The Farewell - Una bugia buona The Farewell - Una bugia buona

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The Farewell – Una bugia buona: recensione del film di Lulu Wang

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Se una persona ha un cancro, non è la malattia a ucciderla, ma la paura. Su questo saggio detto cinese si poggia The Farewell – Una bugia buona di Lulu Wang, basato su una “vera bugia” autobiografica. Bugia narrata dalla regista nel racconto What You Don’t Know, letto durante una puntata del 2016 del programma radio This American Life, e adattata in un film dal chiaro approccio indie, di produzione americana ma dall’anima cinese.

La persona malata è la cinese Nai-Nai, arzilla e simpatica nonna di Billi. All’anziana donna è infatti stato diagnosticato un cancro in fase terminale, che le concede solo poche settimane di vita. Come da tradizione cinese, la famiglia ha però deciso di tenere Nai-Nai all’oscuro di questa terribile sentenza che aleggia su di lei e di riunirsi per un ultimo saluto, con l’espediente dell’improvvisato matrimonio di un nipote. La nipote Billi (interpretata dalla rapper americana di origine cinese Awkwafina), disperata per la notizia, decide quindi di tornare, insieme ai genitori, nella patria che ha abbandonato da bambina, manifestando al tempo stesso la sua perplessità per quello che ritiene un inaccettabile torto alla nonna.

The Farewell – Una bugia buona: la bugia vera di Lulu Wang
The Farewell - Una bugia buona

The Farewell – Una bugia buona è un’opera apolide, che riflette il disagio di chi, come la Wang e Billi, è condannato, per la sua particolare storia di emigrazione, a sentirsi straniero in ogni situazione e in ogni luogo. Il viaggio della protagonista dalla caotica New York alla sua madrepatria è un percorso prima di tutto interiore, che la porta a confrontarsi con due culture agli antipodi. Da una parte quella americana, alla disperata ricerca di nettezza e verità. Dall’altra quella orientale, che si muove sulle sfumature, sul non detto, arrivando ad accettare e normalizzare le bugie bianche, dette per alleviare le sofferenze di chi le ascolta.

La Wang mette in scena un cancer movie atipico, che non concentra la narrazione sul dolore e sulla malattia, ma al contrario utilizza la condizione di Nai-Nai per diversi spassosi siparietti, incentrati sugli sgangherati tentativi da parte della famiglia di tenere la donna all’oscuro di tutto. Si respirano le atmosfere di commedie etniche come Il mio grosso grasso matrimonio greco (con il quale The Farewell – Una bugia buona condivide uno sposalizio dai risvolti tragicomici), con la regista che si rivela abilissima nel miscelare, senza mai sbilanciare il racconto, gli aspetti della cultura cinese che possono risultare più bizzarri per gli spettatori occidentali con una riflessione lucida e intima sul ritorno a casa e sulla progressiva riappropriazione delle proprie origini da parte della protagonista.

Un irresistibile inno alla vita

The Farewell - Una bugia buona

La Wang sceglie per The Farewell – Una bugia buona un approccio discreto e naturalista, prevalentemente a camera fissa e privo di virtuosismi registici, ma sempre efficace nell’ottenere il meglio dai propri personaggi. I momenti migliori, prevedibilmente, sono quelli fra Billi e la dolce Nai-Nai, magistralmente impersonata da Zhao Shuzhen. La nonna diventa per la giovane nipote motivo di riflessione su una scelta, come quella del silenzio a proposito della malattia, difficile da accettare, e sul suo irrimediabile blocco fra due culture, due mondi, due modi diametralmente opposti di intendere l’esistenza.

Dopo Ocean’s 8 e Crazy & Rich, Awkwafinadimostra nuovamente notevoli doti attoriali, impostando la sua performance sui silenzi e sugli sguardi e infondendo allo spettatore un palpabile senso di disorientamento. Anche grazie al lavoro dell’attrice, Billi cresce nel corso del racconto, e passa dall’essere una fragile aspirante artista a un’adulta più forte, che proprio nel momento del totale abbandono a un contesto che non le appartiene trova la forza e il coraggio di lasciarsi andare totalmente ai sentimenti e alla sua disfunzionale e contraddittoria famiglia.

The Farewell - Una bugia buona

Un travolgente finale, dal quale è davvero difficile uscire senza gli occhi lucidi, mette il punto su una delicata storia di affetto e inadeguatezza, di famiglia e incomunicabilità, di rimorso e di riscoperta. Una commovente bugia vera, di cui Lulu Wang si riappropria nei titoli di coda, affidandosi alla struggente Senza di te di Fredo Viola, perfetta conclusione di un’opera che sa trasformare un presagio di morte in un irresistibile inno alla vita e che non ci stupiremmo di scoprire protagonista della prossima awards season.

