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Tenet: la recensione del nuovo film di Christopher Nolan

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Nonostante le critiche che vengono puntualmente mosse da chi sostiene che sia eccessivamente complesso e poco emozionale, il cinema di Christopher Nolan è basato su pochi temi, tutti altamente suggestivi. Il ritorno verso qualcosa o qualcuno; le maschere che i suoi personaggi indossano, per assumere l’identità di qualcun altro o per sostenere i propri corpi in situazioni difficili; il desiderio di un genitore di ricongiungersi con i propri figli, attraverso i più bizzarri labirinti fisici e mentali; il crepuscolare mondo in cui viviamo, sull’orlo del collasso. Ma a scandire i racconti di Nolan è soprattutto la dimensione fisica più ingovernabile, cioè il tempo, che il regista britannico distorce, dilata, comprime e ribalta per costruire i suoi sogni. Giunto al suo undicesimo lavoro, il nostro miscela tutte queste tematiche nell’ambizioso e contorto Tenet, che arriva nelle sale italiane accompagnato dalla pesante incombenza di essere il salvatore designato del cinema.

Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas

Tenet

Tenet è la parola centrale di uno dei più affascinanti enigmi storici, cioè il cosiddetto quadrato del Sator. Questo semplice quadrato è composto dalla successione delle cinque brevi parole Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas, che possiede due particolarità: si può ritrovare in svariati reperti archeologici, disseminati per tutta l’Europa e lungo diversi secoli, e soprattutto è uno dei più famosi palindromi, cioè una successione di caratteri che genera il medesimo risultato nei due possibili sensi di lettura. Materiale ghiotto per Nolan, che, dopo aver giocato con il concetto attraverso il particolare montaggio di Memento, tesse una futuristica tela in cui sono gli oggetti e le persone a potersi muovere in entrambi i sensi del tempo, in un universo con precise regole e sgradevoli effetti collaterali, sulla falsariga di quello di Inception.

In una sequenza d’apertura in medias res, che ricorda quella de Il cavaliere oscuro per adrenalina e mistero e che verte proprio su una delle cinque parole del quadrato di Sator, l’Opera di Kiev, ci immergiamo in un mondo crepuscolare, termine scelto non a caso per la richiesta di una parola d’ordine fra i membri di una fazione, il cui scopo emergerà solo con il passare dei minuti. Da narratore esperto e scaltro, Nolan gioca fin da subito con le aspettative dello spettatore, accumulando misteri su misteri (il primo è il nome del personaggio di John David Washington, chiamato semplicemente Il Protagonista: capiremo perché) e al contempo farcendo il racconto con i suoi proverbiali spiegoni, odiati dai detrattori del suo cinema ma mai come in questo caso fondamentali per comprendere una trama che miscela fisica, entropia, paradossi temporali e tecnologia futuribile.

Non cercare di capire, sentilo

Tenet

Non passa molto tempo per fare la conoscenza di altre due parole del quadrato (ma sentiremo anche le due rimanenti): l’organizzazione Tenet, i cui scopi affioreranno nel corso del racconto, e soprattutto Andrei Sator, personaggio interpretato da un sempre efficace Kenneth Branagh che è, insieme al concetto stesso di tempo, il grande villain dell’opera, con un retrogusto da Thanos del Marvel Cinematic Universe per il cinismo con cui osserva e si confronta con un’umanità sempre più vicina all’autodistruzione. Completano il quadro la moglie di quest’ultimo Kat, madre coraggio alla ricerca di libertà e salvezza per il proprio figlio, portata in scena da un’algida Elizabeth Debicki, e il Neil di un convincente Robert Pattinson, partner del Protagonista in un intrigo internazionale dalle proporzioni sempre più sorprendenti.

«Non cercare di capire, sentilo», dice un personaggio nelle battute iniziali di Tenet, in quello che possiamo interpretare sia come un consiglio spassionato da parte del regista per approcciarsi alla sua contorta creazione, sia come uno sberleffo dello stesso Nolan nei confronti della folta schiera dei cercatori di buchi di trama, più a loro agio nell’attività di setacciare incongruenze che in quella di sospendere l’incredulità per abbandonarsi totalmente a un’opera audiovisiva. Seguendo questo monito, ci si trova effettivamente davanti a un racconto che nonostante le premesse è estremamente godibile, nonché in perenne bilico fra action movie, noir e spy story, con qualche sfumatura da buddy movie, dramma familiare e addirittura da eroico cinema di guerra, nella scia del precedente Dunkirk.

