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Tolo Tolo: recensione del film di e con Checco Zalone

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«Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire». Così scriveva George Orwell nel 1945 nel suo saggio La libertà di stampa, sintetizzando in maniera più attuale che mai il senso del giornalismo, della satira e della cultura in generale. Dopo i recenti successi al botteghino, Luca Medici, in arte Checco Zalone, torna al cinema cogliendo pienamente questa lezione, dando vita con Tolo Tolo alla sua opera più impegnata e potenzialmente scomoda, ben camuffata da populismo ma in realtà feroce e pungente nel mettere alla berlina il modo di pensare e di agire dell’italiano medio.

Dopo aver analizzato con sagacia e spirito dissacratore i pregiudizi sulle preferenze sessuali e sulle origini delle persone (Cado dalle nubi), i contrasti religiosi (Che bella giornata), la crisi economica (Sole a catinelle) e i paradossi del mondo del lavoro italiano (Quo vado?), Luca Medici rompe lo storico sodalizio con Gennaro Nunziante e si concentra, per la prima volta anche come regista, sul fenomeno che sta scuotendo dalle fondamenta la nostra società: i flussi migratori dall’Africa e la reazione a essi da parte di una consistente fetta della popolazione, biecamente alimentata da alcune fazioni politiche. Grazie anche alla collaborazione alla sceneggiatura di Paolo Virzì, nasce così l’avventura più ambiziosa, impegnata e per certi versi autoriale di Checco Zalone, che ha richiesto uno sforzo produttivo lungo circa nove mesi, disseminato fra Kenya, Marocco, Malta e diverse città italiane.

Tolo Tolo: la nuova avventura di Checco Zalone
Tolo Tolo

L’autodefinitosi sognatore Pierfrancesco Zalone, detto Checco, si trova in una difficile situazione economica e personale. Fallita la sua attività da ristoratore, pieno di debiti e con due ex mogli alle calcagna, Checco sceglie di abbandonare l’Italia. Trova così lavoro come cameriere in un resort africano, dove conforta gli imprenditori italiani che si lamentano per gli adempimenti economici e burocratici da sostenere e conosce Oumar (Souleymane Sylla), perdutamente innamorato dell’Italia e del cinema italiano. Durante un’uscita con quest’ultimo, Checco viene però coinvolto nell’orrore della guerra. In grave pericolo e privo di punti di riferimento, Checco intraprende insieme a Oumar, all’affascinante Idjaba (Manda Touré) e a suo figlio Doudou (Nassor Said Birya) un viaggio alla ricerca della salvezza, che potrebbe però condurlo proprio nella stessa Italia da cui era fuggito.

Luca Medici si mette di nuovo la maschera di Checco Zalone per incarnare i vizi, le contraddizioni e le bassezze del popolo italiano. Lo vediamo così bramare la sua crema preferita in mezzo alle bombe, pensare solo al suo orticello in mezzo a una catastrofe umanitaria e subire addirittura la fascinazione di Benito Mussolini e del fascismo, che, come la candida, salta fuori nei momenti di caldo e di stress, come dice Checco in una delle battute migliori di Tolo Tolo. Tirato per la giacca dalle più improbabili parti politiche, Medici si smarca così nel modo più semplice e diretto possibile, cioè mettendosi dalla parte dei più deboli e raccontando, con una dovizia di particolari solo parzialmente indorata dalle sue irresistibili gag, l’inferno che ogni giorno vive chi si imbarca in una bagnarola alla ricerca di speranza per sé e per i propri cari.

Tolo Tolo: un’opera fortemente politica

Con Tolo Tolo, Medici mette in scena un’opera prima coraggiosa e fortemente politica, correndo il rischio di alienarsi una consistente fetta del proprio pubblico (ricordiamo che attualmente, secondo i sondaggi, circa la metà degli italiani appoggia leader o partiti politici che hanno fra i propri “ideali” quello di lasciare morire in mare dei disperati) ma rimanendo fedele alla propria idea di cinema leggero e popolare. Anche se mancano le risate a crepapelle di Quo vado? (tuttora il miglior film con Zalone protagonista), Medici attinge nuovamente al suo sconfinato repertorio fatto di sgrammaticature, di sketch incentrati sulla sua fisicità e soprattutto degli istinti più bassi dell’italiano medio.

