The Suicide Squad - Missione suicida The Suicide Squad - Missione suicida

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The Suicide Squad – Missione suicida: recensione del film di James Gunn

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Una breve sequenza nelle battute iniziali di The Suicide Squad – Missione suicida ci mostra i collaboratori di Amanda Waller intenti a scommettere, con malcelato cinismo, su chi sarà il prossimo ex inquilino del carcere di Belle Reve a perdere la vita nella missione ad altissimo rischio nell’isola stato di Corto Maltese. Un dettaglio senza particolare importanza per la trama, che però ci introduce due dei temi portanti di questo nuovo folle ed esilarante lavoro di James Gunn: da una parte l’indifferenza con cui le forze dell’ordine si servono del disadattato gruppo di protagonisti, muovendoli come pedine su uno scacchiere; al tempo stesso, questo atteggiamento spregevole è anche una dichiarazione d’intenti dello stesso Gunn, che fin dalla prime battute di The Suicide Squad – Missione suicida dichiara che il suo scopo principale è quello di privarci di qualsiasi punto di riferimento morale o narrativo.

Un disegno evidente già dalle beffarde scene che precedono i titoli di testa, in cui il regista mette in scena una provocazione allo spettatore che ricorda quella compiuta a suo tempo da Wes Craven in Scream, facendo sostanzialmente piazza pulita in pochi secondi di alcuni dei personaggi che ci aveva appena introdotto come protagonisti del film. Una provocazione che non è fine a se stessa, proprio perché serve a stabilire implicitamente un patto con lo spettatore: l’unica regola di The Suicide Squad – Missione suicida è che non ci sono regole.

The Suicide Squad – Missione suicida: il cinecomic d’autore secondo James Gunn

The Suicide Squad - Missione suicida

Per questo difficilmente definibile progetto, più reboot che sequel, Gunn opta per mantenere poco o nulla del dimenticabile Suicide Squad di David Ayer: il Rick Flag di Joel Kinnaman, che qui acquisisce molte più sfumature, la già citata Amanda Waller di Viola Davis, che per certi versi è la vera e propria antagonista di The Suicide Squad – Missione suicida, e soprattutto la strabiliante Harley Quinn di Margot Robbie, qui rivista nel look ma soprattutto nella sua personalità, ben più complessa e stratificata che nelle precedenti apparizioni, nonostante l’impianto narrativo eccessivo, bizzarro e a tratti demenziale messo in scena dal regista.

Come ci ha dimostrato Guardiani della Galassia, il cinema di Gunn parla degli ultimi: di coloro che dopo aver perso tutto sono passati dalla parte del malaffare, conservando però un’umanità che spesso è superiore a quella di chi gli sta dando la caccia. Nel variopinto circo imbastito dal regista entrano così Bloodsport e Peacemaker (Idris Elba e John Cena), due mercenari troppo simili per essere amici, ma alimentati da due motivazioni opposte, cioè rispettivamente la salvezza della figlia e l’ideale della pace come scusa grazie alla quale perpetrare la violenza (una delle tante stoccate di Gunn alla politica estera degli Stati Uniti). A completare questa squadra di antieroi sudici e corrotti, sono l’addestratrice di topi Ratcatcher II (Daniela Melchior), il lanciatore di letali pois Polka-Dot Man (l’ottimo David Dastmalchian) e il potentissimo ibrido uomo-squalo King Shark, doppiato per l’occasione da Sylvester Stallone.

Questi galeotti hanno l’opportunità di beneficiare di uno sconto sulla loro pena di 10 anni, gentilmente offerto da Amanda Waller e dal governo americano. Per ottenere questo privilegio, la Suicide Squad deve però riuscire in un’impresa particolarmente ardua: fermare il misterioso progetto Starfish, mentre su Corto Maltese infuria la guerra fra dittatura e rivoluzione.