The Farewell – Una bugia buona arriverà nelle sale italiane il 24 dicembre, distribuito da BiM.

Overall
8/10

Verdetto

The Farewell – Una bugia buona è un’agrodolce commedia familiare, che utilizza il tema della morte per una profonda riflessione sullo smarrimento etico e culturale, capace di commuovere il pubblico di ogni età e latitudine.

Prime Video

Sound of Metal: recensione del film di Darius Marder con Riz Ahmed

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Sound of Metal

Fra i tanti progetti di questa annata cinematografica penalizzati dalla prolungata chiusura delle sale italiane, c’è sicuramente Sound of Metal, toccante e intensa opera di Darius Marder disponibile nel catalogo di Amazon Prime Video. Un lavoro che si focalizza sulla sordità, disagio di cui si parla poco e si conosce ancora meno che affligge il protagonista, incarnato da un formidabile Riz Ahmed. In maniera analoga a quanto fatto da Florian Zeller con l’Alzheimer in The Father – Nulla è come sembra, Marder mette la regia al servizio della malattia su cui il racconto è incentrato, permettendo allo spettatore di comprendere le problematiche e le limitazioni con cui gli affetti da sordità sono costretti a convivere.

Sound of Metal: quando la tristezza non fa rumore

Ruben (Riz Ahmed) è il batterista di un duo metal, che ha per frontwoman la sua ragazza Lou (Olivia Cooke). Improvvisamente, Ruben comincia a sentire insopportabili ronzii, per poi ritrovarsi quasi interamente sordo. Quasi l’80% della sua capacità uditiva è compromessa e solo un costoso intervento chirurgico può alleviare i suoi problemi. Su invito di Lou, Ruben si trasferisce in una comunità di tossicodipendenti sordi gestita da Joe (Paul Raci), per imparare a convivere con la sua condizione.

Su un soggetto di Derek Cianfrance, Darius Marder mette in scena un’opera densa e struggente, che riesce nel non facile intento di fare percepire allo spettatore la sensazione di disorientamento e alienazione del protagonista, costretto a fare a meno del senso più importante per esprimere le sue doti musicali. Il ruolo del batterista, che con Whiplash Damien Chazelle aveva trasformato in una delle sue splendide declinazioni dell’ossessione, diventa in Sound of Metal il simbolo di una passione, l’ancora di salvezza della vita di Ruben dopo un burrascoso passato (sempre fuori campo, ma costantemente presente nel racconto) fatto di sofferenza e tossicodipendenza.

Ma come si può andare avanti quando ci viene strappata anche l’ultima speranza di redenzione, l’unica possibilità per un’esistenza appagante? La risposta è tutta nello sguardo tramortito e spaesato di Riz Ahmed e in un sublime sonoro diegetico, che si trasforma in punto di vista – o meglio, di suono – del protagonista, costantemente in bilico fra speranze e delusioni, fra ostinazione e accettazione. Suono di metallo che Ruben vorrebbe creare, ma che si trova invece costretto a udire, al posto delle parole di chi gli sta accanto.

Un ottimo Riz Ahmed

Sound of Metal

Nel ritratto intimo di un handicap fisico e psicologico scarsamente rappresentato sul grande schermo Sound of Metal trova i suoi momenti migliori, fondendo le venature melodrammatiche del cinema di Cianfrance con la reale esperienza della comunità sorda, in un’efficace miscela di forma e contenuto. Estremamente efficaci in questo senso le prove attoriali, fortificate anche dall’esperienza personale degli interpreti: Riz Ahmed ha infatti studiato per diversi mesi il linguaggio dei segni per rendere la sua performance più credibile, mentre Paul Raci ha sfruttato la sua reale esperienza di attivista nella comunità sorda (scaturita dalla sordità dei genitori), che l’ha portato anche a prendere parte agli Hands of Doom, una tribute band dei Black Sabbath che si esibisce nella lingua dei segni americana.

A convincere meno sono invece le divagazioni sulla tossicodipendenza e sulle dinamiche familiari: anomalie retoriche in un’opera che riesce invece a fare parlare i silenzi e i corpi. Sei nomination agli Oscar 2021, incluse quelle per il miglior film e per lo strepitoso Riz Ahmed. Due invece le statuette conquistate: quelle per il miglior montaggio e il miglior sonoro.

