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The Last Dance: recensione della docu-serie Netflix

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Sembra quasi pleonastico dire che lo sport e la narrazione sportiva hanno preso il posto dell’epica. Lo è a maggior ragione da quando alcuni sport hanno raggiunto una dimensione mediatica tale da permettergli di essere fruiti da miliardi di persone in ogni angolo del pianeta e di essere scandagliati in ogni aspetto, dentro e fuori dal campo di gioco. In un’epoca in cui il racconto dello sport è arricchito da straordinari storyteller, come il nostro Federico Buffa, non stupisce quindi più di tanto che intrattenimento e sport si fondano in una cosa sola, confluendo nella più celebre piattaforma di streaming su piazza con The Last Dance, docu-serie in 10 episodi che ha infranto ogni record di Netflix, con oltre 23 milioni di spettatori al di fuori degli Stati Uniti.

Successo ancora più clamoroso se consideriamo che questa serie è incentrata su una singola stagione sportiva di una singola leggendaria squadra di basket di ben 22 anni fa, cioè i Chicago Bulls di Michael Jordan, che nel 1997/1998 vissero appunto la loro The Last Dance: l’ultima stagione di successi prima di dividersi per sempre, fiaccati dall’età, dal logorio fisico e da qualche dissidio interno di troppo. Attingendo a immagini di repertorio, interviste ad hoc e centinaia di ore di riprese concesse dagli stessi protagonisti della squadra, che hanno accettato di essere filmati dietro le quinte della loro ultima stagione, il regista Jason Hehir (già apprezzato per il notevole documentario Andre the Giant) consegna al pubblico un vero e proprio trattato di epica sportiva, fatto di trionfi e sconfitte, amicizia e rivalità, passione e fissazione, in grado di essere compreso e apprezzato sia dagli appassionati che dai profani in ambito NBA.

The Last Dance: l’epopea sportiva di Michael Jordan e dei Chicago Bulls

 

The Last Dance si muove sinuosamente lungo due piani temporali: quello della cavalcata trionfale di Jordan e dei Bulls verso il loro sesto titolo e un altro che parte da più lontano, cioè dagli esordi di MJ e dai primi vagiti di quella squadra che solo attraverso il lavoro, un’attenta pianificazione e diverse batoste ha permesso al proprio fuoriclasse di condurla a 6 anelli in 8 stagioni (i due mancanti coincidono con il temporaneo ritiro di Jordan dal basket).

Il divario fra le temporalità si assottiglia sempre più, arrivando ad annullarsi negli episodi finali della serie, che coincidono con il racconto degli ultimi due titoli di Chicago, conquistati entrambi ai danni dei temibili Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Inevitabile baricentro e primario punto di vista sulle vicende narrate, sua altezza Michael Jordan, che si concede generosamente alle telecamere, mettendosi a nudo nella cronaca della sua ossessiva ricerca della vittoria.

Chiarito a chi tocca la parte dell’eroe di questo racconto fantasy, con la palla da basket che prende il posto delle spade e le prodezze degli atleti che sostituiscono gli incantesimi, occorre assegnare gli altri ruoli di questa saga lunga quasi 20 anni. Non ci sarebbe un eroe senza il suo fido scudiero, che in questo caso corrisponde a un altro dei migliori della storia del gioco: Scottie Pippen. Non solo un secondo violino, ma l’uomo verso il quale Jordan riponeva più fiducia, spronandolo a migliorare ogni giorno e vessandolo con la sua ingombrante mentalità vincente, capace di renderlo a tratti inavvicinabile dai suoi stessi compagni di squadra.

Mentore e scudiero

 

Immancabile poi il ruolo del mentore, cioè il coach Phil Jackson: un hippy prestato allo sport, un maestro zen dirottato sulla gestione di uno dei più problematici spogliatoi dello sport professionistico. L’unico capace di convincere Jordan a incanalare il suo gioco totalizzante in un’ottica di squadra, senza perdere la sua fiducia e conservando il suo estro per i momenti decisivi delle loro battaglie. È vero che i Bulls non hanno mai vinto senza Jordan, ma lo è altrettanto il fatto che lo stesso Jordan non è mai riuscito a vincere senza il suo silenzioso ed efficace scudiero Pippen e senza il suo carismatico e comprensivo mentore Jackson.

