The Suicide Squad - Missione suicida The Suicide Squad - Missione suicida

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The Suicide Squad – Missione suicida: recensione del film di James Gunn

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Una breve sequenza nelle battute iniziali di The Suicide Squad – Missione suicida ci mostra i collaboratori di Amanda Waller intenti a scommettere, con malcelato cinismo, su chi sarà il prossimo ex inquilino del carcere di Belle Reve a perdere la vita nella missione ad altissimo rischio nell’isola stato di Corto Maltese. Un dettaglio senza particolare importanza per la trama, che però ci introduce due dei temi portanti di questo nuovo folle ed esilarante lavoro di James Gunn: da una parte l’indifferenza con cui le forze dell’ordine si servono del disadattato gruppo di protagonisti, muovendoli come pedine su uno scacchiere; al tempo stesso, questo atteggiamento spregevole è anche una dichiarazione d’intenti dello stesso Gunn, che fin dalla prime battute di The Suicide Squad – Missione suicida dichiara che il suo scopo principale è quello di privarci di qualsiasi punto di riferimento morale o narrativo.

Un disegno evidente già dalle beffarde scene che precedono i titoli di testa, in cui il regista mette in scena una provocazione allo spettatore che ricorda quella compiuta a suo tempo da Wes Craven in Scream, facendo sostanzialmente piazza pulita in pochi secondi di alcuni dei personaggi che ci aveva appena introdotto come protagonisti del film. Una provocazione che non è fine a se stessa, proprio perché serve a stabilire implicitamente un patto con lo spettatore: l’unica regola di The Suicide Squad – Missione suicida è che non ci sono regole.

The Suicide Squad – Missione suicida: il cinecomic d’autore secondo James Gunn

The Suicide Squad - Missione suicida

Per questo difficilmente definibile progetto, più reboot che sequel, Gunn opta per mantenere poco o nulla del dimenticabile Suicide Squad di David Ayer: il Rick Flag di Joel Kinnaman, che qui acquisisce molte più sfumature, la già citata Amanda Waller di Viola Davis, che per certi versi è la vera e propria antagonista di The Suicide Squad – Missione suicida, e soprattutto la strabiliante Harley Quinn di Margot Robbie, qui rivista nel look ma soprattutto nella sua personalità, ben più complessa e stratificata che nelle precedenti apparizioni, nonostante l’impianto narrativo eccessivo, bizzarro e a tratti demenziale messo in scena dal regista.

Come ci ha dimostrato Guardiani della Galassia, il cinema di Gunn parla degli ultimi: di coloro che dopo aver perso tutto sono passati dalla parte del malaffare, conservando però un’umanità che spesso è superiore a quella di chi gli sta dando la caccia. Nel variopinto circo imbastito dal regista entrano così Bloodsport e Peacemaker (Idris Elba e John Cena), due mercenari troppo simili per essere amici, ma alimentati da due motivazioni opposte, cioè rispettivamente la salvezza della figlia e l’ideale della pace come scusa grazie alla quale perpetrare la violenza (una delle tante stoccate di Gunn alla politica estera degli Stati Uniti). A completare questa squadra di antieroi sudici e corrotti, sono l’addestratrice di topi Ratcatcher II (Daniela Melchior), il lanciatore di letali pois Polka-Dot Man (l’ottimo David Dastmalchian) e il potentissimo ibrido uomo-squalo King Shark, doppiato per l’occasione da Sylvester Stallone.

Questi galeotti hanno l’opportunità di beneficiare di uno sconto sulla loro pena di 10 anni, gentilmente offerto da Amanda Waller e dal governo americano. Per ottenere questo privilegio, la Suicide Squad deve però riuscire in un’impresa particolarmente ardua: fermare il misterioso progetto Starfish, mentre su Corto Maltese infuria la guerra fra dittatura e rivoluzione.

