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Stranger Things 3: recensione della terza stagione della serie Netflix

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Dopo una prima stagione andata al di sopra delle più rosee aspettative e un secondo ciclo di episodi abbastanza deludente dal punto di vista dello sviluppo dei personaggi, Stranger Things era chiamata a una prova di definitiva maturità, che dimostrasse la capacità dello show di reggersi sulle proprie gambe e di andare oltre al marcato citazionismo e alla genuina e nostalgica passione per le atmosfere anni ’80. Al termine degli 8 episodi che compongono la terza stagione, disponibili su Netflix dal 4 luglio, possiamo affermare che i Duffer Brothers hanno superato brillantemente questa prova, riuscendo nella non facile impresa di riprendere in mano le redini della propria creatura e di assecondarla in maniera limpida e naturale, sfruttando il rapido cambiamento fisionomico e caratteriale dei giovanissimi protagonisti per una profonda e a tratti struggente riflessione sulle gioie e sui dolori dell’adolescenza.

La provvidenziale pausa di quasi due anni dal precedente ciclo di episodi ha dato ai Duffer il tempo necessario per rimettere al centro di tutto i propri personaggi e la loro evoluzione, senza però rinunciare alla componente più prettamente orrorifica. Il risultato è una serie che, a un passo dall’implosione, ritrova tutta la propria vitalità, riuscendo a fare nuovamente innamorare il pubblico di Eleven e soci e a unire spettatori di diverse età sotto la bandiera comune della nostalgia anni ’80, sfruttata con molteplici citazioni e omaggi al periodo, quasi sempre funzionali al racconto.

Lunga vita a Stranger Things

La terza stagione di Stranger Things ci mostra i ragazzi di Hawkins alle prese con i cambiamenti dovuti alla loro crescita e ai primi amori. Eleven e Mike fanno ormai coppia fissa, scambiandosi dozzine di goffi baci a pochi metri di distanza dal sempre più severo Hopper, Dustin torna dalle vacanze rinvigorito dalla sua nuova ragazza Suzie, che non l’ha seguito ma che lui assicura essere più sexy di Phoebe Cates, mentre Nancy e Jonathan e Lucas e Max rinsaldano i loro rapporti. Con Hawkins scossa dall’apertura di un nuovo modernissimo centro commerciale, presso cui Steve trova un lavoretto come gelataio, il Sottosopra incrocia nuovamente le strade dei protagonisti, a causa di alcuni misteriosi esperimenti condotti in una segretissima base russa.

La minaccia soprannaturale è pressoché inalterata rispetto a quella che ha contraddistinto le prime due stagioni della serie, con l’eccezione di un gustoso retrogusto da L’invasione degli ultracorpi (o La cosa, citata esplicitamente dai protagonisti con un dotto paragone fra l’originale di Christian Nyby e Howard Hawks e il remake targato John Carpenter), che porta i personaggi a sospettare di chi li circonda, tutti possibili ospiti del temibile Mind Flayer. I nemici più minacciosi del periodo, ovvero i russi, sono invece volutamente rappresentati con gli stessi stereotipi che li caratterizzavano nel cinema statunitense degli anni ’80, da Alba rossa in giù: responsabili dei più disparati complotti governativi, privi di qualsiasi tentennamento o sentimento e talmente malvagi da diventare quasi ridicoli.

Stranger Things: quanto è bello e difficile crescere

Stranger Things

Questi aspetti avrebbero potuto trasformare una qualsiasi serie contemporanea in un boomerang per i propri creatori, ma non la creatura dei fratelli Duffer, in particolare in questa sua terza ispirata stagione. Il cuore di questo nuovo ciclo di episodi di Stranger Things non sta infatti né nel Sottosopra né nei russi, ma nelle dinamiche fra i personaggi, che rendono i pericoli che li circondano quasi accessori. Come il cadavere cercato dai protagonisti di Stand by Me – Ricordo di un’estate, che diventava poco più che un espediente narrativo per raccontare la prima e ultima grande avventura di quattro amici che di lì a poco avrebbero preso strade diverse, alla stessa maniera i pericoli della terza stagione di Stranger Things sono un pretesto per evidenziare il cambiamento e le difficoltà di quei ragazzi che in tre anni abbiamo imparato a conoscere e amare.

