Suspiria

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Suspiria: la recensione del capolavoro di Dario Argento

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«Escher Strasse». Comincia con questo indirizzo, riportato a un tassista, il viaggio nell’ignoto di Susy Benner, la protagonista di Suspiria di Dario Argento. Un’opera che, proprio come quelle dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher, ci appare come una sorta di architettura impossibile: imponente, sfarzosa, intricata e soprattutto impossibile da afferrare pienamente con i soli strumenti della logica e della razionalità. Una favola horror di sublime raffinatezza estetica, che segna il definivo passaggio della poetica argentiana dal giallo a una dimensione fantastica, in cui il realismo viene sacrificato in nome di una narrazione più rarefatta, quasi visionaria. Il fulgido avvio della trilogia delle tre madri, che fra scintillanti alti (Suspiria nel 1977 e Inferno nel 1980) e rovinosi bassi (La terza madre, 2007) rappresenta un punto di riferimento difficilmente superabile per il cinema della stregoneria e dell’occulto.

Suspiria De Profundis

Traendo spunto da Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey e da una reale esperienza di Yvonne Loeb (nonna della sua compagna di allora e co-sceneggiatrice Daria Nicolodi), che scappò da un istituto artistico francese quando scoprì che si trattava di una copertura per una scuola di magia nera, Dario Argento ci introduce in prima persona (sua è la voce narrante sui titoli di testa) all’agghiacciante esperienza di Susy Benner (Jessica Harper) nell’Accademia di danza classica di Friburgo. Giunta a destinazione in una spaventosa notte di pioggia, Susy incrocia una sua compagna in fuga dall’edificio, subendo inoltre un rifiuto alla sua richiesta di entrare. Facendo ritorno all’Accademia il giorno dopo, Susy scopre che la ragazza che ha brevemente incrociato è morta in circostanze misteriose, e in un clima di sospetto e tensione fa la conoscenza della vicedirettrice della scuola Madame Blanche (Joan Bennett) e dell’insegnante Miss Tanner (Alida Valli).

A margine delle lezioni accademiche, supervisionate con rigore e cinismo dalla Tanner, all’interno dell’istituto e nelle sue immediate vicinanze cominciano ad accadere fenomeni inspiegabili e violenti, come sinistri rumori notturni, un’infestazione di larve e addirittura il terrificante assassinio del pianista cieco della scuola (interpretato dal recentemente scomparso Flavio Bucci) da parte del suo stesso cane. Con l’aiuto della sua compagna Sarah (Stefania Casini), Susy comincia a indagare sulla natura di questi eventi. I suoi sospetti cadono sulla Blanche e sulla Tanner, ma anche sulla fantomatica direttrice della scuola, ufficialmente all’estero. Addentrandosi nella storia dell’Accademia, Susy scopre inoltre che essa è stata fondata dall’enigmatica Helena Markos, ritenuta una strega praticante della magia nera. La verità sulla scuola di danza di Friburgo supera però tutte le più spaventose fantasie di Susy.

La passione per il dettaglio

Se dovessimo sintetizzare con un solo fattore la differenza fra il cinema italiano di un tempo e quello odierno, non avremmo dubbi: l’attenzione al dettaglio. Suspiria è probabilmente l’esempio più lampante in questo senso. Un lavoro della stessa caratura di quello di Argento è semplicemente inimmaginabile per i ritmi frenetici delle nostre produzioni contemporanee, comprese quelle firmate dalle nostre star della regia Paolo Sorrentino, Luca GuadagninoAlice Rohrwacher e Matteo Garrone. Tutte le componenti principali di un film si amalgamano alla perfezione, esaltando la resa complessiva del racconto: la scenografia di Giuseppe Bassan, la fotografia di Luciano Tovoli, le musiche dei Goblin e ovviamente la maestria dietro alla macchina da presa dello stesso Argento, che porta il suo cinema a un livello mai più raggiunto successivamente.

Prima di procedere oltre, è doveroso spendere qualche parola sulla genesi di Suspiria. Oltre alle già citate opere letterarie e pittoriche, gli espliciti punti di riferimento di Argento erano il cinema espressionista tedesco, con le sue architetture vertiginose e i suoi potentissimi contrasti cromatici, e un celeberrimo lavoro d’animazione come Biancaneve e i sette nani, la cui ripetuta visione fu imposta allo stesso Tovoli per ispirarlo all’utilizzo di colori forti.