Ma a partire da questo nucleo The Last Dance si espande in tante direzioni, macinando storie, aneddoti e confessioni. Fra i tanti personaggi su cui si concentra Hehir, merita un capitolo a parte (e possibilmente un vero e proprio spin-off sulle sue 48 88 ore di permesso a Las Vegas) il Verme Dennis Rodman. Un potenziale delinquente salvato dal parquet, un giullare capace di accatastare rimbalzi e palle recuperate, un folle in grado di passare in un battito di ciglia dallo sballo più totale alla più lucida e disciplinata abnegazione sportiva, ma anche un uomo segnato da un’infanzia che definire tormentata è un eufemismo, che si apre con sincerità alle telecamere, indugiando anche su quella volta in cui si trovò per troppo tempo chiuso in una macchina ferma in un parcheggio, con un fucile carico in mano e troppi brutti pensieri per la testa.

The Last Dance e i nemici: i Bad Boys e Jerry Krause

 

In ogni grande racconto epico non possono poi mancare i nemici, che in The Last Dance non sono solo i tanti avversari sportivi, fra cui spiccano i Bad Boys dei Detroit Pistons, capaci di eliminare per tre volte consecutive i Bulls grazie al loro gioco fisico e sopra le righe, ma anche il general manager della squadra Jerry Krause, a cui tocca ingenerosamente il ruolo di principale villain della storia. Anni di formidabili intuizioni e di affari di mercato non gli sono infatti bastati a farsi perdonare il più grave dei peccati, cioè quello di aver di fatto smantellato questa formidabile squadra, nel vano tentativo di rinnovarla e mantenerla vincente.

Proprio dal più grave errore della carriera di Krause nasce lo spunto che fa di The Last Dance (cioè il titolo dato dallo stesso Jackson all’ultima stagione della squadra) un documentario destinato a segnare la narrazione sportiva. La certezza che il manager non avrebbe rinnovato il contratto a Jackson, spingendo così Jordan lontano da Chicago e togliendo l’unico possibile deterrente alla partenza di Pippen, spazientito da anni di ingaggi al di sotto delle sue prestazioni, consegna a questo gruppo, unito nelle sue contraddizioni, la consapevolezza di avere ancora una sola stagione per dimostrare nuovamente il suo valore e la libertà di concentrarsi solo sulla vittoria, senza pensare a ciò che sarebbe venuto dopo.

Le star dei Bulls sfilano davanti alle telecamere come attori durante una premiere di un film particolarmente atteso, coscienti di avere i riflettori puntati su di loro e pronti a sfruttare ogni secondo di sovraesposizione per i loro più disparati fini, come la delegittimazione dello stesso Krause (più volte bersagliato da Jordan e Pippen, anche con body shaming) o l’ulteriore pressione esercitata sui suoi compagni da Jordan, intento a curare ogni singolo dettaglio verso la vittoria.

L’ottovolante emotivo di The Last Dance

 

In mezzo a tanto trash-talking, di cui Jordan era un maestro, e molto cameratismo da spogliatoio, a rimanere impressi sono soprattutto gli sguardi, difficili da dissimulare. E gli sguardi a metà fra adorazione e riverenza dei compagni e dei tifosi, ancora più delle sue azioni sul campo, restituiscono la statura umana e mediatica di MJ, che l’indispensabile Federico Buffa ha descritto con queste parole: «Un’esploratore dell’umanità, un uomo che ha pensato che esistessero dei limiti e ha fatto tutto quello che poteva per superarli. Un realista atipico, che ha sempre voluto l’impossibile». E in fondo è giusto che sia proprio questo eroe sportivo, condannato alla vittoria e alla perfezione, a condurre il racconto, fornendoci il punto di vista preponderante su molti eventi che lo hanno coinvolto.

