Un mercoledì da leoni: recensione del film di John Milius

Un mercoledì da leoni: recensione del film di John Milius

Tre amici, una tavola da surf e quattro grandi mareggiate, che corrispondono ad altrettante stagioni della vita. Questa la semplice ricetta alla base di Un mercoledì da leoni, capolavoro di John Milius. Un’opera densa, appassionata, struggente, in cui il regista americano, autoproclamatosi “l’anarchico zen”, riversa letteralmente tutto se stesso e tutta la sua gioventù, passata a cavalcare le onde californiane, prima di fare la storia di Hollywood non solo alla regia (suoi Il vento e il leone e Conan il barbaro), ma anche come sceneggiatore, grazie alla sua firma sugli script dei memorabili Corvo rosso non avrai il mio scalpo e Apocalypse Now.

Un racconto personale e allo stesso tempo universale, in cui chiunque può facilmente rivedersi, ma che nonostante ciò ha faticato a guadagnare la considerazione di cui gode attualmente da parte del pubblico e della critica. Celebre in proposito la scommessa fra Milius e gli amici George Lucas e Steven Spielberg, che, convinti delle potenzialità di Un mercoledì da leoni al botteghino, accettarono di scambiare con lui una piccola percentuale dei profitti della sua opera con quelli dei loro Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Pessimo affare per i due, che scambiarono una quota dei clamorosi incassi dei loro lavori con una molto più esigua del flop commerciale di Milius, che invece ammise candidamente di aver pagato le spese del suo divorzio con i proventi di questo azzardo, pur conservando il rammarico per l’insuccesso.

Un mercoledì da leoni: il capolavoro di John Milius

Un mercoledì da leoni

Troppo spesso ridotto a mero “film sul surf”, Un mercoledì da leoni non è soltanto il più fulgido inno a questo meraviglioso sport, ma è anche e soprattutto uno dei più toccanti inni all’amicizia virile mai visti sul grande schermo. La narrazione è scandita da 4 grandi mareggiate che colpirono la California, nel 1962, 1965, 1968 e 1974. In questo lungo lasso di tempo, seguiamo le avventure del folle Leroy (Gary Busey), del serioso Jack (William Katt) e dell’estroso ma inaffidabile Matt (Jan-Michael Vincent), i re incontrastati della spiaggia e delle onde, che corrono a cavalcare ogni volta che possono, con le tavole da surf preparate dall’imperscrutabile Bear (Sam Melville). L’oceano è il collante della loro amicizia e quelle due colonne che attraversano ripetutamente per raggiungere l’acqua sono l’ideale confine fra il loro eterno spirito fanciullesco e avventuroso e quel mondo che cambia inesorabilmente intorno a loro.

Incontriamo Matt, Jack e Leroy da ragazzi, impegnati in party goliardici che sembrano usciti da Animal House (in sala nello stesso 1978 di Un mercoledì da leoni), li seguiamo nelle prime difficoltà della vita, come una gravidanza inattesa che mette Matt di fronte alle responsabilità, e viviamo con loro il dramma per eccellenza di un’intera generazione americana: quel Vietnam che se non si riesce a evitare con qualche stratagemma, cambia per sempre la vita di chi è costretto ad affrontarlo.

Un malinconico inno all’amicizia e al surf

Milius concentra tutti i suoi virtuosismi nelle riprese fra le onde, donandoci le migliori scene di surf mai girate. Sentiamo il mare infrangersi sui corpi dei protagonisti e viviamo i loro brividi con delle indimenticabili inquadrature acquatiche, percorrendo addirittura dalla loro prospettiva quella sorta di tunnel d’acqua che si restringe progressivamente, pronto a inghiottire i surfisti non all’altezza della situazione. Ma se possibile, Milius si supera quando lavora di sottrazione, raccontando i sentimenti dei protagonisti non con le parole, ma con gli sguardi e i gesti.

