The Great Hack - Privacy violata The Great Hack - Privacy violata

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The Great Hack – Privacy violata: recensione del documentario Netflix

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Quando accediamo ai social network, utilizziamo Google, scandagliamo il nostro portale di e-commerce preferito o accettiamo di condividere la nostra posizione con un’app sul nostro smartphone, siamo consapevoli (o perlomeno dovremmo esserlo) del fatto che stiamo autorizzando un tacito accordo: noi usufruiamo di utili servizi gratuitamente, ma contemporaneamente forniamo alle grandi multinazionali del web un bene tanto importante quanto i soldi, ovvero alcuni nostri preziosi dati personali. Ma come vengono utilizzati questi dati? Un’inquietante risposta a questa domanda ce la fornisce il recente scandalo di Cambridge Analytica, su cui è incentrato il documentario Netflix The Great Hack – Privacy violata, diretto dagli egiziani Karim Amer e Jehane Noujaim.

Fra il 2013 e il 2018, la società di consulenza Cambridge Analytica ha svolto un’attività di raccolta dati, profilazione degli utenti social e gestione della strategia e della comunicazione per diversi clienti, influenzando significativamente decine di campagne elettorali negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Le due campagne più celebri che hanno beneficiato del lavoro di questa società sono quella per la Brexit e quella per l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, il quale ha poi ingaggiato come suo capo stratega Steve Bannon, vicepresidente della stessa Cambridge Analytica.

Grazie al lavoro delle testate The New York Times e The Observer, nel 2018 si è scoperto che gran parte dei dati raccolti da Cambridge Analytica provenivano da Thisisyourdigitallife, un’app accessibile tramite Facebook che, sfruttando alcuni buchi nella sicurezza del celebre social e la scarsa attenzione degli utenti nella lettura dei termini d’utilizzo, ha permesso di collezionare abitudini, gusti e idee non soltanto delle 270mila persone utilizzatrici dell’app, ma anche dell’intera rete delle loro amicizie, per un totale di circa 50 milioni di profili Facebook scandagliati nei minimi dettagli, all’insaputa dei proprietari.

The Great Hack – Privacy violata: un approfondimento sulla realtà orwelliana che ci circonda
The Great Hack - Privacy violata

Questa imperdonabile invasione della privacy degli utenti non è stata utilizzata da Cambridge Analytica per fini meramente pubblicitari. Ciò che ha suscitato un’ondata di sdegno in tutto il mondo, portando lo stesso fondatore di Facebook Mark Zuckerberg a riferire sul proprio operato davanti al Congresso, è infatti l’utilizzo politico di questi dati, su cui si concentra The Great Hack – Privacy violata. Ricordate What Women Want – Quello che le donne vogliono, la commedia romantica in cui Mel Gibson riusciva a sentire i pensieri e i desideri delle donne, sfruttandoli per fini sentimentali? Cambridge Analytica ha compiuto per i propri clienti un’operazione analoga, lavorando però paure e sull’ignoranza di milioni di persone facilmente manipolabili, bombardandole virtualmente su tutti i social network con migliaia di fake news e distorsioni della realtà, impostate sui loro dubbi sulle loro debolezze, in modo da soffiare sulla loro frustrazione e sul loro latente razzismo.

Una tattica semplice e allo stesso tempo diabolica, volta a creare timori infondati e a disgregare la società dal suo interno, attraverso la scientifica diffusione di odio, intolleranza e disinformazione. Non una distopia alla George Orwell, ma la realtà sotto i nostri occhi quotidianamente, soprattutto sui social. Una realtà che ha trasformato persone miti e affabili, ma prive degli strumenti culturali e intellettivi per reagire a questi maligni stimoli, in serpenti carichi di veleno, da riversare quotidianamente sul nemico di turno, come i partiti progressisti, dipinti come sistema da debellare, gli scienziati, rappresentati come funzionari di complotti su scala globale per condizionare la popolazione, le donne, vittima sacrificale per eccellenza di una società patriarcale, e ovviamente le fasce più deboli ed esposte alla discriminazione: immigrati, minoranze etniche e religiose e comunità LGBTQ.

