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Stranger Things: recensione dell’episodio finale della serie
«I believe». Io ci credo. Una semplice frase che ricorre più volte nello struggente finale di Stranger Things, simbolo di una serie in cui credere, nella più ampia accezione possibile del termine, è sempre stato fondamentale. Credere in una passione, in un mondo di fantasia, in un gioco; ma credere anche nell’amicizia, nella forza della famiglia, nella reciproca solidarietà nei momenti di difficoltà. Sentimenti umani e ordinari, inseriti in una cornice decisamente fuori dall’ordinario, cioè l’insieme di mostri, esperimenti governativi e cospirazioni che attanagliano la cittadina di Hawkins, scuotendola dal torpore degli anni ’80.
Dopo il Volume 1 e il Volume 2, la quinta e ultima stagione di Stranger Things si è chiusa con Capitolo otto: Il mondo reale, vero e proprio evento che dopo molto tempo (almeno dal discusso finale di Game of Thrones) è riuscito a riunire decine di milioni di persone davanti allo schermo, in una notte di Capodanno decisamente fuori dagli schemi. Un finale che non ha deluso le attese, regalando agli spettatori oltre due ore di adrenalina e avventura, di malinconia e commozione, chiudendo nel migliore dei modi un arco narrativo che ha segnato l’immaginario collettivo degli ultimi 10 anni, lasciando il segno nella cultura pop con e rivoluzionando il panorama della serialità con il suo unico mix di nostalgia, orrore, fantascienza e avventuroso racconto di formazione.
Stranger Things: l’addio all’infanzia dei ragazzi di Hawkins

Il Volume 2 si era concluso con il gruppo di protagonisti riunito (anche con la rediviva Max) e Vecna pronto a sferrare il suo assalto finale al mondo, con la Dottoressa Kay sullo sfondo, pronta a mettere le mani, insieme ai suoi scagnozzi, su ogni tecnologia o persona utile in chiave governativa. I presupposti perfetti per la madre di tutte le battaglie, messa in scena con lucidità ed equilibrio dai fratelli Duffer, showrunner della serie e autori e registi dell’ultimo episodio. Il budget stanziato da Netflix per la quinta stagione, stimato in circa 480 milioni di dollari, si vede tutto anche sul piccolo schermo, con effetti visivi che non sfigurerebbero nei migliori blockbuster cinematografici. sfruttati soprattutto per l’ultima spaventosa apparizione del temibile Mind Flayer, trasformato in gigantesco kaiju.
In ballo non c’è però solo il destino dei cattivi e in particolare di Henry, che come accade a molti villain si rivela poco più di un burattino in mano a un villain più potente di lui. Capitolo otto: Il mondo reale è anche e soprattutto l’ultimo atto dell’infanzia di Mike, Dustin, Lucas e Will, nonché dei loro coetanei che abbiamo imparato a conoscere e amare, a partire da Eleven. Come ampiamente preventivato, proprio il personaggio interpretato da Millie Bobby Brown è quello più determinante per gli equilibri di questo ultimo episodio, in quanto chiamato a sfruttare i suoi enormi poteri per sconfiggere il male e al contempo riflettere sull’ipotesi di un doloroso sacrificio, l’unica strada che secondo Kali metterebbe al riparo da un devastante ritorno del Sottosopra.
Il destino di Eleven

