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The Midnight Sky: recensione del film di e con George Clooney

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A tre anni di distanza da Suburbicon, George Clooney torna alla regia con The Midnight Sky, basato sul romanzo di Lily Brooks-Dalton La distanza tra le stelle e distribuito su Netflix il 23 dicembre 2020. Un’opera densa di tematiche, che guarda al cinema di Alfonso Cuarón e di Christopher Nolan, e più in generale al filone della fantascienza intimista e filosofica che recentemente ha portato al pubblico opere come High Life e Ad Astra. Accanto a Clooney, che in The Midnight Sky interpreta il protagonista Augustine Lofthouse, troviamo anche altri volti noti come Felicity JonesKyle ChandlerDemián BichirDavid Oyelowo, al centro di un racconto corale non sempre coeso ed efficace.

The Midnight Sky: una dolorosa storia di sopravvivenza e rimpianto

The Midnight Sky

The Midnight Sky si inserisce nel solco della fantascienza apocalittica, presentandoci una Terra che nel 2049 è diventata del tutto inospitale, con l’eccezione dei rifugi sotterranei e della zona dell’Artide. Proprio in questa impervia area del pianeta si è rifugiato in solitudine Augustine Lofthouse, apprezzato astronomo e malato terminale, costretto a continue trasfusioni per sopravvivere. Durante il suo isolamento, Augustine riesce a mettersi in contatto con Sully, Mitchell, Tom e gli altri membri dell’equipaggio dell’Aether, nave spaziale di ritorno da una missione su un satellite di Giove, volta a verificare la presenza di un’atmosfera compatibile con la vita umana. L’equipaggio, ignaro della proibitiva situazione della Terra, non è il solo contatto umano per Augustine. Nella stazione scientifica, trova infatti una bambina di nome Iris, con cui instaura un rapporto. Fra fantasmi del passato e un cupo futuro, ha inizio una dolorosa storia di sopravvivenza e rimpianto.

L’atmosfera di The Midnight Sky è fosca, quasi funerea. Il tempo degli avvertimenti, degli appelli e delle mobilitazioni è finito. Quella che ci viene presentata è una Terra morta, i cui abitanti hanno come unica flebile speranza quella di sopravvivere su un altro pianeta. Partendo da queste premesse, Clooney dirige un’opera bipartita, che si concentra sul rapporto a distanza fra l’equipaggio dell’Aether e Augustine e Iris, ricorrendo spesso all’utilizzo del flashback per approfondire il passato dell’astronomo. La dinamica è chiara: da una parte un uomo sconfitto, che vede nella nave la possibilità per un ultimo raggio di sole nella sua vita, e per fare contemporaneamente pace con il proprio percorso esistenziale; dall’altra, un equipaggio pieno di vita (Sully aspetta un bambino, e la sua interprete Felicity Jones era a sua volta incinta durante le riprese), che progressivamente deve fare i conti con il triste destino della Terra.

The Midnight Sky: una scrittura non all’altezza

The Midnight Sky

Cr. Philippe Antonello/NETFLIX ©2020

Purtroppo, per larghi tratti i due gruppi di protagonisti di The Midnight Sky appaiono slegati fra loro, senza un vero e proprio filo conduttore che leghi le loro diametralmente opposte esperienze. Gli stessi flashback sono poco incisivi e hanno l’effetto collaterale di rendere ancora più prevedibile una delle principali svolte narrative, che nelle intenzioni del regista dovrebbe essere un forte colpo di scena. La sceneggiatura di Mark L. Smith (già autore dello script di Revenant – Redivivo) ondeggia fra tante importanti tematiche (il contrasto fra la vita e la morte, la paternità mancata di Augustine, le famiglie perdute o ritrovate), senza mai sviscerarle del tutto e fermandosi a un’anonima superficie.

Con l’eccezione del protagonista, i personaggi sono vuoti e bidimensionali, e sembrano vivere solo in funzione delle azioni che fanno, e non di ciò che realmente sono. Un peccato soprattutto per Felicity Jones, una delle migliori attrici della sua generazione, costretta in un ruolo privo di spessore, che trova una propria ragion d’essere solo nell’atto conclusivo di The Midnight Sky.