Fra Quella sporca dozzina e il cinema di serie B

Una metà di una sporca dozzina, intenta in una missione in terra straniera che sembra uscita dal meglio del cinema action anni ’80. Il materiale perfetto per un B-movie d’autore come quello di Gunn, che mette la totale libertà garantitagli da Warner Bros e DC, tutta la sua esperienza in Troma e un budget da blockbuster al servizio di un cinecomic di guerra, carico di azione, divertimento e spettacolari effetti speciali, in cui ogni personaggio trova il proprio posto e soprattutto un proprio senso.

Rispetto alla già menzionata saga di Guardiani della Galassia (a cui Gunn tornerà nel 2023), The Suicide Squad – Missione suicida punta meno sulla forza del gruppo e più sulle storie individuali, centellinando inoltre i momenti più toccanti. Il risultato è però altrettanto soddisfacente, dal momento che riusciamo ad appassionarci a una trama che fonde le dinamiche socio-politiche di uno stato simil cubano, intrighi governativi, uno scienziato pazzo, alieni, stelle marine giganti e squali parlanti, e a fare sinceramente il tifo per un branco di squilibrati socialmente pericolosi. Tutto ciò è reso possibile da una scrittura eccelsa (opera dello stesso Gunn), che riesce a caratterizzare al meglio i personaggi anche con poche linee di dialogo, e a degli effetti speciali che si adattano perfettamente al racconto e all’estro del regista. Due aspetti che spesso vengono sottovalutati nei cinecomic, ma che invece sono spesso decisive per le loro sorti.

The Suicide Squad – Missione suicida e la satira politica

The Suicide Squad - Missione suicida

Scavando fra le pieghe di The Suicide Squad – Missione suicida non troviamo solo battute fulminanti (quella di Margot Robbie sugli angeli e alcuni scambi fra Bloodsport e Peacemaker sono da antologia), ma anche tematiche molto più profonde, che Gunn riesce a inserire in un contesto a dir poco delirante con estrema naturalezza. Fra decapitazioni, esplosioni e corpi crivellati da armi da fuoco, ci troviamo a emozionarci per un uomo che combatte quotidianamente la figura materna vedendola letteralmente in tutto ciò che lo circonda, per un personaggio che trova invece nel ricordo di un dialogo col padre la spinta per trovare il proprio posto nel mondo, per uno squalo infantile che gioca con i pesci come se fosse ancora nel suo habitat o ancora per Harley Quinn che riacquista in due scene d’azione (fra le migliori dal punto di vista registico) la gioia e la vitalità perdute.

Evidente poi la critica che Gunn rivolge al modus operandi statunitense in ambito internazionale, ben più corrosiva di molte recenti opere impegnate. Attraverso Amanda Waller, il regista mette infatti in scena molte delle criticità degli Stati Uniti degli ultimi anni. Non ci riferiamo soltanto al cinismo nella gestione delle vite umane come pedine su uno scacchiere, ma anche all’intromissione più o meno esplicita negli equilibri politici altrui e nell’utilizzo di altri stati come sedi di attività opache, da smantellare poi in fretta e furia nel momento in cui diventano inaccettabili agli occhi dell’opinione pubblica. Un’opera cartoonesca e sopra le righe riesce così a diventare nello spazio di pochi secondi aspra satira politica e addirittura malinconico dramma familiare, a riprova della capacità di Gunn di maneggiare ogni registro emotivo, a prescindere dal genere delle sue opere.

The Suicide Squad – Missione suicida: la migliore Harley Quinn di sempre

Con The Suicide Squad – Missione suicida, Gunn riesce a rimettere in sesto nell’arco di poco più di 2 ore un franchise claudicante come quello del DC Extended Universe, dando personalità e tridimensionalità a personaggi che potremo rivedere in futuro e regalandoci l’Harley Quinn migliore di sempre: ironica, pazza, letale e sensuale. Tutto questo in un’opera con ritmo e priva di momenti morti, esaltata, come da tradizione del regista, da una memorabile colonna sonora. Un nuovo Awesome Mix, che abbraccia Johnny Cash, Kansas e Pixies e si rivela il perfetto contraltare musicale di uno dei migliori cinecomic di sempre. Come da tradizione, non alzatevi prima della fine de titoli di coda: le sorprese con Gunn sono sempre dietro l’angolo.

