo il momento del loro distacco, complice la tormenta di neve che affligge l’aeroporto, portando a continue cancellazioni di voli. Emergono così le loro problematiche sentimentali e le rispettive esperienze genitoriali, mentre si abbassano le difese da loro erette e riaffiorano gli antichi sentimenti.

Coincidenze d’amore: il ritorno di Meg Ryan alla commedia romantica

Meg Ryan e David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Per esigenze artistiche e verosimilmente di budget (Coincidenze d’amore è costato appena 3 milioni di dollari), Meg Ryan sfrutta la base teatrale dell’opera, concentrandosi sui pochi ambienti in cui sono bloccati i due protagonisti e azzerando il mondo intorno a loro. A questo si aggiunge la dimensione chiaramente metafisica del racconto, che trasforma l’aeroporto in una sorta di Purgatorio in cui Bill e Willa devono comprendere i loro errori passati per poter andare avanti, in un ambiente popolato esclusivamente da poche e ripetute comparse e soprattutto dalla voce dell’annunciatore, che con tono amichevole si rivolge direttamente ai protagonisti. Una scelta di sceneggiatura e regia francamente incomprensibile, anche perché non spiegata né sfruttata attivamente nella narrazione.

Mentre il suo dichiarato punto di riferimento Nora Ephron riusciva a trasformare anche le storie più semplici e i dialoghi più apparentemente scontati in momenti di cinema accattivanti e suggestivi, dietro alla macchina da presa Meg Ryan non fa mai altrettanto, depotenziando al contrario tutti i momenti di riflessione e ogni sequenza dalle premesse intriganti. Scelte musicali poco ispirate, dialoghi fatti prevalentemente di lamentele sul mondo e sul progresso e inquadrature sciatte affossano un racconto di parola che non ha nulla da dire o da trasmettere, nonostante la persistente capacità di Meg Ryan di bucare lo schermo e lo spirito dolente di David Duchovny, sempre a suo agio nei panni di personaggi sconfitti dalla vita e dal tempo.

Un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato

David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Mentre si dipana un racconto dalla parabola già vista e ampiamente prevedibile, privo del minimo guizzo in grado di creare trasporto o almeno comprensione nei confronti dei protagonisti, Coincidenze d’amore diventa più o meno volontariamente una sorta di film museale. Vedere Meg Ryan intenta a rimettere in scena una versione di se stessa e della sua immagine divistica, totalmente scollegata dai mutamenti del cinema e dei gusti del pubblico, apre paradossalmente la porta a sfumature di senso tutt’altro che disprezzabili all’interno di un’opera piatta e mediocre.

Come Bill e Willa, rappresentati come fantasmi di un mondo e di un amore che non esistono più, anche Meg Ryan e David Duchovny diventano emblemi di un cinema ormai completamente svanito, in grado di trasformare soggetti discutibili in successi al botteghino grazie al mestiere registico e all’apporto di due divi in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo degli spettatori. Le pose legnose, i dialoghi sbiaditi e recitati con sufficienza e l’atteggiamento genuinamente adolescenziale di due over 60, uniti all’ambientazione aeroportuale più volte sfruttata dalla commedia romantica (The Terminal, Jet Lag e Tra le nuvole sono sono alcuni esempi), danno vita a un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato, che procede con la stessa goffaggine del personaggio di Meg Ryan ma è al tempo stesso capace di tratteggiare l’incapacità di arrendersi al cambiamento, il rimpianto per i tempi andati e la soggettività dei ricordi.

Coincidenze d’amore: più che una commedia romantica, un elogio funebre

Non è un caso che Coincidenze d’amore si chiuda con uno dei finali più abborracciati e contraddittori visti recentemente sul grande schermo. In questa camera ardente del panorama audiovisivo degli anni ’90 adibita ad aeroporto, non c’è infatti spazio per la logica, per la scrittura tagliente e per il cinema più raffinato, ma solo per il ritratto eccentrico e stravagante, ma al contempo sincero e crudele, di personaggi imprigionati in un non luogo fatto di ricordi e malinconia, come Bill e Willa. Più che una commedia romantica, un elogio funebre.

Coincidenze d’amore è in sala dall’11 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Dopo 8 anni di assenza, Meg Ryan torna sul grande schermo con una commedia sciatta e mediocre, che si trasforma in un elogio funebre di un modo di fare cinema ormai scomparso.