The Great Hack – Privacy violata: il torbido legame fra politica e social

The Great Hack - Privacy violata

The Great Hack – Privacy violata si prefigge lo scopo di fare luce sulle azioni di Cambridge Analytica e dei suoi clienti e di sensibilizzare lo spettatore a un uso più attento e consapevole dei propri dati sul web. I protagonisti del documentario sono essenzialmente tre: il professore universitario David Carroll, intenzionato a conoscere i suoi dati personali in mano a Cambridge Analytica, Brittany Kaiser, ex dirigente della società di consulenza, passata in breve tempo da volontaria per la campagna di Barack Obama a cervello della macchina propagandistica di Trump, e la reporter Carole Cadwalladr, autrice di una serie di lodevoli inchieste sulla vicenda. Sullo sfondo, l’ambiguo Alexander Nix, ex CEO di Cambridge Analytica (che nel frattempo è fallita) che ha rifiutato di partecipare attivamente al documentario, ma che vediamo all’opera nei suoi loschi traffici, attraverso immagini di repertorio e riprese da telecamere nascoste.

Amer e Noujaim mettono tanta carne al fuoco, cercando di analizzare le attività di Cambridge Analytica con immagini di repertorio e soprattutto attraverso l’esperienza diretta dei tre personaggi coinvolti nel documentario. Il contributo più importante per comprendere i torbidi risvolti di questa gigantesca macchina da propaganda è quello di Brittany Kaiser, che sviscera nel dettaglio la strategia chirurgica della sua ex azienda, affinata prima in paesi in via di sviluppo come Trinidad & Tobago, dove migliaia di giovani di colore vennero spronati all’astensione con lo slogan Do So, e portata poi a compimento su larga scala per le elezioni USA del 2016: la propaganda social gestita da Cambridge Analytica, a base di diffamazione di Hillary Clinton ed esaltazione di finti problemi di sicurezza, rivolta specificatamente alla fascia di elettori più indecisi, è stata decisiva per la vittoria di Trump, arrivata per poco più di 70.000 voti fra Pennsylvania, Wisconsin e Michigan.

Cambridge Analytica e il cambiamento comportamentale

Nonostante le ottime premesse, non sono invece adeguatamente sfruttate le professionalità di Carole Cadwalladr e David Carroll, inframezzate da sequenze di processi e interrogatori che non aggiungono molto al tema. Ci sarebbe stato spazio per un’analisi più approfondita dal punto di vista mediatico del disegno di Cambridge Analytica, ribattezzato con l’inquietante termine cambiamento comportamentale, e per un’indagine sulle tante piccole azioni quotidiane che mettono in pericolo la nostra privacy, ma The Great Hack – Privacy violata sceglie di rimanere in superficie su questi temi per assicurare allo spettatore una visione completa del caso, anche dal punto di vista legale. Per una volta, un approccio più tecnico avrebbe dato allo spettatore un’opportunità in più per comprendere il colossale cambiamento in atto e la facilità con cui rischiamo di essere manipolati.

Quanto ci viene mostrato basta però per guardare con maggiore inquietudine i social network. Il documentario di Amer e Noujaim ci mostra chiaramente che due delle più importanti recenti elezioni sono state decise da un utilizzo spregiudicato e truffaldino dei social, volto a screditare gli avversari politici e a distorcere la realtà attraverso milioni spesi su Facebook. Superati lo sgomento e lo sconforto, è inevitabile chiedersi cosa potrebbe succedere se queste azioni prendessero piede anche in Italia. Riuscite a immaginare come potrebbe reagire un popolo ancora troppo ignorante culturalmente e tecnologicamente come il nostro, se sollecitato continuamente su Facebook con disinformazione scientifica, odio nei confronti degli avversari e dei più deboli, e beceri slogan nazionalisti? Forse è meglio non pensarci.

Overall
7.5/10

Verdetto

The Great Hack – Privacy violata è un documentario lodevole negli intenti ma non sempre centrato dal punto di vista dei contenuti, che ha però il pregio di portare alla nostra attenzione i rischi connessi al legame sempre più stretto tra politica e social network.

