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The Last Dance: recensione della docu-serie Netflix

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Sembra quasi pleonastico dire che lo sport e la narrazione sportiva hanno preso il posto dell’epica. Lo è a maggior ragione da quando alcuni sport hanno raggiunto una dimensione mediatica tale da permettergli di essere fruiti da miliardi di persone in ogni angolo del pianeta e di essere scandagliati in ogni aspetto, dentro e fuori dal campo di gioco. In un’epoca in cui il racconto dello sport è arricchito da straordinari storyteller, come il nostro Federico Buffa, non stupisce quindi più di tanto che intrattenimento e sport si fondano in una cosa sola, confluendo nella più celebre piattaforma di streaming su piazza con The Last Dance, docu-serie in 10 episodi che ha infranto ogni record di Netflix, con oltre 23 milioni di spettatori al di fuori degli Stati Uniti.

Successo ancora più clamoroso se consideriamo che questa serie è incentrata su una singola stagione sportiva di una singola leggendaria squadra di basket di ben 22 anni fa, cioè i Chicago Bulls di Michael Jordan, che nel 1997/1998 vissero appunto la loro The Last Dance: l’ultima stagione di successi prima di dividersi per sempre, fiaccati dall’età, dal logorio fisico e da qualche dissidio interno di troppo. Attingendo a immagini di repertorio, interviste ad hoc e centinaia di ore di riprese concesse dagli stessi protagonisti della squadra, che hanno accettato di essere filmati dietro le quinte della loro ultima stagione, il regista Jason Hehir (già apprezzato per il notevole documentario Andre the Giant) consegna al pubblico un vero e proprio trattato di epica sportiva, fatto di trionfi e sconfitte, amicizia e rivalità, passione e fissazione, in grado di essere compreso e apprezzato sia dagli appassionati che dai profani in ambito NBA.

The Last Dance: l’epopea sportiva di Michael Jordan e dei Chicago Bulls

 

The Last Dance si muove sinuosamente lungo due piani temporali: quello della cavalcata trionfale di Jordan e dei Bulls verso il loro sesto titolo e un altro che parte da più lontano, cioè dagli esordi di MJ e dai primi vagiti di quella squadra che solo attraverso il lavoro, un’attenta pianificazione e diverse batoste ha permesso al proprio fuoriclasse di condurla a 6 anelli in 8 stagioni (i due mancanti coincidono con il temporaneo ritiro di Jordan dal basket).

Il divario fra le temporalità si assottiglia sempre più, arrivando ad annullarsi negli episodi finali della serie, che coincidono con il racconto degli ultimi due titoli di Chicago, conquistati entrambi ai danni dei temibili Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Inevitabile baricentro e primario punto di vista sulle vicende narrate, sua altezza Michael Jordan, che si concede generosamente alle telecamere, mettendosi a nudo nella cronaca della sua ossessiva ricerca della vittoria.

Chiarito a chi tocca la parte dell’eroe di questo racconto fantasy, con la palla da basket che prende il posto delle spade e le prodezze degli atleti che sostituiscono gli incantesimi, occorre assegnare gli altri ruoli di questa saga lunga quasi 20 anni. Non ci sarebbe un eroe senza il suo fido scudiero, che in questo caso corrisponde a un altro dei migliori della storia del gioco: Scottie Pippen. Non solo un secondo violino, ma l’uomo verso il quale Jordan riponeva più fiducia, spronandolo a migliorare ogni giorno e vessandolo con la sua ingombrante mentalità vincente, capace di renderlo a tratti inavvicinabile dai suoi stessi compagni di squadra.

Mentore e scudiero

 

Immancabile poi il ruolo del mentore, cioè il coach Phil Jackson: un hippy prestato allo sport, un maestro zen dirottato sulla gestione di uno dei più problematici spogliatoi dello sport professionistico. L’unico capace di convincere Jordan a incanalare il suo gioco totalizzante in un’ottica di squadra, senza perdere la sua fiducia e conservando il suo estro per i momenti decisivi delle loro battaglie. È vero che i Bulls non hanno mai vinto senza Jordan, ma lo è altrettanto il fatto che lo stesso Jordan non è mai riuscito a vincere senza il suo silenzioso ed efficace scudiero Pippen e senza il suo carismatico e comprensivo mentore Jackson.