Non mancano inoltre suggestioni verso la saga di James Bond, chiodo fisso di Christopher Nolan richiamato più dall’intreccio che dalle atmosfere, decisamente meno erotiche e umoristiche di quelle a cui l’Agente 007 ci ha abituato.

Tenet e le sue ispirazioni

Tenet

Ogni riferimento alla storia recente e meno recente del cinema (Terminator, L’esercito delle 12 scimmie e i sottovalutati Looper e Predestination sono probabilmente quelli più calzanti) scompare però di fronte alla maestria di Nolan nel mettere in scena dinamiche non certo inedite in maniera tale da creare l’illusione che non ci sia mai stato niente del genere prima di lui. In questo senso, l’ispirazione più grande per Tenet è proprio Nolan stesso, con la sua tendenza all’eccesso in ogni direzione e con la sua ambizione, ormai più unica che rara, di rendere ogni suo film un evento unico e irripetibile. Dalle musiche roboanti di Ludwig Göransson, che non fa rimpiangere il fido Hans Zimmer già impegnato in Dune, all’imponenza di alcune sequenze action (lo schianto di un vero aereo), si prova la confortevole sensazione di trovarsi in un universo noto, prismatico ma al tempo stesso sempre coerente con se stesso.

Grazie anche al sublime montaggio di Jennifer Lame, che non è sacrilego definire come uno dei più complessi della storia recente del cinema, si percepisce la bramosia di sovvertire le regole della settima arte, di capovolgere i movimenti e le frasi (quasi come nella Loggia Nera di Twin Peaks), di scardinare generi e di attraversare una storia in ogni direzione possibile, restituendo allo spettatore la magia per troppo tempo proibita della sala, che, qualora ce ne fosse bisogno, si conferma come il luogo più adatto in cui godere di un’opera cinematografica. Tenet come possibile rivoluzione dunque, ma anche come uno degli ultimi baluardi della tradizione della sala, ambivalenza comprovata dalla combinazione fra pellicola 70 millimetri e IMAX scelta da Nolan per il suo lavoro dal più alto budget (oltre 200 milioni di dollari).

Tenet: fra Spielberg, Cameron e Kubrick

Incapace di sfuggire dal suo ineluttabile destino di dividere sempre e comunque, anche con Tenet Nolan rifugge le mezze misure, complicando anche ciò che non lo richiederebbe, lasciando ai suoi abili interpreti l’incombenza di delineare il profilo dei rispettivi personaggi e scegliendo troppo spesso la via della spiegazione verbale per dirimere gli aspetti più intricati del racconto. Chi cerca in questo sornione e ardito cineasta britannico la magia del cinema di persone ordinarie alle prese con qualcosa di straordinario, caro a Steven Spielberg, rimarrà probabilmente deluso da un’opera che fonde ancora il gusto per la sfida tecnica e narrativa di James Cameron con il rigore tipico di Stanley Kubrick, mettendo in secondo piano i personaggi e le loro evoluzioni, ma dando comunque vita a un racconto fresco e originale, a suo modo emozionante e capace di riflettere sottilmente sulla nostra contemporaneità.

In un periodo in cui siamo inevitabilmente portati a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni a breve e medio termine, proprio come i suoi protagonisti Tenet ci appare come un’opera in grado di risalire il flusso del tempo e di metterci davanti a una situazione, più realistica che mai, in cui saremo tutti chiamati ad assumerci la responsabilità di situazioni disperate e ad affrontare decisioni drastiche. Con la sua struttura circolare, Tenet ci suggerisce, come aveva precedentemente fatto Interstellar, che la spinta verso la salvezza deve scaturire da noi stessi, dalla nostra voglia di cooperare e dallo spirito di responsabilità e sacrificio in nome del bene collettivo. Perché anche alla base della trama più cervellotica di Nolan, a tratti al limite di un simposio scientifico, ci sono un amico da ritrovare, un figlio da proteggere, un pianeta da salvare e dell’odio da disinnescare. In una parola: cuore.

Nolan salverà il cinema?