Al termine di una rocambolesca successione di eventi, i protagonisti hanno la meglio sia sul Mind Flayer sia su Henry, che in punto di morte viene eloquentemente decapitato dalla Joyce Byers di Winona Ryder, colei che più di tutti ha sofferto per mano di quell’ex bambino che vediamo passare al lato oscuro in un nuovo esplicativo flashback. Il più classico lieto fine per molte serie, ma non per Stranger Things, che è anche e soprattutto una grande metafora dell’infanzia e dei mostri fisici e interiori che la popolano. Nella seconda metà, Capitolo otto: Il mondo reale esplicita così il suo riferimento più esplicito e già evidente dalla prima stagione, cioè Stephen King, la singola persona che più di ogni altra ha plasmato l’immaginario in cui si muovono i protagonisti.
Come in It, è l’unione fra i protagonisti la chiave per sconfiggere le forze del male e per rendersi conto che le nostre più grandi paure spesso sono solo una tappa del processo irreversibile della crescita. Un concetto che i Duffer intercettano molto meglio della deludente It: Welcome to Derry, muovendosi in perfetto equilibrio fra azione e malinconia. Per evitare che anche il Sottosopra, come il malvagio essere mutaforma di Derry, torni dopo qualche anno a seminare terrore e morte, Eleven adempie al suo destino, sacrificandosi (almeno in apparenza) e autodistruggendosi insieme al luogo che nel corso degli anni è diventato sinonimo di incubo per i ragazzi di Hawkins. Un evento che trasforma la gioia in profonda tristezza, soprattutto per l’inconsolabile Mike, bruscamente risvegliato dal suo sogno di un futuro insieme alla ragazza che gli ha insegnato ad amare.
Addi e lacrime

Il lungo addio a Stranger Things ci porta a un flashforward ambientato 18 mesi dopo, durante la cerimonia di diploma dei protagonisti. Tutti sembrano essere riusciti ad andare avanti: Max e Lucas portano avanti la loro relazione, Dustin omaggia la memoria di Eddie Munson con un epico discorso, Hopper chiede la mano a Joyce. Tutti tranne Mike, inconsolabile nel luogo dove ha visto per l’ultima volta Eleven, in cui ora sorge un falso monumento intitolato alle vittime di un terremoto mai avvenuto, scelto per insabbiare l’accaduto. Stranger Things si trasforma quindi in una grande metafora del lasciare andare: lasciare andare chi abbiamo perso, i traumi che abbiamo patito e soprattutto la nostra infanzia.
Nancy, Robin, Jonathan e Nancy si incontrano su un tetto per celebrare l’inizio delle loro vite lontano da Hawkins, sottolineando le nuove possibilità per i loro percorsi ma anche le difficoltà di fare nuove amicizie, dandosi appuntamento per delle reunion da tenersi una volta al mese. Una scena doppiamente commovente, in quanto sia gli spettatori adulti che stanno guardando, sia gli stessi protagonisti sanno benissimo che queste riunioni non avverranno mai. Inevitabile quindi ripensare ancora a Stephen King, e nello specifico al dolceamaro finale di Stand by Me – Ricordo di un’estate, adattamento firmato dal compianto Rob Reiner della novella Il corpo, contenuta nella raccolta del Re Stagioni diverse: «Col passare del tempo, ci vedemmo sempre meno con Teddy e Vern, finché diventarono due facce nella massa. Succede. Gli amici entrano ed escono dalla tua vita come i camerieri di un ristorante».
Il finale di Stranger Things: Dungeons & Dragons e Stephen King

Stranger Things non può però che concludersi da dove tutto è iniziato, ovvero con una partita a Dungeons & Dragons, il gioco da tavolo fantasy per eccellenza, nonché quello in cui è più importante credere, immedesimarsi e persino autosuggestionarsi. In quella che verosimilmente sarà la loro ultima campagna (ma chissà che il Sottosopra non torni fra qualche anno come It, chiamando di nuovo in causa i ragazzi di Hawkins), Mike, Lucas, Dustin, Will e Max celebrano il diploma con un’avventura epica e sorprendente. Ma è proprio l’ottimo master Will ad assottigliare ulteriormente i confini fra fantasia e realtà, immaginando il futuro degli amici e anche quello di se stesso, immancabilmente davanti alla macchina da scrivere, ancora una volta in maniera analoga a quanto avviene per il protagonista de Il corpo/Stand by Me – Ricordo di un’estate, Gordie Lachance.
Mike non si ferma però qui e immagina, anche con qualche solida base, un futuro felice per la stessa Eleven, che nella sua visione è viva e serena in un incantevole posto sperduto, dopo aver inscenato la morte per proteggere se stessa e i suoi amici. Il gioco e le passioni diventano ancora una volta strumento per unirsi, superare le avversità e accettare il dolore. Nel ciclo della vita che procede e si perpetua, i ragazzi ripongono i loro fidati e sudati raccoglitori e lasciano idealmente il posto a una nuova generazione di giocatori, incarnata da Holly e dai suoi nuovi amici. Con un’ultima strepitosa e nostalgica inquadratura, Mike osserva con grande coinvolgimento la scena, comprendendo che un capitolo fondamentale della sua vita si è concluso per sempre e chiudendo simbolicamente la porta di quel seminterrato, dopo anni di gioia, divertimento e vita.