Quest’uomo burbero e reazionario (ricordiamo che il personaggio di Walter Sobchak ne Il grande Lebowski è basato proprio su John Milius) riesce a toccare corde del cuore che in pochissimi sanno trovare, mettendo in scena quella ritrosia mista a orgoglio che impedisce a molte persone di esprimere verbalmente i loro sentimenti. Accade così che Jack colpisca con un pugno il fraterno amico Matt, per fargli capire il suo sdegno per l’incidente automobilistico da lui procurato, che gli amici salutino lo stesso Jack prima della sua partenza per il Vietnam con abbracci calorosi, invece che con commoventi discorsi di commiato, e che sempre quest’ultimo, al ritorno dopo la leva, abbia come prima tappa la spiaggia e una nuova cavalcata sulle onde con gli amici, e solo in un secondo momento decida di fare visita alla ragazza che ha lasciato partendo per il fronte.

Un mercoledì da leoni: la nostalgia secondo Milius

Un mercoledì da leoni

In tutte queste situazioni, le parole sono ridotte al minimo indispensabile, perché a parlare è un codice inesprimibile verbalmente, che può però facilmente essere compreso da chiunque abbia sofferto per un amico perduto e ritrovato, da coloro che si sono ritrovati a crescere prima del previsto e da tutti gli adulti che conoscono la nostalgia per gli spensierati tempi della loro giovinezza. Un invito a fare correre le tavole da surf diventa così un “mi sei mancato”, la morte di un comune amico si trasforma nell’occasione per ricordare e condividere i timori per il futuro, un’esortazione a brindare si traduce in una misurata richiesta di riconciliazione e quel “fatevi vedere, capito?” conclusivo non è altro che un disperato e forse vano invito a non perdersi di nuovo di vista.

Milius riesce a fotografare un’epoca e a inserirsi perfettamente nel filone della nostalgia lanciato pochi anni prima dall’amico George Lucas con American Graffiti, e lo fa sbattendoci continuamente in faccia il suo modo di vedere il mondo, certamente opinabile ma indiscutibilmente personale: tutto ciò che conta avviene in mare, tutto il resto è vissuto, soprattutto dal fenomeno del gruppo Matt, quasi come una distrazione dalle imprese acquatiche.

Ed è qui che il legame fra Un mercoledì da leoni e John Milius diventa indissolubile, e addirittura profetico sul resto della carriera del regista. Un uomo che ha visto fallire miseramente al botteghino la sua opera più personale (meno di 5 milioni di dollari l’incasso totale di Un mercoledì da leoni, nonostante l’imperitura adorazione da parte dei cinefili e dalla comunità dei surfisti), e che da quel momento si è visto progressivamente escludere da Hollywood, nonostante la sua abilità più unica che rara nel cesellare i personaggi e le loro storie.

Bear e John Milius

A commuovere è soprattutto il parallelo fra Milius e Bear, il personaggio più chiaramente autobiografico di Un mercoledì da leoni. Proprio come l’impenetrabile costruttore di tavole, Milius è il leader carismatico del gruppo, nonché un uomo che ha perso tutto proprio per la sua fedeltà al suo personale punto di vista. L’uomo che ha saputo regalare a Steven Spielberg la scena chiave del suo Lo squalo (il monologo di Robert Shaw è scritto da lui), consegnare alla storia il Clint Eastwood di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (suo quel leggendario Go ahead, make my day) e servire a Francis Ford Coppola la partitura perfetta per il suo Apocalypse Now, è stato gradualmente messo ai margini dell’industria, a causa del suo carattere difficile, delle sue idee reazionarie e dei successivi Conan il barbaro e Alba rossa, peccati mortali in un ambiente sempre più progressista.

Ma sia Bear che Milius hanno un’ancora a cui aggrapparsi in ogni situazione, cioè le loro storie. Quelle fra le onde, che il personaggio di Sam Melville scruta in attesa di quella epocale mareggiata, e quelle su pellicola, che Milius ha continuato a tessere anche lontano dalla macchina da presa (Caccia a Ottobre Rosso, la serie Roma). «Io sono l’uomo delle pulizie», dice Bear schernendosi nelle battute conclusive di Un mercoledì da leoni. Ed è con questo spirito che ci immaginiamo Milius, reduce dal declino della sua carriera e da un tremendo ictus che ne ha danneggiato le capacità verbali, ma ancora in attesa della sua personale grande mareggiata, cioè quella sceneggiatura di Genghis Khan che, nonostante tutto e tutti, sta continuando a scrivere e rielaborare. L’ultima onda che desidera ardentemente domare della sua carriera.