Originariamente, l’impianto favolistico di Suspiria avrebbe dovuto essere accentuato da un cast di bambine, che fu però negato dalla produzione. Facendo di necessità virtù, il regista italiano optò quindi per attrici dall’aspetto infantile (la Harper, 28enne all’epoca dell’uscita di Suspiria, dimostrava almeno 7-8 anni in meno) e soprattutto per una scenografia che restituisse allo spettatore un’esperienza il più possibile fanciullesca. Da qui la scelta di utilizzare porte più grandi del normale e maniglie poste più in alto del solito, ricreando la difficoltà nell’aprire le porte per i bambini, e il ricorso a dialoghi in larga parte puerili e sciocchi, anch’essi ad altezza di bambino.

Suspiria: la favola horror di Dario Argento

Dario Argento sa che i timori più forti sono collegati all’infanzia, il periodo della vita in cui l’immaginazione è più fervida, nonché l’età in cui ogni emozione è amplificata. Un piccolo rumore nella notte fa temere a un bambino una terribile minaccia, un pacifico animaletto notturno diventa il più temibile dei mostri. Persino racconti dell’infanzia cui solitamente diamo un’accezione positiva segnano indelebilmente il nostro immaginario. Chi non prova ancora un brivido ripensando agli aspetti più foschi di Pinocchio o alle streghe di Biancaneve e di Hänsel e Gretel?

Le streghe e la favola finiscono così per andare a braccetto in un’opera che ha nel concetto stesso di paura l’oggetto della propria riflessione. Fin dalla sequenza d’apertura all’aeroporto, densa di contenuti nella sua semplicità, Argento ci invita ad affrontare un terrore senza volto o corpo, che alberga nelle nostre più ancestrali emozioni: nelle porte automatiche che si aprono al passaggio di Susy, accogliendola in un luogo metafisico, fuori dal tempo e dallo spazio; nel temporale che affronta Susy, le cui luci illuminano sinistramente il suo volto impaurito; nel lugubre boschetto che attraversa la protagonista in taxi prima di arrivare all’agognata Accademia.

Suspiria, proprio come l’opera di Escher, è un perpetuo inno al disorientamento, alla prospettiva impossibile. Tutti gli eventi più inquietanti del racconto (il duplice assassinio iniziale, il già citato omicidio del pianista in una spettrale Königsplatz, il dialogo in piscina fra Susy e Pat) avvengono infatti da un punto di vista illogico e irrazionale. Una soggettiva dell’assassino, che farà la fortuna di Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter e di buona parte del filone slasher, senza che questo assassino si palesi mai, se non, implicitamente, nel momento dell’ingresso di Susy nel nascondiglio delle streghe. Il male ti osserva, ma a te non è concesso osservarlo.

Suspiria: fra gotico e Art Nouveau

Questo vero e proprio trattato sul terrore firmato da Dario Argento non risulterebbe così efficace senza il certosino lavoro sull’immagine e sul suono che lo contraddistingue. I Goblin superano loro stessi con una colonna sonora meno frastornante di quella di Profondo rosso, che fonde sonorità synth e tribali, spaziando dall’elettronica al bouzouki e generando, anche grazie al ricorso a particolari suoni ambientali (vento, sibili, voci incomprensibili) un’atmosfera puramente esoterica, ideale contrappunto musicale del percorso iniziatico di Susy.

L’accoppiata Tovoli-Bassan riesce a infondere una sensazione di perenne inquietudine sensoriale, esasperando i colori primari (e in particolare il rosso) grazie a una particolare commistione fra lenti anamorfiche, drappi colorati e lampade ad arco, esaltata dal glorioso formato Technicolor (di cui Suspiria fu uno degli ultimi esempi). Gli interni dell’Accademia sono una stupefacente combinazione di stile gotico (sembra di trovarsi in uno dei tanti castelli che hanno scritto la storia dell’horror) e di Art Nouveau, che inonda letteralmente gli interni, con espliciti richiami alle figure femminili di Alfons Mucha e alla acconciature tipiche delle opere di Aubrey Beardsley.

Evidente poi l’influenza dell’onnipresente Escher, in particolare nella decorazione del muro dell’ufficio di Madame Blanche. Un’altra architettura impossibile, che fa da cornice ai fondamentali tre iris giallo, rosso e blu (non a caso, di nuovo i tre colori primari), ultima tappa da superare per Susy nel suo cammino verso l’agognato faccia a faccia con la personificazione del male.

