The Wolfpack - Il branco The Wolfpack - Il branco

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The Wolfpack – Il branco: recensione del documentario di Crystal Moselle

La recensione di The Wolfpack – Il branco di Crystal Moselle, Grand Jury Prize al Sundance e presentato alla Festa del Cinema di Roma: la storia dei fratelli Angulo, cresciuti reclusi in casa con il cinema come unica finestra sul mondo.

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Ci sono piccole ma incredibili storie, che sembrano partorite dal più fantasioso degli sceneggiatori ma invece sono assolutamente reali. Fra queste c’è indubbiamente The Wolfpack – Il branco della regista Crystal Moselle, meritevole del Grand Jury Prize al Sundance Film Festival del 2015. Un toccante documentario incentrato sulla bizzarra storia dei fratelli Angulo, composta da sei fratelli e una sorella di origine peruviana residenti a New York. Mukunda, Narayana, Govinda, Bhagavan, Krisna, Jagadesh e Visnu sono sette giovani che passano il proprio tempo a guardare fino allo sfinimento DVD e vecchie gloriose VHS contenenti i film più disparati, di cui poi riproducono le scene migliori con costumi artigianali e tanta passione, in maniera simile a quanto avviene nel sottovalutato Be Kind Rewind di Michel Gondry.

Fin qui nulla di speciale o particolarmente inquietante. Il dettaglio che rende questa storia degna di essere raccontata e ascoltata è che per i fratelli Angulo il cinema non è stato soltanto una comune passione, ma l’unico punto di vista sul mondo per dieci lunghi anni, durante i quali hanno vissuto da reclusi in casa per volere del severo e iperprotettivo padre Oscar, preoccupato dai pericoli che una grande città come New York avrebbe potuto rappresentare per i suoi ragazzi, sotto la guida della madre Susanne, che ha fatto loro da insegnante casalinga.

The Wolfpack – Il branco: una dolceamara favola cinefila

The Wolfpack - Il branco

Fin dalla spassosa scena iniziale, in cui i fratelli Angulo si mettono alla prova parodiando Le iene di Quentin Tarantino, capiamo che Crystal Moselle ha scelto un tono tutt’altro che drammatico per questo racconto, dando ampio spazio all’estro e alla fantasia dei ragazzi, che ripercorrono questo lungo periodo della loro vita, fatto di trascrizioni di dialoghi e di riproduzioni delle scene dei loro film preferiti, senza piangersi addosso e prendendo ciò che di buono ne è derivato, ovvero la passione per la settima arte.

Siamo di fronte a una triste storia di segregazione, che ha lasciato cicatrici nel carattere e nel modo di vivere dei ragazzi, i quali sono gradualmente riusciti ad aprirsi alla regista nell’arco di circa cinque anni. Tuttavia, i cinefili non potranno fare a meno di ascoltare con il sorriso sulle labbra quello che gli Angulo hanno da dire: oltre a Tarantino, vengono citate e omaggiate pietre miliari del cinema mondiale presente e passato come Quarto potere, Il Signore degli anelli, Via col vento e Il cavaliere oscuro. Proprio la visione del secondo capitolo della trilogia su Batman di Christopher Nolan stimola uno dei fratelli a ribellarsi al diktat paterno, evadendo per la prima volta dalla prigione domestica e indossando la maschera del celebre protagonista di Halloween Michael Myers per proteggersi dalle insidie di un mondo visto per ore sullo schermo di un televisore, ma mai toccato con mano. Quest’azione muta per sempre lo scenario, spingendo anche gli altri fratelli a compiere lo stesso passo e a ricomporre nel mondo reale il branco che dà il titolo al film, approcciando la Grande Mela mentre emulano nuovamente i protagonisti de Le iene, in particolare il loro vestiario: una scena che nella realtà ha portato all’incontro fra la regista e i fratelli Angulo, da cui è poi scaturito questo documentario.

Quando il cinema salva la vita

The Wolfpack – Il branco trasuda passione per il cinema e tocca il cuore dello spettatore, grazie soprattutto al rigore e all’imparzialità dietro la macchina da presa di Crystal Moselle, che si limita a esporre i fatti per come sono avvenuti, senza enfatizzare le discutibili scelte compiute dal padre con facili scene denigratorie nei suoi confronti e mostrando invece in ogni occasione l’amore che nonostante tutto continua a legare i figli ai genitori.

