Too Hot to Handle Too Hot to Handle

Netflix

Too Hot to Handle: recensione del reality show Netflix

Pubblicato

il

In questi giorni di reclusione, ci sono un’infinità di visioni perfette per passare il tempo. Potete recuperare le migliori uscite della stagione passata, buttarvi su una delle svariate serie televisive delle principali piattaforme di streaming o recuperare grande classici del passato. Scorrendo il catalogo Netflix, può inoltre capitarvi di vedere il titolo che nel momento in cui scriviamo è al primo posto nella classifica dei più visti: Too Hot to Handle. Con una rapida occhiata, potreste bollare questo reality come l’apoteosi del trash e dirigervi su altri lidi. Non fatelo: Too Hot to Handle è molto peggio di quello che potreste immaginarvi, e proprio per questo non dovete perdervelo.

Lo scenario di questo reality non è diverso da tanti altri: 10 bellissimi e bellissime costretti a una convivenza forzata in una location esotica per un periodo più o meno lungo, al termine del quale il vincitore metterà le mani su un sostanzioso premio in denaro. A fare la differenza sono due dettagli: la scelta dei concorrenti e ciò che dovranno fare (o meglio, non fare) durante il loro soggiorno.

Ci troviamo davanti a 10 aitanti e illetterati ragazzi, che hanno un unico scopo nella vita, cioè fare sesso più volte possibile e con la maggiore varietà concepibile di partner. Dopo le presentazioni, seguite nel giro di poche ore da un bacio e da un accoppiamento evitato per un pelo, ai partecipanti viene comunicato il regolamento di Too Hot to Handle. A questi depravati erotomani, inseriti nel loro habitat ideale, sono proibiti i baci e qualsiasi tipo di contatto sessuale, compreso l’autoerotismo, pena l’abbassamento del montepremi di 100.000 dollari, in proporzione alla tentazione a cui si cede. Per un semplice bacio saranno scalati dal totale 3.000 dollari, mentre per un rapporto sessuale completo si può arrivare fino a 20.000.

Too Hot to Handle: l’apoteosi del trash

Too Hot to Handle

A dirigere le operazioni ci sono l’intelligenza artificiale sotto forma di cono Lana, che comunica ai concorrenti le violazioni al regolamento come una sorta di Alexa moralizzatrice, e la voce narrante di Desiree Burch, che non mancherà di fare ripetuti spoiler nei momenti chiave delle puntate, togliendovi così qualsiasi possibilità di sorpresa. Non mancano inoltre alcuni workshop, disseminati in maniera uniforme nel corso degli 8 episodi che compongono la prima stagione di Too Hot to Handle. Si passa con invidiabile disinvoltura dall’utilizzo di corde per legare il partner, alla scrittura sul corpo di un altro concorrente dei peggiori insulti che gli sono stati rivolti, in modo da restituire l’idea della nuova persona che uscirà dallo show, passando per il migliore di tutti, cioè il seminario attraverso il quale le ragazze si riconnettono con la loro yoni, ovvero la loro vagina, osservandola attentamente con lo specchio e disegnandola.

Il risultato, come avrete capito, è eccezionale. Non tanto per la dinamica di gioco, che dovrebbe portare o alla totale astensione sessuale o al suo esatto contrario, cioè una libertà sessuale pressoché totale scaturita da un montepremi tutto sommato modesto (la sensazione è che alcuni dei partecipanti siano in grado di guadagnare cifre paragonabili solo con qualche post su Instagram), quanto piuttosto per i personaggi in campo e per come essi interagiscono fra di loro e con le paternali di Lana. Tanto per cominciare, i protagonisti, che provengono da diverse nazioni a lingua inglese, sono tutti in corsa per il titolo mondiale dell’ignoranza. In confronto a molti di loro, anche il vostro collega che “Te lo dico io, il Coronavirus è un complotto per impoverirci dei poteri forti, della Cina e della Spectre” vi sembrerà un redivivo Stephen Hawking, in grado di migliorare con poche rivelazioni la vostra esistenza.