Oltre ai già citati echi mussoliniani, con tanto di imitazione del mento prominente del Duce, non mancano richiami alla rivalità fra Italia e Francia (condita dai classici richiami alla Gioconda e alla testata di Zinedine Zidane a Marco Materazzi), alla superficialità dei media e alla macchinosa burocrazia italiana, elementi in cui chiunque può facilmente rivedersi. Ma Medici stavolta ne ha davvero per tutti. Oltre alle inevitabili punzecchiature alla destra, non si contano infatti le sbertucciate alle più disparate fazioni politiche e sociali.

A uscirne con le ossa rotte sono così sia i cosiddetti movimenti dal basso, simboleggiati dal personaggio dell’ottimo Gianni D’Addario, protagonista di un’inarrestabile scalata che lo porta dalla nullafacenza alla presidenza della Commissione europea, passando per la poltrona del ministero degli Esteri e quella di Presidente del Consiglio, sia coloro che dovrebbero essere più attenti ai bisogni degli ultimi.

Tolo Tolo e le critiche all’intellighenzia nostrana

Fra i bersagli delle gag più riuscite e taglienti di Tolo Tolo ci sono gli intellettuali (che da una battuta qualunquista di Checco tirano fuori addirittura un libro), un certo tipo di giornalismo, più interessato all’immagine e ai like su Instagram che alla documentazione della verità e anche la sinistra, rappresentata da uno spassoso e autoironico cameo di Nichi Vendola, incentrato sulla tendenza dei partiti di questo ramo del Parlamento a concentrarsi più sulla filosofia spicciola che sulla concretezza. Medici non risparmia poi neanche gli stessi immigrati, bersaglio di alcune battute apparentemente dure e ammiccanti nei confronti dei ruspisti, che, come sempre nel cinema di Zalone, sono invece il soggetto della gag.

Il coraggio di Medici nel fare un cinema alla portata di tutti ma mai completamente conciliante, accogliente ma allo stesso tempo graffiante, e la sua voglia di fondere la tradizione della commedia italiana con scene oniriche, momenti musical, contaminazioni cartoonesche e addirittura passaggi da war movie, fanno chiudere più che volentieri un occhio su ciò che invece funziona meno bene in Tolo Tolo. Non ci riferiamo tanto alla comicità meno travolgente rispetto ad altre opere, quanto piuttosto ad alcune incoerenze della sceneggiatura (la voce narrante presa e abbandonata), il mancato approfondimento di alcuni personaggi secondari e un finale chiaramente influenzato dalla cronaca recente, tanto sorprendente nell’economia del racconto quanto abborracciato nella sua resa scenica. Lacune che non cancellano la sensazione di essere non soltanto davanti al migliore attore comico italiano degli ultimi 10 anni, ma anche e soprattutto di fronte a un regista decisamente promettente.

Questi siamo noi

Tolo Tolo

Ricollegandoci alla citazione iniziale di Orwell, possiamo affermare che Tolo Tolo sia il lavoro più libero di Checco Zalone, quello in cui la statura del suo personaggio gli permette di essere più netto e deciso mentre guarda gli italiani e dice “Questi siamo noi”. Dalle spassose canzoni, che come sempre costituiscono la spina dorsale delle avventure di Zalone, alle reazioni grottesche dei personaggi di fronte al dramma, passando per la lucida rappresentazione della realtà di chi scappa dalla guerra e per le velate critiche all’intellighenzia nostrana, in Tolo Tolo c’è materiale per risate a volontà, ma anche tutto il necessario per infastidire o fare infuriare un pubblico che non vuole sentire un argomento scomodo: ciò che egli o ella è. E siamo sicuri che il primo a farsi grasse risate su alcune reazioni isteriche da parte di pubblico e addetti ai lavori sarà proprio Luca Medici.