Ad accentuare questi problemi di scrittura è la regia di Clooney. Mentre davanti alla macchina da presa la star offre una buona performance in sottrazione, il Clooney regista si limita a inseguire il recente passato, prendendo in prestito alcune inquadrature di Gravity (a cui ha partecipato) e rifacendosi esplicitamente ad alcune dinamiche di Interstellar, senza mai apportare un elemento di originalità. Anche il tema che emerge con più forza, cioè il pericolo che aspetta costantemente i protagonisti fuori dai propri rifugi, è reso in maniera posticcia e del tutto anti-spettacolare, con il risultato di non infondere mai nello spettatore una sensazione di reale minaccia. Molti degli aspetti più interessanti di The Midnight Sky sono fuori dall’inquadratura, lontani dalle nostre emozioni e dalla nostra immaginazione.

Un climax conclusivo efficace, ma tardivo

Cr. Philippe Antonello/NETFLIX ©2020

The Midnight Sky ha dalla sua anche dei pregi, come l’avvolgente colonna sonora di Alexandre Desplat, alcuni momenti dal forte simbolismo, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra Augustine e Iris, e il climax conclusivo, quando molte tessere del puzzle vanno al loro posto, anche se troppo tardi per consentire allo spettatore un reale coinvolgimento emotivo. Da riconoscere il coraggio con cui Clooney dà vita a un racconto lugubre, incerto, minimale, che va sempre in direzione opposta rispetto ai canoni della narrazione moderna, scegliendo sempre un ritmo compassato e inappagante e concentrandosi più sulle fragilità del genere umano e della nostra Terra che sui pochi sprazzi di luce. Un’attitudine che si riflette nella prova attoriale di Clooney, costretto per la parte a perdere circa 13 chili in maniera troppo rapida, procurandosi una pancreatite con annesso ricovero ospedaliero.

In bilico fra puro intimismo e intrattenimento, Clooney sceglie la prima strada, peccando però nella costruzione di un impianto narrativo che possa dare respiro alle proprie ambizioni. Un passo falso di un autore che, anche in progetti meno riusciti come questo o Monuments Men, dimostra però sempre la volontà di non adagiarsi su quanto fatto in precedenza e il desiderio di cercare sempre nuovi territori in cui esprimersi.

Overall
5/10

Verdetto

Nella doppia veste di attore e regista, George Clooney dà vita a un’opera cupa e intimista che, a causa di una sceneggiatura poco ispirata e di una regia non incisiva, non riesce a trovare il giusto compromesso fra spettacolarità, dimensione umana e riflessione esistenziale.

Focus

Netflix: tutte le nuove uscite che vedremo a ottobre 2021

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The Guilty

Con la stagione che entra nel vivo, Netflix è pronta a stupirci con tanti interessanti progetti che popoleranno il catalogo di ottobre 2021. Tanti i titoli da non perdere d’occhio: da The Guilty con Jake Gyllenhaal ad Army of Thieves, prequel di Army of the Dead. Grande attesa anche per la seconda stagione di Locke & Key e per la terza di You, oltre che per il film interattivo In fuga da Undertaker, con protagonista l’ex star della WWE. Di seguito, tutto quello che ci aspetta questo mese su Netflix.

Tutto ciò che vedremo a ottobre 2021 su Netflix

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Dall’1 ottobre su Netflix

  • MAID (serie originale, stagione 1)
  • Forever Rich – Storia di un rapper (film originale)
  • The Seven Deadly Sins: Cursed by Light (anime originale)
  • Seinfeld (serie non originale, stagioni 1-9)
  • Nightmare – Dal Profondo della notte (film non originale)
  • Nightmare 5 – Il mito (film non originale)
  • The Promised Neverland (serie non originale, stagione 2)
  • The Guilty (film originale)
  • Diana: Il Musical (film originale)
  • Swallow (film originale)
  • Anatomy (film non originale)
  • L’età dell’innocenza (film non originale)
  • Love You to Death (film non originale)
  • Gatte per magia (serie originale, stagione 1)
  • Oats Studios (serie di cortometraggi originali, stagione 1)
  • Sword Art Online (serie anime non originale, stagione 4)
  • Paik’s Spirit (show originale)
  • Colonia Dignidad: una setta tedesca in Cile (serie documentario originale)

2 ottobre

  • Non si scherza col fuoco (film non originale)

3 ottobre

  • Scissor Seven (serie originale, stagione 3)

4 ottobre

  • On My Block (serie originale, stagione 1)

5 ottobre

  • Remember You (serie non originale, stagione 1)
  • In fuga da Undertaker (film interattivo originale)