Gli esilaranti dialoghi

Too Hot to Handle

«Ciao.»
«Ciao.»
«Vorrei chiamarti Bambi.»
«Bambi muore?»
«Credo muoia sua madre.»
«Già.»

Questo dialogo fra due dei partecipanti è solo uno dei tanti momenti surreali a cui assisterete durante Too Hot to Handle. Momenti che potrebbero certamente essere stati costruiti a tavolino, ma che in assenza di una solida base di cafonaggine metterebbe i protagonisti dello show allo stesso livello di Meryl Streep e Laurence Olivier per qualità recitative. Dove invece la produzione si fa più invadente, e involontariamente esilarante, è nei continui richiami moralizzatori ai partecipanti. C’è del sadismo nel liberare dei giovani atletici in pieno esubero ormonale costringendoli a scendere a patti con la loro sessualità, ma è ancora più perverso assistere a spassose prediche che invitano i protagonisti a prendere il gioco come una ricerca dei sentimenti veri e della connessione mentale con un’altra persona, colpevolizzando i non pochi partecipanti che cedono comprensibilmente alla libido.

Fra gli stessi personaggi di Too Hot to Handle si creano diverse fazioni. C’è quella dei parsimoniosi, capitana da Kelechi “Kelz” Dyke, che riesce anche a resistere alle esplicite avance sessuali della più provocante ragazza del gruppo, ricordando pragmaticamente che “secondo un amico” ad Amsterdam per 3000 dollari si può fare molto di meglio. Fra questi c’è anche uno dei più bizzarri personaggi del gruppo, Matthew Smith, soprannominato simpaticamente Gesù per i suoi lunghi capelli e il suo aspetto saggio. Per tutta la durata della sua partecipazione allo show, lo vediamo invitare i suoi compagni all’astensione sessuale, per poi sorprenderlo ad approcciare le concorrenti con battute raggelanti, che finiscono per mettere in fuga da lui tutta la popolazione di sesso femminile presente nel resort.

Too Hot to Handle: fra erotomani e British gentlemen

A regalare i momenti migliori è invece il gruppo dei peccatori, rappresentato soprattutto dall’australiano Harry Jowsey e dalla canadese (con origini italiane) Francesca Farago. Riusciamo quasi a percepire la loro fatica nel tenersi addosso le mutande e la loro insofferenza alla salvaguardia del montepremi, che fosse per loro andrebbe in negativo dopo pochi giorni. Ma ancora più buffe sono le loro patetiche confessioni alla telecamera, con la quale simulano la nascita di un sentimento e un cambiamento interiore, nella speranza di conquistare un ingresso nella suite privata o uno stop temporaneo alle regole, due delle ricompense offerte dall’onnipresente Lana. Dall’altro lato della barricata troviamo i due afroamericani Rhonda Paul e Sharron Townsend, trasformatisi nel giro di pochi giorni da libidinosi satiri a profeti dell’illibatezza, perdendo di conseguenza in naturalezza.

Ai margini di un gruppo sorprendentemente ben assortito si muovono anche figure paradossali come i due britannici Chloe Veitch, che manifesta continuamente la sua volontà di accoppiarsi con qualsiasi esponente di sesso maschile, salvo poi ritrarsi ogni volta per motivazioni non particolarmente convincenti, e David Birtwistle, auto-dichiaratosi British gentleman. In un gruppo di persone prive di ritegno e di qualsiasi tipo di freno inibitorio, lo vediamo addirittura farsi da parte per amicizia da un triangolo amoroso e mostrare i pochi segnali di umanità nello show, stando di volta in volta vicino ai suoi compagni in difficoltà e bisognosi di un supporto psicologico.

Fra gli ingressi in corso d’opera, ci piace ricordare quello del californiano Bryce Hirschberg. Capitano di una barca su cui vive a Marina del Rey, pessimo pianista e sedicente formidabile amatore, capace di fare sesso con una donna diversa ogni giorno. Finirà per andare clamorosamente in bianco, come un qualsiasi sedicenne brufoloso.