Nonostante la terza stagione di Stranger Things sia anche quella più truce e violenta dal punto di vista visivo, a prendere il sopravvento sono infatti aspetti del tutto estranei all’azione pura, come la solitudine di Will Byers, che vorrebbe rimanere ancora per un po’ nella sua comfort zone fatta di D&D e amenità varie, ma si trova invece a fare i conti con gli ormoni degli amici, più orientati alla piacevole scoperta dell’altro sesso che ai giochi da bambini. Alla stessa maniera, i sempre più evidenti poteri di Eleven sono spesso utilizzati più per assecondare le sue necessità di giovane donna (chiudere la porta dallo sguardo indiscreto di Hopper, indagare sui pensieri e sulle azioni di Mike) che per sconfiggere i mostri che attanagliano Hawkins.

La sorpresa Maya Hawke

I Duffer azzeccano inoltre tutte le scelte di sceneggiatura, traendo il massimo dai vari piccoli ma eterogenei gruppetti in cui vengono divisi i protagonisti, che raccontano a loro volta tanti importanti aspetti legati all’adolescenza. Emblematica in tal senso la divisione fra la fazione delle ex rivali Eleven e Max e quella dei loro spasimanti Lucas e Mike, che evidenzia la maggiore scaltrezza e la superiore maturità delle ragazze rispetto alla loro controparte maschile, mentre i siparietti fra Dustin e Steve sono non soltanto il perfetto contraltare comico agli altri eventi, ma anche un’efficace rappresentazione della particolare miscela di complicità e immedesimazione nei ruolo di mentore e allievo che si instaura fra due ragazzi di età leggermente diverse, ma affini per carattere.

Joe Keery ha modo di esaltare le sue notevoli doti espressive con il suo personaggio, protagonista di una delle più interessanti evoluzioni di questa stagione. Abbandonati ormai definitivamente i panni di belloccio, Steve si trova per tutti gli otto episodi costretto in un poco virile abito alla marinara, divisa d’ordinanza della gelateria in cui lavora, nonché alle prese con i suoi risultati sempre più scadenti con l’altro sesso, che la sua nuova collega Robin sottolinea con divertito sarcasmo. I confronti fra i due, perennemente in bilico fra scherno e interesse, danno profondità ai personaggi ed esaltano le qualità attoriali di Keery e di Maya Hawke, figlia d’arte di Uma Thurman ed Ethan Hawke che si evidenzia come migliore sorpresa della stagione e pone le basi per una crescita all’interno di Stranger Things e per una luminosa carriera futura.

Stranger Things e le sue proverbiali citazioni

Stranger Things

Non meno importante della crescita dei personaggi è l’utilizzo che i Duffer fanno delle atmosfere e degli usi e costumi degli anni ’80. L’ondata nostalgica per quest’epoca ha spesso generato opere incentrate su riferimenti e omaggi fini a se stessi, ma non è questo il caso. In maniera sottile ma centrata, la terza stagione di Stranger Things ha infatti anche il merito di tratteggiare pregi e difetti del periodo, ponendo l’accento su ciò che è arrivato dopo. Significative sono per esempio le rappresentazioni del centro commerciale Starcourt, simbolo del progresso e della grande distribuzione che ha gradualmente tolto spazio alle attività più piccole, e il sessismo imperante all’interno della redazione dell’Hawkins Post, i cui elementi più in vista sminuiscono continuamente le intuizioni di Nancy solo perché giovane donna, raffigurando perfettamente uno dei tratti distintivi della società americana degli ultimi decenni.

A toccare le corde del cuore dei cinefili non più giovanissimi è la rappresentazione della sala cinematografica come luogo di aggregazione ed espressione della più pura e viscerale passione, che assume un’importanza ancora maggiore perché prodotta da chi viene spesso visto, abbastanza superficialmente, come il principale nemico del cinema contemporaneo. Le citazioni a Il giorno degli zombi e Ritorno al futuro diventano così sentiti omaggi a un’epoca in cui il cinema era ancora rito di massa e luogo sacro in cui assaporare l’ultima avventura fantascientifica o pregustare il film dell’orrore che di lì a poco avrebbe terrorizzato gli spettatori di tutto il mondo.