The Suicide Squad – Missione suicida è disponibile nelle sale italiane dal 2 agosto, distribuito da Warner Bros.

The Suicide Squad - Missione suicida

Overall
8.5/10

Verdetto

James Gunn ci consegna il miglior cinecomic del DC Extended Universe, dando vitalità e profondità a un franchise zoppicante e regalandoci più di 2 ore di azione, spettacolo e genuino umorismo.

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The Last Duel: recensione del film di Ridley Scott

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The Last Duel

Già nel 1979, alla sua opera seconda, Ridley Scott con Alien e Sigourney Weaver trasformava una donna sola nello spazio in una delle più grandi eroine del cinema di fantascienza, mentre 12 anni più tardi, con Thelma & Louise ci regalava una delle più struggenti ed epiche battaglie cinematografiche contro il patriarcato. Non stupisce quindi che, a quasi 84 anni di età, sia proprio il regista britannico a centrare con The Last Duel una delle opere recenti che meglio si adatta alla rinnovata sensibilità nei confronti del ruolo della donna nella società. Lo fa chiudendo idealmente il cerchio della sua carriera, concentrandosi su duellanti  non dissimili da quelli interpretati da Keith CarradineHarvey Keitel, che avevano segnato il suo indimenticabile esordio sul grande schermo.

Stavolta ci troviamo nella Francia del XIV secolo, dove Marguerite de Thibouville (Jodie Comer) denuncia di essere stata stuprata da Jacques Le Gris (Adam Driver), caro amico del marito Jean de Carrouges (Matt Damon) e scudiero del Conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck). Un sopruso imperdonabile, vissuto però da Jean più come un disonore arrecato al suo nome che una sofferenza inflitta alla sua amata. Per fare luce su cosa realmente accaduto, Ridley Scott imbastisce una sorta di rivisitazione in chiave epica e cavalleresca di Rashomon di Akira Kurosawa, mettendo in scena le versioni di Jean, Jacques e Marguerite del deprecabile episodio.

The Last Duel: l’epica femminista di Ridley Scott

The Last Duel

Photo credit: Patrick Redmond.

Il regista dimostra una freschezza di sguardo più unica che rara, sfruttando il romanzo di Eric Jager L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale per una lucida disamina di come ancora oggi venga percepito lo stupro dalle diverse persone coinvolte in questi orrori. Fortunatamente, dal XIV secolo molte cose sono cambiate. Per esempio, non ci si affida ai cosiddetti duelli di Dio per stabilire la verità, e il sistema giudiziario continua giustamente a evolversi in favore delle vittime. Molti aspetti di questi fatti sono però rimasti tragicamente immutati, come il duplice danno che le donne sono costrette a subire, quello fisico e psicologico e quello sociale, che le porta a essere malviste nelle comunità per un avvenimento di cui non hanno nessuna colpa.

Prendendosi grossi rischi dal punto di vista narrativo (tre versioni dello stesso avvenimento, seppur con sostanziali differenze, sono ostiche da digerire per lo spettatore moderno) e grazie al fondamentale apporto in sceneggiatura di Nicole Holofcener, Ridley Scott si spinge però ancora oltre, rappresentando in successione: il punto di vista degli uomini che stanno accanto alle donne stuprate, troppo spesso concentrati sul disonore e sul desiderio di vendetta che sulla necessaria empatia per chi ha subito violenza; la prospettiva degli stupratori, che per motivare i loro gesti ricorrono a inesistenti segnali di interesse da parte delle donne e a consensi mai arrivati; infine, la versione (o meglio, la verità) della vittima, che è al tempo stesso la più semplice e la più sconfortante.

