The Dark and the Wicked: recensione del film di Bryan Bertino

The Dark and the Wicked: recensione del film di Bryan Bertino

Per Bryan Bertino, l’alveo familiare è indissolubilmente legato all’orrore. Ce l’aveva mostrato nella sua folgorante opera prima The Strangers, horror con più di un punto di contatto col famigerato eccidio di Cielo Drive, e ce lo ripete in The Dark and the Wicked, presentato al Torino Film Festival 2020 nella sezione dedicata al cinema di genere Le Stanze di Rol. Sulla scia di Hereditary – Le radici del male e del più recente Relic, non ancora distribuito ma passato al Trieste Science+Fiction Festival 2020, il regista americano mette in scena un’opera in cui la vecchiaia, con il suo presagio di decadimento e morte, diventa mezzo narrativo per una riflessione sulla famiglia e su come generazioni diverse possano perdersi e ritrovarsi, senza mai riuscire a sanare vecchie ferite e a rompere il muro dell’incomunicabilità.

The Dark and the Wicked: l’horror rurale di Bryan Bertino

I fratelli Louise (Marin Ireland) e Michael (Michael Abbott Jr) sono costretti a tornare nella fattoria di famiglia, nell’entroterra americano, per assistere la madre nell’accudimento del padre, costretto a letto e ormai in fin di vita. Louise e Michael si rendono però ben presto conto che la madre assume comportamenti particolarmente strani e paranoici, frutto non solamente dello stato di salute del marito, ma anche di qualcosa di diverso, misterioso e sinistro. Con il susseguirsi di eventi agghiaccianti e inspiegabili, i fratelli comprendono che una forza invisibile e maligna aleggia sulla loro casa, ed è pronta a impossessarsi di tutti i membri della famiglia.

In bilico fra horror rurale e film sulla possessione, The Dark and the Wicked conferma le notevoli doti dietro alla macchina da presa di Bertino, che riesce a infondere allo spettatore una sensazione di costante tensione e angoscia, senza ricorrere agli abusati jumpscare ma puntando invece su una fotografia plumbea, su una efficace gestione degli spazi e soprattutto sulla rappresentazione di un male invisibile, inintelligibile, arcaico, che sembra quasi cibarsi della stessa morte, colpendo prima i più fragili anziani e portando poi i più giovani a uno stato di ossessione costante. Il lavoro di Bertino trova così un imprevisto e inconsapevole aggancio nella triste realtà che stiamo vivendo, dominata da un altro nemico impercettibile ma estremamente letale.

The Dark and the Wicked spiazza per la sua volontà di non scendere mai a compromessi con lo stato d’animo dello spettatore, precipitandolo in una situazione disperata, che nel corso dei minuti diventa sempre più dolorosa e lacerante, senza mai fornire neanche un timido spiraglio di luce e speranza. Bertino riesce a incutere genuino timore anche con le inquadrature più statiche, come quelle del padre morente, ma lo sviluppo dei personaggi non è altrettanto efficace.

Fra puro intrattenimento e ambizione autoriale

The Dark and the Wicked

Troppo spesso, Louise e Michael sembrano semplici marionette nelle mani del regista, che li sfrutta per il suo notevole campionario di situazioni tutt’altro che inedite ma funzionali (le dita affettate, l’enfasi sulla luce, le inquietanti pagine di un diario), senza mai rivelarci molto sulla loro indole e sul loro background, se non nell’atto conclusivo. La riflessione sulla morte si ferma alla superficie, il sottotesto religioso è solo accennato, l’America rurale è solo uno sfondo statico, che non incide mai sui protagonisti. Lo stesso raggelante epilogo, pur colpendo nel segno, lascia aperte diverse questioni, esplicitando il principale difetto di The Dark and the Wicked, cioè la sua indecisione fra la strada del puro intrattenimento e una componente più autoriale, solamente abbozzata.

A conti fatti, The Dark and the Wicked resta impresso soprattutto per la sua opprimente atmosfera e per le numerose sequenze di violenza, che metteranno a dura prova gli spettatori più impressionabili. Scivolano invece senza lasciare particolari tracce i vari membri della famiglia, imprigionati da inconsistenti dinamiche personali e familiari e da un nichilismo di fondo, che alla lunga è deleterio. Tutto questo è abbastanza per un buon prodotto di genere, ma la potenza dei giovani rampanti dell’horror Jordan Peele, Ari Aster e Robert Eggers è lontana.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Bryan Bertino mette in scena un horror rurale dal notevole impatto visivo ed emotivo, che lascia però a desiderare sullo sviluppo dei personaggi e di alcuni dei temi proposti.

Marco Paiano

Marco Paiano