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Tenet: la recensione del nuovo film di Christopher Nolan

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Nonostante le critiche che vengono puntualmente mosse da chi sostiene che sia eccessivamente complesso e poco emozionale, il cinema di Christopher Nolan è basato su pochi temi, tutti altamente suggestivi. Il ritorno verso qualcosa o qualcuno; le maschere che i suoi personaggi indossano, per assumere l’identità di qualcun altro o per sostenere i propri corpi in situazioni difficili; il desiderio di un genitore di ricongiungersi con i propri figli, attraverso i più bizzarri labirinti fisici e mentali; il crepuscolare mondo in cui viviamo, sull’orlo del collasso. Ma a scandire i racconti di Nolan è soprattutto la dimensione fisica più ingovernabile, cioè il tempo, che il regista britannico distorce, dilata, comprime e ribalta per costruire i suoi sogni. Giunto al suo undicesimo lavoro, il nostro miscela tutte queste tematiche nell’ambizioso e contorto Tenet, che arriva nelle sale italiane accompagnato dalla pesante incombenza di essere il salvatore designato del cinema.

Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas

Tenet

Tenet è la parola centrale di uno dei più affascinanti enigmi storici, cioè il cosiddetto quadrato del Sator. Questo semplice quadrato è composto dalla successione delle cinque brevi parole Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas, che possiede due particolarità: si può ritrovare in svariati reperti archeologici, disseminati per tutta l’Europa e lungo diversi secoli, e soprattutto è uno dei più famosi palindromi, cioè una successione di caratteri che genera il medesimo risultato nei due possibili sensi di lettura. Materiale ghiotto per Nolan, che, dopo aver giocato con il concetto attraverso il particolare montaggio di Memento, tesse una futuristica tela in cui sono gli oggetti e le persone a potersi muovere in entrambi i sensi del tempo, in un universo con precise regole e sgradevoli effetti collaterali, sulla falsariga di quello di Inception.

In una sequenza d’apertura in medias res, che ricorda quella de Il cavaliere oscuro per adrenalina e mistero e che verte proprio su una delle cinque parole del quadrato di Sator, l’Opera di Kiev, ci immergiamo in un mondo crepuscolare, termine scelto non a caso per la richiesta di una parola d’ordine fra i membri di una fazione, il cui scopo emergerà solo con il passare dei minuti. Da narratore esperto e scaltro, Nolan gioca fin da subito con le aspettative dello spettatore, accumulando misteri su misteri (il primo è il nome del personaggio di John David Washington, chiamato semplicemente Il Protagonista: capiremo perché) e al contempo farcendo il racconto con i suoi proverbiali spiegoni, odiati dai detrattori del suo cinema ma mai come in questo caso fondamentali per comprendere una trama che miscela fisica, entropia, paradossi temporali e tecnologia futuribile.

Non cercare di capire, sentilo

Tenet

Non passa molto tempo per fare la conoscenza di altre due parole del quadrato (ma sentiremo anche le due rimanenti): l’organizzazione Tenet, i cui scopi affioreranno nel corso del racconto, e soprattutto Andrei Sator, personaggio interpretato da un sempre efficace Kenneth Branagh che è, insieme al concetto stesso di tempo, il grande villain dell’opera, con un retrogusto da Thanos del Marvel Cinematic Universe per il cinismo con cui osserva e si confronta con un’umanità sempre più vicina all’autodistruzione. Completano il quadro la moglie di quest’ultimo Kat, madre coraggio alla ricerca di libertà e salvezza per il proprio figlio, portata in scena da un’algida Elizabeth Debicki, e il Neil di un convincente Robert Pattinson, partner del Protagonista in un intrigo internazionale dalle proporzioni sempre più sorprendenti.

«Non cercare di capire, sentilo», dice un personaggio nelle battute iniziali di Tenet, in quello che possiamo interpretare sia come un consiglio spassionato da parte del regista per approcciarsi alla sua contorta creazione, sia come uno sberleffo dello stesso Nolan nei confronti della folta schiera dei cercatori di buchi di trama, più a loro agio nell’attività di setacciare incongruenze che in quella di sospendere l’incredulità per abbandonarsi totalmente a un’opera audiovisiva. Seguendo questo monito, ci si trova effettivamente davanti a un racconto che nonostante le premesse è estremamente godibile, nonché in perenne bilico fra action movie, noir e spy story, con qualche sfumatura da buddy movie, dramma familiare e addirittura da eroico cinema di guerra, nella scia del precedente Dunkirk.