Difficile non rimanere ipnotizzati di fronte a questo gigante, che, da star consumata, davanti alla telecamera si confessa, si diverte e ritorna senza particolari remore su rancori mai sopiti. Nel corso di poco più di 8 ore, particolarmente dense di emozioni e contenuti, ripercorriamo i suoi primi anni a Chicago, contraddistinti dalla mediocrità della sua squadra e dalla luminosità delle sue doti, già evidenti alle più grandi star della lega, Larry Bird e Magic Johnson. Viviamo con lui la frustrazione per le ripetute sconfitte e percepiamo la sua gioia per il suo primo sospirato three-peat, nel corso del quale impara a fidarsi dei propri compagni e a sfruttarli nei momenti di massima pressione. Ma l’ottovolante emotivo di The Last Dance indugia anche sui momenti difficili, come le polemiche sul vizio di Jordan per il gambling, l’uccisione del padre e il primo ritiro dal basket, seguito da un’esperienza nel baseball.

Un documentario jordancentrico

 

Alla caduta, segue la resurrezione sportiva, con il ritorno sul parquet, una condizione fisica ottimale da ritrovare e nuovi avversari da sfidare per il suo secondo three-peat. Una volta raggiunto l’apice, ad alimentare Jordan è il gusto per la sfida, anche e soprattutto personale. Ne sono la prova i battibecchi con Magic Johnson durante le partite di allenamento del Dream Team, le incaute parole di Nick Anderson (che sosteneva che il giocatore rientrato in NBA col 45 fosse diverso da quello che se n’era andato col 23) e le estemporanee performance maiuscole di molti avversari, che diventavano immancabilmente benzina per la vendetta sportiva di Jordan e per la sua ennesima dimostrazione di onnipotenza sul campo.

Un percorso che, con le dovute proporzioni, sembra quasi ricalcare quello di Michael Corleone ne Il padrino – Parte II, sempre più potente e adorato, ma allo stesso tempo sempre più solo e consumato dalla sua ossessione.

Anche quando The Last Dance si allontana temporaneamente dalla figura di Michael Jordan, dando giustamente spazio ad altre figure come i già citati Jackson e Pippen o i vari Steve Kerr, John Paxson, Toni Kukoc e Horace Grant, determinanti per i suoi successi, tutto si riconduce alla figura MJ, a qual era il suo rapporto con un determinato giocatore, a cosa i compagni pensavano e pensano di lui e a quelle che invece sono le considerazioni del numero 23 su di loro. Un jordancentrismo narrativo, che nonostante l’impegno da parte di Jason Hehir nel dare spazio e voce anche agli altri protagonisti della NBA di quegli anni diventa il principale difetto di The Last Dance, nonché fonte di molte polemiche dopo la fine della serie, da parte di personaggi che ritengono non del tutto fedele la versione esposta dei fatti.

The Last Dance e le fragilità di Michael Jordan

 

Non spetta a noi in questa sede stabilire quali e quante siano le forzature, le omissioni e le idealizzazioni di The Last Dance. Nonostante la figura di Jordan risulti ingombrante anche fuori dal campo, e in particolare nella produzione di una docu-serie come questa, Hehir ha però evitato il rischio dell’agiografia, e ha fatto bene il lavoro del documentarista, che è anche quello di essere scomodo e ficcante, in diverse occasioni. In mezzo alle tante magie sul campo, vediamo infatti Jordan varie volte con le spalle al muro, come quando gli viene chiesto conto del suo mancato supporto al candidato afroamericano della North Carolina Harvey Gantt contro il dichiaratamente razzista Jesse Helms («Anche i repubblicani comprano le sneakers», disse Jordan in proposito) o dei suoi comportamenti da bullo e aguzzino nei confronti dei compagni, in particolare dei più deboli.

