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Suspiria: la recensione del capolavoro di Dario Argento

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«Escher Strasse». Comincia con questo indirizzo, riportato a un tassista, il viaggio nell’ignoto di Susy Benner, la protagonista di Suspiria di Dario Argento. Un’opera che, proprio come quelle dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher, ci appare come una sorta di architettura impossibile: imponente, sfarzosa, intricata e soprattutto impossibile da afferrare pienamente con i soli strumenti della logica e della razionalità. Una favola horror di sublime raffinatezza estetica, che segna il definivo passaggio della poetica argentiana dal giallo a una dimensione fantastica, in cui il realismo viene sacrificato in nome di una narrazione più rarefatta, quasi visionaria. Il fulgido avvio della trilogia delle tre madri, che fra scintillanti alti (Suspiria nel 1977 e Inferno nel 1980) e rovinosi bassi (La terza madre, 2007) rappresenta un punto di riferimento difficilmente superabile per il cinema della stregoneria e dell’occulto.

Suspiria De Profundis
Suspiria

Traendo spunto da Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey e da una reale esperienza di Yvonne Loeb (nonna della sua compagna di allora e co-sceneggiatrice Daria Nicolodi), che scappò da un istituto artistico francese quando scoprì che si trattava di una copertura per una scuola di magia nera, Dario Argento ci introduce in prima persona (sua è la voce narrante sui titoli di testa) all’agghiacciante esperienza di Susy Benner (Jessica Harper) nell’Accademia di danza classica di Friburgo. Giunta a destinazione in una spaventosa notte di pioggia, Susy incrocia una sua compagna in fuga dall’edificio, subendo inoltre un rifiuto alla sua richiesta di entrare. Facendo ritorno all’Accademia il giorno dopo, Susy scopre che la ragazza che ha brevemente incrociato è morta in circostanze misteriose, e in un clima di sospetto e tensione fa la conoscenza della vicedirettrice della scuola Madame Blanche (Joan Bennett) e dell’insegnante Miss Tanner (Alida Valli).

A margine delle lezioni accademiche, supervisionate con rigore e cinismo dalla Tanner, all’interno dell’istituto e nelle sue immediate vicinanze cominciano ad accadere fenomeni inspiegabili e violenti, come sinistri rumori notturni, un’infestazione di larve e addirittura il terrificante assassinio del pianista cieco della scuola (interpretato dal recentemente scomparso Flavio Bucci) da parte del suo stesso cane. Con l’aiuto della sua compagna Sarah (Stefania Casini), Susy comincia a indagare sulla natura di questi eventi. I suoi sospetti cadono sulla Blanche e sulla Tanner, ma anche sulla fantomatica direttrice della scuola, ufficialmente all’estero. Addentrandosi nella storia dell’Accademia, Susy scopre inoltre che essa è stata fondata dall’enigmatica Helena Markos, ritenuta una strega praticante della magia nera. La verità sulla scuola di danza di Friburgo supera però tutte le più spaventose fantasie di Susy.

La passione per il dettaglio

Suspiria

Se dovessimo sintetizzare con un solo fattore la differenza fra il cinema italiano di un tempo e quello odierno, non avremmo dubbi: l’attenzione al dettaglio. Suspiria è probabilmente l’esempio più lampante in questo senso. Un lavoro della stessa caratura di quello di Argento è semplicemente inimmaginabile per i ritmi frenetici delle nostre produzioni contemporanee, comprese quelle firmate dalle nostre star della regia Paolo Sorrentino, Luca GuadagninoAlice Rohrwacher e Matteo Garrone. Tutte le componenti principali di un film si amalgamano alla perfezione, esaltando la resa complessiva del racconto: la scenografia di Giuseppe Bassan, la fotografia di Luciano Tovoli, le musiche dei Goblin e ovviamente la maestria dietro alla macchina da presa dello stesso Argento, che porta il suo cinema a un livello mai più raggiunto successivamente.

Prima di procedere oltre, è doveroso spendere qualche parola sulla genesi di Suspiria. Oltre alle già citate opere letterarie e pittoriche, gli espliciti punti di riferimento di Argento erano il cinema espressionista tedesco, con le sue architetture vertiginose e i suoi potentissimi contrasti cromatici, e un celeberrimo lavoro d’animazione come Biancaneve e i sette nani, la cui ripetuta visione fu imposta allo stesso Tovoli per ispirarlo all’utilizzo di colori forti.