Non mancano inoltre suggestioni verso la saga di James Bond, chiodo fisso di Christopher Nolan richiamato più dall’intreccio che dalle atmosfere, decisamente meno erotiche e umoristiche di quelle a cui l’Agente 007 ci ha abituato.

Tenet e le sue ispirazioni

Tenet

Ogni riferimento alla storia recente e meno recente del cinema (TerminatorL’esercito delle 12 scimmie e i sottovalutati Looper e Predestination sono probabilmente quelli più calzanti) scompare però di fronte alla maestria di Nolan nel mettere in scena dinamiche non certo inedite in maniera tale da creare l’illusione che non ci sia mai stato niente del genere prima di lui. In questo senso, l’ispirazione più grande per Tenet è proprio Nolan stesso, con la sua tendenza all’eccesso in ogni direzione e con la sua ambizione, ormai più unica che rara, di rendere ogni suo film un evento unico e irripetibile. Dalle musiche roboanti di Ludwig Göransson, che non fa rimpiangere il fido Hans Zimmer già impegnato in Dune, all’imponenza di alcune sequenze action (lo schianto di un vero aereo), si prova la confortevole sensazione di trovarsi in un universo noto, prismatico ma al tempo stesso sempre coerente con se stesso.

Grazie anche al sublime montaggio di Jennifer Lame, che non è sacrilego definire come uno dei più complessi della storia recente del cinema, si percepisce la bramosia di sovvertire le regole della settima arte, di capovolgere i movimenti e le frasi (quasi come nella Loggia Nera di Twin Peaks), di scardinare generi e di attraversare una storia in ogni direzione possibile, restituendo allo spettatore la magia per troppo tempo proibita della sala, che, qualora ce ne fosse bisogno, si conferma come il luogo più adatto in cui godere di un’opera cinematografica. Tenet come possibile rivoluzione dunque, ma anche come uno degli ultimi baluardi della tradizione della sala, ambivalenza comprovata dalla combinazione fra pellicola 70 millimetri e IMAX scelta da Nolan per il suo lavoro dal più alto budget (oltre 200 milioni di dollari).

Tenet: fra Spielberg, Cameron e Kubrick

Incapace di sfuggire dal suo ineluttabile destino di dividere sempre e comunque, anche con Tenet Nolan rifugge le mezze misure, complicando anche ciò che non lo richiederebbe, lasciando ai suoi abili interpreti l’incombenza di delineare il profilo dei rispettivi personaggi e scegliendo troppo spesso la via della spiegazione verbale per dirimere gli aspetti più intricati del racconto. Chi cerca in questo sornione e ardito cineasta britannico la magia del cinema di persone ordinarie alle prese con qualcosa di straordinario, caro a Steven Spielberg, rimarrà probabilmente deluso da un’opera che fonde ancora il gusto per la sfida tecnica e narrativa di James Cameron con il rigore tipico di Stanley Kubrick, mettendo in secondo piano i personaggi e le loro evoluzioni, ma dando comunque vita a un racconto fresco e originale, a suo modo emozionante e capace di riflettere sottilmente sulla nostra contemporaneità.

In un periodo in cui siamo inevitabilmente portati a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni a breve e medio termine, proprio come i suoi protagonisti Tenet ci appare come un’opera in grado di risalire il flusso del tempo e di metterci davanti a una situazione, più realistica che mai, in cui saremo tutti chiamati ad assumerci la responsabilità di situazioni disperate e ad affrontare decisioni drastiche. Con la sua struttura circolare, Tenet ci suggerisce, come aveva precedentemente fatto Interstellar, che la spinta verso la salvezza deve scaturire da noi stessi, dalla nostra voglia di cooperare e dallo spirito di responsabilità e sacrificio in nome del bene collettivo. Perché anche alla base della trama più cervellotica di Nolan, a tratti al limite di un simposio scientifico, ci sono un amico da ritrovare, un figlio da proteggere, un pianeta da salvare e dell’odio da disinnescare. In una parola: cuore.