Fra Quella sporca dozzina e il cinema di serie B

Una metà di una sporca dozzina, intenta in una missione in terra straniera che sembra uscita dal meglio del cinema action anni ’80. Il materiale perfetto per un B-movie d’autore come quello di Gunn, che mette la totale libertà garantitagli da Warner Bros e DC, tutta la sua esperienza in Troma e un budget da blockbuster al servizio di un cinecomic di guerra, carico di azione, divertimento e spettacolari effetti speciali, in cui ogni personaggio trova il proprio posto e soprattutto un proprio senso.

Rispetto alla già menzionata saga di Guardiani della Galassia (a cui Gunn tornerà nel 2023), The Suicide Squad – Missione suicida punta meno sulla forza del gruppo e più sulle storie individuali, centellinando inoltre i momenti più toccanti. Il risultato è però altrettanto soddisfacente, dal momento che riusciamo ad appassionarci a una trama che fonde le dinamiche socio-politiche di uno stato simil cubano, intrighi governativi, uno scienziato pazzo, alieni, stelle marine giganti e squali parlanti, e a fare sinceramente il tifo per un branco di squilibrati socialmente pericolosi. Tutto ciò è reso possibile da una scrittura eccelsa (opera dello stesso Gunn), che riesce a caratterizzare al meglio i personaggi anche con poche linee di dialogo, e a degli effetti speciali che si adattano perfettamente al racconto e all’estro del regista. Due aspetti che spesso vengono sottovalutati nei cinecomic, ma che invece sono spesso decisive per le loro sorti.

The Suicide Squad – Missione suicida e la satira politica

The Suicide Squad - Missione suicida

Scavando fra le pieghe di The Suicide Squad – Missione suicida non troviamo solo battute fulminanti (quella di Margot Robbie sugli angeli e alcuni scambi fra Bloodsport e Peacemaker sono da antologia), ma anche tematiche molto più profonde, che Gunn riesce a inserire in un contesto a dir poco delirante con estrema naturalezza. Fra decapitazioni, esplosioni e corpi crivellati da armi da fuoco, ci troviamo a emozionarci per un uomo che combatte quotidianamente la figura materna vedendola letteralmente in tutto ciò che lo circonda, per un personaggio che trova invece nel ricordo di un dialogo col padre la spinta per trovare il proprio posto nel mondo, per uno squalo infantile che gioca con i pesci come se fosse ancora nel suo habitat o ancora per Harley Quinn che riacquista in due scene d’azione (fra le migliori dal punto di vista registico) la gioia e la vitalità perdute.

Evidente poi la critica che Gunn rivolge al modus operandi statunitense in ambito internazionale, ben più corrosiva di molte recenti opere impegnate. Attraverso Amanda Waller, il regista mette infatti in scena molte delle criticità degli Stati Uniti degli ultimi anni. Non ci riferiamo soltanto al cinismo nella gestione delle vite umane come pedine su uno scacchiere, ma anche all’intromissione più o meno esplicita negli equilibri politici altrui e nell’utilizzo di altri stati come sedi di attività opache, da smantellare poi in fretta e furia nel momento in cui diventano inaccettabili agli occhi dell’opinione pubblica. Un’opera cartoonesca e sopra le righe riesce così a diventare nello spazio di pochi secondi aspra satira politica e addirittura malinconico dramma familiare, a riprova della capacità di Gunn di maneggiare ogni registro emotivo, a prescindere dal genere delle sue opere.

The Suicide Squad – Missione suicida: la migliore Harley Quinn di sempre

Con The Suicide Squad – Missione suicida, Gunn riesce a rimettere in sesto nell’arco di poco più di 2 ore un franchise claudicante come quello del DC Extended Universe, dando personalità e tridimensionalità a personaggi che potremo rivedere in futuro e regalandoci l’Harley Quinn migliore di sempre: ironica, pazza, letale e sensuale. Tutto questo in un’opera con ritmo e priva di momenti morti, esaltata, come da tradizione del regista, da una memorabile colonna sonora. Un nuovo Awesome Mix, che abbraccia Johnny Cash, Kansas e Pixies e si rivela il perfetto contraltare musicale di uno dei migliori cinecomic di sempre. Come da tradizione, non alzatevi prima della fine de titoli di coda: le sorprese con Gunn sono sempre dietro l’angolo.