Originariamente, l’impianto favolistico di Suspiria avrebbe dovuto essere accentuato da un cast di bambine, che fu però negato dalla produzione. Facendo di necessità virtù, il regista italiano optò quindi per attrici dall’aspetto infantile (la Harper, 28enne all’epoca dell’uscita di Suspiria, dimostrava almeno 7-8 anni in meno) e soprattutto per una scenografia che restituisse allo spettatore un’esperienza il più possibile fanciullesca. Da qui la scelta di utilizzare porte più grandi del normale e maniglie poste più in alto del solito, ricreando la difficoltà nell’aprire le porte per i bambini, e il ricorso a dialoghi in larga parte puerili e sciocchi, anch’essi ad altezza di bambino.

Suspiria: la favola horror di Dario Argento

Dario Argento sa che i timori più forti sono collegati all’infanzia, il periodo della vita in cui l’immaginazione è più fervida, nonché l’età in cui ogni emozione è amplificata. Un piccolo rumore nella notte fa temere a un bambino una terribile minaccia, un pacifico animaletto notturno diventa il più temibile dei mostri. Persino racconti dell’infanzia cui solitamente diamo un’accezione positiva segnano indelebilmente il nostro immaginario. Chi non prova ancora un brivido ripensando agli aspetti più foschi di Pinocchio o alle streghe di Biancaneve e di Hänsel e Gretel?

Le streghe e la favola finiscono così per andare a braccetto in un’opera che ha nel concetto stesso di paura l’oggetto della propria riflessione. Fin dalla sequenza d’apertura all’aeroporto, densa di contenuti nella sua semplicità, Argento ci invita ad affrontare un terrore senza volto o corpo, che alberga nelle nostre più ancestrali emozioni: nelle porte automatiche che si aprono al passaggio di Susy, accogliendola in un luogo metafisico, fuori dal tempo e dallo spazio; nel temporale che affronta Susy, le cui luci illuminano sinistramente il suo volto impaurito; nel lugubre boschetto che attraversa la protagonista in taxi prima di arrivare all’agognata Accademia.

Suspiria, proprio come l’opera di Escher, è un perpetuo inno al disorientamento, alla prospettiva impossibile. Tutti gli eventi più inquietanti del racconto (il duplice assassinio iniziale, il già citato omicidio del pianista in una spettrale Königsplatz, il dialogo in piscina fra Susy e Pat) avvengono infatti da un punto di vista illogico e irrazionale. Una soggettiva dell’assassino, che farà la fortuna di Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter e di buona parte del filone slasher, senza che questo assassino si palesi mai, se non, implicitamente, nel momento dell’ingresso di Susy nel nascondiglio delle streghe. Il male ti osserva, ma a te non è concesso osservarlo.

Suspiria: fra gotico e Art Nouveau

Questo vero e proprio trattato sul terrore firmato da Dario Argento non risulterebbe così efficace senza il certosino lavoro sull’immagine e sul suono che lo contraddistingue. I Goblin superano loro stessi con una colonna sonora meno frastornante di quella di Profondo rosso, che fonde sonorità synth e tribali, spaziando dall’elettronica al bouzouki e generando, anche grazie al ricorso a particolari suoni ambientali (vento, sibili, voci incomprensibili) un’atmosfera puramente esoterica, ideale contrappunto musicale del percorso iniziatico di Susy.

L’accoppiata Tovoli-Bassan riesce a infondere una sensazione di perenne inquietudine sensoriale, esasperando i colori primari (e in particolare il rosso) grazie a una particolare commistione fra lenti anamorfiche, drappi colorati e lampade ad arco, esaltata dal glorioso formato Technicolor (di cui Suspiria fu uno degli ultimi esempi). Gli interni dell’Accademia sono una stupefacente combinazione di stile gotico (sembra di trovarsi in uno dei tanti castelli che hanno scritto la storia dell’horror) e di Art Nouveau, che inonda letteralmente gli interni, con espliciti richiami alle figure femminili di Alfons Mucha e alla acconciature tipiche delle opere di Aubrey Beardsley.