Too Hot to Handle sposta più in alto l’asticella del cattivo gusto

Too Hot to Handle

Il proverbiale puritanesimo americano si riflette prevedibilmente nelle scelte di regia. Nonostante il materiale a disposizione, non vedrete né scene di sesso esplicito, né nudità più vistose di quelle concesse da reggiseni e slip di due taglie inferiori a quanto necessario. Essendo però Too Hot to Handle un reality che, a differenza di molti altri, ha nel sesso non il proprio fine, ma un vero e proprio motore della narrazione, non mancano i racconti su quanto avvenuto sotto le coperte. Fra fellatio notturne estemporanee e desideri da realizzare (“Quanto costa il sesso anale?“, si chiede candidamente Francesca in un momento chiave del gioco), nulla o quasi viene lasciato all’immaginazione.

Fra dialoghi senza senso, repentini cambi di idea, discorsi motivazionali durante i mini seminari new age e dichiarazioni di maturazione interiore seguite da richieste di footjob, arriviamo alla ciliegina sulla torta, cioè il finale, con l’agognata assegnazione del residuo del montepremi. Un finale a metà fra la mancanza di materiale umano da premiare e un attacco di follia da parte della produzione, che non vi anticipiamo per non togliervi il gusto della sorpresa e per farvi assaporare meglio la malcelata collera delle persone coinvolte.

Cala così il sipario su una pietra miliare del trash televisivo, che pur spostando più in alto l’asticella del cattivo gusto rimane sorprendentemente coerente con se stesso, rivelandosi una visione ottimale per chi non ha solo bisogno di staccare col cervello, ma desidera riporlo nello sgabuzzino per 8 agghiaccianti episodi e lasciarsi colpire, senza la minima difesa, da un puro e consapevole attacco ai propri neuroni.

Overall
2/10

Verdetto

Anche se abbiamo l’abitudine di dare i voti a ciò che vediamo, siamo consapevoli che non si può dare un voto all’amore, in questo caso all’amore per il trash assoluto. Assegniamo quindi a Too Hot to Handle un voto puramente simbolico, cioè il 2, nella speranza di vedere al più presto una stagione numero 2 di questo memorabile show.

Pubblicità

In evidenza

Scoop: recensione del film Netflix con Gillian Anderson

Pubblicato

il

Scoop

L’intervista concessa dal duca di York Andrea alla BBC, incentrata sulla sua amicizia con il famigerato Jeffrey Epstein e sul suo possibile coinvolgimento in reati sessuali, è stata indubbiamente uno spartiacque per la famiglia reale britannica. Non tanto per le conseguenze sullo stesso Andrea (a cui la madre Elisabetta ha revocato il titolo di Altezza Reale e i gradi militari), ma perché ha evidenziato lo scollamento totale fra la percezione della corona e l’opinione pubblica, già messa a dura prova dai ripetuti scandali. Una vicenda brillantemente messa in scena in Scoop, film Netflix di Philip Martin con Gillian Anderson, Billie Piper, Keeley Hawes e Rufus Sewell.

Un duello dalle sfumature western (come esplicitamente detto durante il film) fra due istituzioni britanniche, accomunate dagli stessi problemi nella comunicazione. Da una parte la BBC, legata a un giornalismo tradizionale e in difficoltà a mantenere il passo della concorrenza sui vari media; dall’altra la famiglia reale e nello specifico Andrea, intenzionato a riprendere il controllo della narrazione nel maldestro tentativo di ripulirsi l’immagine. Sulla base di Scoops: The BBC’s Most Shocking Interviews from Prince Andrew to Steven Seagal di Sam McAlister, viviamo così la genesi di questa storica intervista, fortemente cercata da lei stessa in qualità di produttrice (impersonata da Billie Piper) e sagacemente condotta da Emily Maitlis (Gillian Anderson, strepitosa come sempre).