Overall
7.5/10

Verdetto

Darius Marder mette in scena un’opera capace di restituire il disagio e il senso di alienazione di chi è costretto a convivere con la sordità, sfruttando la memorabile performance del protagonista Riz Ahmed.

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Suspiria: recensione del film di Luca Guadagnino con Dakota Johnson

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Suspiria

A 41 anni di distanza dall’omonimo capolavoro di Dario Argento, Luca Guadagnino firma nel 2018 un discusso remake di Suspiria, presentato in concorso a Venezia 75. Un’opera scandita in sei atti e un epilogo, all’interno dei quali il regista italiano lascia scivolare in secondo piano la componente horror dell’opera originale, scegliendo invece di focalizzarsi sull’impostazione mentale del racconto. Il lavoro di Guadagnino si configura così come una sorta di thriller psicologico, esaltato dalla caratteristica fotografia estetizzante del regista italiano, scenografie estremamente curate e dialoghi che scandiscono il ritmo del racconto, donandogli enfasi.

Suspiria: da Dario Argento a Luca Guadagnino

Ci troviamo nella Berlino del 1977, dove la ballerina americana Susie Bannion (Dakota Johnson) si trasferisce per prendere parte alla prestigiosa accademia di danza Markos Tanz Company, gestita dalla coreografa Madame Blanc (Tilda Swinton, che in Suspiria si cimenta addirittura in tre ruoli). Giunta sul posto, Susie percepisce fin da subito un’atmosfera oscura e demoniaca, ulteriormente appesantita dalla credenza secondo cui la scuola cela in realtà una congrega di streghe, guidata dalla fantomatica Helena Markos, personificazione di Mater Suspiriorum, una delle temibili Tre Madri. Con il passare del tempo all’interno della scuola, Susie scopre la realtà sulla scuola, che intreccia l’occulto con gli orrori del nazismo.

Mentre Dario Argento poneva l’accento sulla stregoneria, sull’occulto e sulla tensione horror, nel suo Suspiria Guadagnino cerca una strada che dall’occulto si piega verso una riflessione sulla maternità e sull’arte, dando maggior spazio alla danza e alla trasformazione, per mezzo di essa, della protagonista, che acquisisce sempre più autorevolezza. Quando Susie arriva a Berlino, e non nella Friburgo dell’opera originale, il regista ci lascia immergere in una realtà profondamente sconvolta e disturbata: gli spazi sono opachi, grigi, il mondo che circonda Susie è spettrale, la scuola di danza di Madame Blanc si trova proprio di fianco al Muro.

L’importanza della danza

Suspiria

Ciò che Guadagnino evoca è un disagio mentale, estetico. Il regista fabbrica un’accademia decadente, in cui aleggiano creature misteriose, insieme a una forza del male livida, che si ridesta e sottrae lentamente la vita delle ragazze. L’energia emessa dalle madri si percepisce e si annida nella danza, mezzo espressivo attraverso il quale il regista tocca un apogeo visivo e stilistico considerevole. Nella danza si coglie la vita e la morte, l’arte e la memoria, il malessere e la meditazione. Un’intuizione intrigante, che Guadagnino riesce a veicolare grazie a coreografie originali e muscolari, sostenute da giochi visivi inquietanti ed efficaci, come riflessi, specchi, scenografie suggestive e architetture superbe, ricorrendo inoltre a una forte fisicità, che è in parte rituale, in parte esibizione. Ciò che sicuramente manca nell’opera di Guadagnino è però l’estetica satura, il sadismo ossessivo e l’espressività cromatica e simbolica che contraddistinguevano Suspiria di Dario Argento.

Suspiria: molto più di un semplice rifacimento

Suspiria

Il regista non guarda solo agli spargimenti di sangue, che pur sono presenti, soprattutto nei battiti finali, ma polarizza la trama su briciole che nell’originale erano laterali, seguendo sottotesti che confluiscono nella femminilità, nella psicanalisi, nel dramma del Terzo Reich, nel terrorismo. Guadagnino parla di nazioni divise, di comunità e della transizione tra generazioni nella realtà tedesca del dopoguerra, mettendo in scena un’opera complessa, affascinante, la cui riuscita è buona parte merito di una sublime Tilda Swinton, capace di donare sfumature di ambiguità e complessità a ogni personaggio che interpreta. Guadagnino dirige Suspiria realizzando un omaggio ambizioso, avvalendosi del suo sguardo intellettuale e trascurando i brividi horror dell’originale favola nera. Il risultato è qualcosa che va al di là di un semplice rifacimento: una reincarnazione splendida e radicale del suo predecessore, che diventa qualcosa di impressionistico, qualcosa di diverso.