Il beffardo finale di Suspiria

«I tre iris, gira quello blu!». Susy gira l’iris blu, aprendo uno squarcio fra reale e soprannaturale, fra sogno e incubo. Ciò che ne segue sta al cinema dell’occulto come Twin Peaks sta alla narrazione seriale. Il covo delle streghe come la Loggia Nera di David Lynch, un non-luogo in cui la ragione e la logica sono sospese. È in questa manciata di minuti conclusivi che Dario Argento tocca il proprio apice, raccontando esclusivamente per immagini e suggestioni. Una tenda blu, che sembra quasi un sipario che divide il vero dalla finzione, uno stretto e lungo corridoio (ma è davvero così lungo? Uscendo Susy lo percorre in pochi secondi), un dialogo cospirativo fra quelle che si rivelano finalmente essere streghe, osservato dalla fessura di una porta, con la paura che incontra il voyeurismo.

E ancora, il surreale confronto fra Susy e la Mater Suspiriorum Helena Markos (interpretata, secondo la leggenda, da una ex prostituta novantenne) e la conseguente uccisione della prima Madre, che, come anticipato dal professor Milius nell’unica lunga sequenza ambientata alla luce del giorno e lontano dall’Accademia, porta alla morte delle altre streghe, ridotte ormai a corpo decapitato di un serpente. Una moltitudine di intuizioni visive e registiche condensate in una lunga e annichilente scena madre, che pur con i suoi effetti speciali artigianali è ancora un esempio di tensione e suspense, ineguagliabile per qualsiasi remake o presunto tale.

Dario Argento mette quindi il punto esclamativo a Suspiria. Mentre Susy lascia l’Accademia in fiamme, libera da quel marcio e sadico potere che si è definitivamente messa alle spalle, si lascia andare a un ambiguo sorriso (gioia? Sollievo? Beffardo segnale di una nuova consapevolezza di sé?) che precede un’inusuale dichiarazione (“Avete visto Suspiria“), brusca e suggestiva discontinuità fra finzione e realtà.

L’impossibilità di afferrare l’ignoto


Lasciano in fondo il tempo che trovano le critiche ai passaggi più forzati della sceneggiatura di un’opera che rifiuta costantemente la razionalità, come del resto non è così incisiva la chiave di lettura secondo cui l’Accademia è allegoria del nazismo (l’autoritarismo delle dirigenti della scuola, che spezzano ogni voce dissidente, e la rappresentazione di un brutale assassinio al centro di Königsplatz, uno dei luoghi simbolo del Terzo Reich), messa in ombra da una narrazione che si muove costantemente in territori più sfumati, al limite dell’onirico.

Il fascino di quest’opera di Dario Argento sta nel suo essere limpida e sfarzosa e allo stesso tempo cupa e impenetrabile, nella sua capacità di accumulare sequenze dal forte impatto visivo ed emotivo, per poi ritrarsi e lasciare alla nostra immaginazione il compito di definire l’essenza di quanto abbiamo appena ammirato. Come le più grandi opere d’arte, Suspiria è una porta che si apre lentamente, facendoci intravedere le nostre ossessioni e le nostre più intime paure, per poi richiudersi improvvisamente, abbandonandoci all’impossibilità di afferrare l’ignoto.

La magia è quella cosa che ovunque, sempre e da tutti è creduta.

Overall
10/10

Verdetto

Dario Argento firma il capolavoro della sua filmografia, dando vita a una favola dell’orrore che si muove costantemente sul confine fra realtà e fantasia, trascinando lo spettatore in un vortice di suggestioni e atmosfere occulte.

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La sala professori: recensione del film di İlker Çatak

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Una scuola come allegoria di una società frammentata, un furto come miccia da cui deflagrano tensioni, pregiudizi e malcelato razzismo, una giovane professoressa come emblema di un progressismo impotente, che pur con le migliori intenzioni finisce per soffiare involontariamente sul fuoco della rabbia e della frustrazione. Sono questi i pilastri su cui si basa La sala professori, opera di İlker Çatak che ha ottenuto una sorprendente nomination all’Oscar 2024 per il miglior film internazionale, prevalendo su Foglie al vento di Aki Kaurismäki e diversi altri successi di critica e pubblico dell’ultima annata.