Ma a partire da questo nucleo The Last Dance si espande in tante direzioni, macinando storie, aneddoti e confessioni. Fra i tanti personaggi su cui si concentra Hehir, merita un capitolo a parte (e possibilmente un vero e proprio spin-off sulle sue 48 88 ore di permesso a Las Vegas) il Verme Dennis Rodman. Un potenziale delinquente salvato dal parquet, un giullare capace di accatastare rimbalzi e palle recuperate, un folle in grado di passare in un battito di ciglia dallo sballo più totale alla più lucida e disciplinata abnegazione sportiva, ma anche un uomo segnato da un’infanzia che definire tormentata è un eufemismo, che si apre con sincerità alle telecamere, indugiando anche su quella volta in cui si trovò per troppo tempo chiuso in una macchina ferma in un parcheggio, con un fucile carico in mano e troppi brutti pensieri per la testa.

The Last Dance e i nemici: i Bad Boys e Jerry Krause

 

In ogni grande racconto epico non possono poi mancare i nemici, che in The Last Dance non sono solo i tanti avversari sportivi, fra cui spiccano i Bad Boys dei Detroit Pistons, capaci di eliminare per tre volte consecutive i Bulls grazie al loro gioco fisico e sopra le righe, ma anche il general manager della squadra Jerry Krause, a cui tocca ingenerosamente il ruolo di principale villain della storia. Anni di formidabili intuizioni e di affari di mercato non gli sono infatti bastati a farsi perdonare il più grave dei peccati, cioè quello di aver di fatto smantellato questa formidabile squadra, nel vano tentativo di rinnovarla e mantenerla vincente.

Proprio dal più grave errore della carriera di Krause nasce lo spunto che fa di The Last Dance (cioè il titolo dato dallo stesso Jackson all’ultima stagione della squadra) un documentario destinato a segnare la narrazione sportiva. La certezza che il manager non avrebbe rinnovato il contratto a Jackson, spingendo così Jordan lontano da Chicago e togliendo l’unico possibile deterrente alla partenza di Pippen, spazientito da anni di ingaggi al di sotto delle sue prestazioni, consegna a questo gruppo, unito nelle sue contraddizioni, la consapevolezza di avere ancora una sola stagione per dimostrare nuovamente il suo valore e la libertà di concentrarsi solo sulla vittoria, senza pensare a ciò che sarebbe venuto dopo.

Le star dei Bulls sfilano davanti alle telecamere come attori durante una premiere di un film particolarmente atteso, coscienti di avere i riflettori puntati su di loro e pronti a sfruttare ogni secondo di sovraesposizione per i loro più disparati fini, come la delegittimazione dello stesso Krause (più volte bersagliato da Jordan e Pippen, anche con body shaming) o l’ulteriore pressione esercitata sui suoi compagni da Jordan, intento a curare ogni singolo dettaglio verso la vittoria.

L’ottovolante emotivo di The Last Dance

 

In mezzo a tanto trash-talking, di cui Jordan era un maestro, e molto cameratismo da spogliatoio, a rimanere impressi sono soprattutto gli sguardi, difficili da dissimulare. E gli sguardi a metà fra adorazione e riverenza dei compagni e dei tifosi, ancora più delle sue azioni sul campo, restituiscono la statura umana e mediatica di MJ, che l’indispensabile Federico Buffa ha descritto con queste parole: «Un’esploratore dell’umanità, un uomo che ha pensato che esistessero dei limiti e ha fatto tutto quello che poteva per superarli. Un realista atipico, che ha sempre voluto l’impossibile». E in fondo è giusto che sia proprio questo eroe sportivo, condannato alla vittoria e alla perfezione, a condurre il racconto, fornendoci il punto di vista preponderante su molti eventi che lo hanno coinvolto.

Difficile non rimanere ipnotizzati di fronte a questo gigante, che, da star consumata, davanti alla telecamera si confessa, si diverte e ritorna senza particolari remore su rancori mai sopiti. Nel corso di poco più di 8 ore, particolarmente dense di emozioni e contenuti, ripercorriamo i suoi primi anni a Chicago, contraddistinti dalla mediocrità della sua squadra e dalla luminosità delle sue doti, già evidenti alle più grandi star della lega, Larry Bird e Magic Johnson. Viviamo con lui la frustrazione per le ripetute sconfitte e percepiamo la sua gioia per il suo primo sospirato three-peat, nel corso del quale impara a fidarsi dei propri compagni e a sfruttarli nei momenti di massima pressione. Ma l’ottovolante emotivo di The Last Dance indugia anche sui momenti difficili, come le polemiche sul vizio di Jordan per il gambling, l’uccisione del padre e il primo ritiro dal basket, seguito da un’esperienza nel baseball.

Un documentario jordancentrico

 

Alla caduta, segue la resurrezione sportiva, con il ritorno sul parquet, una condizione fisica ottimale da ritrovare e nuovi avversari da sfidare per il suo secondo three-peat. Una volta raggiunto l’apice, ad alimentare Jordan è il gusto per la sfida, anche e soprattutto personale. Ne sono la prova i battibecchi con Magic Johnson durante le partite di allenamento del Dream Team, le incaute parole di Nick Anderson (che sosteneva che il giocatore rientrato in NBA col 45 fosse diverso da quello che se n’era andato col 23) e le estemporanee performance maiuscole di molti avversari, che diventavano immancabilmente benzina per la vendetta sportiva di Jordan e per la sua ennesima dimostrazione di onnipotenza sul campo.