Continua a leggere

In evidenza

Gloria! Recensione del film di Margherita Vicario

Pubblicato

il

Gloria!

Margherita Vicario, attrice e cantautrice, ha debuttato come regista con Gloria!, lungometraggio che ha ricevuto la sua prima alla Berlinale e ora ha fatto il suo ingresso nei cinema italiani. La pellicola trae ispirazione da una scoperta fatta da Vicario e dalla sceneggiatrice Anita Rivaroli: un’accademia di musica per giovani donne, un santuario di talenti inespressi, dove si celavano le melodie di grandi compositrici, soffocate dalle convenzioni sociali di un’era governata dagli uomini. 

Il film ci catapulta in un collegio femminile che ospita orfane, nei pressi di Venezia, nel 1800. Il cuore della storia è rappresentato da un gruppo di ragazze unite da un legame profondo, cresciute insieme tra le mura del collegio. Tra di loro emerge la figura di Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, la più temeraria e ingenua, che cade preda delle lusinghe di un nobile seduttore. Nel ruolo di Teresa, troviamo Galatéa Bellugi, una domestica costretta a soffocare la propria voce su ordine di Perlina, il prete e maestro di musica, interpretato da Paolo Rossi. Il suo personaggio è incaricato di creare composizioni per un concerto dedicato a Pio VII, un compito che si rivela troppo arduo per lui, ma non per le sue allieve e per Teresa, che di nascosto, nella notte, animano un pianoforte abbandonato con le loro melodie segrete.

Gloria!: il canto di lode di Margherita Vicario per le compositrici dimenticate

Gloria!

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile.

Gloria!: non solo musica

Gloria!

Ma non è solo la musica ad avere pieno protagonismo all’interno dell’economia visiva del film di Vicario. Al centro ci sono sì le donne ma c’è il potere, un potere istituzionale, verticistico, piramidale, e un potere femminista quindi condiviso, plurale. Questi due poteri interferiscono tra loro e creano un vortice ben visibile durante ogni scena: non c’è una sola immagine in cui patriarcato e femminismo non trovino punti di sutura, abissi di senso che portano l’uno a essere la porta basculante dell’altro, in cui non c’è spazio per soprassedere alla presenza dell’uno se l’altro ha modo di entrare nell’ordine logico delle cose, nel quotidiano più piccolo e rivoluzionario. Dal modo in cui si mangia, al modo in cui si parla, ai momenti in cui si compone musica, si ascolta musica e si canta, insieme, e soprattutto si balla, insieme.

Nel tessuto narrativo di Gloria!, si intrecciano citazioni luminose che evocano un universo letterario e cinematografico variegato, spaziando dalle atmosfere de Il corsetto dell’imperatrice e Piccole donne al fascino suggestivo di Picnic a Hanging Rock. Quest’opera, tuttavia, trascende la mera evocazione di influenze culturali per puntare verso una visione rivoluzionaria che rifiuta ogni risonanza della struttura gerarchica e piramidale del potere, tipica del patriarcato.

L’ambizione di Gloria! non è quella di sostituire il vertice della piramide con nuove figure femminili, ma piuttosto di demolire completamente tale costrutto, proponendo al suo posto una rete orizzontale e inclusiva. Questa visione si allinea con le narrazioni femministe più incisive e progressiste, quelle che riconoscono che la vera libertà non risiede nel rimpiazzare un ordine esistente con un altro, ma nell’annullare completamente l’ordine stesso.

Reinventare il potere

Il progresso non si ottiene semplicemente sostituendo vecchie categorie con nuove, ma piuttosto mettendo in discussione le categorie stesse, interrogandole e, infine, superandole. Gloria! ci invita a riflettere su come le storie femministe possano guidarci in questo percorso di trasformazione, mostrandoci che il potere può e deve essere reinventato in una forma più equa e condivisa.

Le incredibili protagoniste del film, Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, scrivono una lettera d’amore, un canto soave e ribelle che risuona fino a oggi e che, senza chiedere il permesso, travalica la contemporaneità e parla a tutte le donne di domani con la sua musica leggera e moderna. 

Gloria! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile 2024, distribuito da 01 Distribution.

Overall
8/10

Valutazione

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. 

Continua a leggere
Pubblicità

    Copyright © 2024 Lost in Cinema.