Aspettando la quarta stagione

Stranger Things

I Duffer sono ora chiamati a gestire un ulteriore passaggio di età e di ambientazione temporale per Millie Bobby Brown (che qui ritrova la verve e l’espressività non adeguatamente valorizzate in Godzilla II – King of the Monsters) e compagni, con tutte le difficoltà del caso. Fra ricongiungimenti, pianti, separazioni e indizi per il futuro (fondamentali in questo senso i titoli di coda dell’ultimo episodio), il finale di stagione ci mostra che Stranger Things ha solidissime basi su cui costruire, e che con un approccio così profondo e appassionato al periodo e ai propri personaggi può guardare al futuro e al necessario cambiamento con rinnovato ottimismo.

La terza stagione di Stranger Things si rivela dunque anche l’apice della creazione dei fratelli Duffer, sempre più prodotto di bandiera sotto cui riunire diverse generazioni di abbonati Netflix. Un universo bizzarro e fantastico, in cui i ragazzi sono sempre più maturi, e salvano il mondo sulle note di The NeverEnding Story, mentre gli adulti si rivelano spesso impacciati, avidi e doppiogiochisti. Una visione di società decisamente critica, che ci riconcilia però con la componente più pura e ludica della nostra personalità, ricordandoci una volta di più che siamo fatti anche di ciò che vediamo, giochiamo e amiamo e che anche la più apparentemente banale esperienza può diventare una freccia del nostro arco nello strano percorso della vita.

Overall
8.5/10

Verdetto

Fra azione e nostalgia, la terza stagione di Stranger Things trova nei personaggi la propria più grande forza, riscattandosi dalle perplessità lasciate dal secondo ciclo di episodi e lanciandosi verso un futuro che appare più luminoso che mai.

Focus

Netflix: tutte le nuove uscite che vedremo a ottobre 2021

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The Guilty

Con la stagione che entra nel vivo, Netflix è pronta a stupirci con tanti interessanti progetti che popoleranno il catalogo di ottobre 2021. Tanti i titoli da non perdere d’occhio: da The Guilty con Jake Gyllenhaal ad Army of Thieves, prequel di Army of the Dead. Grande attesa anche per la seconda stagione di Locke & Key e per la terza di You, oltre che per il film interattivo In fuga da Undertaker, con protagonista l’ex star della WWE. Di seguito, tutto quello che ci aspetta questo mese su Netflix.

Tutto ciò che vedremo a ottobre 2021 su Netflix

Netflix

Dall’1 ottobre su Netflix

  • MAID (serie originale, stagione 1)
  • Forever Rich – Storia di un rapper (film originale)
  • The Seven Deadly Sins: Cursed by Light (anime originale)
  • Seinfeld (serie non originale, stagioni 1-9)
  • Nightmare – Dal Profondo della notte (film non originale)
  • Nightmare 5 – Il mito (film non originale)
  • The Promised Neverland (serie non originale, stagione 2)
  • The Guilty (film originale)
  • Diana: Il Musical (film originale)
  • Swallow (film originale)
  • Anatomy (film non originale)
  • L’età dell’innocenza (film non originale)
  • Love You to Death (film non originale)
  • Gatte per magia (serie originale, stagione 1)
  • Oats Studios (serie di cortometraggi originali, stagione 1)
  • Sword Art Online (serie anime non originale, stagione 4)
  • Paik’s Spirit (show originale)
  • Colonia Dignidad: una setta tedesca in Cile (serie documentario originale)

2 ottobre

  • Non si scherza col fuoco (film non originale)

3 ottobre

  • Scissor Seven (serie originale, stagione 3)

4 ottobre

  • On My Block (serie originale, stagione 1)

5 ottobre

  • Remember You (serie non originale, stagione 1)
  • In fuga da Undertaker (film interattivo originale)

6 ottobre

  • Il lato oscuro dello sport (documentario originale)
  • Baking Impossible (serie originale, stagione 1)
  • C’è qualcuno in casa tua (film originale)
  • Il cardellino (film non originale)
  • Les Carabiniers (film non originale)
  • La tortura del silenzio (film non originale)
  • La vendetta delle Juana (serie originale, stagione 1)
  • Il lato oscuro dello sport (serie documentario originale originale, stagione 1)