Con il passare dei minuti, assistiamo allo sgretolamento delle certezze di Andrea (un mimetico Rufus Sewell) e della sua segretaria personale Amanda Thirsk (Keeley Hawes), incapaci di cogliere l’inefficacia della loro strategia comunicativa su una vicenda a dir poco sinistra, che coinvolge diverse ragazze minorenni all’epoca dei fatti.

Scoop: l’intervista al principe Andrea fra grande giornalismo e pessima comunicazione

Billie Piper in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se l’intervista è ricostruita con dovizia di particolari (le parole ovviamente, ma anche le luci, la scenografia, la postura dei corpi), il cuore di Scoop è rappresentato dal giornalismo. Un giornalismo messo sempre più in crisi dai social, che portano i lettori a diventare parte attiva dell’inchiesta e del dibattito (come sottolinea la stessa Sam McAlister), ma anche e soprattutto dall’aderenza a dinamiche dell’informazione ormai irrimediabilmente superate, responsabili di un progressivo allontanamento da ciò che oggi percepiamo come notizia o utile spunto di approfondimento. Una dinamica che si riflette sulle persone responsabili delle comunicazioni istituzionali, a loro volta legate a protocolli troppo rigidi e a una percezione distorta dei cittadini e del loro spirito critico.

Anche se in prima linea ci sono Andrea ed Emily Maitlis, lo scontro alla base di Scoop è soprattutto fra chi osserva i duellanti da dietro le quinte, ovvero Sam McAlister e Amanda Thirsk. Due donne che non mancano di sottolineare la loro stima reciproca, ma che per la loro diversa sensibilità sulla gestione di questo straordinario evento mediatico finiscono per trovarsi ai lati opposti della storia. Nell’ombra c’è poi una terza figura, cioè la Regina Elisabetta, sempre presente nonostante non sia mai in scena. Una presenza che aleggia sia sulla BBC, che teme una sua ingerenza sull’intervista, sia su Andrea, che al contrario si muove con disinvoltura eccessiva e fatale per il suo percorso all’interno della famiglia reale.

L’autogol della corona britannica

Gillian Anderson in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se ormai siamo abituati alle catastrofi comunicative, grazie soprattutto al notevole contributo alla causa delle istituzioni italiane, non si può che restare esterrefatti davanti a Scoop. Come è possibile che nessuno fra Andrea e il suo staff abbia compreso l’insostenibilità di una strategia basata sulla totale negazione di fatti ampiamente documentati da foto e testimonianze dirette? Perché durante le varie sessioni di prova per l”intervista (anch’esse mostrate nel film) non si è intervenuto sulla postura del duca di York, sul suo evidente imbarazzo e sulla sua mimica facciale, già da sola in grado di comunicare colpevolezza e disagio? Perché anche davanti all’evidenza nessuno dello staff della più celebre casa reale del pianeta è stato in grado di riconoscere un plateale boomerang a livello comunicativo?

Domande che al di là degli inevitabili capri espiatori sono destinate a rimanere senza risposta, ma testimoniano la differenza di velocità fra un’informazione in rapidissima evoluzione e un apparato politico, diplomatico e istituzionale semplicemente incapace di reggere il passo. Philip Martin, non a caso già alla regia di alcuni episodi di The Crown, riesce a trasformare in pregevole racconto questa dinamica, avvalendosi della sceneggiatura calibrata alla perfezione di Samantha McAlister, Peter Moffat e Geoff Bussetil e di interpreti formidabili, capaci di rendere elementi narrativi e comunicativi i silenzi, le esitazioni, gli sguardi e i più piccoli movimenti del corpo. Il risultato è una sorta di incidente stradale al rallentatore della famiglia reale, ancora più sconcertante perché avvenuto nella più totale trasparenza giornalistica e senza rilevanti scorrettezze da parte della BBC.