Difficilmente si potrà rimanere indifferenti di fronte alla saggezza forgiata a suon di film di questi ragazzi e al loro inserimento nel mondo reale, che rivela le loro difficoltà e insicurezze nello svolgere azioni comuni, come andare per la prima volta in un vero cinema o fare il bagno al mare, ma anche i benefici che può dare una passione sana come quella per la settima arte, che nel caso dei fratelli Angulo è diventata una vera e propria ancora di salvezza dall’opprimente campana di vetro in cui erano stati costretti.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
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Un western senza cavalli: recensione del documentario su Mauro Mingardi

Recensione di Un western senza cavalli, il documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano sul cineasta amatoriale bolognese Mauro Mingardi.

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Un western senza cavalli

Un western senza cavalli è un documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano sulla vita e sulla carriera di Mauro Mingardi, cineasta amatoriale bolognese particolarmente attivo nella seconda metà dello scorso secolo, venuto a mancare nel 2009. Nel corso della sua lunga carriera, Mingardi si è distinto per il suo cinema artigianale ma ricco di idee e passione, conquistando numerosi premi in festival nazionali e internazionali. Nonostante la stima di illustri colleghi come Roberto Rossellini e la strada spianata per il Centro Sperimentale di Cinematografia, Mauro Mingardi ha scelto di non lasciare mai la sua Bologna e di continuare a realizzare pellicole a budget zero con gli amici di sempre, unicamente per passione e diletto.

Mauro Mingardi, l’ultimo dei primi o forse il primo degli ultimi

Attraverso ricordi, interviste e immagini d’archivio attentamente selezionate dai registi, Un western senza cavalli mette in scena il racconto di una carriera spesa all’insegna della più pura libertà artistica e del più appassionato approccio alla Settima Arte. L’ultimo dei primi, o forse il primo degli ultimi, come amava definirsi lo stesso Mauro Mingardi, ribadendo al tempo stesso sia la propria autorialità sia la propria lontananza dal cinema professionistico, fatto sì con maggiori mezzi economici e produttivi, ma anche con un occhio sempre rivolto ai finanziamenti e al profitto.

Una carriera cominciata quasi per caso, grazie a una cinepresa lasciata a Bologna dalla star hollywoodiana Yvonne De Carlo come pagamento per un rifornimento e poi finita per un fortunato caso proprio nelle mani di Mingardi. Un percorso cinematografico fermatosi per stessa volontà del regista a un passo dal professionismo, ma comunque pieno di premi e soddisfazioni, come il piazzamento davanti a due colonne portanti del cinema italiano come Rossellini e Olmi al Festival di Rapallo del 1970, con il suo Il tempo nel muro.

Il cinema a costo zero di Mauro Mingardi

Dalle immagini e dalle parole di chi ha condiviso le avventure cinematografiche di Mauro, improvvisandosi mostro o indiano nel proprio tempo libero e partecipando a collette per pagare i pochi oggetti scenici, traspare il ritratto di un uomo perdutamente innamorato del cinema, ma anche indissolubilmente legato alla propria terra e ai propri affetti, al punto da rifiutare il grande passo nel cinema dei grandi.

Troppo difficile per Mauro rinunciare alla sua Bologna, a quei campi trasformati in riserve indiane, ai suoi colli resi teatro di sgangherati ma irresistibili duelli, a un cinema fatto in casa e in famiglia, ma capace di rivelare inaspettati punti di forza anche nelle sue più spassose debolezze, come appunto mettere in scena un film western senza uno straccio di cavallo. Più che a un Ed Wood bolognese, ci piace associare la figura di Mauro Mingardi a una versione nostrana del Danny Boodman de La leggenda del pianista sull’oceano, incapace di abbandonare il mare e la nave che l’avevano cresciuto e coccolato per una terraferma sconfinata e ricca di opportunità, ma anche piena di incertezze e difficoltà. Un artista di talento, inventiva e sconfinata conoscenza cinefila, desideroso non della gloria e della fama, ma di soddisfazioni più intime e ristrette, e non per questo meno grandi.

