The Trouble with Being Born: recensione del film di Sandra Wollner

The Trouble with Being Born: recensione del film di Sandra Wollner

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, si chiedeva Philip K. Dick con il titolo di una delle sue opere più celebri e raffinate, base dell’ancora più celebre Blade Runner di Ridley Scott. Una domanda buffa, quasi triviale, che cela però il vero cuore di questi due lavori, cioè la difficoltà tecnica ed etica di separare uomo e macchina, e nello specifico la riflessione sui sentimenti, sui dubbi e sulle paure che può provare un’intelligenza artificiale. Spunti e temi ampiamente dibattuti nella narrativa fantascientifica, che trovano una nuova declinazione in The Trouble with Being Born di Sandra Wollner, presentato prima alla Berlinale e successivamente al Trieste Science+Fiction Festival 2020, prima edizione interamente online della manifestazione.

Dimenticatevi le luci al neon e l’architettura futuristica del capolavoro di Scott, come le avvolgenti musiche di Vangelis. Fin dai primi minuti, The Trouble with Being Born ci propone interni asettici, dialoghi scarni e una fotografia plumbea, che fanno da cornice a un’opera che trasuda solitudine, disperazione e morbosità, definita dalla stessa regista una sorta di anti-Pinocchio. La protagonista del racconto è Elli (interpretata dalla formidabile giovane attrice accreditata con lo pseudonimo Lena Watson), un’androide che, in un prossimo futuro, vive un’esistenza ovattata, programmata interamente dall’uomo che lei considera suo padre. Fra i due si instaura un rapporto torbido, morboso, disturbante, tratteggiato con rara delicatezza dalla Wollner, anche grazie a qualche sequenza rielaborata in post-produzione. Tutto cambia quando Elli si avventura in un bosco, che la conduce verso altre persone, altri ricordi da immagazzinare e altre esigenze da soddisfare.

The Trouble with Being Born: l’anti-Pinocchio di Sandra Wollner

The Trouble with Being Born

La fantascienza umanista di Sandra Wollner è probabilmente l’opera più sfuggente di questo Trieste Science+Fiction Festival 2020, che sembra invece privilegiare opere più dirette e muscolari, ma non meno suggestive. The Trouble with Being Born cerca ambiziosamente di esprimere il pensiero di un’intelligenza artificiale, costretta di volta in volta a plasmare se stessa in funzione degli altri, per soddisfare varie mancanze affettive. Lo fa ricorrendo a un monologo interiore mai invadente, a dei lenti carrelli, che scandagliano la mancanza di umanità di chi cerca un’umanità posticcia e menzognera, e soprattutto sulla già citata Watson, su cui poggia l’intero peso emotivo del racconto. Una prova lacerante, giocata tutta sulla sottrazione e sui silenzi, in aperto contrasto con la sottile meschinità dei personaggi che interagiscono con lei.

Rimaniamo inorriditi dalle lascive azioni dell’uomo che vive con lei, capace di approfittare della fiducia forzata, ma non meno sincera, di Elli, per compiere azioni deplorevoli, che nonostante gli opportuni tagli di montaggio della regista non fatichiamo a intuire. Non è meno squallida l’operazione di cancellazione e sostituzione attuata da un’anziana signora, che non esita a cambiare anche il sesso di Elli, trasformandola in Emil, rendendo di fatto l’androide doppiamente burattino, in bilico fra due realtà che non le appartengono e incapace di vivere un’esistenza propria. Il difetto di The Trouble with Being Born è proprio la mancanza di coesione fra queste due parti, fra queste due vite di Elli, che comunicano disagi simili e stimolano riflessioni analoghe, ma in fondo ci lasciano molte domande e altrettante questioni irrisolte, col rischio di scadere nell’inconcludenza.

Gli androidi sogneranno pecore elettriche?

Forse è giusto che The Trouble with Being Born si faccia espressione della sua stessa protagonista, condannata a farsi carico dei disagi altrui e a passare da un’imitazione di esistenza all’altra, senza poter intraprendere un proprio percorso e avere una risposta chiara ai propri quesiti. Resta però la sensazione di aver assistito a un piccolo squarcio su un futuro sempre più vicino, in cui saremo chiamati a porci profondi quesiti etici sulle tante intelligenze artificiali che si moltiplicheranno intorno a noi, e che forse sogneranno le pecore elettriche che profetizzava Dick, vagando senza meta come Elli.

Valutazione
7/10

Verdetto

Sandra Wollner realizza un’opera di fantascienza umanista, che punta sui silenzi e sull’espressività della protagonista per tratteggiare il ritratto di un burattino tecnologicamente avanzato, creato solo in funzione dei bisogni altrui. La regia è solida e suggestiva, il racconto lascia invece insoddisfatti molti dubbi dello spettatore.

Marco Paiano

Marco Paiano