Scoop: l’essenza della notizia

Scoop si inserisce nella scia di opere come Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere, Frost/Nixon e Il caso Spotlight, ricordandoci il ruolo del giornalismo come da cane da guardia del potere e l’essenza della notizia, cioè tutto ciò che per qualcuno non deve essere raccontato. Lo fa con un racconto compatto e inappuntabile dal punto di vista tecnico, che per una volta non ha bisogno di atti coraggiosi o di artifici retorici, ma si limita a mostrare con lucidità e chiarezza la mediocrità di certi uomini di potere, talmente sicuri di se stessi da non accorgersi neanche dei loro atti più autodistruttivi.

Scoop è disponibile dal 5 aprile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

La storica intervista al principe Andrea rivive in un film Netflix dalla scrittura intelligente e dal formidabile comparto attoriale, in un inno al buon giornalismo e alla comunicazione efficace.

Continua a leggere

In evidenza

Ripley: recensione della serie Netflix con Andrew Scott

Pubblicato

il

Ripley

Fin dalla sua nascita letteraria dalla penna di Patricia Highsmith nel 1955, il personaggio di Tom Ripley ha tracimato nel cinema e nella televisione. Lo ha fatto già nel 1956, con un episodio della serie Westinghouse Studio One, poi nel 1960 in Delitto in pieno sole di René Clément (in cui il celebre assassino è interpretato da Alain Delon) e soprattutto ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, film del 1999 con Matt Damon nel ruolo di Ripley e Jude Law in quello di Dickie Greenleaf, capace di trarre il massimo beneficio dalle location italiane e dalle sfumature più torbide del racconto. Un successo tale da stimolare anche l’adattamento di altri libri della serie di Patricia Highsmith ne Il gioco di Ripley di Liliana Cavani e Il ritorno di Mr. Ripley di Roger Spottiswoode, non altrettanto validi.

Arriviamo dunque al presente e nello specifico a Ripley, nuova miniserie Netflix in 8 episodi ideata da Steven Zaillian (sceneggiatore vincitore dell’Oscar per Schindler’s List – La lista di Schindler e autore degli script di altre opere come Gangs of New York, American Gangster e The Irishman) e con protagonista Andrew Scott nella parte dell’iconico assassino. Un progetto che arriva sulla scia di un rinnovato interesse per il crime (vero e fittizio) e del successo di Saltburn di Emerald Fennell, che in molti hanno associato alla parabola delittuosa di Ripley. Uno show dal notevole impatto visivo, girato in un elegante bianco e nero e in una riuscita commistione fra dialoghi in inglese e in italiano (apprezzabile da chi fruisce della serie in lingua originale), con il contributo di interpreti nostrani del calibro di Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley: l’assassino nato dalla penna di Patricia Highsmith rivive nella nuova serie Netflix

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Ci troviamo negli anni ’60, quando il truffaldino newyorkese Tom Ripley viene ingaggiato col compito di riportare a casa Dickie Greenleaf (Johnny Flynn), giovane rampollo che sta sfogando le sue velleità artistiche in una lussuosa villa sulla costiera amalfitana, in compagnia di Marge Sherwood (Dakota Fanning). Una volta giunto sul posto, Ripley scopre la bellezza di vivere nella comodità e nello sfarzo, per giunta a spese di altri. Nel tentativo di prolungare questo stato di grazia, l’uomo stringe un rapporto sempre più malsano e ossessivo con Dickie, che sfocia nel sangue. Ha così inizio una lunga serie di imbrogli, inganni e delitti, disseminati in diverse località italiane.

Steven Zaillian aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma, che non si limita all’esaltazione degli scenari italiani, ma abbraccia la musica nostrana e la scenografia degli interni, fondamentale per alcuni snodi narrativi. Il risultato è spiazzante, soprattutto se paragonato alla fluidità e alla compattezza dell’adattamento di Minghella. La macchiettistica Italia da cartolina del film del 1999 (evidente in scene come l’esecuzione di Tu vuò fà l’americano in compagnia di Fiorello) lascia spazio a una rappresentazione altrettanto artificiosa, che spazia fra il neorealismo e le atmosfere felliniane. Questo all’interno di una cornice narrativa ipertrofica, che dilata a dismisura scene e dialoghi alla ricerca della suspense hitchcockiana, con risultati non sempre all’altezza delle ambizioni.