Jan-Michael Vincent dentro e fuori da Un mercoledì da leoni

E a proposito di vita che imita l’arte, che a sua volta imita la vita, è doveroso spendere qualche parola anche su Jan-Michael Vincent e sul suo personaggio, quello più turbolento e irrisolto di Un mercoledì da leoni. Anche in questo caso, la realtà ha avuto un cinico senso dell’umorismo, conducendo Vincent verso un cammino autodistruttivo ancora peggiore di quello di Matt. Prima della sua morte, avvenuta lo scorso anno, Jan-Michael Vincent ha toccato il cielo con un dito, arrivando a guadagnare 40.000 dollari per ogni episodio di Airwolf, poi ha vissuto il declino, accelerato dallo smodato consumo di droghe e alcool.

La cronaca dei suoi ultimi anni di vita e le sue ultime immagini sono impietose: un incidente che gli ha compromesso la voce e tre vertebre, due infezioni che lo hanno portato all’amputazione di una gamba e lo spreco di una fortuna economica, che lo ha condotto a un debito di decine di migliaia di dollari col fisco. Ma a non indebolirsi minimamente nei nostri cuori è il suo Matt, che vede progressivamente sfuggire la gloria e si trova costretto ad accettare di avere fatto epoca e di dover lasciare andare una parte di sé e dei suoi ricordi.

«Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente», dice Bear a Matt in Un mercoledì da leoni. Scontato pensare che quando John Milius e Jan-Michael Vincent hanno avuto torto, avrebbero davvero avuto bisogno di un buon amico.

Il finale di Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni

A lanciare Un mercoledì da leoni nell’Olimpo del cinema della Nuova Hollywood è proprio il suo commovente finale, che racchiude l’intero senso del racconto. Quella grande mareggiata auspicata per anni da Bear arriva, e con lei la prova finale per Jack, Matt e Leroy. Quando vediamo Matt attraversare di nuovo quelle colonne, che separano la vita reale da quella ideale, le difficoltà dalle avventure, sappiamo già che, come nella primissima scena, accanto a lui e sotto il vigile sguardo di Bear ci saranno i due amici di sempre, pronti a chiudere idealmente un cerchio. Ma il significato della mareggiata del 1974 non è meramente sportivo.

I nostri, e soprattutto l’ex dominatore del surf Matt, escono dalle onde acciaccati, costretti ad ammettere che la loro epoca è finita, per fare spazio ai nuovi fenomeni come Gerry Lopez (che interpreta se stesso) o alle nuove leve, simboleggiate dal ragazzo che si congratula per il suo virtuosismo con lo stesso Matt, ricevendo in dono la tavola da lui usata per la sua performance.

Quei giganteschi cavalloni non sono altro che una metafora dei momenti più difficili della vita, che possono travolgerci e buttarci a terra, ma anche farci superare anni di frasi non dette, di rancori mai sopiti e di sentimenti repressi, portandoci ad accettare il sostegno e l’affetto delle persone che per noi contano veramente. Le musiche di Basil Poledouris suggellano il momento, passando dai toni epici delle riprese acquatiche a venature malinconiche, per l’ultimo abbraccio fra i protagonisti.

Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente

Un mercoledì da leoni

Il loro percorso è finito, e non ci resta che lasciarli attraversare per l’ultima volta le colonne, con quelle sgangherate assi di legno che incorniciano una sorta di portale fra passione e realtà. Per Matt, Jack e Leroy è arrivato il momento di abbandonare i sogni e affrontare una nuova fase della loro esistenza, consapevoli che una parte di loro rimarrà sempre su quella spiaggia, in attesa che le onde tornino ad alzarsi.

– A cosa devo brindare?
– Solo ai tuoi amici. Agli amici di allora, di oggi e di sempre.

Un mercoledì da leoni

Valutazione
10/10

Verdetto

Con Un mercoledì da leoni, John Milius realizza il capolavoro della sua carriera. Un nostalgico inno all’amicizia e al surf che attraversa due decenni di storia americana, di fronte al quale è difficile non commuoversi.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.