6 ottobre

  • Il lato oscuro dello sport (documentario originale)
  • Baking Impossible (serie originale, stagione 1)
  • C’è qualcuno in casa tua (film originale)
  • Il cardellino (film non originale)
  • Les Carabiniers (film non originale)
  • La tortura del silenzio (film non originale)
  • La vendetta delle Juana (serie originale, stagione 1)
  • Il lato oscuro dello sport (serie documentario originale originale, stagione 1)

7 ottobre

  • Sexy Beasts (serie originale, stagione 1)
  • Il codice da un miliardo di dollari (miniserie originale)
  • L’ingegno dello yakuza casalingo (serie non originale, stagione 2)

8 ottobre

  • Pretty Smart (serie originale, stagione 1)
  • Mio fratello, mia sorella (film originale)
  • Rancore (film originale)
  • Angeliena (film non originale)
  • Altro che caffè (serie originale, stagione 3)
  • Pretty Smart (serie originale, stagione 1)
  • In una notte buia e spaventosa (serie animata non originale, stagione 1)
  • House of Secrets: The Burari Deaths (miniserie documentario)

9 ottobre

  • Hometown Cha-Cha-Cha (serie originale, stagione 1)
  • Blue Period (serie anime originale, stagione 1)

10 ottobre

  • Il sogno di Crumb (film non originale)
  • La famiglia Van Paemel (film non originale)
  • Lee & Cindy C. (film non originale)
  • Mira (film non originale)
  • Peter Bell 2 (film non originale)
  • The Sacrament (film non originale)
  • The Seventh Heaven (film non originale)
  • La magia del diario di Anna Frank (documentario originale)

11 ottobre

  • Il club delle babysitter (serie originale, stagione 1)

12 ottobre

  • Convergence: il coraggio nella crisi (film originale)
  • Bright: Samurai Soul (film originale)
  • Convergence: il coraggio nella crisi (documentario originale)
  • Dietro le quinte di Malinche: un documentario di Nacho Cano (documentario originale)
  • I film della nostra infanzia (serie documentario originale, stagione 3)

13 ottobre

  • Distanza di sicurezza (film originale)
  • Operation Hyacinth (film originale)
  • Violet Evergarden: Il film (anime non originale)

14 ottobre

  • Another Life (serie originale, stagione 2)
  • Slashers (film non originale)
  • One Night in Paris (stand-up comedy originale)

15 ottobre

  • You (serie originale, stagione 3)
  • Little Things (serie originale, stagione 1)
  • Io, tu, lui e lei (film originale)
  • Il mondo di Karma (serie originale, stagione 1)
  • La battaglia dimenticata (film originale)
  • The Trip (film originale)
  • My Name (serie originale, stagione 1)
  • Sharkdog: Un Halloween squaloso (speciale animato originale)

16 ottobre

  • Misfit – Fuori posto: La serie (serie originale, stagione 1)

19 ottobre

  • La casa delle bambole di Gabby (serie originale, stagione 3)

20 ottobre

  • Night Teeth (film originale)
  • 8 Rue de l’Humanité (film originale)
  • Found: Ritrovate (film originale)
  • Night Teeth (film originale)
  • Found: Ritrovate (documentario originale)

21 ottobre

  • Cowboy Bebop (anime non originale)
  • Life’s a Glitch with Julien Bam (serie originale, stagione 1)
  • Sesso, amore e goop (serie originale, stagione 1)
  • Flip a Coin -ONE OK ROCK Documentary (documentario originale)
  • Sesso, amore e goop (reality originale)

22 ottobre

  • Locke & Key (serie originale, stagione 2)
  • Rick and Morty (serie non originale, stagione 5)
  • Inside Job (serie originale, stagione 1)
  • More than Blue: La serie (serie originale, stagione 1)
  • Maya e i tre guerrieri (miniserie animata originale)

23 ottobre

  • The Office (serie non originale, stagioni 1-9)

24 ottobre

  • One Piece Stampede (film originale)

27 ottobre

  • Sintonia (serie originale, stagione 2)

28 ottobre

  • Luis Miguel – La serie (serie originale, stagione 3)

29 ottobre

  • Dynasty (serie originale, stagione 4)
  • Il tempo che ti do (serie originale, stagione 1)
  • Colin in bianco e nero (serie originale, stagione 1)
  • Army of Thieves (film originale)
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Netflix

Il potere del cane: recensione del film di Jane Campion

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Il potere del cane

Dopo il successo di Bright Star del 2009, Jane Campion, prima regista a vincere la Palma d’oro per Lezioni di piano al Festival di Cannes del 1993, e una delle sole sette donne al mondo candidate agli Oscar come miglior regista, torna ai lungometraggi con Il potere del cane, presentato in concorso durante la 78a edizione della Mostra del Cinema di Venezia

Tratto dal libro di Thomas Savage, Il potere del cane è interpretato da Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Jesse Plemons (George Burbank) e Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon). 

