The Great Hack - Privacy violata The Great Hack - Privacy violata

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The Great Hack – Privacy violata: recensione del documentario Netflix

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Quando accediamo ai social network, utilizziamo Google, scandagliamo il nostro portale di e-commerce preferito o accettiamo di condividere la nostra posizione con un’app sul nostro smartphone, siamo consapevoli (o perlomeno dovremmo esserlo) del fatto che stiamo autorizzando un tacito accordo: noi usufruiamo di utili servizi gratuitamente, ma contemporaneamente forniamo alle grandi multinazionali del web un bene tanto importante quanto i soldi, ovvero alcuni nostri preziosi dati personali. Ma come vengono utilizzati questi dati? Un’inquietante risposta a questa domanda ce la fornisce il recente scandalo di Cambridge Analytica, su cui è incentrato il documentario Netflix The Great Hack – Privacy violata, diretto dagli egiziani Karim Amer e Jehane Noujaim.

Fra il 2013 e il 2018, la società di consulenza Cambridge Analytica ha svolto un’attività di raccolta dati, profilazione degli utenti social e gestione della strategia e della comunicazione per diversi clienti, influenzando significativamente decine di campagne elettorali negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Le due campagne più celebri che hanno beneficiato del lavoro di questa società sono quella per la Brexit e quella per l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, il quale ha poi ingaggiato come suo capo stratega Steve Bannon, vicepresidente della stessa Cambridge Analytica.

Grazie al lavoro delle testate The New York Times e The Observer, nel 2018 si è scoperto che gran parte dei dati raccolti da Cambridge Analytica provenivano da Thisisyourdigitallife, un’app accessibile tramite Facebook che, sfruttando alcuni buchi nella sicurezza del celebre social e la scarsa attenzione degli utenti nella lettura dei termini d’utilizzo, ha permesso di collezionare abitudini, gusti e idee non soltanto delle 270mila persone utilizzatrici dell’app, ma anche dell’intera rete delle loro amicizie, per un totale di circa 50 milioni di profili Facebook scandagliati nei minimi dettagli, all’insaputa dei proprietari.

The Great Hack – Privacy violata: un approfondimento sulla realtà orwelliana che ci circonda
The Great Hack - Privacy violata

Questa imperdonabile invasione della privacy degli utenti non è stata utilizzata da Cambridge Analytica per fini meramente pubblicitari. Ciò che ha suscitato un’ondata di sdegno in tutto il mondo, portando lo stesso fondatore di Facebook Mark Zuckerberg a riferire sul proprio operato davanti al Congresso, è infatti l’utilizzo politico di questi dati, su cui si concentra The Great Hack – Privacy violata. Ricordate What Women Want – Quello che le donne vogliono, la commedia romantica in cui Mel Gibson riusciva a sentire i pensieri e i desideri delle donne, sfruttandoli per fini sentimentali? Cambridge Analytica ha compiuto per i propri clienti un’operazione analoga, lavorando però paure e sull’ignoranza di milioni di persone facilmente manipolabili, bombardandole virtualmente su tutti i social network con migliaia di fake news e distorsioni della realtà, impostate sui loro dubbi sulle loro debolezze, in modo da soffiare sulla loro frustrazione e sul loro latente razzismo.

Una tattica semplice e allo stesso tempo diabolica, volta a creare timori infondati e a disgregare la società dal suo interno, attraverso la scientifica diffusione di odio, intolleranza e disinformazione. Non una distopia alla George Orwell, ma la realtà sotto i nostri occhi quotidianamente, soprattutto sui social. Una realtà che ha trasformato persone miti e affabili, ma prive degli strumenti culturali e intellettivi per reagire a questi maligni stimoli, in serpenti carichi di veleno, da riversare quotidianamente sul nemico di turno, come i partiti progressisti, dipinti come sistema da debellare, gli scienziati, rappresentati come funzionari di complotti su scala globale per condizionare la popolazione, le donne, vittima sacrificale per eccellenza di una società patriarcale, e ovviamente le fasce più deboli ed esposte alla discriminazione: immigrati, minoranze etniche e religiose e comunità LGBTQ.