È in questi momenti più cupi che paradossalmente emerge il Jordan più fragile, e di conseguenza più vero. Un uomo che parla apertamente del suo presunto “problema” col gioco d’azzardo (problema da qualche milione, a fronte di uno stipendio annuale di diverse decine di milioni di dollari), che manifesta la sua imperfezione e la sua lontananza dalla figura di un eroe senza macchia e politicamente impegnato e che ha addirittura un piccolo crollo emotivo quando parla delle angherie riservate ai suoi compagni e della sua tirannia nello spogliatoio, cercando solo una piccola autoassoluzione nel fatto di non aver mai preteso dagli altri niente che lui non facesse in prima persona, in partita e in allenamento. Parole, espressioni e silenzi che ci raccontano molto di un personaggio complesso e tormentato, consapevole della propria immagine di idolo delle masse, ma incapace di incarnarla pienamente.

Condannato a vincere

The Last Dance

Al termine dell’epopea dei Bulls e degli ultimi 40 straordinari secondi della seconda vita cestistica di Michael Jordan («Un invito all’ateismo», secondo il solito Buffa) con canestro in solitaria, palla recuperata e altro canestro della vittoria, dopo aver mandato a spasso Bryon Russell, torniamo nuovamente a quel gigante seduto in poltrona davanti a una telecamera, che questa volta ci sembra ancora più solo. Lo abbiamo visto commuoversi, sogghignare per l’agognato trionfo contro Detroit e spendere parole al miele per Jackson, Pippen e per il suo erede designato Kobe Bryant (a cui viene dedicato un toccante omaggio), ma il suo volto è ancora attraversato da un alone di insoddisfazione e tristezza.

Coerentemente con quanto narrato, questo racconto epico non si conclude né con la soddisfazione per ciò che Jordan ha conquistato, né con una panoramica sulla sua vita da proprietario dei Charlotte Bobcats (abbastanza incolore), né con un approfondimento sulla sua famiglia (che compare solo per pochi minuti). L’immagine finale che ci consegna The Last Dance è quella di un uomo ancora consumato dalla competizione e dal rimpianto per il disfacimento dei Bulls, che verosimilmente darebbe tutto ciò che ha per avere un’altra occasione di giocarsi il settimo titolo con quegli stessi fantastici compagni. Un eroe moderno, solitario e imperfetto, condannato all’inappagamento e all’impossibilità di sfidare nuovamente se stesso. La conclusione ideale per un viaggio nell’ossessione e nella competitività, destinato a rimanere nei nostri ricordi per molto tempo.

Overall
8.5/10

Verdetto

Nonostante una visione parziale degli eventi narrati e un inevitabile jordancentrismo del racconto, The Last Dance riesce nell’intento di restituire ad appassionati e non la grandezza dell’epopea dei Chicago Bulls e del loro fuoriclasse Michael Jordan, indagando al tempo stesso sull’ossessione per la competizione e per la vittoria di quest’ultimo.

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Scoop: recensione del film Netflix con Gillian Anderson

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Scoop

L’intervista concessa dal duca di York Andrea alla BBC, incentrata sulla sua amicizia con il famigerato Jeffrey Epstein e sul suo possibile coinvolgimento in reati sessuali, è stata indubbiamente uno spartiacque per la famiglia reale britannica. Non tanto per le conseguenze sullo stesso Andrea (a cui la madre Elisabetta ha revocato il titolo di Altezza Reale e i gradi militari), ma perché ha evidenziato lo scollamento totale fra la percezione della corona e l’opinione pubblica, già messa a dura prova dai ripetuti scandali. Una vicenda brillantemente messa in scena in Scoop, film Netflix di Philip Martin con Gillian Anderson, Billie Piper, Keeley Hawes e Rufus Sewell.

Un duello dalle sfumature western (come esplicitamente detto durante il film) fra due istituzioni britanniche, accomunate dagli stessi problemi nella comunicazione. Da una parte la BBC, legata a un giornalismo tradizionale e in difficoltà a mantenere il passo della concorrenza sui vari media; dall’altra la famiglia reale e nello specifico Andrea, intenzionato a riprendere il controllo della narrazione nel maldestro tentativo di ripulirsi l’immagine. Sulla base di Scoops: The BBC’s Most Shocking Interviews from Prince Andrew to Steven Seagal di Sam McAlister, viviamo così la genesi di questa storica intervista, fortemente cercata da lei stessa in qualità di produttrice (impersonata da Billie Piper) e sagacemente condotta da Emily Maitlis (Gillian Anderson, strepitosa come sempre).