Il ritratto ironico e a tratti commovente di un artista fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato

Il documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano è però anche un viaggio nostalgico e malinconico lungo mezzo secolo di storia italiana (e nello specifico bolognese), durante il quale si percepisce nitidamente il cambiamento di epoca, costumi e paesaggi. Una spensieratezza forse andata perduta con la modernità e il progresso, ma capace di rivivere con la magia del cinema, e in particolare con le pellicole rustiche ma sincere di Mingardi. Davide Rizzo e Marzia Toscano riescono a trovare la giusta alchimia fra narrazione, ironia e riflessione, traendo il meglio dal materiale audiovisivo di Mauro e dalle parole di amici e parenti, onorando fra una lacrima e un sorriso la sua memoria e il suo prezioso lascito cinematografico.

Un western senza cavalli è la lucida e appassionata fotografia di un modo di fare cinema lontano dai riflettori e dai red carpet, ma capace di trasmettere la stessa gioia e di raccontare un pezzo unico e irripetibile della nostra storia. Un ritratto ironico e a tratti commovente di un artista fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, immortalato anche nell’ultima parte della sua vita, con il viso stanco e rugoso, ma anche con la stessa voglia di vivere il cinema e di battere nuove strade narrative.

Mauro Mingardi sosteneva che la morte consiste nel perdere i ricordi. Anche grazie a Un western senza cavalli, possiamo affermare con certezza che il suo ricordo è ancora oggi più vivo che mai, e che i suoi film fatti con due lire e unicamente per divertirsi non verranno spazzati via come lacrime nella pioggia, ma al contrario rimarranno una fonte d’ispirazione per i cineasti del domani e una piacevole visione per gli spettatori più curiosi e volenterosi.

Un western senza cavalli è disponibile in streaming su CGTV.

8/10
Il voto di Marco Paiano
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Holy Hell: recensione del documentario di Will Allen

La recensione di Holy Hell di Will Allen: ventidue anni dentro il Buddhafield raccontati da chi li ha vissuti, un angosciante documentario sul potere della persuasione.

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Holy Hell

Holy Hell è un documentario diretto da Will Allen e prodotto da Jared Leto, che in Italia è stato presentato nel corso del Biografilm Festival 2016 all’interno della sezione Contemporary Lives. Si tratta del primo film diretto da Allen, che nel proprio racconto affronta un’esperienza vissuta in prima persona: l’adesione e la partecipazione per circa 22 anni al Buddhafield, una piccola comunità di Los Angeles basata sull’amore e sull’accettazione, guidata da un carismatico ed enigmatico leader spirituale.

Ventidue anni dentro il Buddhafield

Holy Hell

Attraverso interviste, video d’archivio e altri girati appositamente, Will Allen racconta le vicissitudini dei propri ventidue anni nel Buddhafield (dal 1985 al 2007), mostrando gli effetti salutari che questo culto di gruppo ha portato ai suoi membri, ma anche i risvolti più negativi. Solo dopo tanti anni, infatti, i membri della comunità hanno amaramente scoperto che colui che consideravano una mente illuminata dai benefici poteri psichici era invece un impostore, che si approfittava della propria posizione e del proprio ascendente sugli adepti per fini economici o carnali.

Holy Hell, ovvero traducendo letteralmente Santo Inferno: un titolo ossimorico che diventa una dichiarazione d’intenti, utile per approcciarsi a questo documentario, la cui visione difficilmente lascerà indifferenti. Allen tenta un’operazione particolarmente difficile, ovvero tradurre in immagini e in racconto le sensazioni e i sentimenti di persone (lui compreso) che hanno scoperto di avere vissuto più di due decenni nella menzogna. Persone che tuttavia non rinnegano i momenti felici e le esperienze positive vissute.

Un angosciante documentario sul potere della persuasione

La prima parte del documentario ci mostra le dinamiche e le attività di quella che agli occhi degli spettatori più scettici appare come una setta basata su vaghi concetti new age, i cui membri vivono un’esistenza ovattata e sospesa nel tempo, simile a un lungo trip psichedelico, nonostante la droga non c’entri nulla. Ci si ritrova quasi sfiniti da un’apparentemente interminabile sequenza di ricordi e testimonianze dei membri del culto, che raccontano i propri giorni felici vissuti in gruppo sotto la salda guida del leader Michel, all’insegna della meditazione, della condivisione e della ricerca della vera essenza della vita. I protagonisti spiegano nel dettaglio le pratiche in cui erano coinvolti e gli effetti benefici che tale esperienza ha apportato alle loro vite, ma l’inferno a cui allude il titolo però non tarda ad arrivare con la seconda parte, quando emergono gli abusi e le manipolazioni sulle quali il gruppo era realmente fondato.