Nolan salverà il cinema?

Nel momento in cui scriviamo, non siamo ancora in grado di prevedere se Tenet sarà davvero il salvatore delle sale cinematografiche, letteralmente in ginocchio dopo un periodo di chiusura forzata e di successiva incertezza. Siamo però certi che finché esisteranno autori come Christopher Nolan, capaci ancora di volare altissimo a costo di rischiare di bruciarsi le ali, il cinema avrà un futuro e sarà un fondamentale supporto per decifrare la nostra complessa realtà, facendo di noi un Protagonista che si muove fra le pieghe del tempo alla ricerca di risposte e di salvezza.

Tenet è in sala dal 26 agosto, distribuito da Warner Bros.

Overall
8/10

Verdetto

Christopher Nolan ci regala un nuovo viaggio nella sua labirintica mente, distorcendo nuovamente il tempo per un racconto che mescola azione e fantascienza, spy story e war movie, per parlarci del nostro crepuscolare mondo.

Disney+

Hawkeye: recensione dei primi due episodi della serie Marvel

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Hawkeye

Il 2021 del Marvel Cinematic Universe, che si è aperto con WandaVision e si chiuderà con Spider-Man: No Way Home, ci ha portato tanti progetti diversi per atmosfere e tematiche, soprattutto sul piccolo schermo. La sontuosa serie con Elizabeth Olsen era essenzialmente una toccante riflessione sull’elaborazione del lutto, The Falcon and the Winter Soldier apriva a svariate analisi geopolitiche e sociali, mentre Loki e What If…? spalancavano la porta al multiverso, fondamentale per il futuro del franchise. Dal 24 novembre, approda su Disney+ Hawkeye, nuova miniserie in 6 episodi con protagonisti Jeremy Renner e Hailee Steinfeld, che ci fa compiere un deciso salto in avanti nel tempo: dal 2023 di Avengers: Endgame al 2025.

Un lasso di tempo in cui il mondo ha cercato di metabolizzare i due schiocchi di Thanos e Tony Stark, ricorrendo anche alla mitizzazione degli stessi Avengers, protagonisti di cosplay lungo le strade e addirittura di musical di Broadway. Proprio durante una di queste rievocazioni ritroviamo Clint Barton, il Vendicatore meno soggetto al divismo, nonché quello che fra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame aveva avuto la parabola umana più tortuosa e tormentata, con la scomparsa e la successiva riapparizione di tutta la sua famiglia, il suo temporaneo passaggio al lato oscuro, nelle vesti del killer Ronin, e la perdita della più cara amica Natasha Romanoff, sacrificatasi su Vormir per permettergli di conquistare la Gemma dell’Anima.

Un uomo che porta con sé tutto il dolore patito negli ultimi anni, ma che sta cercando faticosamente di ritrovare la propria pace interiore, godendosi qualche giorno di vacanza insieme ai suoi amati figli, ignaro del fatto che il passato sta per bussare di nuovo alla sua porta.

Hawkeye: passato e futuro della Marvel in una miniserie action a sfondo natalizio

Hawkeye

Photo by Chuck Zlotnick

Sulla strada di Occhio di Falco arriva Kate Bishop (una convincente Hailee Steinfeld), giovane ribelle e scapestrata la cui vita è cambiata bruscamente proprio durante la battaglia di New York vista in The Avengers, durante la quale Clint Barton si è distinto per coraggio e destrezza con il suo fidato arco. Da bambina altolocata, Kate ha dovuto infatti confrontarsi con un doloroso lutto e con un’improvvisa situazione di pericolo, crescendo poi nel mito di quel supereroe che, sprezzante del pericolo, abbatteva nemici con le sue frecce dai tetti della Grande Mela. Nel mondo post Thanos, Kate è una ragazza immatura e dal carattere difficile, che sogna di diventare a sua volta arciera, nonostante la madre (Vera Farmiga) e la sua nuova fiamma la spingano verso uno stile di vita più opulento e borghese.

L’operato di una pericolosa cospirazione criminale porta Kate a destreggiarsi pubblicamente col costume di Ronin, attirando inevitabilmente l’attenzione di Clint. Gli eventi portano così a un’improvvisata alleanza fra l’ex Avenger, che osserva con un misto di astio e rammarico la fama e la popolarità dei suoi compagni, e una sua potenziale allieva, che lo sprona a imbracciare nuovamente l’arco e a proteggere nuovamente il mondo da un’inaspettata minaccia.

