Tenet

Recensioni

Tenet: la recensione del nuovo film di Christopher Nolan

Pubblicato

il

Nonostante le critiche che vengono puntualmente mosse da chi sostiene che sia eccessivamente complesso e poco emozionale, il cinema di Christopher Nolan è basato su pochi temi, tutti altamente suggestivi. Il ritorno verso qualcosa o qualcuno; le maschere che i suoi personaggi indossano, per assumere l’identità di qualcun altro o per sostenere i propri corpi in situazioni difficili; il desiderio di un genitore di ricongiungersi con i propri figli, attraverso i più bizzarri labirinti fisici e mentali; il crepuscolare mondo in cui viviamo, sull’orlo del collasso. Ma a scandire i racconti di Nolan è soprattutto la dimensione fisica più ingovernabile, cioè il tempo, che il regista britannico distorce, dilata, comprime e ribalta per costruire i suoi sogni. Giunto al suo undicesimo lavoro, il nostro miscela tutte queste tematiche nell’ambizioso e contorto Tenet, che arriva nelle sale italiane accompagnato dalla pesante incombenza di essere il salvatore designato del cinema.

Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas

Tenet è la parola centrale di uno dei più affascinanti enigmi storici, cioè il cosiddetto quadrato del Sator. Questo semplice quadrato è composto dalla successione delle cinque brevi parole Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas, che possiede due particolarità: si può ritrovare in svariati reperti archeologici, disseminati per tutta l’Europa e lungo diversi secoli, e soprattutto è uno dei più famosi palindromi, cioè una successione di caratteri che genera il medesimo risultato nei due possibili sensi di lettura. Materiale ghiotto per Nolan, che, dopo aver giocato con il concetto attraverso il particolare montaggio di Memento, tesse una futuristica tela in cui sono gli oggetti e le persone a potersi muovere in entrambi i sensi del tempo, in un universo con precise regole e sgradevoli effetti collaterali, sulla falsariga di quello di Inception.

In una sequenza d’apertura in medias res, che ricorda quella de Il cavaliere oscuro per adrenalina e mistero e che verte proprio su una delle cinque parole del quadrato di Sator, l’Opera di Kiev, ci immergiamo in un mondo crepuscolare, termine scelto non a caso per la richiesta di una parola d’ordine fra i membri di una fazione, il cui scopo emergerà solo con il passare dei minuti. Da narratore esperto e scaltro, Nolan gioca fin da subito con le aspettative dello spettatore, accumulando misteri su misteri (il primo è il nome del personaggio di John David Washington, chiamato semplicemente Il Protagonista: capiremo perché) e al contempo farcendo il racconto con i suoi proverbiali spiegoni, odiati dai detrattori del suo cinema ma mai come in questo caso fondamentali per comprendere una trama che miscela fisica, entropia, paradossi temporali e tecnologia futuribile.

Non cercare di capire, sentilo

Non passa molto tempo per fare la conoscenza di altre due parole del quadrato (ma sentiremo anche le due rimanenti): l’organizzazione Tenet, i cui scopi affioreranno nel corso del racconto, e soprattutto Andrei Sator, personaggio interpretato da un sempre efficace Kenneth Branagh che è, insieme al concetto stesso di tempo, il grande villain dell’opera, con un retrogusto da Thanos del Marvel Cinematic Universe per il cinismo con cui osserva e si confronta con un’umanità sempre più vicina all’autodistruzione. Completano il quadro la moglie di quest’ultimo Kat, madre coraggio alla ricerca di libertà e salvezza per il proprio figlio, portata in scena da un’algida Elizabeth Debicki, e il Neil di un convincente Robert Pattinson, partner del Protagonista in un intrigo internazionale dalle proporzioni sempre più sorprendenti.

«Non cercare di capire, sentilo», dice un personaggio nelle battute iniziali di Tenet, in quello che possiamo interpretare sia come un consiglio spassionato da parte del regista per approcciarsi alla sua contorta creazione, sia come uno sberleffo dello stesso Nolan nei confronti della folta schiera dei cercatori di buchi di trama, più a loro agio nell’attività di setacciare incongruenze che in quella di sospendere l’incredulità per abbandonarsi totalmente a un’opera audiovisiva. Seguendo questo monito, ci si trova effettivamente davanti a un racconto che nonostante le premesse è estremamente godibile, nonché in perenne bilico fra action movie, noir e spy story, con qualche sfumatura da buddy movie, dramma familiare e addirittura da eroico cinema di guerra, nella scia del precedente Dunkirk.