Nonostante qualche segmento ripetitivo e dai tempi eccessivamente dilatati, Holy Hell si rivela un documentario riuscito e utile per mettere in luce i meccanismi che, in nome di un culto discutibile e di ideali aleatori, portano persone fragili e sprovvedute a farsi letteralmente rovinare l’esistenza da opportunisti e approfittatori. Un’opera non perfetta e a tratti troppo autoindulgente verso una situazione che il regista ha peraltro vissuto sulla propria pelle, che ha però il pregio di lasciare lo spettatore scosso e afflitto per la consapevolezza che, nonostante il progresso, questi eventi continuano ad accadere ogni giorno, più vicino a noi di quanto possiamo immaginare.

Consigliato dalla redazione
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7/10
Il voto di Marco Paiano
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The Bridge – Il ponte dei suicidi: recensione del documentario di Eric Steel

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The Bridge - Il ponte dei suicidi

The Bridge – Il ponte dei suicidi è un documentario del 2006 diretto da Eric Steel, ispirato a un articolo di Tad Friend pubblicato sul New Yorker. Per l’intero 2004 il regista ha ripreso quasi ininterrottamente il Golden Gate di San Francisco, con più telecamere e da più angolazioni, documentando 23 dei 24 suicidi avvenuti dal ponte in quell’anno. Un’opera che cammina sul sottile confine fra morale e immorale, lontana dalla perfezione sia nel montaggio sia nella conduzione del racconto, ma innegabilmente capace di generare nello spettatore, allo stesso tempo, angoscia e interesse. È doveroso avvertire che il documentario mostra immagini reali di persone che hanno realmente perso la vita: la visione è sconsigliata agli spettatori più sensibili.

The Bridge: il luogo con più suicidi al mondo

Dal giorno della sua inaugurazione, il 27 maggio 1937, si stima che circa 1300 persone si siano tolte la vita gettandosi dal Golden Gate, in media una ogni due settimane: numeri che ne fanno il luogo con la più alta frequenza di suicidi al mondo. Fra le spiegazioni più ricorrenti c’è la barriera di protezione troppo bassa, facilmente scavalcabile, ma è evidente che esista anche una dimensione meno razionale, legata al richiamo simbolico ed emotivo che il luogo esercita: un aspetto su cui il film, ed è forse il suo limite principale, sceglie di non soffermarsi davvero.

Le testimonianze di chi resta

Eric Steel alterna gli ultimi momenti delle vittime a toccanti interviste con amici e familiari, che ne ricostruiscono le personalità e le probabili motivazioni, e raccoglie anche la testimonianza di un sopravvissuto, scampato all’impatto riportando gravi fratture. A stemperare l’angoscia provvedono di tanto in tanto immagini spettacolari del ponte e della natura che lo circonda. Dalle parole dei parenti emerge una generale impressione di inevitabilità, come se le persone coinvolte fossero in qualche modo destinate a quel gesto: ma resta il sospetto che questa, più che la realtà dei fatti, sia la forma che chi rimane dà al proprio dolore per riuscire a conviverci. Toccare ferite così profonde non deve essere stato semplice, e va riconosciuto al regista un approccio non morboso; si poteva però fare di più sul piano dell’analisi psicologica e, soprattutto, nell’indagare il perché dell’attrazione così particolare che il Golden Gate esercita.

Un’opera al confine fra documentazione e voyeurismo

La genesi del film alimenta da sempre il dibattito etico che lo accompagna: per ottenere i permessi di ripresa Steel dichiarò di voler “catturare la potente e spettacolare intersezione fra monumento e natura che avviene ogni giorno sul Golden Gate”, e intervistò i familiari delle vittime senza rivelare di possedere le registrazioni degli ultimi istanti dei loro cari (sostenendo poi che tutti, scoperta la verità, si dissero comunque contenti di aver partecipato). Va però ricordato anche l’altro lato della medaglia: ogni volta che la troupe percepiva l’imminenza di un gesto estremo allertava tempestivamente le autorità, contribuendo durante le riprese a salvare sei persone.

In conclusione, The Bridge è una testimonianza insolita, interessante e molto cruda di uno dei lati più oscuri della psiche umana, quel male di vivere che ancora non siamo riusciti a sconfiggere: un documentario imperfetto e controverso, ma difficile da dimenticare.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
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