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Scoop: recensione del film Netflix con Gillian Anderson

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Scoop

L’intervista concessa dal duca di York Andrea alla BBC, incentrata sulla sua amicizia con il famigerato Jeffrey Epstein e sul suo possibile coinvolgimento in reati sessuali, è stata indubbiamente uno spartiacque per la famiglia reale britannica. Non tanto per le conseguenze sullo stesso Andrea (a cui la madre Elisabetta ha revocato il titolo di Altezza Reale e i gradi militari), ma perché ha evidenziato lo scollamento totale fra la percezione della corona e l’opinione pubblica, già messa a dura prova dai ripetuti scandali. Una vicenda brillantemente messa in scena in Scoop, film Netflix di Philip Martin con Gillian Anderson, Billie Piper, Keeley Hawes e Rufus Sewell.

Un duello dalle sfumature western (come esplicitamente detto durante il film) fra due istituzioni britanniche, accomunate dagli stessi problemi nella comunicazione. Da una parte la BBC, legata a un giornalismo tradizionale e in difficoltà a mantenere il passo della concorrenza sui vari media; dall’altra la famiglia reale e nello specifico Andrea, intenzionato a riprendere il controllo della narrazione nel maldestro tentativo di ripulirsi l’immagine. Sulla base di Scoops: The BBC’s Most Shocking Interviews from Prince Andrew to Steven Seagal di Sam McAlister, viviamo così la genesi di questa storica intervista, fortemente cercata da lei stessa in qualità di produttrice (impersonata da Billie Piper) e sagacemente condotta da Emily Maitlis (Gillian Anderson, strepitosa come sempre).

Con il passare dei minuti, assistiamo allo sgretolamento delle certezze di Andrea (un mimetico Rufus Sewell) e della sua segretaria personale Amanda Thirsk (Keeley Hawes), incapaci di cogliere l’inefficacia della loro strategia comunicativa su una vicenda a dir poco sinistra, che coinvolge diverse ragazze minorenni all’epoca dei fatti.

Scoop: l’intervista al principe Andrea fra grande giornalismo e pessima comunicazione

Billie Piper in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se l’intervista è ricostruita con dovizia di particolari (le parole ovviamente, ma anche le luci, la scenografia, la postura dei corpi), il cuore di Scoop è rappresentato dal giornalismo. Un giornalismo messo sempre più in crisi dai social, che portano i lettori a diventare parte attiva dell’inchiesta e del dibattito (come sottolinea la stessa Sam McAlister), ma anche e soprattutto dall’aderenza a dinamiche dell’informazione ormai irrimediabilmente superate, responsabili di un progressivo allontanamento da ciò che oggi percepiamo come notizia o utile spunto di approfondimento. Una dinamica che si riflette sulle persone responsabili delle comunicazioni istituzionali, a loro volta legate a protocolli troppo rigidi e a una percezione distorta dei cittadini e del loro spirito critico.

Anche se in prima linea ci sono Andrea ed Emily Maitlis, lo scontro alla base di Scoop è soprattutto fra chi osserva i duellanti da dietro le quinte, ovvero Sam McAlister e Amanda Thirsk. Due donne che non mancano di sottolineare la loro stima reciproca, ma che per la loro diversa sensibilità sulla gestione di questo straordinario evento mediatico finiscono per trovarsi ai lati opposti della storia. Nell’ombra c’è poi una terza figura, cioè la Regina Elisabetta, sempre presente nonostante non sia mai in scena. Una presenza che aleggia sia sulla BBC, che teme una sua ingerenza sull’intervista, sia su Andrea, che al contrario si muove con disinvoltura eccessiva e fatale per il suo percorso all’interno della famiglia reale.

L’autogol della corona britannica

Gillian Anderson in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se ormai siamo abituati alle catastrofi comunicative, grazie soprattutto al notevole contributo alla causa delle istituzioni italiane, non si può che restare esterrefatti davanti a Scoop. Come è possibile che nessuno fra Andrea e il suo staff abbia compreso l’insostenibilità di una strategia basata sulla totale negazione di fatti ampiamente documentati da foto e testimonianze dirette? Perché durante le varie sessioni di prova per l”intervista (anch’esse mostrate nel film) non si è intervenuto sulla postura del duca di York, sul suo evidente imbarazzo e sulla sua mimica facciale, già da sola in grado di comunicare colpevolezza e disagio? Perché anche davanti all’evidenza nessuno dello staff della più celebre casa reale del pianeta è stato in grado di riconoscere un plateale boomerang a livello comunicativo?