1925. I fratelli Burbank sono ricchi allevatori del Montana. Phil Burbank ha un fascino crudele, lo sguardo severo, gli occhi diafani. Durante una tappa al ristorante Red Mill lui e suo fratello incontrano la proprietaria vedova Rose con il figlio Peter. Mentre Phil si comporta in modo così crudele da spingere madre e figlio alle lacrime, il fratello George consola Rose e poi decide di sposarla. Quando il fratello porta la nuova moglie e il figlio di lei a vivere al ranch di famiglia, Phil li tormenta e continua a prendersi gioco di Rose nella penombra. Eppure a un certo punto Phil sembra voler prendere il ragazzo sotto la sua ala. 

Il potere del cane: il film di Jane Campion con Benedict Cumberbatch

Il potere del cane

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti; cambiamenti evidenti e strutturali in quegli anni come le automobili che cominciano a sostituire i cavalli, come l’industria che ha sempre più margine all’interno della società, la meccanizzazione del lavoro, l’elettricità e non solo; esistono cambiamenti percepibili anche nel territorio, diviso tra due mondi, uno fatto di pianure deserte, agricoltura, un altro circondato dal filo spinato, dalle ferrovie, in cui coesistono nativi americani, pregiudizi, pionierismo e ingiustizia sociale. 

Il potere del cane, che come ogni film che guarda o si proietta nel gusto e nell’immaginario western, affonda il suo sguardo sul confine, sul travalicamento di un limite, di un’estremità, di un luogo. Phil Burbank vive una contraddizione quotidiana in ogni contesto e ogni luogo, e abitare la casa significa subire gli spazi degli altri, le convenzioni sociali a cui non sa sottomettersi – come quella di doversi lavare per essere presentabile – abitare il ranch significa dover costruire un’immagine di sé che possa essere ben spesa e ben definita, un’immagine da uomo fiero, virile. Sembra non esistere un posto che possa accogliere la sua complessità, se esiste è un luogo abitato dai fantasmi. 

Se c’è una cosa che il film esamina e scompone perfettamente è la costruzione sociale della mascolinità. E per tutto il film è impossibile non porsi determinate domande. Cos’è la mascolinità? Come si esprime? Perché spesso viene resa nella sua peggiore declinazione ovvero quella tossica? Esiste una mascolinità indulgente? Che conosce i propri limiti e sceglie di esprimersi attraverso di essi?

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti

Il potere del cane

Il potere del cane è composto di versi feroci, violenti, di personaggi che non temono di praticare la propria brutalità, di innescare il proprio istinto animalesco e viscerale e di spenderlo nel mondo. Il personaggio sicuramente più complesso, più irrisolto, brillante e spaventoso allo stesso tempo è quello di Phil Burbank, un uomo che vive la contraddizione, vive il paradosso di essere da un lato meschino, ostile, un maschio alfa super omofobo, e dall’altro sensibile, creativo, tormentato, solo e omosessuale. La sua creatività si innesta attraverso la manualità artigiana dell’intaglio del cuoio, come anche il suo incredibile istinto musicale e la padronanza della sella. 

Il potere del cane non guarda da vicino solo la contemporaneità, ma la modernità di tutto ciò che stava sopraggiungendo nell’America degli anni ’20, un momento di grandi rivoluzioni, di strade che si intrecciano, vite che vengono spese all’interno di limiti assoluti e prestabiliti, e misteri che sorgono tra i silenzi e le espressioni del reale. 

Come nel capolavoro di John Ford, Sentieri selvaggi, in cui la soglia diventa un limite invalicabile, anche qui Phil Burbank, come Ethan Edwards, abita la soglia tra ciò che deve essere e ciò che non può più essere, e questo più che mai rende Il potere del cane una storia di fantasmi, una storia di un uomo crudele eppure fragile, che proietta la sua felicità nell’unica direzione in cui è esistita, nel passato, chiudendola nei ricordi dell’unica persona che è onnipresente eppure assente dalla scena: Bronco Henry. Un uomo che vive unicamente attraverso i sentimenti e i pensieri di Phil. 