Con il passare dei minuti, assistiamo allo sgretolamento delle certezze di Andrea (un mimetico Rufus Sewell) e della sua segretaria personale Amanda Thirsk (Keeley Hawes), incapaci di cogliere l’inefficacia della loro strategia comunicativa su una vicenda a dir poco sinistra, che coinvolge diverse ragazze minorenni all’epoca dei fatti.

Scoop: l’intervista al principe Andrea fra grande giornalismo e pessima comunicazione

Billie Piper in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se l’intervista è ricostruita con dovizia di particolari (le parole ovviamente, ma anche le luci, la scenografia, la postura dei corpi), il cuore di Scoop è rappresentato dal giornalismo. Un giornalismo messo sempre più in crisi dai social, che portano i lettori a diventare parte attiva dell’inchiesta e del dibattito (come sottolinea la stessa Sam McAlister), ma anche e soprattutto dall’aderenza a dinamiche dell’informazione ormai irrimediabilmente superate, responsabili di un progressivo allontanamento da ciò che oggi percepiamo come notizia o utile spunto di approfondimento. Una dinamica che si riflette sulle persone responsabili delle comunicazioni istituzionali, a loro volta legate a protocolli troppo rigidi e a una percezione distorta dei cittadini e del loro spirito critico.

Anche se in prima linea ci sono Andrea ed Emily Maitlis, lo scontro alla base di Scoop è soprattutto fra chi osserva i duellanti da dietro le quinte, ovvero Sam McAlister e Amanda Thirsk. Due donne che non mancano di sottolineare la loro stima reciproca, ma che per la loro diversa sensibilità sulla gestione di questo straordinario evento mediatico finiscono per trovarsi ai lati opposti della storia. Nell’ombra c’è poi una terza figura, cioè la Regina Elisabetta, sempre presente nonostante non sia mai in scena. Una presenza che aleggia sia sulla BBC, che teme una sua ingerenza sull’intervista, sia su Andrea, che al contrario si muove con disinvoltura eccessiva e fatale per il suo percorso all’interno della famiglia reale.

L’autogol della corona britannica

Gillian Anderson in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se ormai siamo abituati alle catastrofi comunicative, grazie soprattutto al notevole contributo alla causa delle istituzioni italiane, non si può che restare esterrefatti davanti a Scoop. Come è possibile che nessuno fra Andrea e il suo staff abbia compreso l’insostenibilità di una strategia basata sulla totale negazione di fatti ampiamente documentati da foto e testimonianze dirette? Perché durante le varie sessioni di prova per l”intervista (anch’esse mostrate nel film) non si è intervenuto sulla postura del duca di York, sul suo evidente imbarazzo e sulla sua mimica facciale, già da sola in grado di comunicare colpevolezza e disagio? Perché anche davanti all’evidenza nessuno dello staff della più celebre casa reale del pianeta è stato in grado di riconoscere un plateale boomerang a livello comunicativo?

Domande che al di là degli inevitabili capri espiatori sono destinate a rimanere senza risposta, ma testimoniano la differenza di velocità fra un’informazione in rapidissima evoluzione e un apparato politico, diplomatico e istituzionale semplicemente incapace di reggere il passo. Philip Martin, non a caso già alla regia di alcuni episodi di The Crown, riesce a trasformare in pregevole racconto questa dinamica, avvalendosi della sceneggiatura calibrata alla perfezione di Samantha McAlister, Peter Moffat e Geoff Bussetil e di interpreti formidabili, capaci di rendere elementi narrativi e comunicativi i silenzi, le esitazioni, gli sguardi e i più piccoli movimenti del corpo. Il risultato è una sorta di incidente stradale al rallentatore della famiglia reale, ancora più sconcertante perché avvenuto nella più totale trasparenza giornalistica e senza rilevanti scorrettezze da parte della BBC.

