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The Last Dance: recensione della docu-serie Netflix

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Sembra quasi pleonastico dire che lo sport e la narrazione sportiva hanno preso il posto dell’epica. Lo è a maggior ragione da quando alcuni sport hanno raggiunto una dimensione mediatica tale da permettergli di essere fruiti da miliardi di persone in ogni angolo del pianeta e di essere scandagliati in ogni aspetto, dentro e fuori dal campo di gioco. In un’epoca in cui il racconto dello sport è arricchito da straordinari storyteller, come il nostro Federico Buffa, non stupisce quindi più di tanto che intrattenimento e sport si fondano in una cosa sola, confluendo nella più celebre piattaforma di streaming su piazza con The Last Dance, docu-serie in 10 episodi che ha infranto ogni record di Netflix, con oltre 23 milioni di spettatori al di fuori degli Stati Uniti.

Successo ancora più clamoroso se consideriamo che questa serie è incentrata su una singola stagione sportiva di una singola leggendaria squadra di basket di ben 22 anni fa, cioè i Chicago Bulls di Michael Jordan, che nel 1997/1998 vissero appunto la loro The Last Dance: l’ultima stagione di successi prima di dividersi per sempre, fiaccati dall’età, dal logorio fisico e da qualche dissidio interno di troppo. Attingendo a immagini di repertorio, interviste ad hoc e centinaia di ore di riprese concesse dagli stessi protagonisti della squadra, che hanno accettato di essere filmati dietro le quinte della loro ultima stagione, il regista Jason Hehir (già apprezzato per il notevole documentario Andre the Giant) consegna al pubblico un vero e proprio trattato di epica sportiva, fatto di trionfi e sconfitte, amicizia e rivalità, passione e fissazione, in grado di essere compreso e apprezzato sia dagli appassionati che dai profani in ambito NBA.

The Last Dance: l’epopea sportiva di Michael Jordan e dei Chicago Bulls

 

The Last Dance si muove sinuosamente lungo due piani temporali: quello della cavalcata trionfale di Jordan e dei Bulls verso il loro sesto titolo e un altro che parte da più lontano, cioè dagli esordi di MJ e dai primi vagiti di quella squadra che solo attraverso il lavoro, un’attenta pianificazione e diverse batoste ha permesso al proprio fuoriclasse di condurla a 6 anelli in 8 stagioni (i due mancanti coincidono con il temporaneo ritiro di Jordan dal basket).

Il divario fra le temporalità si assottiglia sempre più, arrivando ad annullarsi negli episodi finali della serie, che coincidono con il racconto degli ultimi due titoli di Chicago, conquistati entrambi ai danni dei temibili Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Inevitabile baricentro e primario punto di vista sulle vicende narrate, sua altezza Michael Jordan, che si concede generosamente alle telecamere, mettendosi a nudo nella cronaca della sua ossessiva ricerca della vittoria.

Chiarito a chi tocca la parte dell’eroe di questo racconto fantasy, con la palla da basket che prende il posto delle spade e le prodezze degli atleti che sostituiscono gli incantesimi, occorre assegnare gli altri ruoli di questa saga lunga quasi 20 anni. Non ci sarebbe un eroe senza il suo fido scudiero, che in questo caso corrisponde a un altro dei migliori della storia del gioco: Scottie Pippen. Non solo un secondo violino, ma l’uomo verso il quale Jordan riponeva più fiducia, spronandolo a migliorare ogni giorno e vessandolo con la sua ingombrante mentalità vincente, capace di renderlo a tratti inavvicinabile dai suoi stessi compagni di squadra.

Mentore e scudiero

 

Immancabile poi il ruolo del mentore, cioè il coach Phil Jackson: un hippy prestato allo sport, un maestro zen dirottato sulla gestione di uno dei più problematici spogliatoi dello sport professionistico. L’unico capace di convincere Jordan a incanalare il suo gioco totalizzante in un’ottica di squadra, senza perdere la sua fiducia e conservando il suo estro per i momenti decisivi delle loro battaglie. È vero che i Bulls non hanno mai vinto senza Jordan, ma lo è altrettanto il fatto che lo stesso Jordan non è mai riuscito a vincere senza il suo silenzioso ed efficace scudiero Pippen e senza il suo carismatico e comprensivo mentore Jackson.