Un’opera di grande impatto emotivo, che ragiona su una verità impossibile da determinare con certezza e sui conseguenti divergenti punti di vista, in maniera analoga a quanto visto recentemente in Anatomia di una caduta. A differenza di Justine Triet, İlker Çatak si sofferma sul lato politico e sociale della vicenda, dando vita a una sconfortante rappresentazione di una scuola pubblica non al passo coi tempi, arroccata su anacronistici e coercitivi metodi di valutazione e gestione, sempre più vicina alla dimensione di sfogatoio per i malesseri e le preoccupazioni degli studenti e delle loro famiglie.

La sala professori: la scuola come allegoria di una società disgregata

Un istituto scolastico tedesco è in subbuglio per via di una serie di piccoli furti, che portano dirigenti e personale a cercare il colpevole fra gli studenti, creando un clima di serpeggiante sospetto. Nel tentativo di fare luce sulla vicenda, la giovane e idealista insegnante Carla Nowak (Leonie Benesch) lascia in bella vista il suo portafoglio, lasciando contemporaneamente accesa la webcam del suo computer portatile con l’intento di cogliere in flagrante il ladro. Il tentativo di Carla va a buon fine, ma la sua azione porta solamente a una verità parziale; il suo ambiguo metodo di indagine inoltre non fa che inasprire ulteriormente gli animi, precipitando nel caso la scuola e in particolare la sua classe.

In sede promozionale, İlker Çatak ha più volte dichiarato di essersi ispirato a Diamanti grezzi dei fratelli Josh e Benny Safdie. Ne La sala professori ritroviamo effettivamente lo stesso nervosismo registico del film con protagonista Adam Sandler, nonché un movimento continuo della macchina da presa fra i corridori della scuola, che genera una crescente tensione e una sempre più forte sensazione di disagio. Fra i tanti notevoli prodotti del florido filone del cinema scolastico che potrebbero aver influenzato il regista tedesco, vale inoltre la pena citare Class Enemy, film del 2013 dello sloveno Rok Biček che condivide con La sala professori l’ambientazione in una classe di un vero e proprio scontro sociale e generazionale, pur con toni ancora più cupi e drammatici.

I piani di lettura de La sala professori

Il lavoro di İlker Çatak presenta (almeno) due piani di lettura: da una parte c’è la mera ricerca del colpevole dei furti e il conseguente conflittuale rapporto della protagonista con la famiglia sospettata, non del tutto a fuoco in termini di atmosfere e scrittura e concluso con un epilogo più inconcludente che spiazzante; dall’altra c’è la critica a una società in bilico fra autoritarismo e progressismo, di cui le varie fazioni scolastiche diventano lucida rappresentazione. Questo secondo livello de La sala professori è ben più convincente del primo, soprattutto se letto dal punto di vista della protagonista.

Nella freddezza e nella superficialità dell’istituto, Carla emerge per la sua umanità e per la coerenza con cui cerca di fare sempre prevalere il dialogo sulla coercizione. La vediamo iniziare ogni lezione con una sorta di piccolo rituale all’insegna della pacifica convivenza, riprendere i suoi alunni con fermezza ma senza umiliarli, chiudere entrambi gli occhi su comportamenti offensivi e pericolosi e cercare di risolvere il caso della scuola con discrezione, in modo da non compromettere la coesione e il rispetto reciproco.

I suoi lodevoli propositi non fanno però altro che peggiorare ulteriormente la situazione: il corpo docente la critica per la sua registrazione abusiva, i genitori approfittano della confusione per togliersi qualche sassolino della scarpa e gli studenti si ribellano alla sua autorità, arrivando addirittura a distorcere il contenuto di un’innocua intervista da lei concessa al giornalino della scuola per metterla in cattiva luce.

L’amara rappresentazione dell’impotenza delle buone intenzioni

Con una formidabile prova di sottrazione e compressione emotiva, l’ottima Leonie Benesch tratteggia un personaggio sempre sul punto di esplodere, ma disperatamente aggrappato alla civiltà e al suo idealismo, anche a costo di sopportare insulti e violenza. Una purezza che la porta comunque a commettere errori e a finire in mezzo al fuoco incrociato di insegnanti, studenti e familiari, arroccati rispettivamente nel loro consiglio di classe, nel giornalino scolastico (che emblematicamente cede allo stesso sensazionalismo della stampa mainstream) e nei mortiferi gruppi WhatsApp, tutti accomunati dal desiderio di tirare l’acqua al proprio mulino e dall’incapacità di cogliere la causa principale di tutti i mali, ovvero la sempre più profonda disgregazione sociale.