Tolo Tolo arriverà nelle sale l’1 gennaio, distribuito da Medusa.

Overall
7.5/10

Verdetto

Al suo esordio dietro alla macchina da presa, Luca Medici realizza un’opera non priva di difetti dal punto di vista strutturale, ma encomiabile per il suo lavoro di spassosa analisi e gioiosa critica alla società italiana.

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Marcello mio: recensione del film con Chiara Mastroianni

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Marcello mio

Siamo al cospetto di un’opera junghiana, di riappropriazione e sostituzione, scambio di persona, interpretazione e seduzione. Non esiste complessità senza complesso, forse di Elettra – chi può dirlo – come non esiste Chiara senza Mastroianni in questa veste un po’ Victor Victoria, un po’ Tootsie, che gioca con sé stessa, con il suo volto e la sua vita per sfidare in un certo senso il vuoto, l’assenza del padre e la sua eredità che vive sul suo volto, ogni giorno. In questo spazio tra filiazione e identità, dimora il film di Christophe Honoré Marcello mio, che vive delle interpretazioni di Catherine Deneuve, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud, Fabrice Luchini, che qui sono interpreti dei propri ricordi, come la stessa Mastroianni.

Dopo uno spot pubblicitario in cui incarna Anita Ekberg e incita Marcello a entrare nella fontana con lei, e le critiche da parte della regista Nicole Garcia, che con lei progettava di girare un film (“ti vorrei più Mastroianni che Deneuve!”), Chiara sceglie di vestire i panni cinefili del padre Marcello con molta ironia e un pizzico di nostalgia. Non c’è imitazione o provocazione, ma più una rinascita in questo ritratto poetico familiare che è Marcello Mio. Non si sfugge dalla verità e da quella suggestione visiva che lega Chiara Mastroianni e suo padre Marcello, una suggestione evocativa come un’eco che rimbalza da uno strapiombo all’altro, e come tale torna a noi non come una voce piena, ma come un sussurro lontano, un vagito ancestrale, un suono mnemonico e affine, che ci riporta in un contesto di verosimiglianza che è l’essenza di questo progetto.

Marcello mio: un carosello di ombre e di fantasmi

È il verosimile a fare da traino a quest’opera, il verosimile in tutte le sue interpretazioni: Chiara Mastroianni abita il suo corpo conoscendone ogni limite, ogni sfumatura, ogni inclinazione, sbecco, malizia, analogia, spigoli e voluttà e ne ridesta anche le sottili e spesse similitudini, come l’acqua che lambisce la fontana di Saint-Sulpice, è lei a lambire i confini tra il suo corpo, il suo volto e quello di sua madre, Catherine Deneuve e suo padre Marcello Mastroianni, e ridisegna i confini, sfrangiando e plasmando il suo corpo in virtù di un’interpretazione, la sua, in cui Chiara smette di somigliare e comincia a essere qualcuno che una volta abitava il mondo come il suo specchio umano.

Adesso è lei specchio e corpo, anima e sentimento, adesso è lei che prende il corpo di suo padre e se ne serve non attraverso il racconto di un uomo, ma soprattutto alla luce delle sue più celebri interpretazioni, e come un gioco di rimandi e di specchi va ad abitare uno spazio inclito e scivoloso, in cui l’attore è sempre presente, come l’artista in quanto tale. Il corpo dell’attore è un corpo che viene scelto, manipolato, sedotto e sedimentato nei tempi della recitazione e del ciak del regista, mentre questo corpo, il corpo di Chiara/Marcello è always on, non ha momenti di stop, di interruzione o di fermo, è sempre in scena, non ha nessuno che la dirige ma è lei a farlo, dirige se stessa in un’interpretazione ingombrante, faticosa e anche dolorosa.