Non mancano inoltre suggestioni verso la saga di James Bond, chiodo fisso di Christopher Nolan richiamato più dall’intreccio che dalle atmosfere, decisamente meno erotiche e umoristiche di quelle a cui l’Agente 007 ci ha abituato.

Tenet e le sue ispirazioni

Ogni riferimento alla storia recente e meno recente del cinema (TerminatorL’esercito delle 12 scimmie e i sottovalutati Looper e Predestination sono probabilmente quelli più calzanti) scompare però di fronte alla maestria di Nolan nel mettere in scena dinamiche non certo inedite in maniera tale da creare l’illusione che non ci sia mai stato niente del genere prima di lui. In questo senso, l’ispirazione più grande per Tenet è proprio Nolan stesso, con la sua tendenza all’eccesso in ogni direzione e con la sua ambizione, ormai più unica che rara, di rendere ogni suo film un evento unico e irripetibile. Dalle musiche roboanti di Ludwig Göransson, che non fa rimpiangere il fido Hans Zimmer già impegnato in Dune, all’imponenza di alcune sequenze action (lo schianto di un vero aereo), si prova la confortevole sensazione di trovarsi in un universo noto, prismatico ma al tempo stesso sempre coerente con se stesso.

Grazie anche al sublime montaggio di Jennifer Lame, che non è sacrilego definire come uno dei più complessi della storia recente del cinema, si percepisce la bramosia di sovvertire le regole della settima arte, di capovolgere i movimenti e le frasi (quasi come nella Loggia Nera di Twin Peaks), di scardinare generi e di attraversare una storia in ogni direzione possibile, restituendo allo spettatore la magia per troppo tempo proibita della sala, che, qualora ce ne fosse bisogno, si conferma come il luogo più adatto in cui godere di un’opera cinematografica. Tenet come possibile rivoluzione dunque, ma anche come uno degli ultimi baluardi della tradizione della sala, ambivalenza comprovata dalla combinazione fra pellicola 70 millimetri e IMAX scelta da Nolan per il suo lavoro dal più alto budget (oltre 200 milioni di dollari).

Tenet: fra Spielberg, Cameron e Kubrick

Incapace di sfuggire dal suo ineluttabile destino di dividere sempre e comunque, anche con Tenet Nolan rifugge le mezze misure, complicando anche ciò che non lo richiederebbe, lasciando ai suoi abili interpreti l’incombenza di delineare il profilo dei rispettivi personaggi e scegliendo troppo spesso la via della spiegazione verbale per dirimere gli aspetti più intricati del racconto. Chi cerca in questo sornione e ardito cineasta britannico la magia del cinema di persone ordinarie alle prese con qualcosa di straordinario, caro a Steven Spielberg, rimarrà probabilmente deluso da un’opera che fonde ancora il gusto per la sfida tecnica e narrativa di James Cameron con il rigore tipico di Stanley Kubrick, mettendo in secondo piano i personaggi e le loro evoluzioni, ma dando comunque vita a un racconto fresco e originale, a suo modo emozionante e capace di riflettere sottilmente sulla nostra contemporaneità.

In un periodo in cui siamo inevitabilmente portati a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni a breve e medio termine, proprio come i suoi protagonisti Tenet ci appare come un’opera in grado di risalire il flusso del tempo e di metterci davanti a una situazione, più realistica che mai, in cui saremo tutti chiamati ad assumerci la responsabilità di situazioni disperate e ad affrontare decisioni drastiche. Con la sua struttura circolare, Tenet ci suggerisce, come aveva precedentemente fatto Interstellar, che la spinta verso la salvezza deve scaturire da noi stessi, dalla nostra voglia di cooperare e dallo spirito di responsabilità e sacrificio in nome del bene collettivo. Perché anche alla base della trama più cervellotica di Nolan, a tratti al limite di un simposio scientifico, ci sono un amico da ritrovare, un figlio da proteggere, un pianeta da salvare e dell’odio da disinnescare. In una parola: cuore.

Nolan salverà il cinema?

Nel momento in cui scriviamo, non siamo ancora in grado di prevedere se Tenet sarà davvero il salvatore delle sale cinematografiche, letteralmente in ginocchio dopo un periodo di chiusura forzata e di successiva incertezza. Siamo però certi che finché esisteranno autori come Christopher Nolan, capaci ancora di volare altissimo a costo di rischiare di bruciarsi le ali, il cinema avrà un futuro e sarà un fondamentale supporto per decifrare la nostra complessa realtà, facendo di noi un Protagonista che si muove fra le pieghe del tempo alla ricerca di risposte e di salvezza.