7 ottobre

  • Sexy Beasts (serie originale, stagione 1)
  • Il codice da un miliardo di dollari (miniserie originale)
  • L’ingegno dello yakuza casalingo (serie non originale, stagione 2)

8 ottobre

  • Pretty Smart (serie originale, stagione 1)
  • Mio fratello, mia sorella (film originale)
  • Rancore (film originale)
  • Angeliena (film non originale)
  • Altro che caffè (serie originale, stagione 3)
  • Pretty Smart (serie originale, stagione 1)
  • In una notte buia e spaventosa (serie animata non originale, stagione 1)
  • House of Secrets: The Burari Deaths (miniserie documentario)

9 ottobre

  • Hometown Cha-Cha-Cha (serie originale, stagione 1)
  • Blue Period (serie anime originale, stagione 1)

10 ottobre

  • Il sogno di Crumb (film non originale)
  • La famiglia Van Paemel (film non originale)
  • Lee & Cindy C. (film non originale)
  • Mira (film non originale)
  • Peter Bell 2 (film non originale)
  • The Sacrament (film non originale)
  • The Seventh Heaven (film non originale)
  • La magia del diario di Anna Frank (documentario originale)

11 ottobre

  • Il club delle babysitter (serie originale, stagione 1)

12 ottobre

  • Convergence: il coraggio nella crisi (film originale)
  • Bright: Samurai Soul (film originale)
  • Convergence: il coraggio nella crisi (documentario originale)
  • Dietro le quinte di Malinche: un documentario di Nacho Cano (documentario originale)
  • I film della nostra infanzia (serie documentario originale, stagione 3)

13 ottobre

  • Distanza di sicurezza (film originale)
  • Operation Hyacinth (film originale)
  • Violet Evergarden: Il film (anime non originale)

14 ottobre

  • Another Life (serie originale, stagione 2)
  • Slashers (film non originale)
  • One Night in Paris (stand-up comedy originale)

15 ottobre

  • You (serie originale, stagione 3)
  • Little Things (serie originale, stagione 1)
  • Io, tu, lui e lei (film originale)
  • Il mondo di Karma (serie originale, stagione 1)
  • La battaglia dimenticata (film originale)
  • The Trip (film originale)
  • My Name (serie originale, stagione 1)
  • Sharkdog: Un Halloween squaloso (speciale animato originale)

16 ottobre

  • Misfit – Fuori posto: La serie (serie originale, stagione 1)

19 ottobre

  • La casa delle bambole di Gabby (serie originale, stagione 3)

20 ottobre

  • Night Teeth (film originale)
  • 8 Rue de l’Humanité (film originale)
  • Found: Ritrovate (film originale)
  • Night Teeth (film originale)
  • Found: Ritrovate (documentario originale)

21 ottobre

  • Cowboy Bebop (anime non originale)
  • Life’s a Glitch with Julien Bam (serie originale, stagione 1)
  • Sesso, amore e goop (serie originale, stagione 1)
  • Flip a Coin -ONE OK ROCK Documentary (documentario originale)
  • Sesso, amore e goop (reality originale)

22 ottobre

  • Locke & Key (serie originale, stagione 2)
  • Rick and Morty (serie non originale, stagione 5)
  • Inside Job (serie originale, stagione 1)
  • More than Blue: La serie (serie originale, stagione 1)
  • Maya e i tre guerrieri (miniserie animata originale)

23 ottobre

  • The Office (serie non originale, stagioni 1-9)

24 ottobre

  • One Piece Stampede (film originale)

27 ottobre

  • Sintonia (serie originale, stagione 2)

28 ottobre

  • Luis Miguel – La serie (serie originale, stagione 3)

29 ottobre

  • Dynasty (serie originale, stagione 4)
  • Il tempo che ti do (serie originale, stagione 1)
  • Colin in bianco e nero (serie originale, stagione 1)
  • Army of Thieves (film originale)
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Il potere del cane: recensione del film di Jane Campion

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Il potere del cane

Dopo il successo di Bright Star del 2009, Jane Campion, prima regista a vincere la Palma d’oro per Lezioni di piano al Festival di Cannes del 1993, e una delle sole sette donne al mondo candidate agli Oscar come miglior regista, torna ai lungometraggi con Il potere del cane, presentato in concorso durante la 78a edizione della Mostra del Cinema di Venezia

Tratto dal libro di Thomas Savage, Il potere del cane è interpretato da Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Jesse Plemons (George Burbank) e Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon). 