A tutto ciò si aggiungono poi gli immancabili affrettati giudizi delle persone estranee, pronte a scambiare un apprezzamento estetico per un uomo in un implicito consenso a un rapporto sessuale, sminuendo così la violenza subita dalla vittima.

L’apporto di Jodie Comer, Adam Driver e Matt Damon

The Last Duel

The Last Duel non è però solo cinema teorico e concettuale. Ridley Scott rispolvera infatti anche l’azione epica che aveva contraddistinto alcune sue apprezzate opere come Il gladiatore e Le crociate – Kingdom of Heaven, che deflagra soprattutto nell’atto conclusivo, quando si ricorre a un duello all’ultimo sangue per fare trionfare la giustizia, ennesima sottolineatura da parte del regista della stortura di un sistema che affida la soluzione di un dramma umano a elementi esterni al dramma stesso. Nonostante la sua età avanzata, Scott dimostra di avere ancora pochi eguali in termini di narrazione per immagini, dando vita a uno dei più intensi duelli visti negli ultimi anni sul grande schermo. Termine che non usiamo a caso, dal momento che The Last Duel è un progetto perfetto per ribadire la necessità della sala, almeno per opere di questa portata.

Solo nel luogo per eccellenza del cinema si può infatti assaporare il lavoro fatto da Scott sul sonoro, sulla coreografia dello scontro e sugli effetti speciali, che ci trasporta direttamente sul campo di battaglia, facendoci vivere la concitazione del momento e percepire il pericolo dei duellanti. La mancanza di azione nella fase centrale del racconto è così perfettamente bilanciata da un avvincente e adrenalinico epilogo, in cui il regista non lesina in termini di violenza e sangue, distinguendosi ancora una volta dalla maggioranza dei suoi colleghi per il realismo della messa in scena. Ottima anche la direzione degli interpreti, con Adam Driver, Matt Damon e Jodie Comer che si sfidano letteralmente in bravura, rappresentando tutte le sfumature di una situazione estremamente complessa dal punto di vista umano, etico e sociale.

The Last Duel: una severa critica alle contraddizioni del genere umano

The Last Duel

A 44 anni di distanza da I duellanti, Scott utilizza nuovamente il concetto di duello come simbolo della profonda insensatezza del genere umano, che nonostante l’evoluzione della storia e della società continua ad aggrapparsi alla violenza e a ideali vacui come l’onore per risolvere questioni ben più complesse. Da maestro qual è, il regista dimostra ancora una volta che anche dai luoghi più lontani dalla nostra vita, come lo spazio, il futuro distopico di Blade Runner o la Francia di secoli fa, si può muovere una critica severa e pungente a vizi e contraddizioni del genere umano difficili da eradicare.

Dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, The Last Duel arriverà nelle sale italiane il 14 ottobre, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Overall
8/10

Verdetto

Ridley Scott riesce a fondere epica cavalleresca e critica sociale in un intenso dramma umano, che affronta tematiche urgenti e attuali con un’invidiabile freschezza di sguardo e con la sua proverbiale perizia dietro alla macchina da presa.

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America Latina: recensione del film con Elio Germano

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America Latina

Si intitola America Latina la nuova fatica dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, in un originale contrasto fra l’America della nostra esteriorità, apparentemente precisa, affidabile e inappuntabile e la Latina che non è solo lo spettrale luogo che abita il protagonista Elio Germano, ma anche una fedele rappresentazione dell’interiorità del suo Massimo Sisti, anima tormentata e avvolta da un malessere misterioso e insuperabile. Ancora la provincia romana dunque, per un’opera che però è di segno opposto rispetto al precedente lavoro dei fratelli Favolacce, che metteva in luce il disagio in un racconto corale ricco di scenari e snodi narrativi. America Latina è invece un lavoro molto più asciutto, quasi essenziale nel tratteggiare il protagonista ed ermetico nella definizione delle sue motivazioni e dei suoi pensieri, che punta invece su atmosfere sinistre e sull’inquietudine che prende vita e si spande a partire da un mistero che coinvolge Elio Germano.