Con un’equilibrata miscela di lacrime, rivelazioni e azione, accompagnata dalla consueta successione di memorabili brani (At Last, Purple Rain e Heroes su tutti), Stranger Things si conclude, lasciandoci orfani di una delle ultime serie capaci di trasformarsi in esperienza collettiva. Un finale agrodolce e riuscito, che implicitamente lascia a noi il compito di scegliere il destino di Eleven: pura razionalità e ferrea logica o credere ancora una volta nella contaminazione fra realtà e fantasia, cardine della serie?
«Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?»

L’intera serie di Stranger Things è disponibile su Netflix.
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Company: recensione del film di Casey Affleck

Quello di Casey Affleck è indubbiamente un cinema di idee, che anticipano e in certi casi soverchiano il loro sviluppo. Lo abbiamo notato già col suo bizzarro mockumentary di esordio dietro la macchina da presa Joaquin Phoenix – Io sono qui!, incentrato sul finto ritiro di Joaquin Phoenix e girato in buona parte all’oscuro di pubblico e addetti ai lavori, con il protagonista sempre in parte di un se stesso totalmente fuori controllo. Sensazioni confermate nell’opera seconda, il più centrato Light of My Life, toccante dramma post-apocalittico alimentato dall’amore di un padre per la figlia in un mondo dove le donne si sono quasi estinte. Lo ritroviamo adesso in Company, inno al potere della narrazione che si articola su tre livelli temporali, fondendo western e gotico.
La storia prende il via nel 1975, quando una misteriosa donna di nome Evelyn si presenta non invitata a una festa. Per rompere il ghiaccio con gli altri ospiti, inizia a raccontare la storia di Tom (Nick Nolte), un anziano eremita che nel 1953 accoglie in casa sua un’attrice senza fissa dimora. Quest’ultima a sua volta narra la storia di una coppia di contadini, che nel 1903 ospitano un ragazzo dalle origini ignote, proprio nel momento in cui nei dintorni si iniziano a verificare morti sinistre e brutali. Una storia-matrioska che contiene altre storie, in un meccanismo a incastro che chiede molto allo spettatore in termini di sospensione dell’incredulità.
Company: una storia-matrioska sul tempo e sul potere del racconto

Nella nostra riflessione su Company, ci scontriamo inevitabilmente con il dovere morale di non rovinare la svolta e lo svelamento dell’ultimo atto del film, che però sono anche gli elementi che danno senso e sostanza all’intero racconto. Questo twist è però un aspetto fondamentale e divisivo dell’esperienza di visione: gli spettatori che intuiranno già dopo pochi minuti la natura della storia proveranno indubbiamente meno trasporto nei confronti di un film che prende una lunga rincorsa verso il colpo di scena conclusivo, e noteranno inoltre fin dalla prima visione qualche trucchetto scorretto con cui Casey Affleck cerca di mantenere la solidità del racconto e la segretezza sulla sua natura.
Fatta questa premessa, ci possiamo concentrare sulla messa in scena di Company, che conferma le notevoli doti registiche di Casey Affleck. Anche quando la sceneggiatura scricchiola, al film non manca mai l’atmosfera, che spazia dai territori innevati dei racconti nel racconto alle suggestioni gotiche della linea temporale del 1975, basata su una dinamica di imperitura efficacia da storie di fantasmi raccontate davanti al caminetto in una notte tenebrosa. Non è da meno il cast, dove veterani del calibro di Nick Nolte e Ben Mendelsohn affiancano le giovani promesse Atticus Affleck e Indiana Affleck, figli dello stesso regista. Una storia di famiglia dunque, che insieme alla dedica finale ai genitori di Casey (e Ben) Affleck, scomparsi entrambi quest’anno, fornisce una possibile chiave di lettura per l’intero progetto.
Un’illusione di immortalità