Nel momento in cui scriviamo, non siamo ancora in grado di prevedere se Tenet sarà davvero il salvatore delle sale cinematografiche, letteralmente in ginocchio dopo un periodo di chiusura forzata e di successiva incertezza. Siamo però certi che finché esisteranno autori come Christopher Nolan, capaci ancora di volare altissimo a costo di rischiare di bruciarsi le ali, il cinema avrà un futuro e sarà un fondamentale supporto per decifrare la nostra complessa realtà, facendo di noi un Protagonista che si muove fra le pieghe del tempo alla ricerca di risposte e di salvezza.

Tenet è in sala dal 26 agosto, distribuito da Warner Bros.

8/10
Il voto di Marco Paiano

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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen

Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

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Burn After Reading

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.

L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.

Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

Burn After Reading

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.

I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.

Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.

Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.

Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.

Consigliato dalla redazione
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8/10
Il voto di Marco Paiano
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Verity: recensione del film con Anne Hathaway e Dakota Johnson

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Verity

Il thriller erotico continua a manifestare segni di vitalità, inaspettati soprattutto in quest’epoca di neo puritanesimo. Lo avevamo notato con Acque profonde di Adrian Lyne, che già aveva alimentato il filone con opere del calibro di 9 settimane e ½ e Attrazione fatale, con il sottovalutato The Voyeurs con Sydney Sweeney e appena pochi mesi fa con Una di famiglia – The Housemaid, nuovamente con protagonista la prorompente star hollywoodiana insieme ad Amanda Seyfried. Ed è proprio a quest’ultimo progetto che guarda esplicitamente Verity, ultimo esponente di ordine di tempo di un’evidente tendenza alla rivisitazione dei racconti in cui convivono tensione ed erotismo.

Come Una di famiglia – The Housemaid, Verity nasce dalla penna di un’autrice in grado di compiere una vera e propria impresa per la società contemporanea, ovvero vendere milioni di libri in tutto il mondo. In questo caso non si tratta di Freida McFadden ma di Colleen Hoover, già adattata per il grande schermo con il recente It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, noto per la verità più per le vicende giudiziarie scaturite dalla lavorazione del film che per l’effettiva qualità artistica. In entrambe le opere è inoltre presente un anomalo triangolo sentimentale, con uomo ambiguo e a tratti inquietante sospeso fra la sua fragile moglie e una donna più giovane e vitale, che entra casualmente in casa iniziando lentamente a costruirsi un proprio angolo. Triangolo che il regista di Verity Michael Showalter affida a tre star del calibro di Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett.

Verity: Anne Hathaway e Dakota Johnson in un thriller erotico torbido e provocatorio

Verity
Photo credit: Alisha Wetherill

La Verity del titolo (nomen omen) è Verity Crawford (Anne Hathaway), celeberrima autrice di thriller moralmente ambigui, allontanatasi misteriosamente dalle scene in seguito a un grave lutto familiare. Per portare avanti il business, il marito Jeremy Crawford (Josh Hartnett) si mette in contatto con Lowen Ashleigh (Dakota Johnson), autrice dal riscontro commerciale decisamente modesto, ma da lui considerata affine allo stile della moglie. Dopo qualche tentennamento, Lowen accetta il lavoro di ghost writer per i successivi libri di Verity, che prevede anche di il temporaneo trasferimento nella lussuosa abitazione di famiglia nel Vermont, per accedere in libertà agli appunti della celebrata scrittrice. Giunta sul posto, Lowen scopre con sorpresa e tristezza che Verity è in realtà ridotta in stato catatonico. Quando si mette all’opera sugli appunti della sua collega, trova però degli scritti decisamente inquietanti, in bilico fra confessione e distorsione della realtà per fini narrativi. Mentre Lowen si addentra nei dettagli familiari attraverso la narrazione inaffidabile di Verity, nasce un rapporto sempre più intenso con Jeremy, in una cornice sempre più sinistra e torbida.