Overall
7/10

Verdetto

Suspiria è un’opera complessa, un rifacimento radicale e psicologico, un omaggio ambizioso in cui Guadagnino si avvale del suo sguardo intellettuale e suggestivo.

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Io, lui, lei e l’asino: recensione del film di Caroline Vignal

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Io, lui, lei e l’asino

Fra le tante opere cinematografiche che stanno finalmente arrivando nelle nostre sale, merita sicuramente attenzione Io, lui, lei e l’asino, secondo lavoro di Caroline Vignal. Un titolo decisamente più bizzarro dell’originale Antoinette dans les Cévennes, che però coglie in pieno l’essenza del progetto, che si presenta come un classico triangolo amoroso, per poi spaziare fra diversi temi e registri. Protagonista assoluta di Io, lui, lei e l’asino è la sorprendente Laure Calamy (già vista nella serie Chiami il mio agente!), che regge spesso la scena da sola, con l’unico conforto di un testardo ma fedele asino, sua silenziosa spalla comica.

Io, lui, lei e l’asino: una commedia romantica e bucolica, dal retrogusto western

Io, lui, lei e l’asino

Antoinette (Laure Calamy) è un’insegnante parigina, che vive una relazione clandestina con il padre di una sua alunna. Al termine dell’anno scolastico, l’uomo annulla la settimana romantica già organizzata con Antoinette, in quanto la moglie ha prenotato nello stesso periodo nelle Cévennes con un asino, ispirandosi al celebre libro di Robert Louis Stevenson. In un impeto di ripicca, Antoinette prenota il medesimo viaggio. All’arrivo, incontra il suo compagno in questa avventura, l’asino Patrick, grazie a cui comincia a familiarizzare con i luoghi e con lo stile di vita del posto.

A 20 anni dal suo esordio alla regia Les autres filles, Caroline Vignal mette in scena un’opera seconda fresca nei contenuti e nelle atmosfere, che intreccia il cinema di Éric Rohmer (in un ruolo importante troviamo Marie Rivière, protagonista de Il raggio verde) con la classica commedia romantica, toccando addirittura anche qualche sfumatura western, esplicitata dal brano My Rifle, My Pony and Me, parte della colonna sonora di Un dollaro d’onore. Come accennavamo in apertura, l’asse portante di Io, lui, lei e l’asino è la prova di Laure Calamy, che si conferma una delle migliori attrici francesi in circolazione, esaltando con la sua irresistibile verve comica i suoi dialoghi con un asino e trasmettendo con la gestualità e l’espressività il disagio con cui l’abitante di una metropoli si approccia alla vita rurale.

Indipendenza e autodeterminazione

Fra ostelli, ripide montagne e territori non sempre ospitali, Antoinette compie un vero percorso di formazione sociale e sentimentale, riscoprendo la bellezza dei grandi spazi incontaminati (valorizzati dalle abbaglianti inquadrature della regista e del direttore della fotografia Simon Beaufils) e riappropriandosi, non senza qualche delusione, della sua dignità affettiva. Anche se la sceneggiatura fatica a fare emergere pienamente i tanti temi affrontati, è difficile non rimanere spiazzati e allo stesso tempo affascinati da questo bizzarro esempio di autodeterminazione, che continua imperterrita a sfidare i suoi limiti fisici ed emotivi in una battaglia persa in partenza contro la vita sentimentale di un uomo sposato.

Nella solitudine, Antoinette trova la forza per uscire dal ruolo a cui si è troppo spesso legata, quello dell’amante, e per abbracciare un’affettività scevra da qualsiasi condizionamento sociale. Mentre tutto la invita a fermarsi, la protagonista continua a muoversi, a sbagliare e a cadere, risollevandosi però sempre, grazie anche alla sua sgraziata autoironia. E come spesso avviene, nel viaggio fisico e interiore si possono incontrare persone e luoghi capaci di aprirci la mente e di spronarci a migliorare. In quel finale sfumato e carico di speranza, c’è tutto il senso di un’opera che, anche quando gira a vuoto, trasuda indipendenza ed evasione, nobilitando la grande tradizione della commedia francese.

Io, lui, lei e l’asino è disponibile dal 10 giugno con distribuzione ibrida: in sala grazie a Kitchen Film e in streaming su CineKit.

Io, lui, lei e l’asino

Overall
7/10

Verdetto

In perfetto equilibrio fra grottesca commedia sentimentale e omaggio al cinema di Rohmer, Io, lui, lei e l’asino riesce a dare vita a un appassionante inno all’indipendenza e all’autodeterminazione, che convince anche quando la sceneggiatura gira leggermente a vuoto.

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