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio

Benedict Cumberbatch è perfetto nel rendere reale un personaggio così denso di sfumature, di ombre e di voragini, che colpisce per la sua personalità capovolgente, iraconda, ostile, dando un’impronta feroce a questo ruolo, un uomo degli anni ’20 del Novecento che si affaccia alla vita e alla modernità con gli strumenti che possiede, con le mani sporche di terra e di sangue, che ora si impegnano a castrare il bestiame, ora intrecciano il cuoio, ora suonano il banjo. Phil fin dall’inizio si palesa in tutta la sua carica virile da ranchero con una tensione erotica che verrà ampiamente indagata all’interno della narrazione.

Il potere del cane è capace di condividere ed esternare il desiderio maschile, l’erotismo, all’interno di una cornice espressamente americana e ranchera, come accade in Brokeback Mountain (non a caso Campion ha incontrato la scrittrice Annie Proulx, autrice del racconto da cui è tratto I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee), che tratteggia la storia del rapporto sentimentale fra due cowboy. Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

Il potere del cane esordisce al cinema a novembre e sarà disponibile su Netflix dall’1 dicembre 2021. 

Overall
6.5/10

Verdetto

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

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È stata la mano di Dio: recensione del film di Paolo Sorrentino

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È stata la mano di Dio

«Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere. Mi pareva di avere qualcosa di così semplice, così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti, che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro. E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente». Queste parole dell’alter ego per eccellenza di Federico Fellini, cioè il Guido Anselmi di Marcello Mastroianni, descrivono alla perfezione il capolavoro del regista romagnolo . Queste frasi si adattano però anche a È stata la mano di Dio, ultima fatica (targata Netflix) dell’erede designato di Fellini Paolo Sorrentino, presentata in concorso a Venezia 78.

Proprio da un ingorgo simile a quello dell’incipit di 8½ prende il via l’opera più intima e personale di Paolo Sorrentino, basata sull’adolescenza del regista napoletano, sulle sue passioni (prima fra tutte quella per Diego Armando Maradona) e sui suoi dolori, come la prematura perdita di entrambi i genitori. Come il suo mito Fellini, Sorrentino mette letteralmente a nudo se stesso, in un viaggio fra i suoi ricordi e i suoi sogni, fondamentali per la formazione di un’artista che oggi è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. A interpretare il giovane Sorrentino (che in È stata la mano di Dio si chiama Fabietto Schisa) è il sorprendente Filippo Scotti, capace di delineare perfettamente la timidezza e il senso di inadeguatezza del protagonista.

Accanto a lui, l’attore feticcio di Sorrentino Toni Servillo, che impersona il padre di Fabietto, e le due colonne portanti del racconto Teresa Saponangelo e Luisa Ranieri, interpreti rispettivamente della madre e della prediletta zia del protagonista.

È stata la mano di Dio: la vita di Paolo Sorrentino nel suo film più intimo e toccante
È stata la mano di Dio

Sorrentino mette per una volta in secondo piano i suoi caratteristici carrelli e le sue inquadrature avvolgenti, limitando al minimo anche gli aforismi che contraddistinguono le sue opere, concentrandosi sui sentimenti sprigionati dalla sua dolceamara esperienza. Nel fare ciò, il regista non snatura però il suo inconfondibile stile, infarcendo la narrazione di inserti onirici, immagini simboliche e figure enigmatiche (una su tutte, la Baronessa Focale), che in questo caso confluiscono nella storia in maniera del tutto naturale e armoniosa. Un Sorrentino allo stesso tempo uguale e diverso da se stesso, che attraverso le parole del regista Antonio Capuano (uno dei suoi reali mentori) fa anche autoironia, schernendo le opere derivative e il vizio di perdersi nell’estetica, cioè due delle principali critiche che vengono fatte al suo cinema.

Al di là delle scelte stilistiche e formali, il cuore di È stata la mano di Dio risiede indubbiamente nei tanti elementi che hanno formato il regista premio Oscar, a partire da una Napoli appassionata e giocosa, raccontata nel momento di fibrillazione immediatamente precedente all’arrivo nella squadra di calcio della città di Diego Armando Maradona, che Sorrentino coglie l’occasione per definire nei titoli di testa semplicemente “il più grande calciatore di tutti i tempi”. I siparietti casalinghi fra i parenti più speranzosi e Toni Servillo, pessimista sulla chiusura dell’affare, fotografano l’importanza per tutta la città di questo campione, diventato per i napoletani una figura messianica, andata ben oltre i confini del campo di gioco.

