Swallow: recensione del film di Carlo Mirabella-Davis con Haley Bennett

Swallow: recensione del film di Carlo Mirabella-Davis con Haley Bennett

Sessismo, violenza, solitudine, turbe psichiche, aborto. Questi alcuni dei temi intorno ai quali ruota Swallow, una delle più sorprendenti opere della scorsa annata cinematografica, disponibile sia On Demand, sia in Home Video, grazie a Blue Swan Entertainment. Un lavoro denso e sfuggente, esaltato dall’avvolgente regia di Carlo Mirabella-Davis (alla sua opera prima, basata peraltro sulla reale esperienza di sua nonna) e dalla straordinaria prova recitativa di Haley Bennett, che conferma le ottime qualità espresse recentemente anche in Hardcore!, I magnifici 7, La ragazza del treno ed Elegia americana. Una commistione fra generi e atmosfere, che spiazza, ipnotizza e cambia costantemente forma, presentandosi come thriller familiare, flirtando poi con l’horror ed esplicitando infine la sua natura di drammatica e ficcante allegoria sociale.

Swallow: l’allegoria del patriarcato di Carlo Mirabella-Davis

La protagonista del racconto è Hunter, che, a dispetto del nome, è più preda che cacciatrice. La giovane donna vive infatti in una sorta di prigione dorata in cui l’ha rinchiusa il marito Richie, rampante uomo d’affari. Nessuno è realmente interessato a lei, ai suoi desideri e alle sue paure, ma l’attenzione nei suoi confronti aumenta repentinamente quando viene accertata la sua gravidanza. Anche questo è però un interesse di facciata, volto più a preservare il nascituro che a salvaguardare la salute psico-fisica della futura madre. Sempre più chiusa in se stessa, Hunter si rende protagonista di fenomeni di picacismo, cominciando a ingoiare oggetti non commestibili, di varie forme e dimensioni. L’inevitabile conseguenza è un controllo ancora maggiore su di lei da parte di Richie e della sua famiglia. Il crescente disagio della donna fa però riaprire ferite mai del tutto rimarginate e riemergere traumi del suo doloroso passato.

Sulla scia di Jordan Peele e del suo Noi e di Leigh Whannell e della sua brillante rilettura de L’uomo invisibile, Carlo Mirabella-Davis sfrutta il genere per una lucida e amara riflessione sulla contemporaneità, incentrata soprattutto sulla condizione femminile. Mentre cerchiamo di capire se Swallow prenderà una deriva orrorifica e soprannaturale alla Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York o una piega più prettamente thriller, alla Le verità nascoste, il regista porta avanti con coerenza e costanza la propria missione di immergere lo spettatore nella sconfortante condizione esistenziale di Hunter. Gli sgargianti colori della fotografia di Katelin Arizmendi, che a tratti si spingono verso l’estetica di Nicolas Winding Refn, sottolineano per contrasto la solitudine della protagonista, mentre il design dell’abitazione dove vive, quasi sempre sola e senza uno scopo, non fa che aumentare l’inquietudine dello spettatore per la possibile svolta drammatica che aleggia continuamente su Hunter.

Fra autodistruzione e rinascita

Swallow

La chiave per comprendere la difficoltà di Hunter è indubbiamente la scena al ristorante, insieme a Richie e ai genitori di lui. Il disagio della donna, già evidente dal suo sguardo successivo all’esito positivo del test di gravidanza, passa attraverso varie fasi in una manciata di minuti, portandola alla sua prima ribellione nei confronti di un ambiente ovattato e posticcio, che non le appartiene. Prima le becere battute di Richie e del padre sul nascituro, già assegnato al ruolo di erede dell’azienda di famiglia, con Hunter ridotta a mera entità generatrice di prole. Poi l’insperata apertura per la futura mamma di uno spiraglio per entrare a fare parte di quel mondo, con la richiesta di una storia sulla sua infanzia che faccia il paio con quella già narrata a proposito di Richie.

A seguire, il brusco ritorno alla realtà, con il cuore aperto di Hunter calpestato da una banale discorso lavorativo fra padre e figlio, sintomatico sia di quali siano le effettive priorità in famiglia, sia del fatto che l’attenzione e il rispetto che la donna pensava di aver guadagnato in realtà non sono mai esistiti. Per Hunter si apre così nuovamente un abisso di isolamento e disinteresse, a cui reagisce con un gesto apparentemente banale come la masticatura di un cubetto di ghiaccio, che ha però l’effetto di rompere il rigido galateo dei suoi familiari e di spalancarle la porta verso un disturbo del comportamento alimentare potenzialmente letale, sia per lei che per il suo bambino.

Swallow: la sontuosa performance di Haley Bennett

Swallow

Come in un raggelante body horror, Swallow indugia sulle azioni di Hunter, sulle sue viscere e sui bizzarri oggetti che ne vengono estratti. Una mostruosità che si accoppia con il cinismo di Richie, sempre più repressivo e meno comprensivo nei confronti della moglie, a cui resta solo il sostegno della psicologa a lei assegnata. Ed è qui che Swallow vira nuovamente verso territori inaspettati, uscendo dalla gabbia invisibile di Hunter ed esplorando ciò che resta del suo mondo al di fuori di essa. L’azione si fa più precipitosa e a tratti meno credibile, mentre le spiegazioni prendono il sopravvento sulle emozioni. Ma anche in questo caso Carlo Mirabella-Davis è abile a mantenere il controllo e a sfumare dove necessario, lasciando allo spettatore il compito di addentrarsi fra gli interstizi emotivi della protagonista.

Ciò che inizialmente poteva essere scambiato per un affollamento di temi e contenuti trova invece un proprio preciso baricentro narrativo, che deflagra in un epilogo dolceamaro, forse inevitabile per chi ha passato un’intera esistenza messa in disparte, alle dipendenze degli altri, e riesce finalmente a riprendere in mano la sua vita, anche a costo di decisioni laceranti. Ma il climax emotivo di Hunter non sarebbe così credibile e appagante senza la prova da Oscar di Haley Bennett, realmente incinta durante le riprese e capace di conferire al suo personaggio, grazie anche alla sua esperienza personale, un’impressionante gamma di sfumature, che vanno dalla catatonia iniziale all’esplosione di sentimenti contrastanti dell’atto conclusivo. Il faro di un’opera stratificata ed emblematica, in grado di scavare nell’animo dello spettatore anche a distanza di giorni dalla visione, evento più unico che raro in un’epoca di visioni sempre più piatte e anestetizzate.

Swallow lascia il segno

Swallow

La parabola della principessa Hunter, con castello ma senza amore, è di quelle che lasciano il segno. Fra una borghesia sempre più fuori dalla realtà e un patriarcato che si perpetua in maniera infida e insinuante, resta impresso nella mente e nel cuore il percorso di una donna tanto fragile quanto ardimentosa, al punto da rompere la palla di vetro che la società aveva costruito per lei e creare un futuro, incerto e non privo di dolore, ma finalmente autonomo e voluto. 

Valutazione
8/10

Verdetto

Alla sua prima regia cinematografica, Carlo Mirabella-Davis mette in scena un’opera densa e dolorosa, che usa il genere per indagare su temi sempre attuali come la condizione della donna e la sua libertà di scelta.

Marco Paiano

Marco Paiano