America Latina: la favolaccia horror dei fratelli D’Innocenzo

America Latina

Massimo Sisti ha una vita apparentemente perfetta. Marito devoto e padre di due figlie, titolare di uno studio dentistico e proprietario di una lussuosa villa in campagna. La sua esistenza si incrina però quando scendendo in cantina vi trova una ragazza imbavagliata e legata, che implora il suo aiuto. Chi l’ha messa lì e perché? Sarà stato il suo caro amico in difficoltà economiche o le donne della sua famiglia, che sembrano complottare qualcosa alle sue spalle? O ancora, potrebbe forse essere un caso di amnesia che porta Massimo a dimenticare atrocità da lui commesse in stato confusionario? Il mistero si infittisce sempre più, come il disagio emotivo del protagonista.

America Latina, presentato in concorso a Venezia 78, è uno di quei film di cui si continua a parlare anche giorni dopo la visione, riflettendo sulle possibili interpretazioni di un racconto che si apre a tante diverse soluzioni. Inequivocabile segnale che, a prescindere da qualsiasi valutazione estetica e contenutistica, i fratelli D’Innocenzo hanno raggiunto l’obiettivo di dare vita a un’opera che non si limita alla visione, ma resta invece incollata addosso allo spettatore. Ma i pregi di America Latina non si fermano a questo. Giunti alla loro terza opera, i registi dimostrano di avere un proprio stile, unico e personale, con cui raccontare storie profondamente disturbanti, che partono dalla periferia romana per esplorare i confini dell’animo umano, senza mai dare conforto allo spettatore.

Il labirinto dell’anima

America Latina

America Latina è fondamentalmente un horror domestico e psicologico, che potrebbe essere particolarmente apprezzato dal regista di Parasite Bong Joon-ho, presidente di giuria di Venezia 78. Evidenti infatti le analogie fra le due opere, come l’architettura bizzarra di una villa, che diventa un vero e proprio personaggio aggiunto di un racconto che si muove costantemente dall’alto in basso e viceversa, o la volontà di sfruttare una commistione di generi per proporre una profonda riflessione sulla società, che per i fratelli D’Innocenzo riguarda soprattutto la perdita di stabilità emotiva e affettiva del maschio nel mondo contemporaneo. Fra gli altri riferimenti cinefili dei registi è facile notare le candide vesti delle donne di casa, che sembrano uscite da Picnic ad Hanging Rock o Il giardino delle vergini suicide, e la fotografia e le scenografie continuamente virate su un rosso vivo, che inevitabilmente riportano alla mente Dario Argento e il suo Suspiria.

America Latina avvolge e scuote lo spettatore, precipitandolo in un labirinto di possibilità e false piste sulla sorte di Massimo Sisti, che con il passare dei minuti comincia a vivere in uno stato di crescente paranoia, come nei migliori thriller di Roman Polanski. I D’Innocenzo si attaccano al solito sontuoso Elio Germano, inquadrando il suo volto sempre più sperduto da tutte le possibili angolazioni, distorcendolo e ribaltandolo, con il risultato di farci vivere questo incubo di provincia dalla sua prospettiva. Mentre cerchiamo una soluzione, ci accorgiamo che i personaggi che circondano Massimo Sisti sono anche simboli di una sensibilità che il protagonista è spinto a rigettare dalla società. Dall’indole artistica e musicale della figlia più giovane ai primi turbamenti sentimentali della più grande, fino ad arrivare all’affetto smisurato della moglie e al conflittuale rapporto con il padre, in America Latina tutto mette in discussione i pilastri della mascolinità tossica.