Evidente poi l’influenza dell’onnipresente Escher, in particolare nella decorazione del muro dell’ufficio di Madame Blanche. Un’altra architettura impossibile, che fa da cornice ai fondamentali tre iris giallo, rosso e blu (non a caso, di nuovo i tre colori primari), ultima tappa da superare per Susy nel suo cammino verso l’agognato faccia a faccia con la personificazione del male.

Il beffardo finale di Suspiria

Suspiria

«I tre iris, gira quello blu!». Susy gira l’iris blu, aprendo uno squarcio fra reale e soprannaturale, fra sogno e incubo. Ciò che ne segue sta al cinema dell’occulto come Twin Peaks sta alla narrazione seriale. Il covo delle streghe come la Loggia Nera di David Lynch, un non-luogo in cui la ragione e la logica sono sospese. È in questa manciata di minuti conclusivi che Dario Argento tocca il proprio apice, raccontando esclusivamente per immagini e suggestioni. Una tenda blu, che sembra quasi un sipario che divide il vero dalla finzione, uno stretto e lungo corridoio (ma è davvero così lungo? Uscendo Susy lo percorre in pochi secondi), un dialogo cospirativo fra quelle che si rivelano finalmente essere streghe, osservato dalla fessura di una porta, con la paura che incontra il voyeurismo.

E ancora, il surreale confronto fra Susy e la Mater Suspiriorum Helena Markos (interpretata, secondo la leggenda, da una ex prostituta novantenne) e la conseguente uccisione della prima Madre, che, come anticipato dal professor Milius nell’unica lunga sequenza ambientata alla luce del giorno e lontano dall’Accademia, porta alla morte delle altre streghe, ridotte ormai a corpo decapitato di un serpente. Una moltitudine di intuizioni visive e registiche condensate in una lunga e annichilente scena madre, che pur con i suoi effetti speciali artigianali è ancora un esempio di tensione e suspense, ineguagliabile per qualsiasi remake o presunto tale.

Dario Argento mette quindi il punto esclamativo a Suspiria. Mentre Susy lascia l’Accademia in fiamme, libera da quel marcio e sadico potere che si è definitivamente messa alle spalle, si lascia andare a un ambiguo sorriso (gioia? Sollievo? Beffardo segnale di una nuova consapevolezza di sé?) che precede un’inusuale dichiarazione (“Avete visto Suspiria“), brusca e suggestiva discontinuità fra finzione e realtà.

L’impossibilità di afferrare l’ignoto

Suspiria
Lasciano in fondo il tempo che trovano le critiche ai passaggi più forzati della sceneggiatura di un’opera che rifiuta costantemente la razionalità, come del resto non è così incisiva la chiave di lettura secondo cui l’Accademia è allegoria del nazismo (l’autoritarismo delle dirigenti della scuola, che spezzano ogni voce dissidente, e la rappresentazione di un brutale assassinio al centro di Königsplatz, uno dei luoghi simbolo del Terzo Reich), messa in ombra da una narrazione che si muove costantemente in territori più sfumati, al limite dell’onirico.

Il fascino di quest’opera di Dario Argento sta nel suo essere limpida e sfarzosa e allo stesso tempo cupa e impenetrabile, nella sua capacità di accumulare sequenze dal forte impatto visivo ed emotivo, per poi ritrarsi e lasciare alla nostra immaginazione il compito di definire l’essenza di quanto abbiamo appena ammirato. Come le più grandi opere d’arte, Suspiria è una porta che si apre lentamente, facendoci intravedere le nostre ossessioni e le nostre più intime paure, per poi richiudersi improvvisamente, abbandonandoci all’impossibilità di afferrare l’ignoto.

La magia è quella cosa che ovunque, sempre e da tutti è creduta.

Overall
10/10

Verdetto

Dario Argento firma il capolavoro della sua filmografia, dando vita a una favola dell’orrore che si muove costantemente sul confine fra realtà e fantasia, trascinando lo spettatore in un vortice di suggestioni e atmosfere occulte.