Michael Showalter si conferma regista eclettico e capace di inaspettati guizzi. Dopo le commedie The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no e Oh. What. Fun., il dramma biografico da Oscar per Jessica Chastain Gli occhi di Tammy Faye e la rom-com sull’age gap The Idea of You, il regista firma infatti un’opera sghemba, sbalestrata e contraddittoria, che riesce sorprendentemente a trovare una propria ragion d’essere, nonostante e per merito dei suoi stessi squilibri. C’è infatti molto thriller anni ’90 in Verity, in una cornice patinata scelta dal direttore della fotografia Jim Frohna per trasmettere l’andirivieni sognante fra realtà e fantasia ma capace al tempo stesso di rendere anche stucchevole un racconto che già chiede molto allo spettatore in termini di sospensione dell’incredulità. In aggiunta a questo, lo stesso registro del film è cangiante, se non del tutto imprevedibile: si passa con spericolata naturalezza da sfumature horror al dramma familiare, passando per la suspense e per rare ma apprezzabili scariche di erotismo, affidate soprattutto a Dakota Johnson. Il tutto in un impianto narrativo capace di causare una sincope ai cercatori di buchi di trama, che ridefinisce continuamente regole e avvenimenti, con personaggi che irrompono in scena per poi scomparire senza lasciare traccia.

L’impossibile ricerca della verità

Verity
Photo credit: Alisha Wetherill

Ci sarebbero dunque tutti i presupposti per il fiasco, che invece almeno dal punto di vista commerciale possiamo già considerare scongiurato. Nel momento in cui scriviamo infatti Verity ha già incassato 113 milioni di dollari, a fronte di un budget stimato in 40 milioni. Ma più che nelle comunque confortanti cifre al botteghino, il merito più evidente di Michael Showalter risiede nella libertà artistica con cui mette in scena un’opera volutamente provocatoria, che rompe tutte le regole non scritte della Hollywood contemporanea, talmente concentrata sulla volontà di non scontentare nessuno da finire spesso per scontentare tutti. Verity ci restituisce invece il piacere dell’inverosimile, il gusto per l’incoerenza, la simpatia per chi osa per il puro diletto nel farlo, senza essere mosso da nessuna ambizione artistica, politica e sociale.

La ricerca della realtà in Verity si trasforma così in un test di personalità su chi siamo noi come spettatori, persi fra un thriller hitchcockiano sul sempreverde tema del doppio, una passione morbosa e fedifraga, una riflessione sul racconto e sul mestiere di narrare storie, una rappresentazione dell’ambiguità morale del maschio contemporaneo e un inestricabile dramma familiare, poggiato sul contrasto fra travolgente successo e profondo lutto. Una storia di storie, in cui si muovono a loro agio il sempre più ritrovato Josh Hartnett (Trap e M. Night Shyamalan gli hanno regalato una seconda carriera), una Anne Hathaway tanto seducente quanto inquietante e persino l’incostante Dakota Johnson, il cui costante spaesamento è utilizzato brillantemente da Michael Showalter in chiave narrativa. Ciliegina sulla torta un epilogo aperto e ambivalente, coerente con un’opera che preferisce la suggestione allo svelamento, gli spigoli agli angoli smussati, le imperfezioni in bella vista alla falsa e vuota ineccepibilità.

Photo credit: Alisha Wetherill

Verity è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

7/10
Il voto di Marco Paiano
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Digger: recensione del film con Tom Cruise

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Digger

A qualche giorno dall’uscita nelle sale di tutto il mondo, si può parlare di conclamato fiasco commerciale per Digger, che riuscirà a recuperare solo una piccola parte del suo ampio budget, stimato in almeno 160 milioni di dollari al netto delle spese di marketing. Numeri che però non devono oscurare il buono che c’è in questo folle e ambizioso progetto di Alejandro González Iñárritu, in bilico fra una rilettura in chiave MAGA de Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba e una rivisitazione in ottica ambientalista di Don’t Look Up, con protagonista un irriconoscibile Tom Cruise nei panni di una parodistica amplificazione del Daniel Plainview di Daniel Day-Lewis ne Il petroliere di Paul Thomas Anderson.

Il personaggio in questione è Digger Rockwell, anziano magnate del petrolio che si trova di fronte a una gravissima emergenza personale e mondiale: a seguito delle pericolosissime estrazioni di petrolio in Alaska e Groenlandia della sua compagnia, avallate dal Presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman), un blocco di ghiaccio grande quanto uno stato Americano si sta dirigendo minacciosamente verso l’Europa. Digger e Compson si riuniscono insieme al cerchio magico di quest’ultimo per monitorare la situazione. Nell’impossibilità di porre rimedio, finiscono per insabbiare il tutto, procedendo così a passo spedito verso una catastrofe ambientale e una conseguente crisi geopolitica globale.