Scoop: l’essenza della notizia

Scoop si inserisce nella scia di opere come Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere, Frost/Nixon e Il caso Spotlight, ricordandoci il ruolo del giornalismo come da cane da guardia del potere e l’essenza della notizia, cioè tutto ciò che per qualcuno non deve essere raccontato. Lo fa con un racconto compatto e inappuntabile dal punto di vista tecnico, che per una volta non ha bisogno di atti coraggiosi o di artifici retorici, ma si limita a mostrare con lucidità e chiarezza la mediocrità di certi uomini di potere, talmente sicuri di se stessi da non accorgersi neanche dei loro atti più autodistruttivi.

Scoop è disponibile dal 5 aprile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

La storica intervista al principe Andrea rivive in un film Netflix dalla scrittura intelligente e dal formidabile comparto attoriale, in un inno al buon giornalismo e alla comunicazione efficace.

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Ripley: recensione della serie Netflix con Andrew Scott

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Ripley

Fin dalla sua nascita letteraria dalla penna di Patricia Highsmith nel 1955, il personaggio di Tom Ripley ha tracimato nel cinema e nella televisione. Lo ha fatto già nel 1956, con un episodio della serie Westinghouse Studio One, poi nel 1960 in Delitto in pieno sole di René Clément (in cui il celebre assassino è interpretato da Alain Delon) e soprattutto ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, film del 1999 con Matt Damon nel ruolo di Ripley e Jude Law in quello di Dickie Greenleaf, capace di trarre il massimo beneficio dalle location italiane e dalle sfumature più torbide del racconto. Un successo tale da stimolare anche l’adattamento di altri libri della serie di Patricia Highsmith ne Il gioco di Ripley di Liliana Cavani e Il ritorno di Mr. Ripley di Roger Spottiswoode, non altrettanto validi.

Arriviamo dunque al presente e nello specifico a Ripley, nuova miniserie Netflix in 8 episodi ideata da Steven Zaillian (sceneggiatore vincitore dell’Oscar per Schindler’s List – La lista di Schindler e autore degli script di altre opere come Gangs of New York, American Gangster e The Irishman) e con protagonista Andrew Scott nella parte dell’iconico assassino. Un progetto che arriva sulla scia di un rinnovato interesse per il crime (vero e fittizio) e del successo di Saltburn di Emerald Fennell, che in molti hanno associato alla parabola delittuosa di Ripley. Uno show dal notevole impatto visivo, girato in un elegante bianco e nero e in una riuscita commistione fra dialoghi in inglese e in italiano (apprezzabile da chi fruisce della serie in lingua originale), con il contributo di interpreti nostrani del calibro di Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley: l’assassino nato dalla penna di Patricia Highsmith rivive nella nuova serie Netflix

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Ci troviamo negli anni ’60, quando il truffaldino newyorkese Tom Ripley viene ingaggiato col compito di riportare a casa Dickie Greenleaf (Johnny Flynn), giovane rampollo che sta sfogando le sue velleità artistiche in una lussuosa villa sulla costiera amalfitana, in compagnia di Marge Sherwood (Dakota Fanning). Una volta giunto sul posto, Ripley scopre la bellezza di vivere nella comodità e nello sfarzo, per giunta a spese di altri. Nel tentativo di prolungare questo stato di grazia, l’uomo stringe un rapporto sempre più malsano e ossessivo con Dickie, che sfocia nel sangue. Ha così inizio una lunga serie di imbrogli, inganni e delitti, disseminati in diverse località italiane.

Steven Zaillian aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma, che non si limita all’esaltazione degli scenari italiani, ma abbraccia la musica nostrana e la scenografia degli interni, fondamentale per alcuni snodi narrativi. Il risultato è spiazzante, soprattutto se paragonato alla fluidità e alla compattezza dell’adattamento di Minghella. La macchiettistica Italia da cartolina del film del 1999 (evidente in scene come l’esecuzione di Tu vuò fà l’americano in compagnia di Fiorello) lascia spazio a una rappresentazione altrettanto artificiosa, che spazia fra il neorealismo e le atmosfere felliniane. Questo all’interno di una cornice narrativa ipertrofica, che dilata a dismisura scene e dialoghi alla ricerca della suspense hitchcockiana, con risultati non sempre all’altezza delle ambizioni.