Un percorso che, con le dovute proporzioni, sembra quasi ricalcare quello di Michael Corleone ne Il padrino – Parte II, sempre più potente e adorato, ma allo stesso tempo sempre più solo e consumato dalla sua ossessione.

Anche quando The Last Dance si allontana temporaneamente dalla figura di Michael Jordan, dando giustamente spazio ad altre figure come i già citati Jackson e Pippen o i vari Steve Kerr, John Paxson, Toni Kukoc e Horace Grant, determinanti per i suoi successi, tutto si riconduce alla figura MJ, a qual era il suo rapporto con un determinato giocatore, a cosa i compagni pensavano e pensano di lui e a quelle che invece sono le considerazioni del numero 23 su di loro. Un jordancentrismo narrativo, che nonostante l’impegno da parte di Jason Hehir nel dare spazio e voce anche agli altri protagonisti della NBA di quegli anni diventa il principale difetto di The Last Dance, nonché fonte di molte polemiche dopo la fine della serie, da parte di personaggi che ritengono non del tutto fedele la versione esposta dei fatti.

The Last Dance e le fragilità di Michael Jordan

 

Non spetta a noi in questa sede stabilire quali e quante siano le forzature, le omissioni e le idealizzazioni di The Last Dance. Nonostante la figura di Jordan risulti ingombrante anche fuori dal campo, e in particolare nella produzione di una docu-serie come questa, Hehir ha però evitato il rischio dell’agiografia, e ha fatto bene il lavoro del documentarista, che è anche quello di essere scomodo e ficcante, in diverse occasioni. In mezzo alle tante magie sul campo, vediamo infatti Jordan varie volte con le spalle al muro, come quando gli viene chiesto conto del suo mancato supporto al candidato afroamericano della North Carolina Harvey Gantt contro il dichiaratamente razzista Jesse Helms («Anche i repubblicani comprano le sneakers», disse Jordan in proposito) o dei suoi comportamenti da bullo e aguzzino nei confronti dei compagni, in particolare dei più deboli.

È in questi momenti più cupi che paradossalmente emerge il Jordan più fragile, e di conseguenza più vero. Un uomo che parla apertamente del suo presunto “problema” col gioco d’azzardo (problema da qualche milione, a fronte di uno stipendio annuale di diverse decine di milioni di dollari), che manifesta la sua imperfezione e la sua lontananza dalla figura di un eroe senza macchia e politicamente impegnato e che ha addirittura un piccolo crollo emotivo quando parla delle angherie riservate ai suoi compagni e della sua tirannia nello spogliatoio, cercando solo una piccola autoassoluzione nel fatto di non aver mai preteso dagli altri niente che lui non facesse in prima persona, in partita e in allenamento. Parole, espressioni e silenzi che ci raccontano molto di un personaggio complesso e tormentato, consapevole della propria immagine di idolo delle masse, ma incapace di incarnarla pienamente.

Condannato a vincere

The Last Dance

Al termine dell’epopea dei Bulls e degli ultimi 40 straordinari secondi della seconda vita cestistica di Michael Jordan («Un invito all’ateismo», secondo il solito Buffa) con canestro in solitaria, palla recuperata e altro canestro della vittoria, dopo aver mandato a spasso Bryon Russell, torniamo nuovamente a quel gigante seduto in poltrona davanti a una telecamera, che questa volta ci sembra ancora più solo. Lo abbiamo visto commuoversi, sogghignare per l’agognato trionfo contro Detroit e spendere parole al miele per Jackson, Pippen e per il suo erede designato Kobe Bryant (a cui viene dedicato un toccante omaggio), ma il suo volto è ancora attraversato da un alone di insoddisfazione e tristezza.

Coerentemente con quanto narrato, questo racconto epico non si conclude né con la soddisfazione per ciò che Jordan ha conquistato, né con una panoramica sulla sua vita da proprietario dei Charlotte Bobcats (abbastanza incolore), né con un approfondimento sulla sua famiglia (che compare solo per pochi minuti). L’immagine finale che ci consegna The Last Dance è quella di un uomo ancora consumato dalla competizione e dal rimpianto per il disfacimento dei Bulls, che verosimilmente darebbe tutto ciò che ha per avere un’altra occasione di giocarsi il settimo titolo con quegli stessi fantastici compagni. Un eroe moderno, solitario e imperfetto, condannato all’inappagamento e all’impossibilità di sfidare nuovamente se stesso. La conclusione ideale per un viaggio nell’ossessione e nella competitività, destinato a rimanere nei nostri ricordi per molto tempo.