L’estetica di Ripley

Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Allo stesso tempo, l’ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell’abisso. Un ritratto umano ancora più disturbante in quanto in marcato contrasto con la bellezza che lo circonda, impreziosita dalla suadente voce di Mina e dalla bellezza e genuinità dell’Italia degli anni ’60, fermata nel tempo dalla fotografia in bianco e nero di Robert Elswit, fedele collaboratore di Paul Thomas Anderson e premiato con l’Oscar per il suo lavoro ne Il petroliere.

Nonostante gli sforzi e il pregevole lavoro sull’oggettistica e sulle opere d’arte (evidente il parallelo fra Tom e il Caravaggio da lui amato), Ripley cade nello stesso problema comune a gran parte della serialità recente, ovvero la mancanza di sintesi e di coesione, resa possibile dallo spazio illimitato garantito dallo streaming. La diluizione della discesa agli inferi del protagonista non porta a un maggiore spessore ma anzi ne limita l’efficacia, appesantendo inutilmente il racconto. In questo senso è ancora una volta impietoso il paragone con Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, capace di racchiudere l’intero arco narrativo in 139 minuti e con l’aggiunta dell’apporto di Jude Law, molto più carismatico di Johnny Flynn nella parte di Dickie Greenleaf.

L’importanza della sintesi

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

«Non leggi un romanzo in due ore. Ci vogliono otto ore, dieci ore, dodici ore – e ho sentito che avrei cercato di creare il ritmo e la bellezza della narrazione di quel libro in questa forma», ha dichiarato Steven Zaillian a margine di una proiezione di Ripley a New York. Parole rispettabili e figlie di un maestro della scrittura, che entrano però in contrasto con l’arte del racconto audiovisivo, capace di condensare in immagini decine di pagine. Pur apprezzando la cura e la ricerca estetica di questo nuovo adattamento, decisamente superiore alla media della serialità moderna, resta la sensazione che un maggiore controllo in fase di scrittura avrebbe probabilmente giovato a un racconto comunque suggestivo e avvolgente, ma non sempre avvincente.

Ripley è disponibile su Netflix dal 4 aprile.

Continua a leggere

In evidenza

The Beautiful Game: recensione del film con Bill Nighy e Valeria Golino

Pubblicato

il

The Beautiful Game

Il cinema ha più volte affrontato il potere salvifico dello sport e in particolare del calcio, capace di dare a chiunque una seconda possibilità e di trasformare nel giro di poco tempo un gruppo di sconosciuti in una famiglia, in cui ogni elemento è disposto a sacrificarsi per il bene della squadra. Fuga per la vittoria, Sognando Beckham, i progetti italiani di Matti per il calcio e il recentissimo Chi segna vince hanno saputo raccontare tutto questo, con storie e registri diversi, facendo del calcio un’appassionante metafora del riscatto e della rivincita. Una dinamica in cui si inserisce perfettamente The Beautiful Game, nuovo film originale Netflix liberamente ispirato al progetto Homeless World Cup, che da oltre 20 anni organizza un vero e proprio mondiale fra nazionali composte interamente da calciatori senzatetto.

La cineasta britannica Thea Sharrock (Io prima di te, L’unico e insuperabile Ivan) dirige un’opera tutt’altro che perfetta ma comunque importante, che evidenzia come lo sport possa aiutare a superare barriere sociali, culturali ed economiche. Al centro della vicenda c’è la nazionale senzatetto inglese, impegnata nei preparativi per la nuova edizione della Homeless World Cup ospitata da Roma. Per rinforzare la squadra, il carismatico e abilissimo osservatore Mal (Bill Nighy) mette gli occhi su Vinny (Micheal Ward), talento cristallino e irrequieto. Pur riluttante, quest’ultimo accetta di prendere parte alla manifestazione e vola a Roma (che in realtà non ha mai ospitato l’evento) insieme al resto della squadra, composta da un’umanità variegata e tormentata. Seguiamo così la fase finale di un torneo tanto bizzarro quanto combattuto, condotto con sicurezza e comprensione da Gabriella (Valeria Golino), fra imprevisti e colpi di scena.