Con Hawkeye, l’unico degli Avenger originali che non aveva ancora avuto un progetto dedicato può prendersi la luce dei riflettori, in un curioso mix di azione sullo sfondo del Natale (che riporta inevitabilmente alla mente Die Hard), commedia e buddy movie, che potrebbe avere profonde ripercussioni sul futuro del Marvel Cinematic Universe.

I fantasmi del passato

Photo by Mary Cybulski

Nel corso dei due episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Hawkeye si concentra soprattutto sulla caratterizzazione della new entry Kate Bishop. Hailee Steinfeld mette in scena un personaggio complesso e stratificato, che nonostante la sua estrazione sociale ama sporcarsi le mani, anche a costo di imbattersi in gravi pericoli. Il contrasto con il taciturno e diffidente Clint Barton è il terreno dal quale nascono diversi siparietti comici ma anche la pietra angolare su cui imbastire un rapporto che nelle prossime puntate potrebbe deflagrare in molteplici direzioni.

Mentre i protagonisti si annusano a vicenda, sottotraccia i registi Rhys Thomas e Bert e Bertie delineano la minaccia con cui si scontreranno. Fra vecchie e nuove conoscenze, sullo sfondo si staglia l’ingombrante presenza della Yelena Belova di Florence Pugh, letale sorella adottiva di Natasha che abbiamo già visto in azione in Black Widow, convinta che dietro la morte della Vedova Nera ci sia proprio Occhio di Falco. Un Avenger disilluso e logoro contro due giovani rampanti, decise per motivi diversi a prendersi la ribalta insieme a lui. Nei prossimi episodi di Hawkeye ci sarà sicuramente da divertirsi, grazie anche alla presenza di Lucky the Pizza Dog, cane privo di un occhio fidato compagno di Clint e Kate nelle loro avventure.

Hawkeye: ci sarà una seconda stagione?

Hawkeye

Photo by Mary Cybulski.

Il nostro giudizio su Hawkeye è inevitabilmente condizionato dalla visione incompleta della nuova serie Disney+. A fronte di due protagonisti ben caratterizzati e con una buona alchimia reciproca, non possiamo dire altrettanto dei personaggi secondari di Vera Farmiga, Tony Dalton e Brian d’Arcy James, sempre defilati e con motivazioni e personalità ancora poco chiare. I prossimi episodi ci diranno se con Hawkeye siamo di fronte a una nuova trave portante del Marvel Cinematic Universe, con una possibile prosecuzione per una seconda stagione, o davanti a un progetto suggestivo e ricco di spunti, ma fondamentalmente dimenticabile.

Overall
7/10

Verdetto

I primi due episodi di Hawkeye ci mettono di fronte a un progetto potenzialmente intrigante, ma che troverà la propria voce solo nel prosieguo della miniserie. Una coppia di protagonisti ben affiatati, nonostante siano agli antipodi per storia, carattere ed estrazione sociale, è il punto di forza di un racconto che può diventare fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe.

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Sweat: recensione del film di Magnus von Horn con Magdalena Kolesnik

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Sweat

Le nuove professioni legate ai social network ci hanno portato nel giro di pochissimo tempo a essere letteralmente sommersi da influencer e celebrità del web. Anche se non sempre ce ne accorgiamo, durante ogni nostra visita a Instagram scorrono senza sosta le imprese di personalità influenti nei più disparati settori che, attraverso la loro costante presenza sui social e la creazione continua di contenuti, capitalizzano il loro seguito. Il cinema si è approcciato a queste persone in modo incostante, peccando talvolta di superficialità o incanalando la narrazione nei toni più rassicuranti della commedia, come nel caso di Genitori vs influencer. Con il suo Sweat (disponibile in Home Video e on demand), Magnus von Horn compie un’operazione decisamente più raffinata, addentrandosi dietro le quinte delle immagini luccicanti e ovattate che vediamo su Instagram e scavando in un abisso di solitudine e frustrazione.