1925. I fratelli Burbank sono ricchi allevatori del Montana. Phil Burbank ha un fascino crudele, lo sguardo severo, gli occhi diafani. Durante una tappa al ristorante Red Mill lui e suo fratello incontrano la proprietaria vedova Rose con il figlio Peter. Mentre Phil si comporta in modo così crudele da spingere madre e figlio alle lacrime, il fratello George consola Rose e poi decide di sposarla. Quando il fratello porta la nuova moglie e il figlio di lei a vivere al ranch di famiglia, Phil li tormenta e continua a prendersi gioco di Rose nella penombra. Eppure a un certo punto Phil sembra voler prendere il ragazzo sotto la sua ala. 

Il potere del cane: il film di Jane Campion con Benedict Cumberbatch

Il potere del cane

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti; cambiamenti evidenti e strutturali in quegli anni come le automobili che cominciano a sostituire i cavalli, come l’industria che ha sempre più margine all’interno della società, la meccanizzazione del lavoro, l’elettricità e non solo; esistono cambiamenti percepibili anche nel territorio, diviso tra due mondi, uno fatto di pianure deserte, agricoltura, un altro circondato dal filo spinato, dalle ferrovie, in cui coesistono nativi americani, pregiudizi, pionierismo e ingiustizia sociale. 

Il potere del cane, che come ogni film che guarda o si proietta nel gusto e nell’immaginario western, affonda il suo sguardo sul confine, sul travalicamento di un limite, di un’estremità, di un luogo. Phil Burbank vive una contraddizione quotidiana in ogni contesto e ogni luogo, e abitare la casa significa subire gli spazi degli altri, le convenzioni sociali a cui non sa sottomettersi – come quella di doversi lavare per essere presentabile – abitare il ranch significa dover costruire un’immagine di sé che possa essere ben spesa e ben definita, un’immagine da uomo fiero, virile. Sembra non esistere un posto che possa accogliere la sua complessità, se esiste è un luogo abitato dai fantasmi. 

Se c’è una cosa che il film esamina e scompone perfettamente è la costruzione sociale della mascolinità. E per tutto il film è impossibile non porsi determinate domande. Cos’è la mascolinità? Come si esprime? Perché spesso viene resa nella sua peggiore declinazione ovvero quella tossica? Esiste una mascolinità indulgente? Che conosce i propri limiti e sceglie di esprimersi attraverso di essi?

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti

Il potere del cane

Il potere del cane è composto di versi feroci, violenti, di personaggi che non temono di praticare la propria brutalità, di innescare il proprio istinto animalesco e viscerale e di spenderlo nel mondo. Il personaggio sicuramente più complesso, più irrisolto, brillante e spaventoso allo stesso tempo è quello di Phil Burbank, un uomo che vive la contraddizione, vive il paradosso di essere da un lato meschino, ostile, un maschio alfa super omofobo, e dall’altro sensibile, creativo, tormentato, solo e omosessuale. La sua creatività si innesta attraverso la manualità artigiana dell’intaglio del cuoio, come anche il suo incredibile istinto musicale e la padronanza della sella. 

Il potere del cane non guarda da vicino solo la contemporaneità, ma la modernità di tutto ciò che stava sopraggiungendo nell’America degli anni ’20, un momento di grandi rivoluzioni, di strade che si intrecciano, vite che vengono spese all’interno di limiti assoluti e prestabiliti, e misteri che sorgono tra i silenzi e le espressioni del reale. 

Come nel capolavoro di John Ford, Sentieri selvaggi, in cui la soglia diventa un limite invalicabile, anche qui Phil Burbank, come Ethan Edwards, abita la soglia tra ciò che deve essere e ciò che non può più essere, e questo più che mai rende Il potere del cane una storia di fantasmi, una storia di un uomo crudele eppure fragile, che proietta la sua felicità nell’unica direzione in cui è esistita, nel passato, chiudendola nei ricordi dell’unica persona che è onnipresente eppure assente dalla scena: Bronco Henry. Un uomo che vive unicamente attraverso i sentimenti e i pensieri di Phil. 