Con il passare dei minuti, diventa sempre più evidente che Company è un film sul tempo, e sulla capacità dei sentimenti più profondi di resistergli. Sono infatti le passioni più viscerali a tenere legati i vari piani temporali, insieme al potere salvifico della narrazione, capace di mantenerci vivi anche quando il mondo dentro e intorno a noi sembra morto. Un intento indubbiamente nobile, per il quale però Casey Affleck chiede un grosso sforzo allo spettatore, che si ritrova prima di fronte a una dinamica narrativa presentata necessariamente in modo abbastanza frettoloso, poi davanti a una significativa ridondanza di situazioni e atmosfere di questo Inception del Novecento americano, e infine scosso da una brusca svolta, almeno per coloro che non hanno già intuito prima il punto di arrivo.
Pur rimarcandone i problemi e le criticità, ci teniamo stretti il buono di questa favola da ascoltare in compagnia, che fra le pieghe del tempo e di personaggi ambigui riesce a sedurci parlando di morte e di solitudine, di vendetta e di inaspettati riavvicinamenti. Un film che per 95 minuti riesce a trasmetterci almeno una breve illusione di immortalità, e quindi di sollievo dai mali dell’esistenza, di cui c’è sempre bisogno.
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Bunker: recensione del film con Penélope Cruz e Javier Bardem

Dopo The Father – Nulla è come sembra e The Son, ci aspettavamo che Florian Zeller completasse la trilogia familiare adattando anche la sua opera teatrale La Mère. Lo ritroviamo invece con Bunker, in cui mette la coppia sullo schermo e nella vita reale formata da Penélope Cruz e Javier Bardem al servizio di un racconto apparentemente slegato dai temi delle opere precedenti, ma che invece condivide con essi molte suggestioni, come la riflessione sulla disgregazione familiare, l’analisi sociale e una specifica abitazione trasformata in teatro dei principali eventi e dell’evoluzione dei personaggi.
La casa in questione è quella di Miguel e Sofia, una coppia spagnola che si è trasferita a Londra insieme alle due figlie per permettere a lui di inseguire il sogno di diventare un rinomato architetto. Miguel ha effettivamente ottenuto la sua consacrazione, mentre a Sofia non va altrettanto bene, dal momento che lavora in una casa editrice in un ruolo di livello più basso rispetto a quello che svolgeva in Spagna. La coppia vive una silenziosa crisi, esasperata da due distinti eventi: la scelta da parte del vicino di casa (Stephen Graham) di aprire una finestra vicino al giardino della loro casa, trascinando così Miguel in uno stato di crescente paranoia, e la proposta che lo stesso Miguel riceve da un miliardario (Paul Dano), intenzionato a costruire un bunker di lusso alle Hawaii per sfuggire a una possibile imminente catastrofe. Le divergenze di Miguel e Sofia su queste situazioni aumentano la tensione fra loro, a cui contribuisce anche la crescente vicinanza di Sofia con uno scrittore da lei seguito (Patrick Schwarzenegger).
Bunker: Penélope Cruz e Javier Bardem in un’angosciante riflessione sulla società e sul tempo