The Suicide Squad - Missione suicida
Overall
8.5/10

Valutazione

James Gunn ci consegna il miglior cinecomic del DC Extended Universe, dando vitalità e profondità a un franchise zoppicante e regalandoci più di 2 ore di azione, spettacolo e genuino umorismo.

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Marcello mio: recensione del film con Chiara Mastroianni

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Marcello mio

Siamo al cospetto di un’opera junghiana, di riappropriazione e sostituzione, scambio di persona, interpretazione e seduzione. Non esiste complessità senza complesso, forse di Elettra – chi può dirlo – come non esiste Chiara senza Mastroianni in questa veste un po’ Victor Victoria, un po’ Tootsie, che gioca con sé stessa, con il suo volto e la sua vita per sfidare in un certo senso il vuoto, l’assenza del padre e la sua eredità che vive sul suo volto, ogni giorno. In questo spazio tra filiazione e identità, dimora il film di Christophe Honoré Marcello mio, che vive delle interpretazioni di Catherine Deneuve, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud, Fabrice Luchini, che qui sono interpreti dei propri ricordi, come la stessa Mastroianni.

Dopo uno spot pubblicitario in cui incarna Anita Ekberg e incita Marcello a entrare nella fontana con lei, e le critiche da parte della regista Nicole Garcia, che con lei progettava di girare un film (“ti vorrei più Mastroianni che Deneuve!”), Chiara sceglie di vestire i panni cinefili del padre Marcello con molta ironia e un pizzico di nostalgia. Non c’è imitazione o provocazione, ma più una rinascita in questo ritratto poetico familiare che è Marcello Mio. Non si sfugge dalla verità e da quella suggestione visiva che lega Chiara Mastroianni e suo padre Marcello, una suggestione evocativa come un’eco che rimbalza da uno strapiombo all’altro, e come tale torna a noi non come una voce piena, ma come un sussurro lontano, un vagito ancestrale, un suono mnemonico e affine, che ci riporta in un contesto di verosimiglianza che è l’essenza di questo progetto.

Marcello mio: un carosello di ombre e di fantasmi

È il verosimile a fare da traino a quest’opera, il verosimile in tutte le sue interpretazioni: Chiara Mastroianni abita il suo corpo conoscendone ogni limite, ogni sfumatura, ogni inclinazione, sbecco, malizia, analogia, spigoli e voluttà e ne ridesta anche le sottili e spesse similitudini, come l’acqua che lambisce la fontana di Saint-Sulpice, è lei a lambire i confini tra il suo corpo, il suo volto e quello di sua madre, Catherine Deneuve e suo padre Marcello Mastroianni, e ridisegna i confini, sfrangiando e plasmando il suo corpo in virtù di un’interpretazione, la sua, in cui Chiara smette di somigliare e comincia a essere qualcuno che una volta abitava il mondo come il suo specchio umano.

Adesso è lei specchio e corpo, anima e sentimento, adesso è lei che prende il corpo di suo padre e se ne serve non attraverso il racconto di un uomo, ma soprattutto alla luce delle sue più celebri interpretazioni, e come un gioco di rimandi e di specchi va ad abitare uno spazio inclito e scivoloso, in cui l’attore è sempre presente, come l’artista in quanto tale. Il corpo dell’attore è un corpo che viene scelto, manipolato, sedotto e sedimentato nei tempi della recitazione e del ciak del regista, mentre questo corpo, il corpo di Chiara/Marcello è always on, non ha momenti di stop, di interruzione o di fermo, è sempre in scena, non ha nessuno che la dirige ma è lei a farlo, dirige se stessa in un’interpretazione ingombrante, faticosa e anche dolorosa.