Domande che al di là degli inevitabili capri espiatori sono destinate a rimanere senza risposta, ma testimoniano la differenza di velocità fra un’informazione in rapidissima evoluzione e un apparato politico, diplomatico e istituzionale semplicemente incapace di reggere il passo. Philip Martin, non a caso già alla regia di alcuni episodi di The Crown, riesce a trasformare in pregevole racconto questa dinamica, avvalendosi della sceneggiatura calibrata alla perfezione di Samantha McAlister, Peter Moffat e Geoff Bussetil e di interpreti formidabili, capaci di rendere elementi narrativi e comunicativi i silenzi, le esitazioni, gli sguardi e i più piccoli movimenti del corpo. Il risultato è una sorta di incidente stradale al rallentatore della famiglia reale, ancora più sconcertante perché avvenuto nella più totale trasparenza giornalistica e senza rilevanti scorrettezze da parte della BBC.

Scoop: l’essenza della notizia

Scoop si inserisce nella scia di opere come Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere, Frost/Nixon e Il caso Spotlight, ricordandoci il ruolo del giornalismo come da cane da guardia del potere e l’essenza della notizia, cioè tutto ciò che per qualcuno non deve essere raccontato. Lo fa con un racconto compatto e inappuntabile dal punto di vista tecnico, che per una volta non ha bisogno di atti coraggiosi o di artifici retorici, ma si limita a mostrare con lucidità e chiarezza la mediocrità di certi uomini di potere, talmente sicuri di se stessi da non accorgersi neanche dei loro atti più autodistruttivi.

Scoop è disponibile dal 5 aprile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

La storica intervista al principe Andrea rivive in un film Netflix dalla scrittura intelligente e dal formidabile comparto attoriale, in un inno al buon giornalismo e alla comunicazione efficace.

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Ripley: recensione della serie Netflix con Andrew Scott

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Ripley

Fin dalla sua nascita letteraria dalla penna di Patricia Highsmith nel 1955, il personaggio di Tom Ripley ha tracimato nel cinema e nella televisione. Lo ha fatto già nel 1956, con un episodio della serie Westinghouse Studio One, poi nel 1960 in Delitto in pieno sole di René Clément (in cui il celebre assassino è interpretato da Alain Delon) e soprattutto ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, film del 1999 con Matt Damon nel ruolo di Ripley e Jude Law in quello di Dickie Greenleaf, capace di trarre il massimo beneficio dalle location italiane e dalle sfumature più torbide del racconto. Un successo tale da stimolare anche l’adattamento di altri libri della serie di Patricia Highsmith ne Il gioco di Ripley di Liliana Cavani e Il ritorno di Mr. Ripley di Roger Spottiswoode, non altrettanto validi.

Arriviamo dunque al presente e nello specifico a Ripley, nuova miniserie Netflix in 8 episodi ideata da Steven Zaillian (sceneggiatore vincitore dell’Oscar per Schindler’s List – La lista di Schindler e autore degli script di altre opere come Gangs of New York, American Gangster e The Irishman) e con protagonista Andrew Scott nella parte dell’iconico assassino. Un progetto che arriva sulla scia di un rinnovato interesse per il crime (vero e fittizio) e del successo di Saltburn di Emerald Fennell, che in molti hanno associato alla parabola delittuosa di Ripley. Uno show dal notevole impatto visivo, girato in un elegante bianco e nero e in una riuscita commistione fra dialoghi in inglese e in italiano (apprezzabile da chi fruisce della serie in lingua originale), con il contributo di interpreti nostrani del calibro di Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley: l’assassino nato dalla penna di Patricia Highsmith rivive nella nuova serie Netflix

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Ci troviamo negli anni ’60, quando il truffaldino newyorkese Tom Ripley viene ingaggiato col compito di riportare a casa Dickie Greenleaf (Johnny Flynn), giovane rampollo che sta sfogando le sue velleità artistiche in una lussuosa villa sulla costiera amalfitana, in compagnia di Marge Sherwood (Dakota Fanning). Una volta giunto sul posto, Ripley scopre la bellezza di vivere nella comodità e nello sfarzo, per giunta a spese di altri. Nel tentativo di prolungare questo stato di grazia, l’uomo stringe un rapporto sempre più malsano e ossessivo con Dickie, che sfocia nel sangue. Ha così inizio una lunga serie di imbrogli, inganni e delitti, disseminati in diverse località italiane.