Ma a partire da questo nucleo The Last Dance si espande in tante direzioni, macinando storie, aneddoti e confessioni. Fra i tanti personaggi su cui si concentra Hehir, merita un capitolo a parte (e possibilmente un vero e proprio spin-off sulle sue 48 88 ore di permesso a Las Vegas) il Verme Dennis Rodman. Un potenziale delinquente salvato dal parquet, un giullare capace di accatastare rimbalzi e palle recuperate, un folle in grado di passare in un battito di ciglia dallo sballo più totale alla più lucida e disciplinata abnegazione sportiva, ma anche un uomo segnato da un’infanzia che definire tormentata è un eufemismo, che si apre con sincerità alle telecamere, indugiando anche su quella volta in cui si trovò per troppo tempo chiuso in una macchina ferma in un parcheggio, con un fucile carico in mano e troppi brutti pensieri per la testa.

The Last Dance e i nemici: i Bad Boys e Jerry Krause

 

In ogni grande racconto epico non possono poi mancare i nemici, che in The Last Dance non sono solo i tanti avversari sportivi, fra cui spiccano i Bad Boys dei Detroit Pistons, capaci di eliminare per tre volte consecutive i Bulls grazie al loro gioco fisico e sopra le righe, ma anche il general manager della squadra Jerry Krause, a cui tocca ingenerosamente il ruolo di principale villain della storia. Anni di formidabili intuizioni e di affari di mercato non gli sono infatti bastati a farsi perdonare il più grave dei peccati, cioè quello di aver di fatto smantellato questa formidabile squadra, nel vano tentativo di rinnovarla e mantenerla vincente.

Proprio dal più grave errore della carriera di Krause nasce lo spunto che fa di The Last Dance (cioè il titolo dato dallo stesso Jackson all’ultima stagione della squadra) un documentario destinato a segnare la narrazione sportiva. La certezza che il manager non avrebbe rinnovato il contratto a Jackson, spingendo così Jordan lontano da Chicago e togliendo l’unico possibile deterrente alla partenza di Pippen, spazientito da anni di ingaggi al di sotto delle sue prestazioni, consegna a questo gruppo, unito nelle sue contraddizioni, la consapevolezza di avere ancora una sola stagione per dimostrare nuovamente il suo valore e la libertà di concentrarsi solo sulla vittoria, senza pensare a ciò che sarebbe venuto dopo.

Le star dei Bulls sfilano davanti alle telecamere come attori durante una premiere di un film particolarmente atteso, coscienti di avere i riflettori puntati su di loro e pronti a sfruttare ogni secondo di sovraesposizione per i loro più disparati fini, come la delegittimazione dello stesso Krause (più volte bersagliato da Jordan e Pippen, anche con body shaming) o l’ulteriore pressione esercitata sui suoi compagni da Jordan, intento a curare ogni singolo dettaglio verso la vittoria.

L’ottovolante emotivo di The Last Dance

 

In mezzo a tanto trash-talking, di cui Jordan era un maestro, e molto cameratismo da spogliatoio, a rimanere impressi sono soprattutto gli sguardi, difficili da dissimulare. E gli sguardi a metà fra adorazione e riverenza dei compagni e dei tifosi, ancora più delle sue azioni sul campo, restituiscono la statura umana e mediatica di MJ, che l’indispensabile Federico Buffa ha descritto con queste parole: «Un’esploratore dell’umanità, un uomo che ha pensato che esistessero dei limiti e ha fatto tutto quello che poteva per superarli. Un realista atipico, che ha sempre voluto l’impossibile». E in fondo è giusto che sia proprio questo eroe sportivo, condannato alla vittoria e alla perfezione, a condurre il racconto, fornendoci il punto di vista preponderante su molti eventi che lo hanno coinvolto.

