The Midnight Sky: recensione del film di e con George Clooney

The Midnight Sky: recensione del film di e con George Clooney
Cr. Philippe Antonello/NETFLIX ©2020

A tre anni di distanza da Suburbicon, George Clooney torna alla regia con The Midnight Sky, basato sul romanzo di Lily Brooks-Dalton La distanza tra le stelle e distribuito su Netflix il 23 dicembre 2020. Un’opera densa di tematiche, che guarda al cinema di Alfonso Cuarón e di Christopher Nolan, e più in generale al filone della fantascienza intimista e filosofica che recentemente ha portato al pubblico opere come High Life e Ad Astra. Accanto a Clooney, che in The Midnight Sky interpreta il protagonista Augustine Lofthouse, troviamo anche altri volti noti come Felicity JonesKyle ChandlerDemián BichirDavid Oyelowo, al centro di un racconto corale non sempre coeso ed efficace.

The Midnight Sky: una dolorosa storia di sopravvivenza e rimpianto

The Midnight Sky

The Midnight Sky si inserisce nel solco della fantascienza apocalittica, presentandoci una Terra che nel 2049 è diventata del tutto inospitale, con l’eccezione dei rifugi sotterranei e della zona dell’Artide. Proprio in questa impervia area del pianeta si è rifugiato in solitudine Augustine Lofthouse, apprezzato astronomo e malato terminale, costretto a continue trasfusioni per sopravvivere. Durante il suo isolamento, Augustine riesce a mettersi in contatto con Sully, Mitchell, Tom e gli altri membri dell’equipaggio dell’Aether, nave spaziale di ritorno da una missione su un satellite di Giove, volta a verificare la presenza di un’atmosfera compatibile con la vita umana. L’equipaggio, ignaro della proibitiva situazione della Terra, non è il solo contatto umano per Augustine. Nella stazione scientifica, trova infatti una bambina di nome Iris, con cui instaura un rapporto. Fra fantasmi del passato e un cupo futuro, ha inizio una dolorosa storia di sopravvivenza e rimpianto.

L’atmosfera di The Midnight Sky è fosca, quasi funerea. Il tempo degli avvertimenti, degli appelli e delle mobilitazioni è finito. Quella che ci viene presentata è una Terra morta, i cui abitanti hanno come unica flebile speranza quella di sopravvivere su un altro pianeta. Partendo da queste premesse, Clooney dirige un’opera bipartita, che si concentra sul rapporto a distanza fra l’equipaggio dell’Aether e Augustine e Iris, ricorrendo spesso all’utilizzo del flashback per approfondire il passato dell’astronomo. La dinamica è chiara: da una parte un uomo sconfitto, che vede nella nave la possibilità per un ultimo raggio di sole nella sua vita, e per fare contemporaneamente pace con il proprio percorso esistenziale; dall’altra, un equipaggio pieno di vita (Sully aspetta un bambino, e la sua interprete Felicity Jones era a sua volta incinta durante le riprese), che progressivamente deve fare i conti con il triste destino della Terra.

The Midnight Sky: una scrittura non all’altezza

The Midnight Sky
Cr. Philippe Antonello/NETFLIX ©2020

Purtroppo, per larghi tratti i due gruppi di protagonisti di The Midnight Sky appaiono slegati fra loro, senza un vero e proprio filo conduttore che leghi le loro diametralmente opposte esperienze. Gli stessi flashback sono poco incisivi e hanno l’effetto collaterale di rendere ancora più prevedibile una delle principali svolte narrative, che nelle intenzioni del regista dovrebbe essere un forte colpo di scena. La sceneggiatura di Mark L. Smith (già autore dello script di Revenant – Redivivo) ondeggia fra tante importanti tematiche (il contrasto fra la vita e la morte, la paternità mancata di Augustine, le famiglie perdute o ritrovate), senza mai sviscerarle del tutto e fermandosi a un’anonima superficie.

Con l’eccezione del protagonista, i personaggi sono vuoti e bidimensionali, e sembrano vivere solo in funzione delle azioni che fanno, e non di ciò che realmente sono. Un peccato soprattutto per Felicity Jones, una delle migliori attrici della sua generazione, costretta in un ruolo privo di spessore, che trova una propria ragion d’essere solo nell’atto conclusivo di The Midnight Sky.

Ad accentuare questi problemi di scrittura è la regia di Clooney. Mentre davanti alla macchina da presa la star offre una buona performance in sottrazione, il Clooney regista si limita a inseguire il recente passato, prendendo in prestito alcune inquadrature di Gravity (a cui ha partecipato) e rifacendosi esplicitamente ad alcune dinamiche di Interstellar, senza mai apportare un elemento di originalità. Anche il tema che emerge con più forza, cioè il pericolo che aspetta costantemente i protagonisti fuori dai propri rifugi, è reso in maniera posticcia e del tutto anti-spettacolare, con il risultato di non infondere mai nello spettatore una sensazione di reale minaccia. Molti degli aspetti più interessanti di The Midnight Sky sono fuori dall’inquadratura, lontani dalle nostre emozioni e dalla nostra immaginazione.

Un climax conclusivo efficace, ma tardivo

Cr. Philippe Antonello/NETFLIX ©2020

The Midnight Sky ha dalla sua anche dei pregi, come l’avvolgente colonna sonora di Alexandre Desplat, alcuni momenti dal forte simbolismo, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra Augustine e Iris, e il climax conclusivo, quando molte tessere del puzzle vanno al loro posto, anche se troppo tardi per consentire allo spettatore un reale coinvolgimento emotivo. Da riconoscere il coraggio con cui Clooney dà vita a un racconto lugubre, incerto, minimale, che va sempre in direzione opposta rispetto ai canoni della narrazione moderna, scegliendo sempre un ritmo compassato e inappagante e concentrandosi più sulle fragilità del genere umano e della nostra Terra che sui pochi sprazzi di luce. Un’attitudine che si riflette nella prova attoriale di Clooney, costretto per la parte a perdere circa 13 chili in maniera troppo rapida, procurandosi una pancreatite con annesso ricovero ospedaliero.

In bilico fra puro intimismo e intrattenimento, Clooney sceglie la prima strada, peccando però nella costruzione di un impianto narrativo che possa dare respiro alle proprie ambizioni. Un passo falso di un autore che, anche in progetti meno riusciti come questo o Monuments Men, dimostra però sempre la volontà di non adagiarsi su quanto fatto in precedenza e il desiderio di cercare sempre nuovi territori in cui esprimersi.

Valutazione
5/10

Verdetto

Nella doppia veste di attore e regista, George Clooney dà vita a un’opera cupa e intimista che, a causa di una sceneggiatura poco ispirata e di una regia non incisiva, non riesce a trovare il giusto compromesso fra spettacolarità, dimensione umana e riflessione esistenziale.

Marco Paiano

Marco Paiano