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Un altro Ferragosto: recensione del film di Paolo Virzì
«Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto», dice Valeria Bruni Tedeschi in una delle scene chiave de Il capitale umano, amara riflessione di Paolo Virzì su una nazione in macerie sia dal punto di vista economico che da quello morale. Un epitaffio che sembra attraversare anche Un altro Ferragosto, film con cui il regista livornese riprende a distanza di 28 anni la storia e i personaggi di Ferie d’agosto, il suo primo grande successo di critica e di pubblico. Un sequel con cui Virzì (anche sceneggiatore insieme al fratello Carlo e al sodale Francesco Bruni) trasforma la malinconia in vera e propria tragedia, unica possibile compagna di viaggio per personaggi senza presente e senza futuro, ancorati tristemente a un irripetibile passato.
Il tempo scorre inesorabile su Ventotene, sulla famiglia Molino e su quella dei Mazzalupi. Nella stessa isola dove Sandro (Silvio Orlando) scoprì la sua imminente paternità dalla compagna Cecilia (Laura Morante), i Molino si ritrovano per stringersi attorno all’ex giornalista (affetto da un male incurabile), in un’ultima vacanza fortemente voluta proprio dal figlio Altiero (Andrea Carpenzano), giovane e ricco imprenditore digitale. L’isola però è in fermento per il matrimonio della popolare content creator Sabrina Mazzalupi (Anna Ferraioli Ravel) con il fidanzato Cesare (Vinicio Marchioni), che ha aderenze con il nuovo potere politico di estrema destra.
Non ci sono più Ruggero Mazzalupi e il cognato Marcello (scomparsi come i loro compianti interpreti Ennio Fantastichini e Piero Natoli), ma ritroviamo Marisa (Sabrina Ferilli) e tante vecchie conoscenze, insieme alle new entry Pierluigi Nardi Masciulli (Christian De Sica) e Daniela (Emanuela Fanelli), protagoniste di un nuovo confronto fra due fette inconciliabili di Italia.
Un altro Ferragosto: un amaro e desolante ritratto dell’Italia di oggi

Fin dall’incipit, in cui ascoltiamo una sorta di remix delle battute più celebri di Ferie d’agosto, Paolo Virzì intesse un amaro e profondo dialogo fra questo sequel e il suo film del 1996, capace di intercettare in tempo reale le fratture dell’Italia berlusconiana, l’affermazione del più mediocre e fiero qualunquismo e la conseguente crisi della sinistra. L’incontro-scontro di 28 anni fa aleggia continuamente sul racconto insieme ai suoi personaggi che non ci sono più, evocati da un toccante montaggio e dalle fotografie in bella vista sul comodino. Una mestizia acuita dal personaggio di Sandro, stanco nel fisico e nella mente ma ancora aggrappato a un ultimo gesto di resistenza politica e intellettuale, ovvero tramandare la memoria delle persone confinate a Ventotene dal regime fascista attraverso una lettera da inviare alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Intorno a lui un’Italia sempre più misera, simboleggiata dagli emissari di un nuovo potere che si finge presentabile, dalla venerazione per una influencer in ambito cosmetico e da un progressismo a cui non rimane che piangere sul latte versato dai rottamatori e dall’antipolitica. Con la sua proverbiale lucidità, Paolo Virzì non risparmia bordate a nessuno, tratteggiando con spietata sincerità personaggi che nel migliore dei casi ottengono pessimi risultati con le più nobili intenzioni. È questo il caso di Altiero Molino, simbolo dell’inclusività (è sposato con il modello Noah) ma incapace di difenderlo dall’omofobia, emblema dei nuovi giovani ricchi ma ironicamente vittima dell’incomunicabilità col padre, nonostante abbia ottenuto successo e ricchezza proprio con la commercializzazione di un’app di messaggistica.
Molto più di un sequel

Un altro Ferragosto riprende alcune dinamiche di Ferie d’agosto, come gli inevitabili scontri dialettici e politici fra Molino e Mazzalupi. Dove c’erano dibattito e ardore sono però rimaste solo la finta pacifica convivenza “fra italiani”, le sterili polemiche sui radical chic e le altrettanto inutili prese di posizione sull’esibita ignoranza della controparte. Un azzeramento della riflessione e dell’approfondimento, ben sintetizzato proprio da Sandro, che dopo una vita come giornalista de L’Unità pubblica pensieri e analisi sui social (in una negazione del lavoro giornalistico e critico) finendo pure per litigare in pubblica piazza con il suo migliore amico, concedendosi solo qualche volo con la fantasia verso un lontano passato, in cui sogna di confrontarsi con Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann e Sandro Pertini sul mesto destino dell’Italia.
All’acuta analisi sociologica, Paolo Virzì affianca un’altrettanto appassionata analisi sul tempo che passa, mutando scenari, mode e costumi ma lasciando paradossalmente intatti i personaggi e le tipologie umane che rappresentano. Scopriamo così che Cecilia è ancora affetta da una sindrome di Peter Pan sentimentale, che Marisa è ancora alla ricerca di una passione travolgente e totalizzante, soltanto idealizzata 28 anni prima, e che Sabrina non ha mai superato l’amore adolescenziale raccontato in Ferie d’agosto. Intorno a loro cineforum sbiaditi e poco partecipati, forze dell’ordine svogliate e conniventi e personaggi gattopardeschi come quello di Christian De Sica, che da comico di razza sa incarnare anche la più profonda tragedia, dando vita a una delle prove più riuscite e intense della sua carriera.
Un altro Ferragosto: un altro memorabile film di Paolo Virzì

Confinati a loro volta in una piccola isola turistica che sa trasformarsi in prigione esistenziale, i protagonisti di Un altro Ferragosto vanno incontro al loro destino, in parabole discendenti e mai appaganti, precipitando verso un finale sospeso come il mondo contemporaneo, in balia degli eventi e a un passo dal baratro. Con il passare dei minuti emerge così l’enigmatico personaggio di Emanuela Fanelli, che in uno dei pochi momenti di sincerità propone una riflessione apocalittica sul futuro dell’umanità. Un capovolgimento del precedente film di Paolo Virzì Siccità, ambientato in uno scenario distopico ma impreziosito da un finale colmo di speranza.
Ferie d’agosto è ancora oggi una lungimirante e precisa analisi della società italiana e della sua involuzione successiva agli eventi narrati. Con Un altro Ferragosto, Paolo Virzì si spinge ancora oltre, dipingendo uno scenario desolante, fra vite spezzate, matrimoni tossici e famiglie lacerate, con i pochi spunti di felicità che arrivano dal passato e da pochi fugaci scampoli di follia. Non ci resta che augurarci di parlare di un Virzì meno perspicace del solito ed eccessivamente pessimista quando rivedremo questo splendido film fra 28 anni.
Un altro Ferragosto è disponibile dal 7 marzo nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.