Tenet è in sala dal 26 agosto, distribuito da Warner Bros.

Overall
8/10

Verdetto

Christopher Nolan ci regala un nuovo viaggio nella sua labirintica mente, distorcendo nuovamente il tempo per un racconto che mescola azione e fantascienza, spy story e war movie, per parlarci del nostro crepuscolare mondo.

News

Estranei: recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

Pubblicato

il

Adam è uno sceneggiatore in crisi professionale ed esistenziale, bloccato su un “Esterno, villetta di periferia, 1987” che non è solo incipit e ambientazione della sua nuova opera, ma anche un momento cruciale della sua vita, stravolta dalla morte in un incidente stradale dei genitori, quando aveva solo 11 anni. Adam vive in un palazzo londinese di nuova costruzione, in buona parte ancora disabitato; una sera bussa alla porta di casa sua il giovane vicino Harry per invitarlo a trascorrere la serata insieme, ma lui gli chiude la porta in faccia. Per superare il suo blocco dello scrittore, Adam si reca quindi nella sua casa di infanzia, dove sorprendentemente trova i genitori identici all’ultima volta in cui li aveva visti. Inizia così Estranei, struggente storia di solitudine, rapporti spezzati e fantasmi fisici e metaforici.

Basandosi sull’omonimo romanzo di Taichi Yamada (pubblicato proprio nel 1987), Andrew Haigh torna sul grande schermo con il suo lavoro più riuscito e travolgente, che convoglia i temi centrali della sua filmografia in una commovente miscela di dramma esistenziale e familiare, ghost story e dramma sentimentale queer. Una storia sospesa nel tempo, grazie alla nostalgica scelta della pellicola da 35 mm (base perfetta per l’avvolgente fotografia di Jamie D. Ramsay) e a una colonna sonora fatta di brani immortali come The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood (vero e proprio filo conduttore del racconto), impreziosita dalla memorabile prova del protagonista Andrew Scott e da quelle altrettanto convincenti di Paul Mescal, Jamie Bell e Claire Foy, tutti coinvolti nella malinconica parabola di Adam.

Estranei: il commovente e nostalgico melodramma fantastico di Andrew Haigh

Courtesy of Searchlight Pictures

Come in Weekend siamo davanti a un incontro fra due uomini in grado di cambiare la vita di entrambi e analogamente a quanto visto in 45 anni c’è l’idea di un amore in grado di superare le barriere del tempo, influenzando un’esistenza in modi inaspettati. Come in Charley Thompson (ultimo sottovalutato film di Andrew Haigh prima di un allontanamento dal grande schermo durato ben 6 anni) il protagonista è un orfano, costretto dal lutto a crescere prima del tempo e a dover contare solo su se stesso. Estranei è però quanto di più lontano da una rimasticatura di lavori precedenti. Il regista britannico firma infatti una delle opere più vibranti degli ultimi anni, in cui l’elemento fantastico e gli spunti queer convergono in un racconto stratificato, denso di temi e contenuti.

Estranei è prima di tutto una dolorosa storia di solitudine, che affligge Adam a più livelli. Il protagonista è infatti un uomo profondamente solo, come tanti vittima del paradosso che trasforma una metropoli affollata di persone in un grande isolamento collettivo. Ma allo stesso tempo la solitudine di Adam è figlia della sua sessualità (ancora difficile da comprendere per molti, come dimostrano i dialoghi con i suoi genitori), della sua professione (uno scrittore deve per forza isolarsi dal suo mondo per generarne altri) e inevitabilmente del tragico e prematuro distacco dalla madre e dal padre, che ha condizionato la sua esistenza in modi che non scopriamo mai del tutto, con esiti però lampanti sulla personalità del protagonista di Estranei.

Traumi e solitudine

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è però anche una metafora sulla creazione artistica, esplicitata dalle parole scritte a schermo da Adam e impreziosita da numerosi dettagli, come il mastodontico e semivuoto palazzo in cui abita (simbolo di un mondo ancora da scrivere) o il toccante finale, in cui la triste realtà riecheggia nella fantasia e nell’analisi di se stessi, in un crescendo di emozione davanti a cui è difficile trattenere le lacrime. Una narrazione arricchita da Andrew Haigh, che mette in scena continue apparizioni e dissoluzioni, sfumature e giochi di luce, giocando con la componente più misteriosa di Estranei ma guardando sempre oltre, al di là del genere o del singolo evento.