Steven Zaillian aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma, che non si limita all’esaltazione degli scenari italiani, ma abbraccia la musica nostrana e la scenografia degli interni, fondamentale per alcuni snodi narrativi. Il risultato è spiazzante, soprattutto se paragonato alla fluidità e alla compattezza dell’adattamento di Minghella. La macchiettistica Italia da cartolina del film del 1999 (evidente in scene come l’esecuzione di Tu vuò fà l’americano in compagnia di Fiorello) lascia spazio a una rappresentazione altrettanto artificiosa, che spazia fra il neorealismo e le atmosfere felliniane. Questo all’interno di una cornice narrativa ipertrofica, che dilata a dismisura scene e dialoghi alla ricerca della suspense hitchcockiana, con risultati non sempre all’altezza delle ambizioni.

L’estetica di Ripley

Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Allo stesso tempo, l’ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell’abisso. Un ritratto umano ancora più disturbante in quanto in marcato contrasto con la bellezza che lo circonda, impreziosita dalla suadente voce di Mina e dalla bellezza e genuinità dell’Italia degli anni ’60, fermata nel tempo dalla fotografia in bianco e nero di Robert Elswit, fedele collaboratore di Paul Thomas Anderson e premiato con l’Oscar per il suo lavoro ne Il petroliere.

Nonostante gli sforzi e il pregevole lavoro sull’oggettistica e sulle opere d’arte (evidente il parallelo fra Tom e il Caravaggio da lui amato), Ripley cade nello stesso problema comune a gran parte della serialità recente, ovvero la mancanza di sintesi e di coesione, resa possibile dallo spazio illimitato garantito dallo streaming. La diluizione della discesa agli inferi del protagonista non porta a un maggiore spessore ma anzi ne limita l’efficacia, appesantendo inutilmente il racconto. In questo senso è ancora una volta impietoso il paragone con Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, capace di racchiudere l’intero arco narrativo in 139 minuti e con l’aggiunta dell’apporto di Jude Law, molto più carismatico di Johnny Flynn nella parte di Dickie Greenleaf.

L’importanza della sintesi

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

«Non leggi un romanzo in due ore. Ci vogliono otto ore, dieci ore, dodici ore – e ho sentito che avrei cercato di creare il ritmo e la bellezza della narrazione di quel libro in questa forma», ha dichiarato Steven Zaillian a margine di una proiezione di Ripley a New York. Parole rispettabili e figlie di un maestro della scrittura, che entrano però in contrasto con l’arte del racconto audiovisivo, capace di condensare in immagini decine di pagine. Pur apprezzando la cura e la ricerca estetica di questo nuovo adattamento, decisamente superiore alla media della serialità moderna, resta la sensazione che un maggiore controllo in fase di scrittura avrebbe probabilmente giovato a un racconto comunque suggestivo e avvolgente, ma non sempre avvincente.

Ripley è disponibile su Netflix dal 4 aprile.

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The Beautiful Game: recensione del film con Bill Nighy e Valeria Golino

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The Beautiful Game

Il cinema ha più volte affrontato il potere salvifico dello sport e in particolare del calcio, capace di dare a chiunque una seconda possibilità e di trasformare nel giro di poco tempo un gruppo di sconosciuti in una famiglia, in cui ogni elemento è disposto a sacrificarsi per il bene della squadra. Fuga per la vittoria, Sognando Beckham, i progetti italiani di Matti per il calcio e il recentissimo Chi segna vince hanno saputo raccontare tutto questo, con storie e registri diversi, facendo del calcio un’appassionante metafora del riscatto e della rivincita. Una dinamica in cui si inserisce perfettamente The Beautiful Game, nuovo film originale Netflix liberamente ispirato al progetto Homeless World Cup, che da oltre 20 anni organizza un vero e proprio mondiale fra nazionali composte interamente da calciatori senzatetto.