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Old: recensione del film di M. Night Shyamalan con Gael García Bernal

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Old

Il cinema di M. Night Shyamalan è da sempre diretto discendente di quello di due maestri della settima arte: Steven Spielberg e Alfred Hitchcock. Da una parte il gusto per l’avventura e per le persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie del cineasta americano, dall’altro il piacere della suspense e la voglia di indagare sui lati più torbidi dell’animo umano, temi cari al regista britannico. Non stupisce quindi che, dopo aver concluso con SplitGlass la trilogia iniziata da Unbreakable – Il predestinato, Shyamalan metta di nuovo in scena il suo amore per i suoi punti di riferimento nella sua ultima fatica Old, al cinema dal 21 luglio grazie a Universal Pictures. Un’opera carica di tensione e mistero, liberamente adattata dalla graphic novel Castello di sabbia, edita in Italia da Coconino Press.

Old: il dialogo con il tempo e con la natura di M. Night Shyamalan
Old

Ci troviamo in una spiaggia da sogno, parte di un resort esclusivo e lussuoso in cui si recano in vacanza tre diversi nuclei familiari. Queste persone si ritrovano a condividere questo piccolo angolo di Paradiso, che in breve tempo assume però contorni sinistri e spaventosi, quando un cadavere di una giovane donna affiora dal mare. È solo il primo di una serie di eventi paradossali e inspiegabili. Gli 11 personaggi capiscono ben presto che sulla spiaggia in cui si trovano il tempo scorre molto più velocemente, accelerando di conseguenza tutti i processi fisiologici, come la crescita e l’invecchiamento. Mentre i protagonisti cercano una via di fuga da questa prigione invisibile, la tensione fra loro aumenta sempre di più.

Uno spunto che fa pensare soprattutto al cinema di Christopher Nolan, letteralmente ossessionato dal tempo e dalla sua distorsione, e alla celeberrima serie televisiva Lost (con cui Old condivide non a caso la presenza nel cast di Ken Leung), che ambientava proprio su un’isola il suo irresistibile puzzle di enigmi e misteri. Shyamalan inserisce queste tematiche all’interno della classica dinamica da thriller a eliminazione alla Dieci piccoli indiani, riversando al tempo stesso su Old le colonne portanti del suo cinema.

Come nel sottovalutato E venne il giorno, siamo infatti di fronte a una minaccia invisibile e perciò ancora più difficile da affrontare, rinvigorita da un messaggio ambientalista che emerge con forza nell’atto finale. Non mancano poi i ritratti di personaggi mentalmente instabili (la cui presenza in questo caso è motivata da uno specifico risvolto nel finale), come l’ormai proverbiale Shyamalan twist, colpo di scena ficcante ed efficace con cui il regista espande l’universo della graphic novel, facendolo suo.

Fra Hitchcock e Spielberg

Come accennavamo in apertura, anche in Old Shyamalan torna alle sue radici cinematografiche e cinefile, cioè Spielberg e Hitchcock. La remota isola in cui è ambientato l’ultimo lavoro del regista indiano, in cui le persone giocano a fare Dio e si ritrovano a loro volta impotenti di fronte a una forza più potente di loro, potrebbe tranquillamente essere una gemella della leggendaria Isla Nublar di Jurassic Park. Echi spielberghiani si riscontrano anche nei personaggi, in particolare nel nucleo familiare di Gael García Bernal e Vicky Krieps, con i genitori che vogliono regalare ai figli un’ultima serena vacanza insieme prima dell’inevitabile divorzio. Divorzio che, da E.T. l’extra-terrestre in avanti, è stato spesso rappresentato dal cineasta americano, per via della sua esperienza personale con la fine dei matrimoni e con le famiglie disfunzionali.

Contemporaneamente, Old è anche un’opera puramente hitchcockiana, non solo per la crescente suspense, alimentata da Shyamalan con vorticose inquadrature intorno ai propri protagonisti, ma anche per l’utilizzo di una location da sogno, alimentata da una splendida luce naturale, come teatro di un vero e proprio incubo a occhi aperti, sulla scia di quanto fatto dal regista britannico in Intrigo internazionale. Da ammiratore di Hitchcock, Shyamalan ama inoltre comparire nelle sue opere con cameo che, come in questo caso, hanno un significato preciso e altamente simbolico. Stavolta, il regista indiano si ritaglia il ruolo dell’addetto del resort che accompagna le famiglie alla spiaggia, aprendo a loro i cancelli dell’orrore, nonché della persona che vediamo più volte osservare dall’alto le disgrazie dei protagonisti, in una metafora del mestiere del regista e del cinema stesso simile a quella alla base de La finestra sul cortile.