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio

Benedict Cumberbatch è perfetto nel rendere reale un personaggio così denso di sfumature, di ombre e di voragini, che colpisce per la sua personalità capovolgente, iraconda, ostile, dando un’impronta feroce a questo ruolo, un uomo degli anni ’20 del Novecento che si affaccia alla vita e alla modernità con gli strumenti che possiede, con le mani sporche di terra e di sangue, che ora si impegnano a castrare il bestiame, ora intrecciano il cuoio, ora suonano il banjo. Phil fin dall’inizio si palesa in tutta la sua carica virile da ranchero con una tensione erotica che verrà ampiamente indagata all’interno della narrazione.

Il potere del cane è capace di condividere ed esternare il desiderio maschile, l’erotismo, all’interno di una cornice espressamente americana e ranchera, come accade in Brokeback Mountain (non a caso Campion ha incontrato la scrittrice Annie Proulx, autrice del racconto da cui è tratto I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee), che tratteggia la storia del rapporto sentimentale fra due cowboy. Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

Il potere del cane esordisce al cinema a novembre e sarà disponibile su Netflix dall’1 dicembre 2021. 

Overall
6.5/10

Verdetto

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

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È stata la mano di Dio: recensione del film di Paolo Sorrentino

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È stata la mano di Dio

«Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere. Mi pareva di avere qualcosa di così semplice, così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti, che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro. E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente». Queste parole dell’alter ego per eccellenza di Federico Fellini, cioè il Guido Anselmi di Marcello Mastroianni, descrivono alla perfezione il capolavoro del regista romagnolo . Queste frasi si adattano però anche a È stata la mano di Dio, ultima fatica (targata Netflix) dell’erede designato di Fellini Paolo Sorrentino, presentata in concorso a Venezia 78.

Proprio da un ingorgo simile a quello dell’incipit di 8½ prende il via l’opera più intima e personale di Paolo Sorrentino, basata sull’adolescenza del regista napoletano, sulle sue passioni (prima fra tutte quella per Diego Armando Maradona) e sui suoi dolori, come la prematura perdita di entrambi i genitori. Come il suo mito Fellini, Sorrentino mette letteralmente a nudo se stesso, in un viaggio fra i suoi ricordi e i suoi sogni, fondamentali per la formazione di un’artista che oggi è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. A interpretare il giovane Sorrentino (che in È stata la mano di Dio si chiama Fabietto Schisa) è il sorprendente Filippo Scotti, capace di delineare perfettamente la timidezza e il senso di inadeguatezza del protagonista.

Accanto a lui, l’attore feticcio di Sorrentino Toni Servillo, che impersona il padre di Fabietto, e le due colonne portanti del racconto Teresa Saponangelo e Luisa Ranieri, interpreti rispettivamente della madre e della prediletta zia del protagonista.

È stata la mano di Dio: la vita di Paolo Sorrentino nel suo film più intimo e toccante
È stata la mano di Dio

Sorrentino mette per una volta in secondo piano i suoi caratteristici carrelli e le sue inquadrature avvolgenti, limitando al minimo anche gli aforismi che contraddistinguono le sue opere, concentrandosi sui sentimenti sprigionati dalla sua dolceamara esperienza. Nel fare ciò, il regista non snatura però il suo inconfondibile stile, infarcendo la narrazione di inserti onirici, immagini simboliche e figure enigmatiche (una su tutte, la Baronessa Focale), che in questo caso confluiscono nella storia in maniera del tutto naturale e armoniosa. Un Sorrentino allo stesso tempo uguale e diverso da se stesso, che attraverso le parole del regista Antonio Capuano (uno dei suoi reali mentori) fa anche autoironia, schernendo le opere derivative e il vizio di perdersi nell’estetica, cioè due delle principali critiche che vengono fatte al suo cinema.

Al di là delle scelte stilistiche e formali, il cuore di È stata la mano di Dio risiede indubbiamente nei tanti elementi che hanno formato il regista premio Oscar, a partire da una Napoli appassionata e giocosa, raccontata nel momento di fibrillazione immediatamente precedente all’arrivo nella squadra di calcio della città di Diego Armando Maradona, che Sorrentino coglie l’occasione per definire nei titoli di testa semplicemente “il più grande calciatore di tutti i tempi”. I siparietti casalinghi fra i parenti più speranzosi e Toni Servillo, pessimista sulla chiusura dell’affare, fotografano l’importanza per tutta la città di questo campione, diventato per i napoletani una figura messianica, andata ben oltre i confini del campo di gioco.