Sono dunque almeno due i bunker su cui Miguel si interroga. Quello da costruire per il miliardario ben interpretato da Paul Dano, che sembra un bizzarro incrocio fra Elon Musk e Mark Zuckerberg, ma anche quello con cui vuole proteggere se stesso dalla possibile minaccia di un vicino. A questi ne possiamo aggiungere un terzo, ovvero il bunker metaforico in cui l’architetto cerca di riparare il suo matrimonio, messo a dura prova dai cambiamenti personali della coppia e dalle difficoltà della vita. La solida scrittura di Florian Zeller lavora dunque su più livelli, esplorati da due persone che nell’arco di 17 anni hanno perso buona parte del loro idealismo, scendendo a compromessi con il mondo esterno e fra loro stessi. Alla scrittura si accompagnano le immagini, anche con qualche eccesso di didascalismo, come le diverse pareti di casa che fanno da sfondo a Miguel e Sofia o le riprese della finestra volte a renderla un simbolo delle possibili intrusioni in casa della coppia.
Stare dalla parte del successo o delle aspirazioni personali? Aprirsi al mondo con le sue storture o rifugiarsi in una fredda e asettica roccaforte? Avere fiducia nella propria famiglia o sbirciare con sospetto i movimenti e le azioni di chi sta accanto? Sono queste le domande intorno a cui si muove Bunker, allargando progressivamente il campo di osservazione dalle mura della casa dei protagonisti alla società nella sua interezza. Un meccanismo che funziona nonostante qualche grossolanità di troppo, come la raffigurazione della figlia adolescente di Miguel e Sofia come un’ameba costantemente concentrata su smartphone e cuffie o l’improvvisa svolta del terzo atto, che poco aggiunge alla riflessione portata avanti precedentemente e dà al contrario l’impressione di soluzione sgraziata per sbrogliare una matassa ben più sottile e intricata.
Fra timori e ambizioni, ciò che conta di più è il presente

Non mancano però momenti di grande intensità, come una furiosa litigata fra Miguel e Sofia che si trasforma in un piccolo trattato di ottima scrittura e formidabile recitazione, e l’inquietante apparizione di Paul Dano nei panni di un miliardario tech, che da padrone del mondo (o moderno faraone, per citare il collega di Miguel) lascia sinistramente intendere che un collasso sociale sia non solo possibile, ma anche probabile. Analogamente a quanto fatto nei già menzionati The Father – Nulla è come sembra e The Son, per Florian Zeller le mura di casa diventano un pulpito da cui osservare una società sempre più disgregata e diffidente, che teme il prossimo ma non riesce a scorgere pericoli ben più gravi ed evidenti, capaci di minare le fondamenta del mondo che conosciamo.
Fra visioni antitetiche di felicità e affermazione personale, a rimanere più impresso è così il punto di vista più semplicistico e al contempo realistico, quello dello scrittore che attira le attenzioni della stessa Sofia. È proprio il personaggio di Patrick Schwarzenegger infatti a ricordare e a ricordarci che il nostro tempo è limitato e fra 100 anni verosimilmente nessuno avrà più memoria di noi. Fra il tentativo di resistere al tempo e l’alternativa di ignorare il suo scorrere, resta così la via di mezzo di un presente da vivere al meglio finché ci è concesso.
Bunker arriverà nelle sale italiane il 21 gennaio 2027, distribuito da Notorious Pictures.
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DAU: recensione del film di Ilya Khrzhanovsky

Un fisico, la bomba atomica, quarant’anni di Unione Sovietica. DAU di Ilya Khrzhanovsky è la parabola di un idealista inghiottito dallo Stato e il conto, intimo e collettivo, di ogni compromesso. Un’opera nata da oltre vent’anni di lavoro, ispirata ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica. Tutto comincia nel 1928. Dau è un giovane fisico di origine greca, dotato di un ingegno fuori dall’ordinario e di un’ambizione smisurata. È proprio questa sete di conoscenza a consegnarlo a un potere che di quella purezza non sa che farsene, se non piegarla ai propri scopi. Dau viene chiamato al servizio dello Stato per mettere il proprio sapere al servizio di una delle armi più letali mai concepite.
DAU, però, non si accontenta della cronaca. Il teatro di questa metamorfosi è un istituto di ricerca segreto, un luogo in cui la scienza convive con la sorveglianza e il privilegio con la paura. E l’ambizione intellettuale si nutre del potere quanto il potere si nutre di lei. Nel microcosmo dell’istituto si riflette l’intera società, con le sue gerarchie e i suoi silenzi. Giorno dopo giorno la libertà di Dau si restringe sempre di più, un millimetro alla volta, e il paradosso è tutto qui, un uomo capace di pensare l’infinito costretto ad abitare uno spazio sempre più angusto. Compresso dalle regole, Dau cerca una via d’uscita là dove lo Stato non arriva, o dove crede che non arrivi, ovvero nell’intimità. Fuori dal matrimonio intreccia una serie di relazioni che dovrebbero restituirgli una forma di liberazione. Contrariamente a ciò che crede, la libertà inseguita nella vita degli altri si rivela un’altra specie di prigione. A forza di rincorrere la felicità, Dau smarrisce se stesso e la capacità stessa di amare. In questo senso l’opera di Ilya Khrzhanovsky è geniale nel restituirci l’idea di come i totalitarismi funzionino, e di come non si limitino a decidere ciò che una persona può fare, in verità contribuiscono ad alterare ciò che una persona è.
DAU: un vortice di suggestioni e verità da cui non si può uscire illesi