Difficile non rimanere ipnotizzati di fronte a questo gigante, che, da star consumata, davanti alla telecamera si confessa, si diverte e ritorna senza particolari remore su rancori mai sopiti. Nel corso di poco più di 8 ore, particolarmente dense di emozioni e contenuti, ripercorriamo i suoi primi anni a Chicago, contraddistinti dalla mediocrità della sua squadra e dalla luminosità delle sue doti, già evidenti alle più grandi star della lega, Larry Bird e Magic Johnson. Viviamo con lui la frustrazione per le ripetute sconfitte e percepiamo la sua gioia per il suo primo sospirato three-peat, nel corso del quale impara a fidarsi dei propri compagni e a sfruttarli nei momenti di massima pressione. Ma l’ottovolante emotivo di The Last Dance indugia anche sui momenti difficili, come le polemiche sul vizio di Jordan per il gambling, l’uccisione del padre e il primo ritiro dal basket, seguito da un’esperienza nel baseball.

Un documentario jordancentrico

 

Alla caduta, segue la resurrezione sportiva, con il ritorno sul parquet, una condizione fisica ottimale da ritrovare e nuovi avversari da sfidare per il suo secondo three-peat. Una volta raggiunto l’apice, ad alimentare Jordan è il gusto per la sfida, anche e soprattutto personale. Ne sono la prova i battibecchi con Magic Johnson durante le partite di allenamento del Dream Team, le incaute parole di Nick Anderson (che sosteneva che il giocatore rientrato in NBA col 45 fosse diverso da quello che se n’era andato col 23) e le estemporanee performance maiuscole di molti avversari, che diventavano immancabilmente benzina per la vendetta sportiva di Jordan e per la sua ennesima dimostrazione di onnipotenza sul campo.

Un percorso che, con le dovute proporzioni, sembra quasi ricalcare quello di Michael Corleone ne Il padrino – Parte II, sempre più potente e adorato, ma allo stesso tempo sempre più solo e consumato dalla sua ossessione.

Anche quando The Last Dance si allontana temporaneamente dalla figura di Michael Jordan, dando giustamente spazio ad altre figure come i già citati Jackson e Pippen o i vari Steve Kerr, John Paxson, Toni Kukoc e Horace Grant, determinanti per i suoi successi, tutto si riconduce alla figura MJ, a qual era il suo rapporto con un determinato giocatore, a cosa i compagni pensavano e pensano di lui e a quelle che invece sono le considerazioni del numero 23 su di loro. Un jordancentrismo narrativo, che nonostante l’impegno da parte di Jason Hehir nel dare spazio e voce anche agli altri protagonisti della NBA di quegli anni diventa il principale difetto di The Last Dance, nonché fonte di molte polemiche dopo la fine della serie, da parte di personaggi che ritengono non del tutto fedele la versione esposta dei fatti.

The Last Dance e le fragilità di Michael Jordan

 

Non spetta a noi in questa sede stabilire quali e quante siano le forzature, le omissioni e le idealizzazioni di The Last Dance. Nonostante la figura di Jordan risulti ingombrante anche fuori dal campo, e in particolare nella produzione di una docu-serie come questa, Hehir ha però evitato il rischio dell’agiografia, e ha fatto bene il lavoro del documentarista, che è anche quello di essere scomodo e ficcante, in diverse occasioni. In mezzo alle tante magie sul campo, vediamo infatti Jordan varie volte con le spalle al muro, come quando gli viene chiesto conto del suo mancato supporto al candidato afroamericano della North Carolina Harvey Gantt contro il dichiaratamente razzista Jesse Helms («Anche i repubblicani comprano le sneakers», disse Jordan in proposito) o dei suoi comportamenti da bullo e aguzzino nei confronti dei compagni, in particolare dei più deboli.

È in questi momenti più cupi che paradossalmente emerge il Jordan più fragile, e di conseguenza più vero. Un uomo che parla apertamente del suo presunto “problema” col gioco d’azzardo (problema da qualche milione, a fronte di uno stipendio annuale di diverse decine di milioni di dollari), che manifesta la sua imperfezione e la sua lontananza dalla figura di un eroe senza macchia e politicamente impegnato e che ha addirittura un piccolo crollo emotivo quando parla delle angherie riservate ai suoi compagni e della sua tirannia nello spogliatoio, cercando solo una piccola autoassoluzione nel fatto di non aver mai preteso dagli altri niente che lui non facesse in prima persona, in partita e in allenamento. Parole, espressioni e silenzi che ci raccontano molto di un personaggio complesso e tormentato, consapevole della propria immagine di idolo delle masse, ma incapace di incarnarla pienamente.