La cineasta britannica Thea Sharrock (Io prima di te, L’unico e insuperabile Ivan) dirige un’opera tutt’altro che perfetta ma comunque importante, che evidenzia come lo sport possa aiutare a superare barriere sociali, culturali ed economiche. Al centro della vicenda c’è la nazionale senzatetto inglese, impegnata nei preparativi per la nuova edizione della Homeless World Cup ospitata da Roma. Per rinforzare la squadra, il carismatico e abilissimo osservatore Mal (Bill Nighy) mette gli occhi su Vinny (Micheal Ward), talento cristallino e irrequieto. Pur riluttante, quest’ultimo accetta di prendere parte alla manifestazione e vola a Roma (che in realtà non ha mai ospitato l’evento) insieme al resto della squadra, composta da un’umanità variegata e tormentata. Seguiamo così la fase finale di un torneo tanto bizzarro quanto combattuto, condotto con sicurezza e comprensione da Gabriella (Valeria Golino), fra imprevisti e colpi di scena.

The Beautiful Game: rivincita e riscatto nella Homeless World Cup

The Beautiful Game

La Homeless World Cup era già stata raccontata nel film sudcoreano Dream, anch’esso disponibile su Netflix, ma in questo caso la regista e lo sceneggiatore Frank Cottrell Boyce hanno la valida intuizione di allargare lo spettro del racconto a elementi delle altre nazionali della competizione, pur mettendo sempre al centro dei riflettori la squadra inglese. Scelta che permette a The Beautiful Game di toccare diverse tematiche (le molestie, i conflitti bellici) e di raccontare tante storie incastonate nella storia principale del torneo, come del resto avviene nella realtà durante i veri mondiali di calcio, ineguagliabili incroci di culture diverse e delle più disparate parabole esistenziali e sportive.

Siamo nel campo del cinema sportivo più popolare possibile, in un progetto nato anche e soprattutto per porre l’attenzione su questa lodevole competizione sportiva, che nel corso degli anni ha aiutato centinaia di atleti o aspiranti tali a credere di nuovo in se stessi e a rilanciare le loro vite. Questo porta inevitabilmente ad alcune semplificazioni narrative, nonché a messaggi importanti e condivisibili affrontati in modo eccessivamente didascalico. Il dolore dei calciatori è solo sfiorato e assistiamo a un prevedibile trionfo dei buoni sentimenti, dell’inclusività e del fair play, nella cornice della solita Roma da cartolina, con tanto di gita alla Fontana di Trevi.

L’importante non è vincere ma partecipare

L’importante non è vincere ma partecipare, e The Beautiful Game coglie pienamente questo spirito, creando empatia nei confronti dei tanti piccoli traguardi da raggiungere per le varie nazionali e dando vita a una storia di sport tutt’altro che scontata nello svolgimento e nella conclusione, grazie anche alla possibilità del “prestito” di un giocatore eliminato per le squadra che avanzano nel torneo. Il livello amatoriale della competizione e il campo di dimensioni ridotte consentono inoltre a The Beautiful Game di essere abbastanza credibile dal punto di vista tecnico e agonistico, pur con qualche comprensibile forzatura e con l’inevitabile enfasi su alcuni virtuosismi dei protagonisti.

A fare la differenza, fuori dal campo, è il solito strepitoso Bill Nighy, che come ha dimostrato in I Love Radio Rock è semplicemente perfetto nella parte dello strambo leader di un gruppo di strambi, capace di mantenere sempre eleganza e aplomb. Il suo Mal è in delicato equilibrio fra commedia e dramma, fra grinta e rimpianto, ma è purtroppo appesantito da una sottotrama vagamente sentimentale con il personaggio di Valeria Golino, che nulla aggiunge al potere edificante di questa storia di vita e sport.

The Beautiful Game: il potere salvifico del calcio

The Beautiful Game

The Beautiful Game scivola comunque senza intoppi o particolari guizzi verso un epilogo non scontato, che ha il merito di trasformare un intero torneo di perdenti in un gruppo di persone vincenti e protagoniste, almeno per un giorno. Mentre sui titoli di coda scorrono immagini e risultati della vera Homeless World Cup, risuona così il qualunquista e ipocrita adagio «Ma sono solo 22 scemi che corrono dietro a un pallone», mai come in questo caso falso e irrispettoso nei confronti di chi, anche solo per una volta, ha cercato di dimenticare sfortuna e problemi attraverso il calcio.

The Beautiful Game è disponibile dal 29 marzo su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Thea Sharrock firma un film sportivo non esente da difetti e ingenuità, sorretto dal solito spumeggiante Bill Nighy e dallo spirito della vera Homeless World Cup, che nel corso degli anni ha dato sollievo e conforto a centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo.

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