Old è un elogio della sintesi cinematografica
Old

Al di là delle contaminazioni artistiche, Old è un’opera che esprime tutta la personale poetica di Shyamalan. Il nostro gioca come sempre con generi e registri, flirtando con la fantascienza, allestendo una sorta di spaventoso thriller balneare e concedendosi anche qualche divagazione horror, soprattutto con alcune fantasiose e terrificanti morti dei personaggi.

Da sublime indagatore del contemporaneo qual è, Shyamalan lancia però al tempo stesso una provocazione artistica e intellettuale. In un’epoca contrassegnata da annacquati prodotti seriali, che dilatano eventi e contenuti nell’arco di diversi episodi o addirittura di intere stagioni, il regista ribadisce l’ineguagliabile fascino della sintesi cinematografica, concentrando in meno di due ore dello spettatore, e in una singola giornata dei protagonisti, l’intero arco di diverse esistenze. La particolare condizione che vivono i personaggi ci fa infatti viaggiare nel sogno/incubo di vivere alcune fasi della nostra esistenza in pochi minuti: dalla nascita alla vecchiaia, passando per la maturità sessuale, il progressivo sfiorire della gioventù e la malattia.

Come alcune delle opere migliori di Shyamalan, Old è spesso sconnesso, incostante, eccessivo e disarticolato. Ma da questo guazzabuglio cinematografico emergono sprazzi di grandissimo cinema, che toccano temi universali come l’evoluzione nel tempo di un amore, il rapporto con la malattia o la presa di coscienza del definitivo superamento di una fase della vita, ricordandoci che dobbiamo sempre e comunque confrontarci con una natura intorno a noi che non possiamo né comprendere, né prevedere. Una forza misteriosa e silenziosa, a cui possiamo solamente adeguarci, perché ogni tentativo di andare contro di essa è vano e dannoso. Un’entità sinistra e austera vera e propria protagonista di Old, che in fondo non è che l’angosciante esasperazione dell’adagio «Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate», firmato ovviamente da Alfred Hitchcock.

Overall
8/10

Verdetto

M. Night Shyamalan dà vita a una nuova angosciante e spaventosa riflessione sulla natura, mettendo in scena la sua personale versione della distorsione temporale tanto cara a Christopher Nolan. Un viaggio nei nostri sogni e nelle nostre paure, non esente da passaggi a vuoto ma sostenuto da una precisa idea di cinema e narrazione.

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E venne il giorno: recensione del film di M. Night Shyamalan

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E venne il giorno

«È stato un atto della natura e noi non lo capiremo mai del tutto». Questa frase, pronunciata non a caso sia nei primi minuti che nelle battute conclusive di E venne il giorno, racchiude il nucleo della controversa opera di M. Night Shyamalan, con protagonisti Mark Wahlberg e Zooey Deschanel. Un lavoro sghembo, bizzarro e a tratti paradossale, ma allo stesso tempo denso di contenuti, suggestioni e soluzioni visive; odiato dalla critica e dagli addetti ai lavori (ben quattro nomination ai Razzie Awards del 2008, incluse quelle per peggior film e peggiore regia), ma capace di ottenere un buon riscontro al botteghino, con 163 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di 48 milioni. Un’opera messa ingiustamente ai margini della storia recente del cinema americano, che ha invece il merito di riflettere sull’isteria collettiva post 11 settembre e di anticipare un messaggio ambientalista oggi sempre più urgente.

E venne il giorno: la cupa favola ambientalista di M. Night Shyamalan

E venne il giorno

Siamo nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria che ha tolto certezze economiche e sociali a una generazione intera, sette anni dopo gli attentati che hanno cambiato la storia di New York e di tutto il mondo e 11 anni prima della pandemia che sta ancora pesantemente influenzando le nostre vite. Tre eventi apparentemente indipendenti fra loro, ma che in qualche modo fanno parte dell’ossatura di E venne il giorno. La cupa favola ambientalista travestita da disaster movie di Shyamalan si apre significativamente a Central Park, il polmone verde della Grande Mela ancora ferita dalla perdita delle sue iconiche torri, che la macchina da presa del regista sembra quasi cercare nel fosco cielo che si staglia sul parco.