Condannato a vincere

The Last Dance

Al termine dell’epopea dei Bulls e degli ultimi 40 straordinari secondi della seconda vita cestistica di Michael Jordan («Un invito all’ateismo», secondo il solito Buffa) con canestro in solitaria, palla recuperata e altro canestro della vittoria, dopo aver mandato a spasso Bryon Russell, torniamo nuovamente a quel gigante seduto in poltrona davanti a una telecamera, che questa volta ci sembra ancora più solo. Lo abbiamo visto commuoversi, sogghignare per l’agognato trionfo contro Detroit e spendere parole al miele per Jackson, Pippen e per il suo erede designato Kobe Bryant (a cui viene dedicato un toccante omaggio), ma il suo volto è ancora attraversato da un alone di insoddisfazione e tristezza.

Coerentemente con quanto narrato, questo racconto epico non si conclude né con la soddisfazione per ciò che Jordan ha conquistato, né con una panoramica sulla sua vita da proprietario dei Charlotte Bobcats (abbastanza incolore), né con un approfondimento sulla sua famiglia (che compare solo per pochi minuti). L’immagine finale che ci consegna The Last Dance è quella di un uomo ancora consumato dalla competizione e dal rimpianto per il disfacimento dei Bulls, che verosimilmente darebbe tutto ciò che ha per avere un’altra occasione di giocarsi il settimo titolo con quegli stessi fantastici compagni. Un eroe moderno, solitario e imperfetto, condannato all’inappagamento e all’impossibilità di sfidare nuovamente se stesso. La conclusione ideale per un viaggio nell’ossessione e nella competitività, destinato a rimanere nei nostri ricordi per molto tempo.

Overall
8.5/10

Verdetto

Nonostante una visione parziale degli eventi narrati e un inevitabile jordancentrismo del racconto, The Last Dance riesce nell’intento di restituire ad appassionati e non la grandezza dell’epopea dei Chicago Bulls e del loro fuoriclasse Michael Jordan, indagando al tempo stesso sull’ossessione per la competizione e per la vittoria di quest’ultimo.

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Eric: recensione della miniserie Netflix con Benedict Cumberbatch

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Eric

È curioso che una pietra miliare del cinema narrativo classico come Harvey, con protagonista il solito formidabile James Stewart, riemerga per la seconda volta nel giro di pochi giorni come fonte di ispirazione esplicita o implicita per un prodotto audiovisivo contemporaneo. Prima grazie a John Krasinski, che lo cita apertamente nel suo gradevole film per famiglie IF – Gli amici immaginari, poi in Eric, miniserie Netflix con protagonista Benedict Cumberbatch, con intreccio e toni decisamente più cupi.

Stavolta non ci sono né simpatici conigli parlanti, né pittoresche creature animate, ma un gigantesco pupazzo di nome Eric che accompagna il protagonista Vincent nel momento più difficile e angosciante della sua vita. Benedict Cumberbatch, di ritorno alla serialità dopo il travolgente successo di Sherlock, dà infatti vita a un uomo ambiguo e tormentato, diviso fra il suo lavoro di burattinaio per un popolare show per bambini e la scomparsa del figlio di nove anni Edgar (Ivan Morris Howe), svanito nel nulla durante il tragitto verso la scuola, nella turbolenta New York degli anni ’80.

Totalmente alienato e vittima delle sue dipendenze, Vincent si allontana dalla moglie e dai colleghi, dedicandosi alla ricerca del figlio insieme a Eric, una sua creazione con cui comunica continuamente, nell’imbarazzo di chi gli sta intorno. Sul caso c’è anche Michael Ledroit (McKinley Belcher III), detective nero e gay che deve convivere con i pregiudizi e con l’odio razziale.