The Great Hack – Privacy violata: il torbido legame fra politica e social

The Great Hack - Privacy violata

The Great Hack – Privacy violata si prefigge lo scopo di fare luce sulle azioni di Cambridge Analytica e dei suoi clienti e di sensibilizzare lo spettatore a un uso più attento e consapevole dei propri dati sul web. I protagonisti del documentario sono essenzialmente tre: il professore universitario David Carroll, intenzionato a conoscere i suoi dati personali in mano a Cambridge Analytica, Brittany Kaiser, ex dirigente della società di consulenza, passata in breve tempo da volontaria per la campagna di Barack Obama a cervello della macchina propagandistica di Trump, e la reporter Carole Cadwalladr, autrice di una serie di lodevoli inchieste sulla vicenda. Sullo sfondo, l’ambiguo Alexander Nix, ex CEO di Cambridge Analytica (che nel frattempo è fallita) che ha rifiutato di partecipare attivamente al documentario, ma che vediamo all’opera nei suoi loschi traffici, attraverso immagini di repertorio e riprese da telecamere nascoste.

Amer e Noujaim mettono tanta carne al fuoco, cercando di analizzare le attività di Cambridge Analytica con immagini di repertorio e soprattutto attraverso l’esperienza diretta dei tre personaggi coinvolti nel documentario. Il contributo più importante per comprendere i torbidi risvolti di questa gigantesca macchina da propaganda è quello di Brittany Kaiser, che sviscera nel dettaglio la strategia chirurgica della sua ex azienda, affinata prima in paesi in via di sviluppo come Trinidad & Tobago, dove migliaia di giovani di colore vennero spronati all’astensione con lo slogan Do So, e portata poi a compimento su larga scala per le elezioni USA del 2016: la propaganda social gestita da Cambridge Analytica, a base di diffamazione di Hillary Clinton ed esaltazione di finti problemi di sicurezza, rivolta specificatamente alla fascia di elettori più indecisi, è stata decisiva per la vittoria di Trump, arrivata per poco più di 70.000 voti fra Pennsylvania, Wisconsin e Michigan.

Cambridge Analytica e il cambiamento comportamentale

Nonostante le ottime premesse, non sono invece adeguatamente sfruttate le professionalità di Carole Cadwalladr e David Carroll, inframezzate da sequenze di processi e interrogatori che non aggiungono molto al tema. Ci sarebbe stato spazio per un’analisi più approfondita dal punto di vista mediatico del disegno di Cambridge Analytica, ribattezzato con l’inquietante termine cambiamento comportamentale, e per un’indagine sulle tante piccole azioni quotidiane che mettono in pericolo la nostra privacy, ma The Great Hack – Privacy violata sceglie di rimanere in superficie su questi temi per assicurare allo spettatore una visione completa del caso, anche dal punto di vista legale. Per una volta, un approccio più tecnico avrebbe dato allo spettatore un’opportunità in più per comprendere il colossale cambiamento in atto e la facilità con cui rischiamo di essere manipolati.

Quanto ci viene mostrato basta però per guardare con maggiore inquietudine i social network. Il documentario di Amer e Noujaim ci mostra chiaramente che due delle più importanti recenti elezioni sono state decise da un utilizzo spregiudicato e truffaldino dei social, volto a screditare gli avversari politici e a distorcere la realtà attraverso milioni spesi su Facebook. Superati lo sgomento e lo sconforto, è inevitabile chiedersi cosa potrebbe succedere se queste azioni prendessero piede anche in Italia. Riuscite a immaginare come potrebbe reagire un popolo ancora troppo ignorante culturalmente e tecnologicamente come il nostro, se sollecitato continuamente su Facebook con disinformazione scientifica, odio nei confronti degli avversari e dei più deboli, e beceri slogan nazionalisti? Forse è meglio non pensarci.