L’estetica di Ripley

Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Allo stesso tempo, l’ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell’abisso. Un ritratto umano ancora più disturbante in quanto in marcato contrasto con la bellezza che lo circonda, impreziosita dalla suadente voce di Mina e dalla bellezza e genuinità dell’Italia degli anni ’60, fermata nel tempo dalla fotografia in bianco e nero di Robert Elswit, fedele collaboratore di Paul Thomas Anderson e premiato con l’Oscar per il suo lavoro ne Il petroliere.

Nonostante gli sforzi e il pregevole lavoro sull’oggettistica e sulle opere d’arte (evidente il parallelo fra Tom e il Caravaggio da lui amato), Ripley cade nello stesso problema comune a gran parte della serialità recente, ovvero la mancanza di sintesi e di coesione, resa possibile dallo spazio illimitato garantito dallo streaming. La diluizione della discesa agli inferi del protagonista non porta a un maggiore spessore ma anzi ne limita l’efficacia, appesantendo inutilmente il racconto. In questo senso è ancora una volta impietoso il paragone con Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, capace di racchiudere l’intero arco narrativo in 139 minuti e con l’aggiunta dell’apporto di Jude Law, molto più carismatico di Johnny Flynn nella parte di Dickie Greenleaf.

L’importanza della sintesi

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

«Non leggi un romanzo in due ore. Ci vogliono otto ore, dieci ore, dodici ore – e ho sentito che avrei cercato di creare il ritmo e la bellezza della narrazione di quel libro in questa forma», ha dichiarato Steven Zaillian a margine di una proiezione di Ripley a New York. Parole rispettabili e figlie di un maestro della scrittura, che entrano però in contrasto con l’arte del racconto audiovisivo, capace di condensare in immagini decine di pagine. Pur apprezzando la cura e la ricerca estetica di questo nuovo adattamento, decisamente superiore alla media della serialità moderna, resta la sensazione che un maggiore controllo in fase di scrittura avrebbe probabilmente giovato a un racconto comunque suggestivo e avvolgente, ma non sempre avvincente.

Ripley è disponibile su Netflix dal 4 aprile.

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The Beautiful Game: recensione del film con Bill Nighy e Valeria Golino

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The Beautiful Game

Il cinema ha più volte affrontato il potere salvifico dello sport e in particolare del calcio, capace di dare a chiunque una seconda possibilità e di trasformare nel giro di poco tempo un gruppo di sconosciuti in una famiglia, in cui ogni elemento è disposto a sacrificarsi per il bene della squadra. Fuga per la vittoria, Sognando Beckham, i progetti italiani di Matti per il calcio e il recentissimo Chi segna vince hanno saputo raccontare tutto questo, con storie e registri diversi, facendo del calcio un’appassionante metafora del riscatto e della rivincita. Una dinamica in cui si inserisce perfettamente The Beautiful Game, nuovo film originale Netflix liberamente ispirato al progetto Homeless World Cup, che da oltre 20 anni organizza un vero e proprio mondiale fra nazionali composte interamente da calciatori senzatetto.

La cineasta britannica Thea Sharrock (Io prima di te, L’unico e insuperabile Ivan) dirige un’opera tutt’altro che perfetta ma comunque importante, che evidenzia come lo sport possa aiutare a superare barriere sociali, culturali ed economiche. Al centro della vicenda c’è la nazionale senzatetto inglese, impegnata nei preparativi per la nuova edizione della Homeless World Cup ospitata da Roma. Per rinforzare la squadra, il carismatico e abilissimo osservatore Mal (Bill Nighy) mette gli occhi su Vinny (Micheal Ward), talento cristallino e irrequieto. Pur riluttante, quest’ultimo accetta di prendere parte alla manifestazione e vola a Roma (che in realtà non ha mai ospitato l’evento) insieme al resto della squadra, composta da un’umanità variegata e tormentata. Seguiamo così la fase finale di un torneo tanto bizzarro quanto combattuto, condotto con sicurezza e comprensione da Gabriella (Valeria Golino), fra imprevisti e colpi di scena.