Eric: Benedict Cumberbatch in un dramma esistenziale in bilico fra realtà e immaginazione

La creatrice Abi Morgan (The Hour) e la regista Lucy Forbes ci immergono in una New York torbida e a tratti angosciante, devastata dalla diffusione del crack, sconvolta dal dilagare dell’AIDS e impegnata a nascondere il suo lato meno scintillante, come i senzatetto e i tossicodipendenti. Uno scenario perfettamente in linea con la dolorosa parabola esistenziale di Vincent che, dopo aver vissuto un’infanzia all’insegna dell’anaffettività e dei farmaci a lui somministrati dai suoi ricchi genitori, in un perfetto contrappasso ha deciso di dedicare un’importante fetta del suo tempo alla missione di rendere felici i bambini, attraverso la creazione di buffi personaggi. Una scelta che non lo mette però al riparo dai suoi demoni personali e dalle conseguenze di un beffardo destino, acuite dal senso di colpa per non aver accompagnato a scuola Edgar nel maledetto giorno della sua scomparsa.

Nel corso di 6 asciutti episodi, Eric segue le ricerche del piccolo Edgar, mascherandosi da crime per poi allargare progressivamente il campo di azione, spaziando liberamente fra cospirazioni governative e lucida analisi sociale. Temi che ruotano soprattutto intorno alla figura di Michael Ledroit, sempre più centrale all’interno della narrazione. Grazie alla convincente prova di McKinley Belcher III, seguiamo la dolorosa lotta quotidiana di questo detective, che deve scontrarsi sia con la discriminazione nei confronti della comunità afroamericana, sia con quella legata alla sua omosessualità, che è costretto a celare non solo per l’arretrata morale dell’epoca, ma anche per la paura generale per la diffusione dell’AIDS, accompagnata dall’ignoranza.

I protagonisti di Eric

Eric

Dal canto suo, Benedict Cumberbatch aggiunge un’altra pregevole interpretazione al suo già formidabile curriculum, tratteggiando con invidiabile espressività la discesa agli inferi di un uomo mentalmente instabile, che paradossalmente riesce a scorgere una flebile luce in fondo al tunnel proprio grazie agli abissi della sua psiche e ai dialoghi con un personaggio immaginario, unica sua ancora di salvezza. Un personaggio riuscito e tridimensionale, grazie anche a un ottimo lavoro di scrittura, che non indora mai la pillola ma al contrario mette in evidenza tutti gli aspetti negativi e respingenti di questo personaggio, valorizzandone così anche gli slanci di umanità.

Eric trae forza e intensità dai suoi personaggi principali, delineando due solitudini diverse ma complementari, in una cornice umana e sociale desolante, all’interno della quale proliferano violenza, corruzione e dipendenza. La miniserie non è però altrettanto centrata nella sua componente prettamente investigativa, che risente in particolare di una scelta narrativa abbastanza discutibile sul personaggio di Edgar, colpevole di togliere un’importante fetta di fascino e mistero all’intera vicenda. Sorprendentemente, ci si ritrova così ad appassionarsi più alle dinamiche personali di Michael Ledroit e Vincent che alla sparizione di un bambino innocente, cioè la principale leva emotiva dell’intera miniserie.

Un epilogo non del tutto riuscito

Eric

Fra sospetti, false piste, deflagrazioni familiari e squallore generalizzato, Eric sfocia in un epilogo eccessivamente conciliatorio, che stona con la miserie umana e sociale esposta con dovizia di particolari negli episodi precedenti. Una conclusione che non priva dei suoi meriti una miniserie ben sopra alla media delle produzioni omologhe recenti, ma che toglie incisività a un racconto a tratti particolarmente toccante, capace di scavare nei più reconditi anfratti dell’animo umano e di dare diverse sfumature di senso alla follia e al concetto di sotterraneo, veri e propri protagonisti aggiuntivi di una New York asfittica e malsana.

Eric è disponibile dal 30 maggio su Netflix.

Overall
7/10

Valutazione

Eric si rivela una toccante e dolorosa riflessione sul lato oscuro dell’animo umano e della New York degli anni ’80, penalizzata però da qualche scelta narrativa non del tutto efficace.