Sweat: dietro le quinte della vita di un’influencer

Sweat

Sylwia Zająć (una strepitosa Magdalena Kolesnik) è una influencer di fitness, che quotidianamente intrattiene i suoi 600.000 follower con il suo sorriso smagliante e la sua innata simpatia, dando loro consigli su come raggiungere e mantenere la perfetta forma fisica. Come sempre accade però, non è tutto oro quel che luccica. In un video condiviso sui social, Sylwia mostra tutti i suoi punti deboli, confidando ai fan la sua profonda solitudine e sottolineando il disagio che prova nel non avere una relazione sentimentale stabile. È l’inizio di una spirale discendente (in netta contrapposizione al suo successo sui social e in TV), che la porta in breve tempo a vivere un forte imbarazzo all’interno del suo nucleo familiare e ad essere tormentata da un inquietante stalker che si apposta continuamente sotto casa sua.

Sweat mostra il lato oscuro dell’influencer, evidenziando tutte le criticità di questo mestiere. Con un cromatismo spinto, che enfatizza l’illusoria rappresentazione di Sylwia, il regista si sofferma sulla totale assuefazione della protagonista per il mezzo che utilizza per lavoro, sottolineando a più riprese l’ossessione di condividere continuamente nuovi contenuti, la spinta che riceve per mostrare sempre la parte più solare di sé e la sua innata capacità di trasformare in oro anche le più banali parole. Interessante infatti notare che Sylwia non dà nessun consiglio concreto ai propri follower in tema di fitness, ma si limita invece a spronarli con semplicissimi inviti a dare il meglio di se stessi, che grazie al naturale carisma dell’influencer diventano contenuti preziosi e apprezzati.

Un fittizio rapporto interpersonale, che von Horn mette alla berlina con la lucida e pungente sequenza in cui una fan di Sylwia, abituata a ricevere da lei continui aggiornamenti sulla sua esistenza, si sente in diritto di fare altrettanto, raccontando aspetti particolarmente personali della sua vita all’esterrefatta influencer.

Il parallelo fra influencer e regista

Sweat

Anche se Sweat non fa nessuno sconto al mondo delle influencer, l’intento del regista non è tanto quello di ridicolizzare questa professione, quanto piuttosto di evidenziare il contrasto fra la vitalità e il divismo che sprizzano da certi profili e la malinconia da cui sono avvolte queste persone nella vita reale. Fondamentali in questo senso sono le sequenze che vedono coinvolti i parenti di Sylwia e lo stalker che la tormenta. Da una parte, la famiglia della protagonista la trasforma in un oggetto, proprio come fanno i suoi follower, riproducendo in televisione le sue lezioni di fitness, interrogandola su dettagli ininfluenti della professione e addirittura minimizzando la minaccia portata da uno sconosciuto che si apposta incessantemente sotto casa sua. Dall’altra, è proprio con lo stalker, distrutto dopo un pestaggio, che Sylwia ha il rapporto più umano di tutta la sua esistenza, pur mantenendo le distanze da una persona socialmente pericolosa.

Proprio come un regista cinematografico, Sylwia crea una narrazione, scegliendo cosa mostrare allo spettatore e veicolando emozioni per fini commerciali e di intrattenimento. Sweat si insinua nella frattura fra realtà e fantasia, mostrando il controcampo dello smartphone (o della macchina da presa) e diventando di conseguenza anche una metafora valida per ogni tipo di artista, fuori e dentro il web, costretto a dividersi quotidianamente fra verità e rappresentazione. L’epilogo circolare suggella un’opera intensa e vibrante, che arriva nel momento giusto e ha il pregio di restituire allo spettatore un ritratto, mai addolcito o distorto, di una professione con cui conviviamo ogni giorno ma della quale sappiamo ancora troppo poco.

Overall
8/10

Verdetto

Magnus von Horn ci consegna il ritratto pungente e mai consolatorio di un nuovo mestiere che in pochi conoscono approfonditamente, tratteggiando un desolante ritratto umano che non si dimentica facilmente.