The Beautiful Game: rivincita e riscatto nella Homeless World Cup

The Beautiful Game

La Homeless World Cup era già stata raccontata nel film sudcoreano Dream, anch’esso disponibile su Netflix, ma in questo caso la regista e lo sceneggiatore Frank Cottrell Boyce hanno la valida intuizione di allargare lo spettro del racconto a elementi delle altre nazionali della competizione, pur mettendo sempre al centro dei riflettori la squadra inglese. Scelta che permette a The Beautiful Game di toccare diverse tematiche (le molestie, i conflitti bellici) e di raccontare tante storie incastonate nella storia principale del torneo, come del resto avviene nella realtà durante i veri mondiali di calcio, ineguagliabili incroci di culture diverse e delle più disparate parabole esistenziali e sportive.

Siamo nel campo del cinema sportivo più popolare possibile, in un progetto nato anche e soprattutto per porre l’attenzione su questa lodevole competizione sportiva, che nel corso degli anni ha aiutato centinaia di atleti o aspiranti tali a credere di nuovo in se stessi e a rilanciare le loro vite. Questo porta inevitabilmente ad alcune semplificazioni narrative, nonché a messaggi importanti e condivisibili affrontati in modo eccessivamente didascalico. Il dolore dei calciatori è solo sfiorato e assistiamo a un prevedibile trionfo dei buoni sentimenti, dell’inclusività e del fair play, nella cornice della solita Roma da cartolina, con tanto di gita alla Fontana di Trevi.

L’importante non è vincere ma partecipare

L’importante non è vincere ma partecipare, e The Beautiful Game coglie pienamente questo spirito, creando empatia nei confronti dei tanti piccoli traguardi da raggiungere per le varie nazionali e dando vita a una storia di sport tutt’altro che scontata nello svolgimento e nella conclusione, grazie anche alla possibilità del “prestito” di un giocatore eliminato per le squadra che avanzano nel torneo. Il livello amatoriale della competizione e il campo di dimensioni ridotte consentono inoltre a The Beautiful Game di essere abbastanza credibile dal punto di vista tecnico e agonistico, pur con qualche comprensibile forzatura e con l’inevitabile enfasi su alcuni virtuosismi dei protagonisti.

A fare la differenza, fuori dal campo, è il solito strepitoso Bill Nighy, che come ha dimostrato in I Love Radio Rock è semplicemente perfetto nella parte dello strambo leader di un gruppo di strambi, capace di mantenere sempre eleganza e aplomb. Il suo Mal è in delicato equilibrio fra commedia e dramma, fra grinta e rimpianto, ma è purtroppo appesantito da una sottotrama vagamente sentimentale con il personaggio di Valeria Golino, che nulla aggiunge al potere edificante di questa storia di vita e sport.

The Beautiful Game: il potere salvifico del calcio

The Beautiful Game

The Beautiful Game scivola comunque senza intoppi o particolari guizzi verso un epilogo non scontato, che ha il merito di trasformare un intero torneo di perdenti in un gruppo di persone vincenti e protagoniste, almeno per un giorno. Mentre sui titoli di coda scorrono immagini e risultati della vera Homeless World Cup, risuona così il qualunquista e ipocrita adagio «Ma sono solo 22 scemi che corrono dietro a un pallone», mai come in questo caso falso e irrispettoso nei confronti di chi, anche solo per una volta, ha cercato di dimenticare sfortuna e problemi attraverso il calcio.

The Beautiful Game è disponibile dal 29 marzo su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Thea Sharrock firma un film sportivo non esente da difetti e ingenuità, sorretto dal solito spumeggiante Bill Nighy e dallo spirito della vera Homeless World Cup, che nel corso degli anni ha dato sollievo e conforto a centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo.

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