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Netflix: tutte le nuove uscite di giugno 2024

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Netflix uscite

Anche per giugno, Netflix ha in serbo tante nuove uscite con cui intrattenere i propri abbonati. Fra le uscite più attese c’è sicuramente il film originale A Family Affair, commedia romantica con Joey King, Zac Efron, Nicole Kidman e Kathy Bates. L’Italia risponde con Ricchi a tutti i costi, sequel di Natale a tutti i costi, con protagonisti Christian De Sica e Angela Finocchiaro. Ci saranno inoltre i ritorni di Bridgerton e Sweet Tooth, insieme all’arrivo in catalogo dell’horror francese Under Paris e della docuserie storico Processo al male: Hitler e i nazisti. Di seguito, l’elenco completo delle uscite di giugno su Netflix.

L’elenco completo delle uscite Netflix di giugno 2024

Netflix uscite
Cr. Liam Daniel/Netflix © 2024

1 giugno – Le uscite su Netflix

  • One-Punch Man (serie non originale, stagione 2)
  • New Amsterdam (serie non originale, stagione 4)
  • Qui rido io (film non originale)
  • Riverdale (serie originale, stagione 7)
  • Troppo grande per le favole 2 (film originale)
  • Il rapporto Pilecki (film non originale)
  • Swoon (film non originale)

4 giugno

  • Ricchi a tutti i costi (film originale)

5 giugno – Le uscite su Netflix

  • Under Paris (film originale)
  • Processo al male: Hitler e i nazisti (docuserie originale)
  • Come rapinare una banca (docuserie originale)

6 giugno – Le uscite su Netflix

  • Sweet Tooth (serie originale, stagione 3)
  • Baki Hanma VS Kengan Ashura (film originale)
  • Rafa Márquez: El Capitán (film originale)

7 giugno – Le uscite su Netflix

  • Perfect Match (reality show originale, stagione 2)
  • Hierarchy (serie originale, stagione 1)
  • The Greatest Showman (film non originale)

9 giugno

  • Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio (film non originale)

11 giugno

  • Tour de France: sulla scia dei campioni (docuserie originale, stagione 2)

12 giugno – Le uscite su Netflix

  • Non c’è bisogno di presentazioni – Con David Letterman (talk show originale, stagione 5)
  • I misteri dell’esercito di terracotta (docuserie originale)

13 giugno

14 giugno

  • Ultraman: Rising (film originale)

15 giugno

  • Le otto montagne (film non originale)
  • Colpa delle stelle (film non originale)

19 giugno

  • Kleks Academy (film originale)
  • Me Contro Te Il Film: Vacanze in Transilvania (film non originale)
  • Caccia all’eredità (film originale)

20 giugno

21 giugno

  • Trigger Warning (film originale)

22 giugno

  • Rising Impact (serie originale, stagione 1)
  • Don’t Worry Darling (film non originale)

25 giugno

  • Kaulitz & Kaulitz (docuserie originale)

26 giugno

  • Coinquilini impossibili (docuserie originale, stagione 2)

27 giugno – Le uscite su Netflix

  • That ’90s Show (serie originale, parte 2)
  • Il Grande giorno (film originale)
  • Supacell (serie originale, stagione 1)

28 giugno

  • A Family Affair (film originale)

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Bodkin: recensione della serie Netflix

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Bodkin

La passione per il true crime è sempre più dirompente, e la serialità non può fare altro che adeguarsi. Dopo Only Murders in the Building, tocca a Netflix cercare un difficile equilibrio fra questo filone, i gialli che sottende e la comicità, con un impianto narrativo in grado di tenere insieme tutte queste componenti. Arriva dunque nel catalogo della celebre piattaforma di streaming Bodkin, serie in 7 episodi ideata da Jez Scharf e prodotta da Barack e Michelle Obama, già coinvolti nel recente successo di Netflix Il mondo dietro di te. Lo show può contare sulla presenza nel cast di Will Forte (The Last Man on Earth), Siobhán Cullen e Robyn Cara, interpreti di un bizzarro gruppo di giornalisti e podcaster.