Un’opera bellissima e cinefila

Chiara Mastroianni si divide e si rifrange come una danza, un musical, in un carosello di ombre e di fantasmi, in cui la sua silhouette cambia forma e postura a seconda di ciò che sceglie di rievocare, da Ferdinando Cefalù in Divorzio all’italiana, a Guido Anselmi in , o Antonio Magnano ne Il bell’Antonio o Marcello Rubini de La dolce vita, o Pippo Botticella/Fred in Ginger e Fred. Un’opera bellissima e cinefila, sentimentale ed esistenziale, in cui Chiara, quasi preda di una crisi d’identità, risponde alla rifrazione con la nudità, si cerca attraverso il padre, e grazie alla sua figura cerca una sintesi e un fil rouge tra ciò che rappresenta come figlia e ciò che resiste come donna, ed è la sua vita a mettersi in scena, attraverso proiezioni, manipolazioni e seduzioni.

Marcello mio è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Dove vedere Marcello mio in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Christophe Honoré firma un’opera bellissima e cinefila, cucita su misura di Chiara Mastroianni e della sua storia familiare.

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Furiosa: A Mad Max Saga, recensione del film con Anya Taylor-Joy

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Furiosa: A Mad Max Saga

Dopo la rivoluzione di Mad Max: Fury Road, George Miller torna al franchise a cui è indissolubilmente intrecciata la sua carriera con Furiosa: A Mad Max Saga, prequel del film precedente incentrato sul personaggio che fu di Charlize Theron prima di essere riassegnato ad Anya Taylor-Joy. Lo fa con una vera e propria origin story, che mostra nel dettaglio la crescita, l’evoluzione e gli eventi capaci di segnare nel profondo l’animo di Furiosa, eroina coraggiosa e indomabile che abbiamo ammirato al fianco di Max Rockatansky. Un’opera meno incendiaria e rivoluzionaria rispetto al precedente capitolo, ma capace comunque di espandere il desolato universo postapocalittico di George Miller con una riuscita storia di rivincita e vendetta.

Facciamo la conoscenza della giovane Furiosa (Alyla Browne), che viene rapita dalla sua casa nel Luogo Verde delle Molte Madri da un pericoloso gruppo di motociclisti. La disperata madre, Mary Jo Bassa, si mette alla ricerca della piccola, raggiungendo l’accampamento dei motociclisti, guidati dal Signore della Guerra Dementus (Chris Hemsworth). Il tentativo di liberazione non va però a buon fine, e Furiosa è costretta ad assistere alla tortura e all’esecuzione della madre, rimanendo prigioniera di Dementus. Quest’ultimo inizia però una turbolenta collaborazione con il leader della vicina Cittadella, Immortan Joe, che chiede e ottiene la proprietà della bambina, per farla diventare una delle sue mogli. Incontriamo nuovamente Furiosa da adulta (Anya Taylor-Joy), travestita da uomo per sfuggire ai pericoli della Cittadella e determinata a ottenere indipendenza e riscatto.

Furiosa: A Mad Max Saga, la origin story di un’eroina in cerca di vendetta

Furiosa: A Mad Max Saga

Furiosa: A Mad Max Saga è un film opposto a Mad Max: Fury Road per diversi motivi. Non siamo solo di fronte a un prequel volto a completare una storia già brillantemente raccontata, ma a una produzione che, pur rimanendo fedele ai canoni e alla mitologia del franchise, ha un respiro diverso. Il minimalismo narrativo del precedessore lascia spazio a un film molto più scritto, nonostante le pochissime battute della Furiosa adulta. Il racconto per immagini è molto più limitato, come la cura per le scenografie e per i dettagli visivi, in nome di numerosi dialoghi fra le varie figure maschili che circondano la protagonista. Fra queste, spicca indubbiamente Dementus, che Chris Hemsworth caratterizza in pericoloso equilibrio fra il suo caricaturale Thor e una folle ferocia, che riesce però a trasmettere solo a tratti.