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Jakob’s Wife: recensione del film con Barbara Crampton

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Jakob's Wife

Insieme a quello degli zombi, il filone vampiresco è quello che maggiormente si presta alle più disparate riflessioni sociali applicate all’horror. Paura del diverso, sessuofobia, capitalismo e molto altro: non si contano le tematiche affrontate al cinema attraverso i vampiri. Dopo essere state letteralmente saccheggiate dal teen drama, queste inquietanti e suggestive creature diventano grazie a Jakob’s Wife un’interessante chiave di lettura per la vecchiaia, nonché una chiara metafora di come, anche in età avanzata, sia sempre possibile rivedere drasticamente la propria vita e liberarsi dalle gabbie che noi stessi ci siamo creati.

L’ultimo lavoro di Travis Stevens (già dietro alla macchina da presa per il discreto La ragazza del terzo piano) riesce nel non facile intento di raccontare qualcosa di originale, sfruttando un registro difficile da maneggiare come quello della commedia horror. Lo fa riportando in scena due volti familiari del genere come l’attore e regista Larry Fessenden e l’icona Barbara Crampton, indelebilmente nel cuore degli appassionati per le sue partecipazioni ai cult di Stuart Gordon Re-Animator, From Beyond – Terrore dall’ignoto e Castle Freak.

Jakob’s Wife: una spassosa commedia horror sulla terza età

Nell’apparentemente tranquilla provincia americana, Anne (Barbara Crampton) è felicemente sposata da oltre 30 anni con il Ministro di una piccola comunità Jakob (Larry Fessenden), con cui vive un rapporto inevitabilmente condizionato dai precetti religiosi e morali di lui. Quando una ragazza della comunità scompare misteriosamente, il fragile equilibrio della coppia va in frantumi, spingendo Anne verso un incontro con un suo ex amore di gioventù mai dimenticato. A interrompere le effusioni dei due è l’arrivo di una sinistra creatura, che morde sul collo Anne trasformandola in una vampira. In mezzo a tante ovvie problematiche, la nuova condizione porta anche ad Anne una maggiore vitalità e la voglia di rimettere in discussione aspetti della sua vita rimasti troppo a lungo sopiti.

Fra richiami ai caposaldi del vampiresco (quello a Le notti di Salem di Tobe Hooper il più evidente) ed effetti speciali orgogliosamente artigianali, anche a costo di rasentare in alcuni casi il ridicolo, Jakob’s Wife mette in scena una divertente e divertita rilettura di questo filone, ritrovando la miscela di umorismo e sangue tipica di molti horror anni ’80. Fra battute e sequenze splatter, emerge però soprattutto il rapporto in constante mutamento fra Anne e Jakob, reso con estrema raffinatezza da due interpreti di caratura mondiale, alle ennesime importanti prove delle rispettive carriere.

Mentre Barbara Crampton gioca col suo status di ex scream queen, sfruttando anche la sua invidiabile fisicità da ultrasessantenne, Larry Fessenden lavora di sottrazione, mostrando le ferite di un marito tradito nell’orgoglio ma al tempo stesso consapevole dei suoi tanti errori. Il risultato è un duello psicologico che domina sulla componente più prettamente horror, portando avanti un’acuta riflessione sulle seconde possibilità e sulla necessità di dedicarci a ciò che ci fa stare bene.

Sangue e risate

Jakob's Wife

Jakob’s Wife strizza ripetutamente l’occhio ai tanti cliché del genere, proponendoci il caratteristico campionario di morsi alla giugulare, impalamenti, litri di sangue e animali disgustosi. A lasciare perplessi è però la caratterizzazione dell’entità alla base dell’intreccio, denominata Il Maestro anche se impersonata da Bonnie Aarons, già interprete della demoniaca suora protagonista di The Nun – La vocazione del male. In un’opera in cui spiccano le sfaccettature caratteriali dei protagonisti e le diverse risposte al ritrovato vigore di Anne, sorprende in negativo la mancanza di approfondimento di questo personaggio, di cui ignoriamo origine, motivazioni e finalità. Resta però il sorprendente spaccato di un matrimonio nella terza età, giustamente sfumato dal fotogramma finale.

Jakob’s Wife è stato presentato in anteprima italiana durante il Trieste Science+Fiction Festival 2021. Al momento non ci sono notizie sulla distribuzione in sala o su piattaforma.

Overall
6.5/10

Verdetto

Jakob’s Wife rilegge il filone vampiresco con una spassosa commedia, che pur in una cornice leggera riesce a ragionare sulla terza età, sui compromessi della vita di coppia e sulle seconde possibilità.

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