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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Dove vedere The Animal Kingdom in streaming

Overall
6/10

Valutazione

The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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Captain America: Brave New World: il trailer del film Marvel

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Captain America: Brave New World

È online il trailer ufficiale di Captain America: Brave New World, nuovo film Marvel diretto da Julius Onah, con protagonisti Anthony Mackie, Danny Ramirez, Shira Haas, Xosha Roquemore, Carl Lumbly, Giancarlo Esposito, Liv Tyler, Tim Blake Nelson e Harrison Ford. Il film arriverà nelle sale italiane il prossimo 12 febbraio, distribuito da Disney. Gustiamoci una piccola anteprima di quello che ci aspetta.

Il trailer ufficiale di Captain America: Brave New World

Questa la sinossi ufficiale del film:

Dopo aver incontrato il neoeletto Presidente degli Stati Uniti Thaddeus Ross, interpretato da Harrison Ford al suo debutto nel Marvel Cinematic Universe, Sam si ritrova nel bel mezzo di un incidente internazionale. Deve scoprire le ragioni di un efferato complotto globale prima che il mondo intero sia costretto a vedere rosso.

Questo nuovo capitolo del franchise presenta Anthony Mackie nei panni di Capitan America. Falcon, interpretato da Mackie nei precedenti film dell’MCU, ha assunto ufficialmente il ruolo di Capitan America nel finale di The Falcon and The Winter Soldier, serie originale disponibile su Disney+. Il film è prodotto da Kevin Feige e Nate Moore, mentre Louis D’Esposito e Charles Newirth sono i produttori esecutivi.

In conclusione, ecco il poster ufficiale del film che, lo ricordiamo, arriverà nelle sale italiane il 12 febbraio.

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Shelley Duvall è morta: l’attrice statunitense aveva 75 anni

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Shelley Duvall

All’età di 75 anni, è morta l’attrice statunitense Shelley Duvall, universalmente conosciuta per il ruolo di Wendy Torrance in Shining e per il suo lungo sodalizio artistico con Robert Altman. A dare la notizia è Variety, che riporta come fonte il partner di Shelley Duvall, Dan Gilroy. Il decesso dell’attrice è dovuto a complicazioni del diabete di cui soffriva. Dan Gilroy ha così omaggiato la sua memoria:

La mia cara, dolce, meravigliosa vita, compagna e amica ci ha lasciato la scorsa notte. Troppa sofferenza ultimamente, ora è libera. Vola via, bellissima Shelley.

La carriera di Shelley Duvall

Shelley Duvall

Shelley Duvall debutta sul grande schermo nel 1970 grazie proprio a Robert Altman, che la scrittura per il suo Anche gli uccelli uccidono. Il regista statunitense la ingaggia anche per i suoi successivi film I compari, Gang, Nashville, Buffalo Bill e gli indiani, Tre donne (grazie al quale l’attrice conquista il prestigioso Prix d’Interprétation féminine al Festival di Cannes) e Popeye – Braccio di Ferro, in cui Shelley Duvall recita accanto a Robin Williams nell’iconica parte di Olivia, la fidanzata di Braccio di ferro.

Nel mentre, prende parte a Io e Annie di Woody Allen e soprattutto al film che diventerà la sua croce e delizia, Shining di Stanley Kubrick. Nel capolavoro tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, Shelley Duvall consegna alla storia del cinema un’interpretazione struggente e disperata, in cui sfoggia tutta la sua espressività, reggendo il confronto con un sontuoso Jack Nicholson. La sua prova è però stata ottenuta attraverso comportamenti al limite della violenza psicologica da parte del regista, che ha costretto l’attrice a un numero spropositato di ciak, spingendola deliberatamente al limite fisico e mentale. Durante un’intervista all’Hollywood Reporter, la stessa interprete ha raccontato le conseguenze indelebili sulla sua salute mentale dello stress causato dalla lavorazione di Shining.

Nonostante ciò, Shelley Duvall riesce a lavorare anche con Terry Gilliam (I banditi del tempo), Tim Burton (Frankenweenie), Steven Soderbergh (Torbide ossessioni) e Jane Campion (Ritratto di signora), prima del definitivo allontanamento dalle scene interrotto solo dalla partecipazione al B-movie The Forest Hills, ultima sua apparizione sul grande schermo.

