The Irishman: recensione del film di Martin Scorsese

The Irishman: recensione del film di Martin Scorsese

Con il passare degli anni e con l’avanzare dell’età, si tende sempre a tornare a casa. E la casa di Martin Scorsese è sempre stata la sua New York, fotografata con crudo realismo in Taxi Driver, Fuori orarioGangs of New York, e nello specifico l’inquietante e allo stesso tempo affascinante mondo della malavita organizzata, da lui celebrato in opere memorabili come Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, Quei bravi ragazzi e Casinò. Non stupisce quindi che il suo nuovo film The Irishman, presentato prima al New York Film Festival e poi alla Festa del Cinema di Roma 2019, sia al tempo stesso un riassunto e un’ideale chiusura del filone del gangster movie, nonché una struggente riflessione sullo scorrere del tempo e sul dissolvimento del ricordo.

Il soggetto di questa nuova memorabile opera è il libro di Charles Brandt I Heard You Paint Houses, incentrato sulla vita del sicario mafioso Frank Sheeran, sulla sua collaborazione con la famiglia criminale Bufalino e sul suo controverso rapporto con l’ambiguo sindacalista Jimmy Hoffa. Un’epopea malavitosa che abbraccia un arco di tempo che va dal 1949 al 2000, e che ha quindi messo Scorsese davanti a una difficile scelta: ingaggiare il doppio degli attori per interpretare i personaggi in età diverse o sfruttare l’avanzamento delle tecnologie di de-aging e i finanziamenti di Netflix (che distribuirà in streaming The Irishman) per permettere ai protagonisti Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci di interpretare rispettivamente i ruoli di Sheeran, Hoffa e Russell Bufalino per l’intero racconto. Come già saprete, la scelta è caduta su questa seconda opzione, con risultati, al netto di qualche fastidio iniziale, abbastanza soddisfacenti.

The Irishman: il crepuscolare addio al gangster movie di Martin Scorsese
The Irishman

Rispetto ai già citati mafia movie di Scorsese, cambia radicalmente il punto di vista sulla criminalità organizzata. Non ci sono ascese né rovinose cadute da raccontare, ed è assente anche l’epica che aveva caratterizzato opere come C’era una volta in America, forse quella più vicina a The Irishman per l’atmosfera malinconica e l’ambizione di raccontare diversi decenni di storia americana. Persino le esecuzioni a sangue freddo e i crimini, che ovviamente non mancano, sono rappresentati, come spiegato dallo stesso Scorsese in conferenza stampa a Roma, alla stregua di semplici missioni da compiere, in modo abbastanza sbrigativo e mai solenne. Il nostro punto di vista sull’intera vicenda, inoltre, non è quello di un boss o di un giovane rampante, ma di un umile sgherro, senza alcuna abilità particolare al di fuori di quella nelle esecuzioni, maturata in Italia durante la guerra, e nella gestione dei rapporti con i suoi referenti.

Un mesto carrello all’interno di un ospizio ci introduce all’atmosfera crepuscolare di The Irishman. Frank Sheeran, ormai 80enne, è un uomo solo e dimenticato da tutti. Dimenticato dalla famiglia, che ha deciso di chiudere i rapporti con lui per la sua turbolenta esistenza. Dimenticato dai suoi vecchi soci, quasi tutti morti per esecuzione o cause naturali. Scordato anche dall’opinione pubblica, al punto da essere costretto a spiegare a un’infermiera chi è. A differenza della misteriosa lettera ricevuta da Noodles nel già citato C’era una volta in America, stavolta la madeleine proustiana consiste nel racconto che lo stesso Sheeran fa della sua vita a un intervistatore perennemente fuori camera (presumibilmente l’autore del libro Brandt). Parte così un maestoso viaggio nel lato oscuro di un’epoca, fra lealtà e tradimenti e onore e rimorso, lucida fotografia delle infiltrazioni del crimine a tutti i livelli, dal piccolo quartiere alla presidenza degli Stati Uniti.

The Irishman: l’epica è sacrificata in nome di un’atmosfera funerea

The Irishman

Scorsese mette da parte il montaggio frenetico che aveva contraddistinto opere come The Wolf of Wall Street, concentrandosi sui propri strepitosi interpreti e abbandonandosi a digressioni e dialoghi mai fini a se stessi, tessere di un puzzle dall’imponente durata di 209 minuti, che ricostruisce l’intero microcosmo della malavita. Dopo anni di ruoli dimenticabili, De Niro trova finalmente un ruolo adeguato alla sua bravura, lavorando di sottrazione e cesellando le sfumature del suo personaggio sui silenzi e sugli sguardi. Anche se la tecnologia di de-aging ha già raggiunto livelli più che dignitosi, c’è però qualche imbarazzo di troppo nelle inquadrature a figura intera di Sheeran, ringiovanito nei lineamenti ma evidentemente rigido e impacciato nei movimenti, da 76enne quale De Niro è. Strepitosi anche un mefistofelico Joe Pesci, di ritorno sul grande schermo dopo un ritiro durato nove anni, e Al Pacino, sempre insuperabile nel trovare equilibrio nella recitazione sopra le righe.

The Irishman prende strade che poi abbandona, affronta temi che non vengono approfonditi, ma riesce a rimanere costantemente cinema di pregevole fattura, anche quando il racconto sembra rallentare eccessivamente. Merito sia degli interpreti, sia di una sceneggiatura ben calibrata fra azione e dialoghi, sia della mano di Scorsese, meno protagonista del solito a livello visivo ma fondamentale sul sonoro, che fa da raccordo infondendo al racconto un’atmosfera da noir francese. Manca a The Irishman la scena madre, il dialogo vibrante o il virtuosismo registico che avevano reso memorabili altre opere del filone. Carenza che potrebbe rendere indigesta quest’opera, ma che è compensata da un alone di nostalgia che tiene insieme il tutto e che avvolge progressivamente il racconto. Come lo stesso Frank Sheeran, The Irishman si muove lentamente, mantenendo un profilo basso, recapitando però diligentemente il suo funereo messaggio e scavando lentamente un solco nel cuore dello spettatore.

Il ritorno a casa di un cinema che non esiste più

The Irishman

I gangster di Scorsese non sono più miti, i suoi protagonisti non sono più antieroi, ma pedine di un gioco che non conoscono completamente e su cui non hanno controllo. Il tramonto di un genere, ma anche e soprattutto dell’esistenza di chi ha sacrificato tutto per comportarsi da fedele soldatino, ma si ritrova solo, scomparso dal ricordo e dalla storia e costretto all’estenuante attesa della fine in una buia stanza. Non c’è redenzione, non c’è catarsi, non arriva neanche il proverbiale senso di colpa di cattolico. Rimane soltanto un desolato e avvilente ritorno a casa di un cinema che non esiste più.

The Irishman sarà distribuito nelle sale italiane dal dal 4 al 6 novembre dalla Cineteca di Bologna. Arriverà poi su Netflix a partire dal 27 novembre.

  • Verdetto

4

Sommario

The Irishman è il malinconico addio al gangster movie di Martin Scorsese, che mette in scena una struggente riflessione sulla fine e sul ricordo. Manca l’epica che ha contraddistinto il cinema del regista americano, sacrificata in nome di un racconto crepuscolare che segna la fine di un’epoca cinematografica.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.