Fra i vari lati del prisma costruito da Andrew Haigh emerge progressivamente quello che racchiude tutti gli altri, ovvero l’idea di poter imbastire un dialogo con chi non c’è più, comprendendo e facendosi comprendere con una prospettiva e una consapevolezza impossibili nella realtà. Una dinamica ben rodata all’interno della narrativa fantastica, che però Andrew Haigh sfrutta in maniera intima e del tutto personale, con una delicatezza encomiabile. Estranei diventa anche una sorta di controcampo di È stata la mano di Dio, con il comune elemento della scomparsa dei genitori di un’artista durante l’adolescenza che diventa un punto di partenza per due riflessioni divergenti ma altrettanto potenti. Al lacerante realismo del film di Paolo Sorrentino Andrew Haigh contrappone un dolce onirismo, fatto di ascolto dell’altro e di se stessi.

Estranei: il grande ritorno di Andrew Haigh

Photo by Chris Harris. Courtesy of Searchlight Pictures

Un albero di Natale costruito di nuovo insieme, trascendendo l’età e il tempo, diventa così l’occasione per ricostruire il calore familiare che la vita ha strappato via, mentre i dialoghi sulla comunità queer e sulla consapevolezza odierna a proposito dell’omosessualità sono un’occasione per perdonare chi non ha gli strumenti culturali e sociali per comprendere, ma può comunque accettarci e abbracciarci grazie alla forza dell’amore. Una conversazione fra presente e passato, fra chi siamo e chi eravamo, da cui ripartire per affrontare l’esistenza con serenità e maggiore consapevolezza.

In mezzo a lutti e fantasmi, passioni e traumi, sogni e risvegli, Andrew Haigh trova la chiave per parlare al cuore dello spettatore senza mai trascurare la forma, in un inno ai legami familiari e sentimentali che paradossalmente germoglia proprio dalle macerie di un’esistenza segnata dall’isolamento e dal distacco. La conferma di uno dei pochi autori dallo stile unico e inconfondibile nel panorama contemporaneo, che è un piacere ritrovare dopo una lunga assenza e ci auguriamo sia qui per restare.

Photo Courtesy of Searchlight Pictures

Estranei è nelle sale italiane dal 29 febbraio, distribuito da Disney Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

A 6 anni di distanza da Charley Thompson, Andrew Haigh torna al grande schermo con un dramma esistenziale di travolgente bellezza, in bilico fra fantasia e realtà ma intriso di umanità.

Continua a leggere

News

American Fiction: recensione del film con Jeffrey Wright

Pubblicato

il

In un mondo fatto di estremi e di estremismi, siamo ormai abituati a posizioni contrapposte in termini di inclusività: quella dei qualunquisti che giustificano la loro malcelata intolleranza blaterando di dittatura del politicamente corretto e quella di chi invece cavalca l’onda su dettagli ben lontani dal nocciolo della questione, ergendosi a dispensatore di moralità dall’alto del suo profilo da content creator. Una contraddizione al centro di American Fiction, prima regia cinematografica di Cord Jefferson (già dietro alla macchina da presa per gli show televisivi Master of None, The Good Place e Watchmen), che con lucidità e intelligenza affronta il tema della rappresentazione della comunità black in ambito letterario e cinematografico. Una raffinata commedia capace di conquistare ben 5 nomination agli Oscar 2024, disponibile dal 27 febbraio su Prime Video.

American Fiction si basa sul romanzo di Percival Everett Erasure, edito in Italia con il titolo Cancellazione. Al centro della vicenda c’è lo scrittore e professore universitario Thelonious Ellison (Jeffrey Wright), detto Monk in omaggio al celebre jazzista suo omonimo. Monk è irritato per quella che dal suo punto di vista è una sensibilità eccessiva e ipocrita verso la comunità black, comune a tutta l’industria culturale e nello specifico anche ai suoi studenti. Dopo una sua sfuriata, che coincide con una crisi della sua produzione letteraria, Monk viene messo in congedo temporaneo dall’università. Fa quindi ritorno nella sua città natale di Boston, dove si trova a recuperare il conflittuale rapporto con fratello e sorella e a prendersi cura della madre, afflitta dai primi sintomi di una malattia neurodegenerativa.

In un impeto di frustrazione, Monk scrive di getto e sotto pseudonimo un romanzo che intitola scherzosamente My Pafology, infarcendolo di stereotipi sui neri. L’opera ottiene però un’inaspettata considerazione a parte degli editori, imprimendo una svolta alla vita del protagonista.