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Sunny: recensione della serie Apple TV+ con Rashida Jones

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Sunny

Apple TV+ e A24 sono indubbiamente due delle realtà che negli ultimi anni hanno maggiormente sperimentato sul grande e sul piccolo schermo, portando agli spettatori prodotti in grado uscire dai confini dei generi e di riflettere sulla contemporaneità e sui suoi mutamenti. Non stupisce quindi ritrovarle a collaborare in Sunny, nuova serie prodotta da A24 e distribuita proprio su Apple TV+, che ci offre uno spaccato sinistro e allo stesso tempo fortemente umano sui recenti sviluppi della tecnologia, in particolare sull’intelligenza artificiale.

Ci troviamo di fronte a un mystery thriller dalle sfumature distopiche e da dark comedy, in bilico fra le atmosfere già esplorate con successo dalla stessa Apple TV+ in Scissione e gli oscuri presagi tecnologici e sociali lanciati da Black Mirror. In una Kyoto futuristica, facciamo la conoscenza di Suzie Sakamoto (Rashida Jones), donna statunitense che si è trasferita per lavoro in Giappone, trovando l’amore con Masa Sakamoto (Hidetoshi Nishijima, già visto in Drive My Car). Quando Masa e il loro figlio scompaiono in un incidente aereo, Suzie si trova costretta ad affrontare il dolore e la solitudine, acuita dalla sua ancora scarsissima conoscenza del giapponese.

La donna riceve però in dono un robot domestico creato dall’azienda per cui lavorava il marito, chiamato Sunny. Nonostante la sua diffidenza, proprio grazie a Sunny Suzie inizia a reagire e a cercare la verità sulla scomparsa dei suoi cari, fra cospirazioni e segreti aziendali.

Sunny: la nuova serie Apple TV+, fra Scissione e Black Mirror

Nel corso dei 10 episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Sunny mette molta carne al fuoco, tessendo lentamente la tela di un mistero sempre più inquietante e lavorando al tempo stesso sui personaggi e sulla loro evoluzione. Lo show creato da Katie Robbins si confronta inevitabilmente con la tecnologia, rappresentata dal robot protagonista con diverse sfumature, anche contraddittorie. Da una parte, emergono infatti i rischi legati alla diffusione senza controllo di innovazioni sempre più invasive e alienanti, ma dall’altra non si negano i possibili risvolti positivi della robotica e dell’intelligenza artificiale, che nello specifico aiutano la protagonista ad alleviare la sua solitudine e a riprendere in mano la propria vita.

Rashida Jones compie un ottimo lavoro di caratterizzazione di Suzie, scolpendola con dettagli che con il passare degli episodi la avvicinano all’universo di alienazione e disagio esistenziale di Sofia Coppola (con cui la protagonista non a caso ha lavorato in On the Rocks, anch’esso prodotto da A24 e distribuito da Apple TV+). L’ambientazione nipponica e la dimensione di straniera in terra straniera di Suzie richiamo inevitabilmente Lost in Translation, ma Sunny oppone all’apparente staticità di Sofia Coppola una narrazione frenetica, fatta di continui salti avanti e indietro nel tempo e di scatole cinesi che rivelano continuamente un intrigo più imponente del precedente.

Una serie coraggiosa

La voglia di sperimentare e di giocare con così tanti generi e suggestioni è lodevole, ma si ha spesso la sensazione che la serie fatichi a trovare il proprio baricentro, in quanto continuamente sballottata fra troppe sottotrame e fra binari narrativi non sempre approfonditi adeguatamente. In uno show così improntato sui dettagli visivi (notevole il lavoro sul design tecnologico, nonché sulla splendida sigla rétro), stona inoltre la scelta di ricorrere troppo spesso ai dialoghi e di sacrificare di conseguenza il racconto per immagini, che in questo caso avrebbe offerto terreno fertile.

Ci resta però uno show raffinato e controcorrente, che in un panorama seriale sempre più appiattito ha il coraggio di osare e di mettere alla prova lo spettatore, anche a costo di respingerlo.

Sunny è disponibile dal 10 luglio su Apple TV+.

Overall
6.5/10

Valutazione

Apple TV+ e A24 consegnano agli spettatori una serie intelligente e controcorrente, capace di mettere alla prova gli spettatori e di porre interrogativi non banali sugli sviluppi tecnologici.

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