The World to Come: recensione del film con Vanessa Kirby

The World to Come: recensione del film con Vanessa Kirby

Nei mesi scorsi si è dibattuto a lungo sul peso delle donne nell’industria cinematografica. Abbiamo analizzato il numero di film diretti dalle donne, abbiamo pesato l’importanza dei ruoli femminili nei racconti e abbiamo cominciato a pretendere una sacrosanta parità di genere in ogni aspetto di piccoli e grandi produzioni. Tutto questo è doveroso e fondamentale, ma si può fare ancora di più. Si può per esempio andare al di là della rappresentazione del maschilismo e dell’oppressione, esplorando le origini e i meccanismi di questa mentalità retrograda che fatichiamo ancora scrollarci di dosso. A farlo è Mona Fastvold con la sua opera seconda The World to Come, presentata nella sezione competitiva di una Venezia 77 particolarmente attenta a questa tematica. Un lavoro basato su Il mondo che verrà di Jim Shepard ed esaltato dalle due protagoniste Vanessa KirbyKatherine Waterston, interpreti formidabili e in rapida ascesa.

Il toccante dramma sentimentale di Mona FastvoldThe World to Come

Ci troviamo nella metà del diciannovesimo secolo, in un territorio rurale di frontiera della East Coast americana. Abigail (Katherine Waterston) vive una vita grigia e senza scopo, succube del marito agricoltore Dyer (Casey Affleck) e indelebilmente segnata dalla recente scomparsa della figlioletta Nellie. A scuotere improvvisamente la sua frustrante realtà è l’arrivo della nuova vicina Tallie (Vanessa Kirby), a sua volta alle prese col marito Finney (Christopher Abbot), possessivo e fervente religioso. Le due cominciano una conoscenza sempre più intensa, che da una parte porta un raggio di sole nelle loro tristi esistenze, ma dall’altra provoca una reazione da parte dei rispettivi mariti. Mentre Abigail e Tallie vivono il loro nascente sentimento, la tensione familiare cresce sempre di più.

Mona Fastvold dirige con invidiabile eleganza un dramma sentimentale destinato a lasciare il segno. Più che a I segreti di Brokeback Mountain (affine a The World to Come soprattutto per l’ambientazione), la regista norvegese pare trarre spunto dal memorabile Carol di Todd Haynes, con il quale condivide l’idea di un amore omosessuale clandestino e soprattutto la sfida alle convenzioni sociali e familiari delle rispettive epoche. Ma al di là delle riconoscibili ispirazioni (da menzionare sicuramente anche Lezioni di piano e Ritratto della giovane in fiamme), The World to Come stupisce per l’abilità nel creare un proprio autonomo  e toccante percorso, fondendo l’eleganza della scenografia e dei costumi con una storia di amore e ribellione, di angoscia ed evasione, di tormento e liberazione, che scava nel profondo.

The World to Come: le straordinarie performance di Vanesa Kirby e Katherine Waterston

The World to Come

La principale forza del lavoro della Fastvold risiede sicuramente nelle performance delle due protagoniste. Katherine Waterston ondeggia in maniera sublime fra la passione e l’incertezza, seguendo l’impetuosità della sua nuova conoscenza ma diventando di fatto anche la voce narrante del racconto, con la lettura di numerose lettere in cui sviscera i propri sentimenti. Vanessa Kirby dal canto suo si conferma una delle attrici del momento, con un’interpretazione che nobilita The World to Come, algida e lasciva allo stesso tempo, imperniata sulla forza dello sguardo e sulla modulazione della sua profonda voce. Se tre indizi fanno una prova, il fatto che l’attrice britannica sia una delle poche star hollywoodiane presenti al Lido, e che possa addirittura contare su due prestazioni come quella per la Fastvold e quella altrettanto apprezzata in Pieces of a Woman, la rendono una delle favorite d’obbligo per l’ambita Coppa Volpi.

La danza emotiva di Abigail e Tallie è dirompente, vibrante, salvifica. Con una narrazione compassata, scandita temporalmente nei mesi e nelle stagioni dalle date sul calendario, le vediamo riempire il vuoto delle loro giornate, prendere coraggio e farsi forza a vicenda, ritrovando la speranza che gli era stata sottratta dalla mortificante mentalità dei loro mariti a abbandonandosi alla più travolgente passione. Casey Affleck continua l’opera di pulizia della sua immagine, sia in qualità di produttore di The World to Come, sia come interprete di un marito che vediamo poco e che non parla quasi mai, ma che quando parla pronuncia frasi aberranti sui diritti e sui doveri di una moglie.

Il vero antagonista dell’opera è sicuramente un mefistofelico Christopher Abbot, che lavora ai fianchi la moglie Tallie, studiando le sue azioni e pianificando la sua reazione. I versetti biblici che cita ossessivamente non fanno che acuire la sua personalità dominatrice e annichilente, e ci ricordano l’altrettanto temibile Reverendo di Guy Pearce in Brimstone, anch’esso presentato al Lido qualche anno fa.

Le pecche di The World to Come

A stonare in una trama che è a suo modo lacerante metafora dei soprusi subiti dalle donne nel corso dei secoli è la direzione che la sceneggiatura di Jim Shepard e Ron Hansen e la regia della Fastvold imprimono alla vicenda. Dove il già citato Brimstone sceglieva la via del confronto aspro e fisico fa oppressori e oppressi, The World to Come opta per la strada della rassegnazione, dando l’idea che la soluzione alla sopraffazione stia nell’equilibrio, nell’immaginazione e nella speranza di una vendetta futura.

Insieme alla colonna sonora a tratti monotona di Daniel Blumberg e a qualche scelta di costumi affrettata (fatichiamo a “sentire” il rigido inverno del posto con i vestiti fin troppo leggeri delle protagoniste), è questo il principale difetto di un’opera che ha tutti i requisiti per conquistare il pubblico e la giuria di Venezia 77. Se vogliamo che il mondo che verrà sia radicalmente diverso da quello che è stato e che è, dobbiamo affrontare il nemico e salvaguardare i nostri diritti, non chinare il capo di fronte alle vessazioni.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

The World to Come convince per la lucida rappresentazione della condizione della donna e per le superlative performance delle due protagoniste. Qualche leggerezza nella rappresentazione e un finale privo di mordente non attenuano la forza di un’opera importante e necessaria.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.