Nonostante le forzature al centro di alcuni passaggi narrativi, la contraddittoria caratterizzazione di alcuni personaggi e il precipitoso finale, La sala professori si rivela un film perfettamente coerente con un presente fatto di disagi e contrasti. Un presente ben rappresentato dalla metafora alla base della scena in palestra, in cui il poetico tentativo di prendersi per mano aiutandosi a vicenda finisce si conclude con una sgraziata e distruttiva rissa.

La sala professori è disponibile nei cinema italiani dal 29 febbraio, distribuito da Lucky Red.

Overall
6.5/10

Valutazione

Pur con qualche leggerezza dal punto di vista della scrittura e della coerenza interna, La sala professori si rivela un’opera lucida e amara, capace di tratteggiare la sempre più profonda disgregazione sociale all’interno della culla della collettività del futuro.

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Spaceman: recensione del film Netflix con Adam Sandler

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È almeno da Reign Over Me (2007) che Adam Sandler ha dimostrato le sue notevoli doti da attore drammatico, ma è grazie a Netflix che si sta costruendo una vera e propria seconda carriera, dopo molti anni dedicati alla commedia demenziale (peraltro con ottimi risultati). Dopo Diamanti grezzi e Hustle, lo ritroviamo infatti protagonista di Spaceman, nuovo film di fantascienza della piattaforma basato sul romanzo di Jaroslav Kalfar Il cosmonauta. Un’opera dalla produzione controversa (le riprese principali sono terminate nel 2021 e la distribuzione ha subito numerosi ritardi, anche a causa del freddo riscontro alle proiezioni di prova) diretta da Johan Renck (già dietro alla macchina da presa per gli ultimi due videoclip di David Bowie e per l’acclamata miniserie Chernobyl), che si inserisce nel filone della fantascienza filosofica con risultati non del tutto convincenti.

Al centro della vicenda c’è l’astronauta ceco Jakub Procházka (Adam Sandler), impegnato da 6 mesi in un viaggio solitario ai limiti della galassia per indagare sulle origini di una misteriosa nebulosa violacea. Per affrontare questa impresa, Jakub non ha esitato a lasciare sola la moglie Lenka (Carey Mulligan), alle prese con una difficile gravidanza. Il protagonista intuisce che qualcosa non va nel suo matrimonio, cosa che affligge ulteriormente la sua psiche già fiaccata da mesi di isolamento forzato. All’apice del suo tormento interiore, Jakub scopre a bordo della sua astronave una bizzarra creatura aliena dalle sembianze simili a quelle di un ragno, da lui ribattezzata Hanuš.

Con grande sorpresa dell’uomo, la creatura parla la sua lingua (la voce in originale è di Paul Dano) e non ha intenzioni minacciose. Nasce così un profondo dialogo fra i due, che permette a Jakub di scavare fra i traumi del suo passato e lo porta riconsiderare le sue priorità.

Spaceman: nello spazio profondo alla ricerca del senso della vita

Courtesy of Netflix

Spaceman è indubbiamente frutto del disagio collettivo degli ultimi anni e in particolare della pandemia, che ha costretto molte persone a una lunga astensione dalla socialità e a un altrettanto prolungata analisi interiore. Non è un caso che durante il racconto ci si riferisca più volte a persone che corrono il rischio di “pensare troppo”. Allo stesso tempo, Johan Renck esalta la componente più esistenzialista de Il cosmonauta, soffermandosi sulla necessità di dare più spazio agli aspetti più importanti della vita, anche a costo di sacrificare qualcosa dal punto di vista dell’affermazione lavorativa. Lo fa attraverso flashback e visioni oniriche non sempre a fuoco e soprattutto attraverso il dialogo fra il protagonista e Hanuš, personaggio in bilico fra gli incubi kafkiani e il Grillo Parlante di Pinocchio.