«Non ricordo dove sono», dice una ragazza alzando lo sguardo dal libro che sta leggendo. La prima battuta pronunciata in E venne il giorno è una duplice dichiarazione di intenti: simboleggia lo stato d’animo di una nazione ancora scossa dall’11 settembre e in perenne paranoia, ma è anche uno degli svariati dialoghi paradossali che sentiamo nel corso del racconto. «Eri al punto in cui i killer decidono cosa fare della ragazza handicappata», risponde l’amica della ragazza, svelando la prima voluta insensatezza di E venne il giorno: perché mai una persona dovrebbe sapere il punto del libro in cui si trova una sua conoscente?

Una domanda destinata a rimanere senza risposta, proprio come il grande quesito alla base dell’opera di Shyamalan, cioè l’origine di una sorta di follia collettiva, che spinge al suicidio prima gli abitanti della città di New York, poi tutto il nord-est degli Stati Uniti.

Fra Alfred Hitchcock e Steven Spielberg

E venne il giorno

Dopo un preludio che lascia presagire le classiche atmosfere da film catastrofico, con quelle inquadrature delle persone che si tolgono la vita gettandosi da un palazzo che ancora una volta non possono non richiamare le struggenti immagini dell’11 settembre, Shyamalan mette in scena il suo beffardo piano, con l’esplicito fine di sovvertire le nostre aspettative e di giocare coi canoni del genere. Proprio quando dovrebbe accelerare, il ritmo del racconto frena bruscamente, per concentrarsi su lunghi dialoghi. Le sequenze catastrofiche sono assenti e lasciano spazio a scenari bucolici, che i personaggi attraversano ignari del pericolo, che potrebbe arrivare proprio dalla flora intorno a loro.

Gli stessi protagonisti sono l’esatto contrario di ciò che ci aspetta da un progetto di questo tipo: nessun eroe senza macchia, ma una coppia in crisi formata da un professore di scienza alle prese con il vano tentativo di dare una spiegazione agli eventi e dall’anonima Alma, che sbaglia tutto ciò che si può sbagliare, compresi i riferimenti ai suoi film preferiti. Ma la scelta più beffarda e sottile di Shyamalan è quella di ribaltare contemporaneamente il cinema dei due maestri a cui viene più frequentemente accostato, cioè Alfred Hitchcock e Steven Spielberg. Il regista persegue infatti la suspense tanto cara a Hitchcock, senza però appagarci con la soluzione dell’enigma, mettendo in scena un thriller senza assassino, o nel migliore dei casi un giallo il cui colpevole è invisibile.

E venne il giorno: un’opera precorritrice dei tempi

Al tempo stesso, Shyamalan omaggia anche Spielberg e i suoi racconti di persone ordinarie alle prese con circostanze straordinarie, sottraendo però tutta la magia delle favole del cineasta statunitense. Nessuna bicicletta che prende il volo, nessun Graal da ricercare, nessuno spettacolare scontro con l’ignoto; solo un nucleo familiare sempre più fragile alle prese con la paranoia di un’intera nazione, vera antagonista di E venne il giorno, al pari delle presunte tossine rilasciate dalle piante per difendersi dagli umani.

Da fine indagatore della nostra epoca, Shyamalan dà vita a un vero e proprio trattato sociologico sulle nostre reazioni a un evento di portata globale e sul nostro rapporto con tutto ciò che sfugge alla nostra comprensione. È sorprendente notare oggi gli inquietanti punti di contatto fra il percorso dei coniugi Moore e la realtà che stiamo vivendo, che per certi versi rendono E venne il giorno un’opera precorritrice dei nostri tempi.

Ci riferiamo alla sequenza in cui una classe osserva ciò che sta accadendo sullo schermo di uno smartphone, definitivamente sdoganato solo un anno prima col lancio dell’iPhone, ma anche alle reazioni delle persone alla minaccia globale, che spaziano da un ingiustificato ottimismo («Le probabilità che possa succedere anche a Philadelphia sono pari a zero») al negazionismo («Un avvertimento? Si potrebbe accettare questa versione se fosse successo in un altro posto, in uno qualunque, tutti crederemmo alla sua teoria»), passando per il complottismo («Che razza di terroristi sono questi?») e il più cieco terrore («Non vi farò portare dentro quel gas avvelenato!»).