Un’opera bellissima e cinefila

Chiara Mastroianni si divide e si rifrange come una danza, un musical, in un carosello di ombre e di fantasmi, in cui la sua silhouette cambia forma e postura a seconda di ciò che sceglie di rievocare, da Ferdinando Cefalù in Divorzio all’italiana, a Guido Anselmi in , o Antonio Magnano ne Il bell’Antonio o Marcello Rubini de La dolce vita, o Pippo Botticella/Fred in Ginger e Fred. Un’opera bellissima e cinefila, sentimentale ed esistenziale, in cui Chiara, quasi preda di una crisi d’identità, risponde alla rifrazione con la nudità, si cerca attraverso il padre, e grazie alla sua figura cerca una sintesi e un fil rouge tra ciò che rappresenta come figlia e ciò che resiste come donna, ed è la sua vita a mettersi in scena, attraverso proiezioni, manipolazioni e seduzioni.

Marcello mio è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Dove vedere Marcello mio in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Christophe Honoré firma un’opera bellissima e cinefila, cucita su misura di Chiara Mastroianni e della sua storia familiare.

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Furiosa: A Mad Max Saga, recensione del film con Anya Taylor-Joy

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Furiosa: A Mad Max Saga

Dopo la rivoluzione di Mad Max: Fury Road, George Miller torna al franchise a cui è indissolubilmente intrecciata la sua carriera con Furiosa: A Mad Max Saga, prequel del film precedente incentrato sul personaggio che fu di Charlize Theron prima di essere riassegnato ad Anya Taylor-Joy. Lo fa con una vera e propria origin story, che mostra nel dettaglio la crescita, l’evoluzione e gli eventi capaci di segnare nel profondo l’animo di Furiosa, eroina coraggiosa e indomabile che abbiamo ammirato al fianco di Max Rockatansky. Un’opera meno incendiaria e rivoluzionaria rispetto al precedente capitolo, ma capace comunque di espandere il desolato universo postapocalittico di George Miller con una riuscita storia di rivincita e vendetta.

Facciamo la conoscenza della giovane Furiosa (Alyla Browne), che viene rapita dalla sua casa nel Luogo Verde delle Molte Madri da un pericoloso gruppo di motociclisti. La disperata madre, Mary Jo Bassa, si mette alla ricerca della piccola, raggiungendo l’accampamento dei motociclisti, guidati dal Signore della Guerra Dementus (Chris Hemsworth). Il tentativo di liberazione non va però a buon fine, e Furiosa è costretta ad assistere alla tortura e all’esecuzione della madre, rimanendo prigioniera di Dementus. Quest’ultimo inizia però una turbolenta collaborazione con il leader della vicina Cittadella, Immortan Joe, che chiede e ottiene la proprietà della bambina, per farla diventare una delle sue mogli. Incontriamo nuovamente Furiosa da adulta (Anya Taylor-Joy), travestita da uomo per sfuggire ai pericoli della Cittadella e determinata a ottenere indipendenza e riscatto.

Furiosa: A Mad Max Saga, la origin story di un’eroina in cerca di vendetta

Furiosa: A Mad Max Saga

Furiosa: A Mad Max Saga è un film opposto a Mad Max: Fury Road per diversi motivi. Non siamo solo di fronte a un prequel volto a completare una storia già brillantemente raccontata, ma a una produzione che, pur rimanendo fedele ai canoni e alla mitologia del franchise, ha un respiro diverso. Il minimalismo narrativo del precedessore lascia spazio a un film molto più scritto, nonostante le pochissime battute della Furiosa adulta. Il racconto per immagini è molto più limitato, come la cura per le scenografie e per i dettagli visivi, in nome di numerosi dialoghi fra le varie figure maschili che circondano la protagonista. Fra queste, spicca indubbiamente Dementus, che Chris Hemsworth caratterizza in pericoloso equilibrio fra il suo caricaturale Thor e una folle ferocia, che riesce però a trasmettere solo a tratti.