Peccato che il regista diluisca questa ottima intuizione in una narrazione ridondante e decisamente caotica, con continui salti fra diversi piani di realtà e temporali volti a sottolineare aspetti già abbastanza chiari. Adam Sandler fa del suo meglio per tratteggiare la personalità alienata e chiusa in se stessa di Jakub, affiancato dalla solita formidabile Carey Mulligan, perfetto controcampo emotivo del protagonista. Ciononostante, Spaceman si allontana continuamente dal cuore della storia (proprio come fa il protagonista nella sua vita), dedicando tempo e spazio a riflessioni soltanto abbozzate sulla potenziale tossicità delle figura paterne e sulla difficile equilibrio insito in ogni relazione sentimentale. Traballante anche la caratterizzazione della Repubblica Ceca, in bilico fra l’era comunista e una modernità che affiora solo a tratti.

Un’opera non del tutto riuscita

Courtesy of Netflix

Spaceman ruota ripetutamente intorno alle seconde possibilità e all’influenza dei traumi del passato su ciò che siamo e saremo, lavorando sul contrato fra gli spazi angusti in cui vive Jakub e gli ampi scenari naturali che contraddistinguono invece i suoi ricordi e le sue visioni. A restare maggiormente impresso è però proprio Hanuš, che da alieno si dimostra più umano di buona parte dei protagonisti, conquistando per l’eleganza e la pacatezza della sua parlata e diventando di fatto il vero motore del cambiamento interiore del protagonista.

Dopo qualche tentennamento di troppo, Johan Renck trova la strada giusta solo nel climax emotivo conclusivo, in cui vengono messi da parte i personaggi di Kunal Nayyar (Raj Koothrappali di The Big Bang Theory), Lena Olin e Isabella Rossellini per concentrarsi sulle contraddizioni di Jakub, sul suo desiderio di fuggire ai confini del mondo per evitare la quotidianità e sulle sue paure di essere pessimo padre dopo essere stato pessimo figlio. Ed è in questa fragile umanità e nel rapporto sempre più stretto fra Jakub e Hanuš che Spaceman trova la propria ragion d’essere. Non è sufficiente per candidarsi a essere il Solaris dei giorni nostri, ma basta per ribadire la capacità della fantascienza di intercettare i mutamenti e le paure della società, anche in opere non del tutto riuscite come questa.

Spaceman è disponibile su Netflix dall’1 marzo.

Courtesy of Netflix

Overall
6/10

Valutazione

Johan Renck mette in scena un film di fantascienza filosofica ambizioso ma non del tutto riuscito, che si mantiene a galla soprattutto grazie alla performance di Adam Sandler e alla prova vocale di Paul Dano nei panni di un ragno tanto sinistro quanto profondo.

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Estranei: recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

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Adam è uno sceneggiatore in crisi professionale ed esistenziale, bloccato su un “Esterno, villetta di periferia, 1987” che non è solo incipit e ambientazione della sua nuova opera, ma anche un momento cruciale della sua vita, stravolta dalla morte in un incidente stradale dei genitori, quando aveva solo 11 anni. Adam vive in un palazzo londinese di nuova costruzione, in buona parte ancora disabitato; una sera bussa alla porta di casa sua il giovane vicino Harry per invitarlo a trascorrere la serata insieme, ma lui gli chiude la porta in faccia. Per superare il suo blocco dello scrittore, Adam si reca quindi nella sua casa di infanzia, dove sorprendentemente trova i genitori identici all’ultima volta in cui li aveva visti. Inizia così Estranei, struggente storia di solitudine, rapporti spezzati e fantasmi fisici e metaforici.

Basandosi sull’omonimo romanzo di Taichi Yamada (pubblicato proprio nel 1987), Andrew Haigh torna sul grande schermo con il suo lavoro più riuscito e travolgente, che convoglia i temi centrali della sua filmografia in una commovente miscela di dramma esistenziale e familiare, ghost story e dramma sentimentale queer. Una storia sospesa nel tempo, grazie alla nostalgica scelta della pellicola da 35 mm (base perfetta per l’avvolgente fotografia di Jamie D. Ramsay) e a una colonna sonora fatta di brani immortali come The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood (vero e proprio filo conduttore del racconto), impreziosita dalla memorabile prova del protagonista Andrew Scott e da quelle altrettanto convincenti di Paul Mescal, Jamie Bell e Claire Foy, tutti coinvolti nella malinconica parabola di Adam.