Overall
8.5/10

Verdetto

Nonostante una visione parziale degli eventi narrati e un inevitabile jordancentrismo del racconto, The Last Dance riesce nell’intento di restituire ad appassionati e non la grandezza dell’epopea dei Chicago Bulls e del loro fuoriclasse Michael Jordan, indagando al tempo stesso sull’ossessione per la competizione e per la vittoria di quest’ultimo.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino in concorso a Venezia 78

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È stata la mano di Dio

Dopo l’annuncio che il film sarà presentato in concorso a Venezia 78, sono arrivate le prime immagini di È stata la mano di Dio, nuovo film scritto e diretto da Paolo Sorrentino e prodotto da The Apartment, società del gruppo Fremantle. Dopo la presentazione a Venezia, È stata la mano di Dio sarà distribuito su Netflix e in cinema selezionati, nel corso del 2021. Il nuovo film di Sorrentino attingerà sia dalla sua conclamata passione per Diego Armando Maradona, mancato pochi mesi fa, sia da alcuni risvolti della stessa vita del regista. Un’opera intima e personale, che avrà per protagonisti Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Lino Musella e Sofya Gershevich. Ecco le prime immagini ufficiali.

Le prime foto di È stata la mano di Dio
È stata la mano di Dio

Foto di Gianni Fiorito

Questa la sinossi ufficiale di È stata la mano di Dio:

Dal regista e sceneggiatore Premio Oscar Paolo Sorrentino (Il Divo, La grande bellezza, The Young Pope) la storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e una tragedia altrettanto inattesa. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto. Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

L’immagine di copertina dell’articolo è di Gianni Fiorito.

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A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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The Witcher: il teaser trailer della seconda stagione

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Nel corso della WitcherCon, primo evento virtuale dedicato ai fan e all’universo di The Witcher, sono state annunciate tante novità, incentrate soprattutto sulla serie live action e sul prossimo film anime. Per quanto riguarda la serie, abbiamo finalmente una data di uscita della seconda stagione e un breve teaser da ammirare, insieme al poster ufficiale del nuovo ciclo di episodi. La seconda stagione di The Witcher arriverà su Netflix il 17 dicembre. Scopriamo subito cosa ci aspetta.

Il teaser trailer della seconda stagione di The Witcher

The Witcher

Novità anche per il film The Witcher: Nightmare of the Wolf, che arriverà sulla piattaforma già il prossimo 23 agosto. Anche in questo caso, possiamo vedere una piccola anticipazione di quello che vedremo nelle prossime settimane su Netflix.

The Witcher: Nightmare of the Wolf: teaser del film anime

Questa la dichiarazione della showrunner della serie Lauren Schmidt Hissrich sul rapporto fra Geralt e Cirim che sarà esplorato nella seconda stagione di The Witcher:

La prima stagione si conclude con quella che penso sia una delle scene più emozionanti che abbiamo girato, ovvero quella in cui Geralt e Ciri si ritrovano dopo essersi cercati per tutta la stagione. Sembra di vedere la figura di un padre e quella di una figlia, come se fosse tutto perfetto, peccato che non si siano mai incontrati prima. È stato davvero divertente iniziare la seconda stagione pensando che non fossero ancora una famiglia e chiedendoci cosa potessero fare per diventarlo.

Da un lato abbiamo Geralt, che ha giurato di non aver bisogno di nessuno al mondo e poi gli viene presentata una ragazza, ora unicamente affidata a lui. E dall’altro abbiamo Ciri, che è abituata ad avere persone che si occupano di lei, ma scappa da tutti per un’intera stagione e poi le viene detto che Geralt si prenderà cura di lei. È stato davvero interessante iniziare la seconda stagione con due personaggi incerti su come stare e crescere insieme. Volevamo assicurarci che sembrasse una relazione autentica, che non fossero legati fin dall’inizio.

Queste invece le parole del protagonista Henry Cavill sul percorso del suo personaggio Geralt di Rivia:

Ho interpretato la prima stagione in modo libero, vedevamo Geralt nelle terre selvagge e senza obbligatoriamente dover intraprendere grandi dialoghi. Ho pensato che fosse meglio fare la parte dell’uomo che parla poco e che sembra stia pensando tanto. Questa era l’intenzione, ma poi, una volta entrato in contatto con Ciri e con i Witcher, ho pensato che avrei dovuto farlo parlare di più, lasciare che fosse prolisso, filosofico e intellettuale come veramente è. Non è solo un grosso vecchio bruto dai capelli bianchi.

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