I simboli di America Latina

Le musiche ipnotiche dei Verdena, il minimalismo e la claustrofobia della messa in scena, la fotografia calibrata sul volto Elio Germano di Paolo Carnera e l’elemento dell’acqua che ricorre continuamente nella vita del protagonista sono solo alcuni degli indizi formali di America Latina, che insieme a tanti piccoli spunti inseriti non casualmente nel racconto (le telefonate al padre, i video delle lezioni di piano, il notiziario) possono aiutarci a farci strada fra le pieghe del racconto, il cui maggior pregio è paradossalmente anche un possibile difetto. La totale assenza di risposte e il forte simbolismo dei D’Innocenzo possono infatti attrarre lo spettatore più curioso e cinefilo, ma anche respingere o addirittura infastidire chi invece preferisce storie più solide, centrate e conclusive. Anche questa è la bellezza di un arte che si trasforma ogni volta attraverso il gusto e l’esperienza di chi la fruisce, proprio come America Latina.

Overall
8/10

Verdetto

America Latina avvolge lo spettatore in un labirinto narrativo ed emotivo, che resta incollato addosso, insieme al suo ermetismo, anche diversi giorni dopo la visione.

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Halloween Kills: recensione del film con Jamie Lee Curtis

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Halloween Kills

Fin dal suo esordio sul grande schermo in Halloween – La notte delle streghe, Michael Myers ha rappresentato un male silenzioso e strisciante, radicato nella società americana. John Carpenter ha utilizzato il mostro e la sua iconica maschera per toccare un nervo scoperto della popolazione statunitense dell’epoca, che dietro a una facciata di benessere e serenità celava l’ancestrale timore per la propria sicurezza. I tanti sequel del capostipite della saga hanno insistito, con risultati altalenanti, su questo tema, associando di volta in volta alla figura di Myers una riflessione sullo spirito dei tempi. A ridare lustro e vitalità alla saga è arrivato poi David Gordon Green, che con il suo Halloween del 2018 ha tagliato i ponti con il passato, riallacciandosi direttamente a Carpenter. Un progetto portato avanti con Halloween Kills, che si concluderà poi nel 2022 con Halloween Ends.

L’intento del primo capitolo della trilogia di David Gordon Green era manifesto: da una parte, il ritorno di Michael Myers insieme all’intramontabile Laurie Strode di Jamie Lee Curtis, veri e propri pilastri della saga; dall’altra, il desiderio di cogliere il sentimento di rinnovata sensibilità nei confronti dei personaggi femminili, affiancando alla prima vera scream queen altre due generazioni di donne, cioè la figlia Karen (Judy Greer) e la nipote Allyson (Andi Matichak). Halloween Kills riparte pochi minuti dopo la conclusione del precedente capitolo, ma guarda ancora oltre, cogliendo il sentimento di sfiducia verso le istituzioni diffuso ormai in tutto il mondo, incanalandolo in una caccia al mostro indirizzata verso il redivivo Myers, che come in tutti i capitoli della saga dimostra potersi sovrumani sia in termini di forza, sia dal punto di vista della resistenza agli attacchi.

Halloween Kills: violenza e critica sociale nel nuovo capitolo della saga

Halloween Kills

David Gordon Green non si ferma però qui, e con un efficace incipit si insinua nella mitologia della saga, concentrandosi su vecchi e nuovi personaggi che si sono imbattuti nella furia di Michael Myers durante il suo primo ritorno ad Haddonfield. Rivediamo così il dottor Sam Loomis (con un recast del compianto Donald Pleasence) e soprattutto comprendiamo l’impatto della tragedia di 40 anni prima sulla cittadina, costantemente in bilico fra la voglia di dimenticare e il desiderio di ricordare le vittime del mostro. Sui cittadini di Haddonfield, in larga parte inconsapevoli degli eventi del capitolo precedente e del ritorno di Myers, aleggia un’atmosfera sinistra, simile a quella di Derry, ambientazione delle diverse incarnazioni di It (i palloncini che vediamo nei primi minuti non sono un caso). Il ciclo del male non si arresta, e ciò che è successo prima o poi si ripeterà. Meglio farsi trovare pronti.