Estranei: il commovente e nostalgico melodramma fantastico di Andrew Haigh

Courtesy of Searchlight Pictures

Come in Weekend siamo davanti a un incontro fra due uomini in grado di cambiare la vita di entrambi e analogamente a quanto visto in 45 anni c’è l’idea di un amore in grado di superare le barriere del tempo, influenzando un’esistenza in modi inaspettati. Come in Charley Thompson (ultimo sottovalutato film di Andrew Haigh prima di un allontanamento dal grande schermo durato ben 6 anni) il protagonista è un orfano, costretto dal lutto a crescere prima del tempo e a dover contare solo su se stesso. Estranei è però quanto di più lontano da una rimasticatura di lavori precedenti. Il regista britannico firma infatti una delle opere più vibranti degli ultimi anni, in cui l’elemento fantastico e gli spunti queer convergono in un racconto stratificato, denso di temi e contenuti.

Estranei è prima di tutto una dolorosa storia di solitudine, che affligge Adam a più livelli. Il protagonista è infatti un uomo profondamente solo, come tanti vittima del paradosso che trasforma una metropoli affollata di persone in un grande isolamento collettivo. Ma allo stesso tempo la solitudine di Adam è figlia della sua sessualità (ancora difficile da comprendere per molti, come dimostrano i dialoghi con i suoi genitori), della sua professione (uno scrittore deve per forza isolarsi dal suo mondo per generarne altri) e inevitabilmente del tragico e prematuro distacco dalla madre e dal padre, che ha condizionato la sua esistenza in modi che non scopriamo mai del tutto, con esiti però lampanti sulla personalità del protagonista di Estranei.

Traumi e solitudine

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è però anche una metafora sulla creazione artistica, esplicitata dalle parole scritte a schermo da Adam e impreziosita da numerosi dettagli, come il mastodontico e semivuoto palazzo in cui abita (simbolo di un mondo ancora da scrivere) o il toccante finale, in cui la triste realtà riecheggia nella fantasia e nell’analisi di se stessi, in un crescendo di emozione davanti a cui è difficile trattenere le lacrime. Una narrazione arricchita da Andrew Haigh, che mette in scena continue apparizioni e dissoluzioni, sfumature e giochi di luce, giocando con la componente più misteriosa di Estranei ma guardando sempre oltre, al di là del genere o del singolo evento.

Fra i vari lati del prisma costruito da Andrew Haigh emerge progressivamente quello che racchiude tutti gli altri, ovvero l’idea di poter imbastire un dialogo con chi non c’è più, comprendendo e facendosi comprendere con una prospettiva e una consapevolezza impossibili nella realtà. Una dinamica ben rodata all’interno della narrativa fantastica, che però Andrew Haigh sfrutta in maniera intima e del tutto personale, con una delicatezza encomiabile. Estranei diventa anche una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, con il comune elemento della scomparsa dei genitori di un’artista durante l’adolescenza che diventa un punto di partenza per due riflessioni divergenti ma altrettanto potenti. Al lacerante realismo del film di Paolo Sorrentino Andrew Haigh contrappone un dolce onirismo, fatto di ascolto dell’altro e di se stessi.

Estranei: il grande ritorno di Andrew Haigh

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Un albero di Natale costruito di nuovo insieme, trascendendo l’età e il tempo, diventa così l’occasione per ricostruire il calore familiare che la vita ha strappato via, mentre i dialoghi sulla comunità queer e sulla consapevolezza odierna a proposito dell’omosessualità sono un’occasione per perdonare chi non ha gli strumenti culturali e sociali per comprendere, ma può comunque accettarci e abbracciarci grazie alla forza dell’amore. Una conversazione fra presente e passato, fra chi siamo e chi eravamo, da cui ripartire per affrontare l’esistenza con serenità e maggiore consapevolezza.

In mezzo a lutti e fantasmi, passioni e traumi, sogni e risvegli, Andrew Haigh trova la chiave per parlare al cuore dello spettatore senza mai trascurare la forma, in un inno ai legami familiari e sentimentali che paradossalmente germoglia proprio dalle macerie di un’esistenza segnata dall’isolamento e dal distacco. La conferma di uno dei pochi autori dallo stile unico e inconfondibile nel panorama contemporaneo, che è un piacere ritrovare dopo una lunga assenza e ci auguriamo sia qui per restare.

Photo Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito da Disney Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

A 6 anni di distanza da Charley Thompson, Andrew Haigh torna al grande schermo con un dramma esistenziale di travolgente bellezza, in bilico fra fantasia e realtà ma intriso di umanità.

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