Sua è la mano di Dio che dà il titolo al film, simbolo di una delle giocate più celebri della carriera del fuoriclasse (il gol di mano contro l’Inghilterra nel mondiale del 1986) e del ruolo che ha giocato nel destino dello stesso Sorrentino, scampato all’incidente fatale per i suoi genitori proprio perché impegnato a vedere Maradona allo stadio.

L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Una figura ricorrente del cinema di Paolo Sorrentino (si pensi a Jep Gambardella de La grande bellezza) è la presenza di un personaggio autorevole e inscalfibile, che rimbrotta tutti gli altri a suon di aforismi e umiliazioni più o meno esplicite. È stata la mano di Dio mette invece in scena un meraviglioso cast corale, in cui ogni personaggio è un tassello fondamentale la creazione di un unico puzzle di amore e sofferenza.

Restano nel cuore la simpatia e la dolcezza di Maria, mamma che con lo scherzo e con il gioco riesce ad affrontare e superare le delusioni provenienti dal marito, con cui vive un rapporto che neanche le infedeltà riescono a scalfire. Si resta poi ammaliati da Patrizia (il personaggio più felliniano di tutti), che è al tempo stesso simbolo della sensualità più dirompente e della fragilità più estrema, che non a caso diventa musa e impossibile oggetto del desiderio di Fabietto. L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino comprende anche figure al limite del paradossale come la sorella di Fabietto, che passa tutto il tempo chiusa in bagno, o il suo compagno di tifo Armando, spregiudicato pilota di barche e temibile picchiatore. Personaggi in bilico fra realtà e fantasia, perfetti per un racconto che esalta il potere dell’immaginazione, soprattutto in relazione a una realtà troppo difficile da affrontare.

Ed è proprio nell’aderenza al reale che Sorrentino supera se stesso, mettendo in scena con disarmante sincerità ed estrema dolcezza la morte dei propri genitori, causata da una fuga di monossido di carbonio. Un commovente atto d’amore del regista, che diventa prevedibilmente anche il momento più struggente di un’opera che non si esaurisce con questo già noto dramma, ma prosegue oltre, quasi rifuggendo la propria conclusione, accompagnando Fabietto anche nei primi passi verso il suo futuro.

È stata la mano di Dio: il capolavoro di Paolo Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Come sottolinea Capuano, la sofferenza e il dolore non bastano a dare vita a un creativo. Servono anche la perseveranza e soprattutto avere qualcosa da dire. È stata la mano di Dio diventa quindi anche racconto di formazione sentimentale e artistico, mostrandoci anche le prime bizzarre esperienze sessuali di Fabietto (una delle rare concessioni del regista alla pura fantasia) e ponendo al tempo stesso le basi del cineasta che abbiamo imparato a conoscere e amare. In quella VHS di C’era una volta in America (la cui visione viene continuamente rinviata per cause di forza maggiore), nella testardaggine di chi insegue il sogno di fare film, pur non avendone ancora le basi, e in quello speranzoso viaggio in treno verso la capitale del cinema Roma ritroviamo quel misto di ossessione, sfrontatezza e dolce illusione che contraddistingue tutti coloro che vivono una passione.

«Non ho proprio niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso», sentenziava Guido all’apice della sua compiuta rassegnazione in . Al contrario del suo maestro, con È stata la mano di Dio afferma perentoriamente di avere qualcosa da dire, trasformando in straordinario cinema l’esperienza più importante e segnante della sua vita, esorcizzando i fantasmi del suo passato e affermandosi definitivamente come uno dei più coraggiosi e autorevoli cineasti del panorama contemporaneo. Quello schivo e insicuro ragazzino del quartiere Vomero di Napoli sarebbe fiero di lui.

È stata la mano di Dio uscirà in cinema selezionati il 24 novembre e su Netflix il 15 dicembre 2021.

Overall
9/10

Verdetto

Paolo Sorrentino firma il suo personale capolavoro, mettendo tutto se stesso in un’opera che è al tempo stesso omaggio alla memoria dei genitori e toccante racconto di formazione sentimentale e artistica.

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