DAU tiene insieme due posizioni visive molto diverse, da un lato il ritratto ravvicinato di un uomo in cerca di felicità e libertà, dall’altro il vasto affresco di una società fondata sulla violenza e l’annichilimento di ogni libertà personale. Quattro decenni di sconvolgimenti attraversano lo schermo, ma la vera Storia è quella che si consuma nelle scelte di un uomo solo. DAU riunisce immagini girate quindici anni fa e scene recenti in un’esperienza cinematografica che solo oggi poteva prendere forma. Documentario, sogno, visione e memoria vengono trattati come un’unica realtà in cui convergono impressioni, ricordi, stati immaginifici, incubi, diapositive del passato, tutto partecipa a rendere quest’opera mastodontica e impressionante una ricostruzione dell’era sovietica attraverso la lente visiva di un fisico, Lev Landau, figura insolita, un po’ folle, idealista, che si rifiutò di mettersi al servizio dello stato e dell’industria bellica perché per lui la scienza non doveva essere adoperata per fabbricare armi.
Nonostante il tema, il film è una gioia per gli occhi: la vicenda ci conduce dentro gli ingranaggi della storia sovietica, tra le sue idiosincrasie e dentro una macchina del controllo che penetra in ogni piega dell’esistenza privata dei suoi cittadini e non conosce confini, alimentata da uno spionaggio senza tregua, persecuzioni e accuse infondate. In queste quasi quattro ore di film c’è tutto, e tutto il suo contrario, c’è il genio, la ricerca, c’è il desiderio, l’etica, l’idealismo, c’è la forza bruta, e brutale, c’è il fuoco, ci sono palazzi in fiamme e uomini semidivini che ne percorrono il profilo, ma c’è anche il marcio, l’aria asfittica, il sudicio, la melma, il fango, i topi, la paranoia, la sofferenza, il destino di Dau stesso, incarnazione di un sapere libero che il sistema prima corrompe e poi tritura. Khrzhanovsky affolla le inquadrature di luoghi e momenti diversi, fuori tempo, fuori fuoco, tra mezzi, comparse, animali, scene sospese nel vuoto, come sospesi sembrano anche i personaggi, tutto questo affollarsi mentre brucia materiale in montaggi folgoranti, veloci, sgraziati, che racchiudono interi altri film e aprono sentieri narrativi avanti e indietro nel tempo.
Un’esperienza estenuante e insieme ipnotica

DAU non è un film come gli altri e non chiede di essere guardato come gli altri. Non ha una trama da seguire, ha più un’atmosfera da attraversare, un ambiente in cui restare chiusi per quasi quattro ore finché non se ne conoscono le regole, la temperatura, la paura. È un’esperienza estenuante e insieme ipnotica, un’opera eccessiva, sbilenca, indigesta, perché è proprio nel suo eccesso che si dipana la verità che racconta. Un sistema che non lascia respiro non può essere restituito con un cinema che respira. Per questo Dau è succube delle sue immagini, e noi come lui, veniamo inghiottiti in un vortice di scene, suggestioni e verità da cui non se ne può uscire illesi.