American Fiction: un formidabile Jeffrey Wright in bilico fra satira e dramma familiare

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

American Fiction ha un intento limpido e netto, ovvero fare satira sull’industria culturale e su tutte le figure che le gravitano intorno. Una satira che centra il bersaglio, grazie soprattutto alla prova di Jeffrey Wright, finalmente centrale in un racconto e formidabile nel rendere la frustrazione del suo personaggio, e a quella di John Ortiz nei panni dell’agente di Monk, protagonista di alcune battute davvero folgoranti. Cord Jefferson ne ha per tutti: la narrativa black fatta sempre e solo di criminalità ed emarginazione, ben rappresentata dal romanzo bestseller We’s Lives in Da Ghetto di Sintara Golden (Issa Rae), in cui si imbatte Monk; i circoli letterari con i loro relativi premi, affidati nel migliore dei casi a membri della giuria svogliati; lo stesso ambiente di Hollywood, formato da un branco di ignoranti che si limita a farsi riassumere dagli assistenti sinossi di libri da trasformare in potenziali successi.

Il regista non nega il razzismo ancora dilagante (la scena del tassista che lascia a piedi Monk subito dopo la sua affermazione sulla razza è emblematica in questo senso), ma mette in luce il fatto che buona parte del successo della cultura woke è determinato dalle scelte e dai potenziali profitti dei padroni di sempre (quindi in maggioranza bianchi), che seguono solo il vento dei soldi, assecondando il mercato in direzione di ciò che lettori e spettatori vogliono sentirsi dire. È questo l’aspetto più convincente e sicuro di American Fiction, che a ritmo di jazz (non a caso cuore della colonna sonora) mette a nudo i limiti di una parte di società, che cerca invano di ripulirsi la coscienza con crude storie di violenza e sopraffazione, farcite di armi da fuoco, mascolinità tossica e forze dell’ordine corrotte.

American Fiction: un racconto non sempre a fuoco

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Accanto al tema portante di American Fiction c’è però un melodramma familiare tutt’altro che disprezzabile, che acquista progressivamente forza e spazio, sottraendolo alla satira. Jeffrey Wright è abile a tratteggiare un uomo letteralmente accerchiato in ogni ambito della sua vita, afflitto dall’insuccesso personale, impacciato nelle relazioni sentimentali e con un nucleo familiare decisamente complesso, in cui il lascito di un’ambigua figura paterna si fonde con una madre (Leslie Uggams) sempre più fragile, con un fratello (Sterling K. Brown) in piena seconda giovinezza per via del suo coming out e con una sorella (Tracee Ellis Ross) che cerca di tenere tutto insieme.

Non mancano momenti toccanti, come un funerale in spiaggia in bilico fra riso e pianto e le battute a vuoto sempre più frequenti dell’anziana madre, ma il risvolto familiare finisce per depotenziare la componente più corrosiva di American Fiction. A questo si aggiunge la caratterizzazione a tratti traballante della famiglia borghese di Monk, con continue dichiarazioni sulle difficoltà economiche che non trovano riscontro nello stile di vita decisamente agiato degli Ellison. Un’incoerenza che mette però ancora più in luce la personalità tormentata di Monk, che in ambito artistico, sentimentale e familiare è sempre “l’altro”, fuori posto, controcorrente ed elemento alieno e respingente.

Irridere l’industria

Photo credit: Claire Folger © 2023 Orion Releasing

Le escursioni metanarrative di American Fiction alimentano l’umorismo di Cord Jefferson, che adempie al compito (dichiarato fin dal titolo) di dare vita a un pungente affresco della società americana, mettendo però nel mirino non i soliti illetterati reazionari, ma la fetta di popolazione che dovrebbe contrastarli con la forza della cultura e della civiltà. Un’opera di compromessi e sul compromesso (per il successo, per la felicità), forte di alcuni momenti davvero spassosi (le riunioni della giuria, il confronto fra Monk e Sintara Golden) e capace di irridere l’industria culturale dal suo interno, conquistando anche diverse candidature per i più prestigiosi riconoscimenti: una contraddizione solo apparente, come ci dimostra la parabola di Monk.

Overall
7.5/10

Valutazione

Cord Jefferson dà vita a una corrosiva satira sull’industria culturale e sulla sua ipocrisia, depotenziata però da un dramma familiare non altrettanto travolgente.

Continua a leggere

News

As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

Pubblicato

il

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

Continua a leggere
Pubblicità
Exit mobile version