Sua è la mano di Dio che dà il titolo al film, simbolo di una delle giocate più celebri della carriera del fuoriclasse (il gol di mano contro l’Inghilterra nel mondiale del 1986) e del ruolo che ha giocato nel destino dello stesso Sorrentino, scampato all’incidente fatale per i suoi genitori proprio perché impegnato a vedere Maradona allo stadio.

L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Una figura ricorrente del cinema di Paolo Sorrentino (si pensi a Jep Gambardella de La grande bellezza) è la presenza di un personaggio autorevole e inscalfibile, che rimbrotta tutti gli altri a suon di aforismi e umiliazioni più o meno esplicite. È stata la mano di Dio mette invece in scena un meraviglioso cast corale, in cui ogni personaggio è un tassello fondamentale la creazione di un unico puzzle di amore e sofferenza.

Restano nel cuore la simpatia e la dolcezza di Maria, mamma che con lo scherzo e con il gioco riesce ad affrontare e superare le delusioni provenienti dal marito, con cui vive un rapporto che neanche le infedeltà riescono a scalfire. Si resta poi ammaliati da Patrizia (il personaggio più felliniano di tutti), che è al tempo stesso simbolo della sensualità più dirompente e della fragilità più estrema, che non a caso diventa musa e impossibile oggetto del desiderio di Fabietto. L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino comprende anche figure al limite del paradossale come la sorella di Fabietto, che passa tutto il tempo chiusa in bagno, o il suo compagno di tifo Armando, spregiudicato pilota di barche e temibile picchiatore. Personaggi in bilico fra realtà e fantasia, perfetti per un racconto che esalta il potere dell’immaginazione, soprattutto in relazione a una realtà troppo difficile da affrontare.

Ed è proprio nell’aderenza al reale che Sorrentino supera se stesso, mettendo in scena con disarmante sincerità ed estrema dolcezza la morte dei propri genitori, causata da una fuga di monossido di carbonio. Un commovente atto d’amore del regista, che diventa prevedibilmente anche il momento più struggente di un’opera che non si esaurisce con questo già noto dramma, ma prosegue oltre, quasi rifuggendo la propria conclusione, accompagnando Fabietto anche nei primi passi verso il suo futuro.

È stata la mano di Dio: il capolavoro di Paolo Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Come sottolinea Capuano, la sofferenza e il dolore non bastano a dare vita a un creativo. Servono anche la perseveranza e soprattutto avere qualcosa da dire. È stata la mano di Dio diventa quindi anche racconto di formazione sentimentale e artistico, mostrandoci anche le prime bizzarre esperienze sessuali di Fabietto (una delle rare concessioni del regista alla pura fantasia) e ponendo al tempo stesso le basi del cineasta che abbiamo imparato a conoscere e amare. In quella VHS di C’era una volta in America (la cui visione viene continuamente rinviata per cause di forza maggiore), nella testardaggine di chi insegue il sogno di fare film, pur non avendone ancora le basi, e in quello speranzoso viaggio in treno verso la capitale del cinema Roma ritroviamo quel misto di ossessione, sfrontatezza e dolce illusione che contraddistingue tutti coloro che vivono una passione.

«Non ho proprio niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso», sentenziava Guido all’apice della sua compiuta rassegnazione in . Al contrario del suo maestro, con È stata la mano di Dio afferma perentoriamente di avere qualcosa da dire, trasformando in straordinario cinema l’esperienza più importante e segnante della sua vita, esorcizzando i fantasmi del suo passato e affermandosi definitivamente come uno dei più coraggiosi e autorevoli cineasti del panorama contemporaneo. Quello schivo e insicuro ragazzino del quartiere Vomero di Napoli sarebbe fiero di lui.

È stata la mano di Dio uscirà in cinema selezionati il 24 novembre e su Netflix il 15 dicembre 2021.

Overall
9/10

Verdetto

Paolo Sorrentino firma il suo personale capolavoro, mettendo tutto se stesso in un’opera che è al tempo stesso omaggio alla memoria dei genitori e toccante racconto di formazione sentimentale e artistica.

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