Con il passare dei minuti e con l’ingresso in scena del Praetorian Jack di Tom Burke, emergono inoltre alcune scelte problematiche di scrittura. In Mad Max: Fury Road e anche nel lungo prologo di Furiosa: A Mad Max Saga (Anya Taylor-Joy entra in scena dopo un’ora), Furiosa è una persona determinata e pienamente autosufficiente, che ha dentro di sé le risorse per superare qualsiasi pericolo di questo mondo sinistro e desertico. Nonostante ciò, George Miller indugia in un contraddittorio rapporto fra mentore e allieva, schivando brillantemente la trappola sentimentale ma facendo allo stesso tempo compiere un passo indietro non necessario a Furiosa, che coincide con il segmento meno riuscito del film.

Un frangente che mette anche in evidenza i limiti della scelta di Anya Taylor-Joy, che dimostra impegno e notevole dedizione alla causa, ma fatica a scrollarsi di dosso la sua naturale eleganza, del tutto assente nella belluina Furiosa di Charlize Theron.

Furiosa: A Mad Max Saga e il western

Furiosa: A Mad Max Saga

Fra suggestivi richiami alla storia del franchise (su tutti il breve campo lunghissimo di Max Rockatansky, unica fugace apparizione del personaggio ed evidente collegamento all’incipit di Mad Max: Fury Road), Furiosa: A Mad Max Saga trova infine la propria strada, che inevitabilmente passa per l’azione e per l’inseguimento. L’imponente messa in scena quasi esclusivamente analogica del film del 2015 lascia in questo caso spazio a qualche inserto in CGI di troppo, che da una parte ha indubbiamente facilitato la realizzazione di quest’opera, ma dall’altra stona se messo a paragone con il superlativo e adrenalinico lavoro svolto in precedenza. Un compromesso che comunque non impedisce a George Miller di dare vita a un action di altissima qualità, in cui si forgia definitivamente il carattere della protagonista.

Mentre Mad Max: Fury Road si riconnetteva direttamente alle origini del western e ai suoi archetipi, con un lungo inseguimento che ricordava Ombre rosse di John Ford, Furiosa: A Mad Max Saga guarda più alla vendetta al centro del cinema di Sergio Leone, in particolare al suo monumentale C’era una volta il West. Un cambiamento di prospettiva accompagnato da uno stile visivo molto più convenzionale e meno esagerato, che fonde l’immaginario postapocalittico con un utilizzo degli scenari desertici capace di attingere tanto all’imponenza di Ben-Hur quanto alle sfumature più inquietanti e magnetiche dei recenti di Dune di Denis Villeneuve.

Un poderoso climax conclusivo

Furiosa: A Mad Max Saga

Nel climax emotivo conclusivo, Furiosa: A Mad Max Saga trova finalmente la propria ragion d’essere, superando qualche perplessità narrativa e riconnettendosi con la ferocia alla base di Mad Max: Fury Road, in un crescendo di tensione e violenza. Un epilogo in cui curiosamente la storia di questo franchise ricalca nuovamente quello di Star Wars: entrambe queste saghe hanno infatti goduto di un vero e proprio reboot realizzato nello stesso anno (Mad Max: Fury Road poteva addirittura contare su un villain con una maschera e con evidenti problemi respiratori) e su un prequel pensato per scandagliare in profondità determinati personaggi e specifici avvenimenti; esattamente come Rogue One: A Star Wars Story si riallacciava millimetricamente al primo Guerre stellari, Furiosa: A Mad Max Saga si chiude con un perfetto collegamento al precedente lavoro di George Miller, capace di dare nuove sfumature di senso al percorso della protagonista.

Parallelismi e contaminazioni che non penalizzano questa nuova sontuosa opera di George Miller, che sconta solo il pesantissimo confronto con la dirompente forza di Mad Max: Fury Road, anche in termini di ricezione e aspettative. Un film talmente importante e debordante da traboccare anche qui, trasmettendo la sensazione che spesso i suoi vuoti siano ancora più suggestivi ed efficaci delle storie che li hanno riempiti in Furiosa: A Mad Max Saga.

Furiosa: A Mad Max Saga è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Furiosa: A Mad Max Saga in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

George Miller firma un prequel più convenzionale e meno travolgente dell’inarrivabile Mad Max: Fury Road, che trova però la propria strada nell’impetuoso climax conclusivo.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

Dove vedere Io e il Secco in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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