Digger: l’ambiziosa e parodistica riflessione ambientalista di Iñárritu

Digger

Digger si scontra con due ostacoli quasi insormontabili: la volontà di attingere al registro grottesco e parodistico nei confronti di una realtà che ha già ampiamente superato qualsiasi parodia, e il coraggio di farlo mettendo nel mirino la principale potenza economica, politica, militare e culturale del pianeta, di cui l’industria cinematografica in cui si muove Alejandro González Iñárritu è ancora un prezioso ingranaggio. Un’impresa disperata e autodistruttiva, completata da una campagna di marketing poco centrata e dalla scelta (a conti fatti errata) di non partecipare alla Mostra del Cinema di Venezia per timore di una ricezione negativa dell’opera. Un vero peccato, perché con lo sguardo del messicano che guarda dalla giusta distanza gli Stati Uniti e l’intero Occidente Alejandro González Iñárritu firma un lavoro prezioso e urgente, che ci auguriamo non finisca per diventare anche profetico.

È facile infatti scorgere nel rapporto fra Digger e lo spregevole Presidente Compson un voluto parallelismo con la seconda amministrazione Trump e i principali CEO del tech, disposti anche a scendere a compromessi con l’impresentabile pur di avere agevolazioni e concessioni per i loro business, spesso e volentieri in aperto contrasto con le esigenze sempre più indilazionabili del pianeta. Alejandro González Iñárritu esaspera così la già deformata realtà, puntando i fari sulle possibili e probabili conseguenze apocalittiche delle azioni scriteriate delle principali potenze mondiali. A questo si aggiunge una scelta metanarrativa che non riveleremo in questa sede, lodevole negli intenti ma solo a tratti funzionale al discorso di Iñárritu, nonché decisamente anticipata nei tempi di svelamento.

Il fondamentale contributo di Emmanuel Lubezki

Digger

Come nei precedenti lavori del regista, è fondamentale l’apporto del suo fidato direttore della fotografia, il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki. “Chivo” disegna ancora una volta con la luce, sovrapponendo nature morte e mondi morenti in un meccanismo di scatole cinesi in cui riverbera la stessa parabola del personaggio di Tom Cruise, simbolo del marciume morale di un intero sistema. Le già citate negative performance al box-office di Digger sembrano al momento anche uno scoglio insuperabile per le ambizioni da Oscar della star hollywoodiana, che tuttavia giganteggia con una prova che guarda tanto alle influenze riportate poc’anzi quanto al Charles Foster Kane di Orson Welles in Quarto potere: non è infatti un caso che come nel capolavoro del 1941 il protagonista sia inquadrato con distorte inquadrature dal basso che ne sottolineano l’illusione di onnipotenza e in desolanti campi lunghi, volti invece a rappresentare la sua profonda solitudine. Da rimarcare inoltre un sontuoso monologo di Digger all’interno del Parlamento Europeo, che rimarca la sua megalomania ma mette anche sul banco degli imputati le stesse istituzioni del Vecchio Continente, immobili e inadeguati nei confronti dello strapotere a stelle e strisce.

Questa riflessione al tempo stesso pre e post apocalittica si inserisce naturalmente nella filmografia di Alejandro González Iñárritu. Ritroviamo infatti l’avvolgente fusione fra diversi piani di realtà già messa in scena in Birdman, il rapporto con una natura fredda e vendicativa già al centro di Revenant – Redivivo e la decostruzione surreale del mito portata avanti anche nel precedente film del regista, il sottovalutato Bardo, la cronaca falsa di alcune verità. Il tutto in una cornice iperbolica spassosa e al contempo agghiacciante, in cui personaggi putridi e rari sprazzi di umanità assistono impotenti al collasso del mondo e della società. Apprezzabili a tal proposito le prove di Michael Stuhlbarg, Sandra Hüller e Jesse Plemons, sempre abili a tratteggiare personaggi per eccesso o in sottrazione, anche con pochissimi minuti a disposizione. Preziosi tasselli di un teatro dell’assurdo contemporaneo e di un’opera debordante e squilibrata, simbolo però di un cinema che ha ancora voglia di osare e di mettere in discussione le zone di comfort dello spettatore. Un cinema da proteggere e amare, nonostante e soprattutto per i suoi eccessi.

Digger

Digger è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

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