Da qui la scelta spiazzante di Halloween Kills. Con Laurie impegnata con i postumi degli eventi del capitolo precedente, con Karen e Allyson al suo fianco, l’attenzione si sposta sui cittadini di Haddonfield, determinati a farsi giustizia da soli. Su tutti, spicca Tommy Doyle (Anthony Michael Hall), salvo solo grazie al provvidenziale aiuto di Laurie nel 1978. Un tipico bar americano diventa teatro di un ritrovo dei nemici di Michael Myers, che nel frattempo comincia la sua mattanza, fatta di omicidi sempre più brutali e spettacolari sulla strada della sua prima casa, dove il male ha avuto inizio. Il regista mette in scena una versione decisamente estrema del pluriomicida, che non si ferma letteralmente davanti a niente, lasciando alle sue spalle, senza distinzioni di genere, età ed etnia, un impressionante numero di corpi straziati. Una scelta narrativa ed espressiva che rende Halloween Kills uno dei capitoli più violenti dell’intera saga.

Il destino di Laurie e Michael

Anche se l’azione centellinata di Carpenter è lontana anni luce, insieme alla suspence che si respira nel primo impareggiabile capitolo della serie, Halloween Kills è un’opera forte di diversi spunti interessanti, ben al di sopra della media degli slasher contemporanei. Apprezzabile è innanzitutto la volontà del regista di attingere alle atmosfere degli anni ’70 senza trasformare il racconto in un mero omaggio, ma creando anzi una suggestiva continuità fra passato e presente. Ancora più sorprendente è il dilemma etico e morale che David Gordon Green pone allo spettatore: da una parte uno dei villain più temuti della storia del cinema, che è letteralmente la personificazione del male; dall’altra, i vendicativi e poco lucidi cittadini di Haddonfield, mossi più dal desiderio di dare sfogo ai loro istinti violenti che dalla volontà di fermare il pluriomicida. Impossibile prendere le parti di Myers, ma molto difficile parteggiare per questa rancorosa e disorganizzata folla.

Fra i due litiganti, si pone la famiglia Strode, atavicamente connessa a Myers. Mentre prosegue l’introspezione di Laurie, anche su un letto di ospedale, non si può dire altrettanto di Karen e Allyson, spesso lontane dal centro dell’azione e prese dal legittimo sconforto per la situazione dei loro cari. Qualche perplessità anche sulla gestione da parte di David Gordon Green di alcuni momenti chiave, come la breve sequenza in cui Michael appare senza maschera e l’ennesima inspiegabile resurrezione del mostro. Due scene dall’altissimo potenziale, che il regista mette però in scena in maniera anticlimatica, optando per dei poco ispirati ralenti. Ben più suggestivi invece i richiami alle location principali della serie (come la casa del piccolo Michael) che rafforzano il tema del male radicato in uno specifico luogo.

I pregi di Halloween Kills

Halloween Kills

Halloween Kills adempie egregiamente al proprio compito di capitolo centrale di una trilogia, evitando di disperdere i buoni spunti messi in campo dal proprio predecessore e preparando il terreno per l’epico e conclusivo scontro fra Laurie e Michael che con ogni probabilità vedremo in Halloween Ends. A margine di tutto questo, il regista riesce anche a intercettare un disagio sociale che dal termine delle riprese (cioè fine 2019) è diventato sempre più urgente e allarmante. Come sempre, Michael Myers è solo una faccia del male che alberga in tutti noi.

Dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, alla presenza della stessa Jamie Lee Curtis, Halloween Kills debutterà al cinema il 21 ottobre, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7.5/10

Verdetto

Halloween Kills prepara il terreno per il capitolo conclusivo della trilogia, inserendo elementi di critica sociale nella nuova sanguinolenta comparsa di Michael Myers.

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