The Beautiful Game: rivincita e riscatto nella Homeless World Cup

The Beautiful Game

La Homeless World Cup era già stata raccontata nel film sudcoreano Dream, anch’esso disponibile su Netflix, ma in questo caso la regista e lo sceneggiatore Frank Cottrell Boyce hanno la valida intuizione di allargare lo spettro del racconto a elementi delle altre nazionali della competizione, pur mettendo sempre al centro dei riflettori la squadra inglese. Scelta che permette a The Beautiful Game di toccare diverse tematiche (le molestie, i conflitti bellici) e di raccontare tante storie incastonate nella storia principale del torneo, come del resto avviene nella realtà durante i veri mondiali di calcio, ineguagliabili incroci di culture diverse e delle più disparate parabole esistenziali e sportive.

Siamo nel campo del cinema sportivo più popolare possibile, in un progetto nato anche e soprattutto per porre l’attenzione su questa lodevole competizione sportiva, che nel corso degli anni ha aiutato centinaia di atleti o aspiranti tali a credere di nuovo in se stessi e a rilanciare le loro vite. Questo porta inevitabilmente ad alcune semplificazioni narrative, nonché a messaggi importanti e condivisibili affrontati in modo eccessivamente didascalico. Il dolore dei calciatori è solo sfiorato e assistiamo a un prevedibile trionfo dei buoni sentimenti, dell’inclusività e del fair play, nella cornice della solita Roma da cartolina, con tanto di gita alla Fontana di Trevi.

L’importante non è vincere ma partecipare

L’importante non è vincere ma partecipare, e The Beautiful Game coglie pienamente questo spirito, creando empatia nei confronti dei tanti piccoli traguardi da raggiungere per le varie nazionali e dando vita a una storia di sport tutt’altro che scontata nello svolgimento e nella conclusione, grazie anche alla possibilità del “prestito” di un giocatore eliminato per le squadra che avanzano nel torneo. Il livello amatoriale della competizione e il campo di dimensioni ridotte consentono inoltre a The Beautiful Game di essere abbastanza credibile dal punto di vista tecnico e agonistico, pur con qualche comprensibile forzatura e con l’inevitabile enfasi su alcuni virtuosismi dei protagonisti.

A fare la differenza, fuori dal campo, è il solito strepitoso Bill Nighy, che come ha dimostrato in I Love Radio Rock è semplicemente perfetto nella parte dello strambo leader di un gruppo di strambi, capace di mantenere sempre eleganza e aplomb. Il suo Mal è in delicato equilibrio fra commedia e dramma, fra grinta e rimpianto, ma è purtroppo appesantito da una sottotrama vagamente sentimentale con il personaggio di Valeria Golino, che nulla aggiunge al potere edificante di questa storia di vita e sport.

The Beautiful Game: il potere salvifico del calcio

The Beautiful Game

The Beautiful Game scivola comunque senza intoppi o particolari guizzi verso un epilogo non scontato, che ha il merito di trasformare un intero torneo di perdenti in un gruppo di persone vincenti e protagoniste, almeno per un giorno. Mentre sui titoli di coda scorrono immagini e risultati della vera Homeless World Cup, risuona così il qualunquista e ipocrita adagio «Ma sono solo 22 scemi che corrono dietro a un pallone», mai come in questo caso falso e irrispettoso nei confronti di chi, anche solo per una volta, ha cercato di dimenticare sfortuna e problemi attraverso il calcio.

The Beautiful Game è disponibile dal 29 marzo su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Thea Sharrock firma un film sportivo non esente da difetti e ingenuità, sorretto dal solito spumeggiante Bill Nighy e dallo spirito della vera Homeless World Cup, che nel corso degli anni ha dato sollievo e conforto a centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo.

Continua a leggere
Pubblicità

    Copyright © 2024 Lost in Cinema.