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The Running Man: recensione del film di Edgar Wright con Glen Powell
All’interno della sconfinata produzione letteraria di Stephen King, a cui cinema e serie televisive continuano incessantemente ad attingere, c’è un piccolo gioiellino non abbastanza celebrato. Stiamo parlando de L’uomo in fuga, amaro e corrosivo racconto di fantascienza distopica pubblicato nel 1983 con lo pseudonimo di Richard Bachman e già adattato per il cinema nel 1987 con L’implacabile, con protagonista Arnold Schwarzenegger. Decisamente un’altra epoca e un altro mondo, al punto che gli elementi più fantasiosi e inquietanti del romanzo originale, come i reality show più mortificanti, le insostenibili disparità sociali e una tecnologia invasiva e lesiva della privacy delle persone, sono nel frattempo diventati sconfortante realtà. In questo scenario, assume quasi i contorni di un’operazione passatista l’uscita di The Running Man, nuovo adattamento del libro, firmato da Edgar Wright e con protagonista Glen Powell.
In un futuro prossimo, gli Stati Uniti si sono trasformati in una nazione autoritaria e repressiva, in cui la stragrande maggioranza delle persone vive in condizioni di povertà assoluta, senza possibilità di accesso ai servizi essenziali e sotto il costante controllo di telecamere, droni e altri dispositivi di sicurezza. L’unica valvola di sfogo per la popolazione è la televisione, e in particolare il reality show prodotto da Dan Killian (Josh Brolin) e diretto da Bobby Thompson (Colman Domingo) The Running Man, in cui i concorrenti hanno la possibilità di vincere 1 miliardo di nuovi dollari, ma solo nel remoto caso in cui sopravvivano per 30 giorni a una vera e propria caccia, ad opera di spietati cacciatori pronti a ucciderli. Senza un lavoro per aver denunciato i soprusi della sua azienda, senza possibilità di trovarne uno nuovo e con una figlia bisognosa di cure mediche, Ben Richards (Glen Powell) decide di partecipare al gioco, unica possibilità di una vita migliore per sé e per la sua famiglia.
The Running Man: Edgar Wright adatta Stephen King in un’inquietante e realistica distopia

La principale difficoltà con cui deve confrontarsi The Running Man è la realtà, che nel corso dei 42 anni passati dall’uscita del romanzo ha raggiunto e in certi casi superato le fosche previsioni di Stephen King. Anche il mondo dello spettacolo ci ha messo del suo: fra Battle Royale, Hunger Games e Squid Game (senza dimenticare il seminale La decima vittima di Elio Petri, che nel 1965 ha anticipato tutti), il game show mortale è stato sviscerato da tutti i punti di vista. Tutto ciò non può però trasformarsi in colpa da addossare a Edgar Wright, che al contrario fa il possibile per modernizzare il racconto, inserendo evidenti rimandi a intelligenza artificiale, deepfake e altre tecnologie non presenti nell’opera di Richard Bachman. Un lavoro di equilibrismo che tiene insieme realtà, fedeltà alle pagine del libro e divertiti omaggi a L’implacabile, con il viso di Arnold Schwarzenegger che appare beffardamente sulle banconote.
Dopo la commedia declinata sotto diverse sfumature con la memorabile Trilogia del Cornetto, Scott Pilgrim vs. the World e Baby Driver – Il genio della fuga e il thriller/horror Ultima notte a Soho, il regista britannico firma un action duro e puro, dalla forte dimensione politica esaltata dal suo sguardo straniero e distaccato sui paradossi degli Stati Uniti, ancora più evidenti sotto la nuova amministrazione Trump. Non è un caso infatti che durante The Running Man si faccia più volte riferimento alla rabbia di Ben Richards, simbolo del sentimento di un intero segmento di popolazione americana, che osserva la lenta ma inesorabile erosione del proprio benessere e dei propri diritti. In quest’ottica, Glen Powell non è la scelta di casting più azzeccata, in quanto nonostante le sue indubbie qualità in termini di fisicità ed espressività appare sempre come un volto troppo pulito, lontano dalla sofferenza e dalla disperazione del protagonista.
Un finale poco riuscito

The Running Man riesce comunque a coniugare azione e critica sociale, grazie al ritmo forsennato imposto da Edgar Wright, alle sue scelte musicali mai banali e al notevole cast di supporto, in cui spiccano lo spietato Josh Brolin, lo spassoso survivalista di Michael Cera e il villain non scontato di Lee Pace. Con il passare dei minuti e con l’evoluzione della parabola esistenziale di Ben, lo sguardo di Edgar Wright si sposta progressivamente dalla pungente analisi delle dinamiche televisive e sociali alla riproposizione in chiave distopica e futuribile della lotta di classe, tanto lodevole negli intenti quanto raffazzonata e superficiale nell’esecuzione. The Running Man inizia così a perdere forza e intensità, fino a un epilogo che non solo si discosta da quello doloroso e avvilente di Richard Bachman (che probabilmente gli Stati Uniti non sono ancora pronti per vedere sul grande schermo, per la sua similitudine con tragici avvenimenti della loro storia), ma appare anche abborracciato nella messa in scena e incoerente con il resto del racconto per toni e visione del mondo e del suo futuro.
Nonostante il riscontro al box office sia al momento deludente (solo 28 milioni di incasso contro 110 milioni di budget), The Running Man resta un’opera godibile, afflitta da qualche ingenuità di troppo e da momenti poco riusciti (il ruolo degli youtuber), ma allo stesso tempo capace di guardare dritto negli occhi il nostro traballante mondo, con un coraggio che non è facile riscontrare in produzioni ad alto budget.

The Running Man è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.