E venne il giorno: Shyamalan sovverte le regole della narrazione

In uno dei momenti più dolorosi di E venne il giorno, che coincide con la presa di coscienza da parte del personaggio di John Leguizamo dell’impossibilità di sfuggire a una minaccia che si propaga per via aerea, Shyamalan ci introduce addirittura la crescita esponenziale dei contagi («Quanto avresti se ti dicessi che ti pago un penny il primo giorno, e poi due penny il secondo e poi quattro il terzo e continuassi a raddoppiarli per tutto il mese?»), concetto con cui purtroppo abbiamo imparato a convivere.

Sfruttando consapevolmente il nonsense tipico dei B-movie (Mark Wahlberg che parla con una pianta, l’assurda fuga dal vento, lo scambio di confessioni fra lo stesso Wahlberg e l’inebetita Zooey Deschanel) Shyamalan sovverte ripetutamente le regole della narrazione, in un parallelo con l’irrazionalità del genere umano quando posto sotto pressione. Sono da leggere in questo senso la banalità dei dialoghi, la recitazione artefatta di tutti gli interpreti principali e le numerose forzature che il regista opera per condurci a un lieto fine di facciata, dove l’inseguitore si ricongiunge finalmente con l’inseguita. Un epilogo familiare conciliatorio, immediatamente negato dall’ultima sequenza di E venne il giorno.

Non mancano alcune finezze registiche, come l’eloquente inquadratura di una centrale nucleare circondata da alberi: un’immagine che ci porta a identificare in quelle sinistre costruzioni il colpevole del disastro, che invece è proprio rappresentato da quelle apparentemente pacifiche piante. A sottolineare l’intento metacinematografico del regista sono numerosi dettagli, come il fatto che il suo classico cameo di hitchcockiana memoria sia la voce del potenziale amante di Alma, cioè colui che mina la stabilità familiare, o la scelta di utilizzare per il suo proverbiale twist un non-twist, cioè l’improvvisa scomparsa della minaccia, e addirittura lo stesso titolo originale The Happening: l’avvenimento, una parola generica per cercare di descrivere l’indescrivibile.

Un solenne monito all’umanità

E venne il giorno

Più che la cronaca di una catastrofe, E venne il giorno è un percorso di accettazione dell’insensatezza della vita. Una riflessione che passa per il confronto con il divino, simboleggiato da una natura minacciosa e austera, ma che si concentra anche sulla fragilità della coppia: conosciamo i coniugi Moore divisi da troppi silenzi e da opinioni opposte sui figli, li vediamo unirsi contro le minacce esterne, approfondire il loro legame grazie all’ospitalità di un’anziana signora, sopportare l’isolamento nell’atto conclusivo e infine riunirsi in un epilogo intenzionalmente plastico e ovattato, con una gravidanza che si affianca alla custodia della piccola Jess.

«Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita», si legge sulla lavagna di Wahlberg al termine di una delle scene cardine di E venne il giorno. Una frase attribuita a Einstein che enfatizza il doppio filo che lega l’uomo alla flora e alla fauna circostanti, ma che mette in rilievo anche la quantità di informazioni e conoscenze che ci sono precluse.

E venne il giorno si trasforma così in un solenne monito all’umanità: la natura cercherà sempre di proteggersi dai comportamenti aggressivi del genere umano, ma noi, come sottolineano un eminente scienziato e un alunno scapestrato di Wahlberg, non riusciremo mai a comprendere pienamente ciò che ci succede. Riusciremo a imparare questa lezione? A quanto pare, la strada da fare in questo senso è ancora tanta. E il nemico, invisibile e silenzioso, è ancora là fuori.

Overall
8.5/10

Verdetto

E venne il giorno è una delle opere più profonde e incomprese della carriera di M. Night Shyamalan, capace di raccontare la paranoia post 11 settembre e di anticipare il trauma collettivo della pandemia. Il tutto con un impianto narrativo che irride il disaster movie e gioca continuamente con le aspettative dello spettatore.

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Netflix

A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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