Bodkin è il nome di una piccola cittadina irlandese, dove viene spedita controvoglia la giornalista investigativa Dove (Siobhán Cullen), originaria proprio dell’Irlanda e costretta a rinunciare a un importante caso. Qui si trova costretta a collaborare con il celebre autore di podcast Gilbert Power (Will Forte) e con la sua assistente Emmy (Robyn Cara) su una serie di avvenimenti misteriosi e sinistri avvenuti anni prima, che hanno portato addirittura all’interruzione dei festeggiamenti di Samhain, il capodanno celtico alla base delle celebrazioni di Halloween. I due approcci agli antipodi di Gilbert e Dove si scontrano con la piccola comunità locale, restia a scavare fra segreti fino a quel momento ben custoditi.

Bodkin: a caccia di true crime in un’Irlanda misteriosa

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin mette molta carne al fuoco, non solo per i generi, ma anche per quanto riguarda i temi affrontati. Al centro della serie c’è soprattutto il contrasto fra la seriosità e il rigore di Dove e lo spirito più libero e affabile di Gilbert. Due modi opposti di intendere la vita e soprattutto il giornalismo, che riverberano nel corso di tutta la serie. Per Dove infatti i podcast true crime sono poco più che gossip, irrilevanti dal punto di vista giornalistico e irrispettosi da quello morale; Gilbert ribatte invece che questa forma di narrazione gli consente di arrivare a una platea sterminata di persone, appassionandole e favorendo la circolazione di storie e contenuti. Un contrasto perfettamente in linea con il dibattito contemporaneo sull’informazione (il discorso si può tranquillamente allargare ai content creator), che costituisce però uno dei pochi temi veramente a fuoco della serie.

Già in bilico fra mistero e commedia, Jez Scharf farcisce infatti il racconto di diversi altri risvolti, come l’analisi dei costumi e delle tradizioni dell’Irlanda (in cui ha le origini anche Gilbert) e il punto di vista lucido e ravvicinato sui piccolissimi centri urbani, in cui tutti sanno tutto di tutti, anche se molto spesso fingono di non sapere nulla, soprattutto quando si confrontano con i forestieri. Il risultato è un racconto che ondeggia fra troppi registri e altrettante suggestioni, faticando non poco a trovare una sintesi coesa e abbastanza avvincente. Un caos narrativo che si riflette anche sui personaggi secondari, caratterizzati in modo piatto e poco ispirato.

Un umorismo nero poco incisivo

Cr. Enda Bowe/Netflix

A metà strada fra l’ironia dissacrante alla base del già citato Only Murders in the Building e il sinistro fascino dei misteri connessi alle piccole cittadine di provincia, portato al successo da Twin Peaks, Bodkin finisce per non essere fondamentalmente né carne né pesce, anche per la scarsa consistenza del mistero su cui si regge il racconto. I suggestivi scenari irlandesi e i cliffhanger abilmente collocati al termine di ogni episodio attenuano l’effetto di queste lacune, ma si ha più volte la sensazione di trovarsi di fronte a una narrazione eccessivamente diluita e troppo esile per reggere un minutaggio così ampio.

Non aiutano alla resa complessiva neanche le atmosfere magiche dell’Irlanda e le suggestioni ancestrali legate al Samhain, base per diversi riusciti folk horror ma in questo caso sacrificate in nome di personaggi ingenuamente bizzarri e di un umorismo nero che raramente va a segno. I pochi momenti significativi si riducono così alla già menzionata opposizione fra la respingente Dove e lo humour non particolarmente ficcante di Gilbert, che pone interrogativi non banali sui concetti di verità, indagine e narrazione. Troppo poco per una serie che avrebbe potuto lavorare sulle immagini e sulle atmosfere con intensità ben maggiore.

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin è disponibile dal 9 maggio su Netflix.

Overall
5/10

Valutazione

Bodkin cerca un difficile ibrido fra mistero, commedia e analisi del giornalismo moderno, dando però vita a una narrazione eccessivamente diluita e con troppa carne al fuoco.

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