Con il passare dei minuti e con l’ingresso in scena del Praetorian Jack di Tom Burke, emergono inoltre alcune scelte problematiche di scrittura. In Mad Max: Fury Road e anche nel lungo prologo di Furiosa: A Mad Max Saga (Anya Taylor-Joy entra in scena dopo un’ora), Furiosa è una persona determinata e pienamente autosufficiente, che ha dentro di sé le risorse per superare qualsiasi pericolo di questo mondo sinistro e desertico. Nonostante ciò, George Miller indugia in un contraddittorio rapporto fra mentore e allieva, schivando brillantemente la trappola sentimentale ma facendo allo stesso tempo compiere un passo indietro non necessario a Furiosa, che coincide con il segmento meno riuscito del film.

Un frangente che mette anche in evidenza i limiti della scelta di Anya Taylor-Joy, che dimostra impegno e notevole dedizione alla causa, ma fatica a scrollarsi di dosso la sua naturale eleganza, del tutto assente nella belluina Furiosa di Charlize Theron.

Furiosa: A Mad Max Saga e il western

Furiosa: A Mad Max Saga

Fra suggestivi richiami alla storia del franchise (su tutti il breve campo lunghissimo di Max Rockatansky, unica fugace apparizione del personaggio ed evidente collegamento all’incipit di Mad Max: Fury Road), Furiosa: A Mad Max Saga trova infine la propria strada, che inevitabilmente passa per l’azione e per l’inseguimento. L’imponente messa in scena quasi esclusivamente analogica del film del 2015 lascia in questo caso spazio a qualche inserto in CGI di troppo, che da una parte ha indubbiamente facilitato la realizzazione di quest’opera, ma dall’altra stona se messo a paragone con il superlativo e adrenalinico lavoro svolto in precedenza. Un compromesso che comunque non impedisce a George Miller di dare vita a un action di altissima qualità, in cui si forgia definitivamente il carattere della protagonista.

Mentre Mad Max: Fury Road si riconnetteva direttamente alle origini del western e ai suoi archetipi, con un lungo inseguimento che ricordava Ombre rosse di John Ford, Furiosa: A Mad Max Saga guarda più alla vendetta al centro del cinema di Sergio Leone, in particolare al suo monumentale C’era una volta il West. Un cambiamento di prospettiva accompagnato da uno stile visivo molto più convenzionale e meno esagerato, che fonde l’immaginario postapocalittico con un utilizzo degli scenari desertici capace di attingere tanto all’imponenza di Ben-Hur quanto alle sfumature più inquietanti e magnetiche dei recenti di Dune di Denis Villeneuve.

Un poderoso climax conclusivo

Furiosa: A Mad Max Saga

Nel climax emotivo conclusivo, Furiosa: A Mad Max Saga trova finalmente la propria ragion d’essere, superando qualche perplessità narrativa e riconnettendosi con la ferocia alla base di Mad Max: Fury Road, in un crescendo di tensione e violenza. Un epilogo in cui curiosamente la storia di questo franchise ricalca nuovamente quello di Star Wars: entrambe queste saghe hanno infatti goduto di un vero e proprio reboot realizzato nello stesso anno (Mad Max: Fury Road poteva addirittura contare su un villain con una maschera e con evidenti problemi respiratori) e su un prequel pensato per scandagliare in profondità determinati personaggi e specifici avvenimenti; esattamente come Rogue One: A Star Wars Story si riallacciava millimetricamente al primo Guerre stellari, Furiosa: A Mad Max Saga si chiude con un perfetto collegamento al precedente lavoro di George Miller, capace di dare nuove sfumature di senso al percorso della protagonista.

Parallelismi e contaminazioni che non penalizzano questa nuova sontuosa opera di George Miller, che sconta solo il pesantissimo confronto con la dirompente forza di Mad Max: Fury Road, anche in termini di ricezione e aspettative. Un film talmente importante e debordante da traboccare anche qui, trasmettendo la sensazione che spesso i suoi vuoti siano ancora più suggestivi ed efficaci delle storie che li hanno riempiti in Furiosa: A Mad Max Saga.

Furiosa: A Mad Max Saga è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Furiosa: A Mad Max Saga in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

George Miller firma un prequel più convenzionale e meno travolgente dell’inarrivabile Mad Max: Fury Road, che trova però la propria strada nell’impetuoso climax conclusivo.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

Dove vedere Io e il Secco in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

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Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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