Overall
7.5/10

Verdetto

The Great Hack – Privacy violata è un documentario lodevole negli intenti ma non sempre centrato dal punto di vista dei contenuti, che ha però il pregio di portare alla nostra attenzione i rischi connessi al legame sempre più stretto tra politica e social network.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino in concorso a Venezia 78

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È stata la mano di Dio

Dopo l’annuncio che il film sarà presentato in concorso a Venezia 78, sono arrivate le prime immagini di È stata la mano di Dio, nuovo film scritto e diretto da Paolo Sorrentino e prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle. Dopo la presentazione a Venezia, È stata la mano di Dio sarà distribuito su Netflix e in cinema selezionati, nel corso del 2021. Il nuovo film di Sorrentino attingerà sia dalla sua conclamata passione per Diego Armando Maradona, mancato pochi mesi fa, sia da alcuni risvolti della stessa vita del regista. Un’opera intima e personale, che avrà per protagonisti Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Lino Musella e Sofya Gershevich. Ecco le prime immagini ufficiali.

Le prime foto di È stata la mano di Dio
È stata la mano di Dio

Foto di Gianni Fiorito

Questa la sinossi ufficiale di È stata la mano di Dio:

Dal regista e sceneggiatore Premio Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo, La grande bellezza, The Young Pope) la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto. Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

L’immagine di copertina dell’articolo è di Gianni Fiorito.

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A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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The Witcher: il teaser trailer della seconda stagione

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Nel corso della WitcherCon, primo evento virtuale dedicato ai fan e all’universo di The Witcher, sono state annunciate tante novità, incentrate soprattutto sulla serie live action e sul prossimo film anime. Per quanto riguarda la serie, abbiamo finalmente una data di uscita della seconda stagione e un breve teaser da ammirare, insieme al poster ufficiale del nuovo ciclo di episodi. La seconda stagione di The Witcher arriverà su Netflix il 17 dicembre. Scopriamo subito cosa ci aspetta.

Il teaser trailer della seconda stagione di The Witcher

The Witcher

Novità anche per il film The Witcher: Nightmare of the Wolf, che arriverà sulla piattaforma già il prossimo 23 agosto. Anche in questo caso, possiamo vedere una piccola anticipazione di quello che vedremo nelle prossime settimane su Netflix.

The Witcher: Nightmare of the Wolf: teaser del film anime

Questa la dichiarazione della showrunner della serie Lauren Schmidt Hissrich sul rapporto fra Geralt e Cirim che sarà esplorato nella seconda stagione di The Witcher:

La prima stagione si conclude con quella che penso sia una delle scene più emozionanti che abbiamo girato, ovvero quella in cui Geralt e Ciri si ritrovano dopo essersi cercati per tutta la stagione. Sembra di vedere la figura di un padre e quella di una figlia, come se fosse tutto perfetto, peccato che non si siano mai incontrati prima. È stato davvero divertente iniziare la seconda stagione pensando che non fossero ancora una famiglia e chiedendoci cosa potessero fare per diventarlo.

Da un lato abbiamo Geralt, che ha giurato di non aver bisogno di nessuno al mondo e poi gli viene presentata una ragazza, ora unicamente affidata a lui. E dall’altro abbiamo Ciri, che è abituata ad avere persone che si occupano di lei, ma scappa da tutti per un’intera stagione e poi le viene detto che Geralt si prenderà cura di lei. È stato davvero interessante iniziare la seconda stagione con due personaggi incerti su come stare e crescere insieme. Volevamo assicurarci che sembrasse una relazione autentica, che non fossero legati fin dall’inizio.

Queste invece le parole del protagonista Henry Cavill sul percorso del suo personaggio Geralt di Rivia:

Ho interpretato la prima stagione in modo libero, vedevamo Geralt nelle terre selvagge e senza obbligatoriamente dover intraprendere grandi dialoghi. Ho pensato che fosse meglio fare la parte dell’uomo che parla poco e che sembra stia pensando tanto. Questa era l’intenzione, ma poi, una volta entrato in contatto con Ciri e con i Witcher, ho pensato che avrei dovuto farlo parlare di più, lasciare che fosse prolisso, filosofico e intellettuale come veramente è. Non è solo un grosso vecchio bruto dai capelli bianchi.

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