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Un mercoledì da leoni: recensione del film di John Milius

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Tre amici, una tavola da surf e quattro grandi mareggiate, che corrispondono ad altrettante stagioni della vita. Questa la semplice ricetta alla base di Un mercoledì da leoni, capolavoro di John Milius. Un’opera densa, appassionata, struggente, in cui il regista americano, autoproclamatosi “l’anarchico zen”, riversa letteralmente tutto se stesso e tutta la sua gioventù, passata a cavalcare le onde californiane, prima di fare la storia di Hollywood non solo alla regia (suoi Il vento e il leone e Conan il barbaro), ma anche come sceneggiatore, grazie alla sua firma sugli script dei memorabili Corvo rosso non avrai il mio scalpo e Apocalypse Now.

Un racconto personale e allo stesso tempo universale, in cui chiunque può facilmente rivedersi, ma che nonostante ciò ha faticato a guadagnare la considerazione di cui gode attualmente da parte del pubblico e della critica. Celebre in proposito la scommessa fra Milius e gli amici George Lucas e Steven Spielberg, che, convinti delle potenzialità di Un mercoledì da leoni al botteghino, accettarono di scambiare con lui una piccola percentuale dei profitti della sua opera con quelli dei loro Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Pessimo affare per i due, che scambiarono una quota dei clamorosi incassi dei loro lavori con una molto più esigua del flop commerciale di Milius, che invece ammise candidamente di aver pagato le spese del suo divorzio con i proventi di questo azzardo, pur conservando il rammarico per l’insuccesso.

Un mercoledì da leoni: il capolavoro di John Milius

Un mercoledì da leoni

Troppo spesso ridotto a mero “film sul surf”, Un mercoledì da leoni non è soltanto il più fulgido inno a questo meraviglioso sport, ma è anche e soprattutto uno dei più toccanti inni all’amicizia virile mai visti sul grande schermo. La narrazione è scandita da 4 grandi mareggiate che colpirono la California, nel 1962, 1965, 1968 e 1974. In questo lungo lasso di tempo, seguiamo le avventure del folle Leroy (Gary Busey), del serioso Jack (William Katt) e dell’estroso ma inaffidabile Matt (Jan-Michael Vincent), i re incontrastati della spiaggia e delle onde, che corrono a cavalcare ogni volta che possono, con le tavole da surf preparate dall’imperscrutabile Bear (Sam Melville). L’oceano è il collante della loro amicizia e quelle due colonne che attraversano ripetutamente per raggiungere l’acqua sono l’ideale confine fra il loro eterno spirito fanciullesco e avventuroso e quel mondo che cambia inesorabilmente intorno a loro.

Incontriamo Matt, Jack e Leroy da ragazzi, impegnati in party goliardici che sembrano usciti da Animal House (in sala nello stesso 1978 di Un mercoledì da leoni), li seguiamo nelle prime difficoltà della vita, come una gravidanza inattesa che mette Matt di fronte alle responsabilità, e viviamo con loro il dramma per eccellenza di un’intera generazione americana: quel Vietnam che se non si riesce a evitare con qualche stratagemma, cambia per sempre la vita di chi è costretto ad affrontarlo.

Un malinconico inno all’amicizia e al surf

Milius concentra tutti i suoi virtuosismi nelle riprese fra le onde, donandoci le migliori scene di surf mai girate. Sentiamo il mare infrangersi sui corpi dei protagonisti e viviamo i loro brividi con delle indimenticabili inquadrature acquatiche, percorrendo addirittura dalla loro prospettiva quella sorta di tunnel d’acqua che si restringe progressivamente, pronto a inghiottire i surfisti non all’altezza della situazione. Ma se possibile, Milius si supera quando lavora di sottrazione, raccontando i sentimenti dei protagonisti non con le parole, ma con gli sguardi e i gesti.

Quest’uomo burbero e reazionario (ricordiamo che il personaggio di Walter Sobchak ne Il grande Lebowski è basato proprio su John Milius) riesce a toccare corde del cuore che in pochissimi sanno trovare, mettendo in scena quella ritrosia mista a orgoglio che impedisce a molte persone di esprimere verbalmente i loro sentimenti. Accade così che Jack colpisca con un pugno il fraterno amico Matt, per fargli capire il suo sdegno per l’incidente automobilistico da lui procurato, che gli amici salutino lo stesso Jack prima della sua partenza per il Vietnam con abbracci calorosi, invece che con commoventi discorsi di commiato, e che sempre quest’ultimo, al ritorno dopo la leva, abbia come prima tappa la spiaggia e una nuova cavalcata sulle onde con gli amici, e solo in un secondo momento decida di fare visita alla ragazza che ha lasciato partendo per il fronte.

Un mercoledì da leoni: la nostalgia secondo Milius

Un mercoledì da leoni

In tutte queste situazioni, le parole sono ridotte al minimo indispensabile, perché a parlare è un codice inesprimibile verbalmente, che può però facilmente essere compreso da chiunque abbia sofferto per un amico perduto e ritrovato, da coloro che si sono ritrovati a crescere prima del previsto e da tutti gli adulti che conoscono la nostalgia per gli spensierati tempi della loro giovinezza. Un invito a fare correre le tavole da surf diventa così un “mi sei mancato”, la morte di un comune amico si trasforma nell’occasione per ricordare e condividere i timori per il futuro, un’esortazione a brindare si traduce in una misurata richiesta di riconciliazione e quel “fatevi vedere, capito?” conclusivo non è altro che un disperato e forse vano invito a non perdersi di nuovo di vista.

Milius riesce a fotografare un’epoca e a inserirsi perfettamente nel filone della nostalgia lanciato pochi anni prima dall’amico George Lucas con American Graffiti, e lo fa sbattendoci continuamente in faccia il suo modo di vedere il mondo, certamente opinabile ma indiscutibilmente personale: tutto ciò che conta avviene in mare, tutto il resto è vissuto, soprattutto dal fenomeno del gruppo Matt, quasi come una distrazione dalle imprese acquatiche.

Ed è qui che il legame fra Un mercoledì da leoni e John Milius diventa indissolubile, e addirittura profetico sul resto della carriera del regista. Un uomo che ha visto fallire miseramente al botteghino la sua opera più personale (meno di 5 milioni di dollari l’incasso totale di Un mercoledì da leoni, nonostante l’imperitura adorazione da parte dei cinefili e dalla comunità dei surfisti), e che da quel momento si è visto progressivamente escludere da Hollywood, nonostante la sua abilità più unica che rara nel cesellare i personaggi e le loro storie.

Bear e John Milius

A commuovere è soprattutto il parallelo fra Milius e Bear, il personaggio più chiaramente autobiografico di Un mercoledì da leoni. Proprio come l’impenetrabile costruttore di tavole, Milius è il leader carismatico del gruppo, nonché un uomo che ha perso tutto proprio per la sua fedeltà al suo personale punto di vista. L’uomo che ha saputo regalare a Steven Spielberg la scena chiave del suo Lo squalo (il monologo di Robert Shaw è scritto da lui), consegnare alla storia il Clint Eastwood di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (suo quel leggendario Go ahead, make my day) e servire a Francis Ford Coppola la partitura perfetta per il suo Apocalypse Now, è stato gradualmente messo ai margini dell’industria, a causa del suo carattere difficile, delle sue idee reazionarie e dei successivi Conan il barbaro e Alba rossa, peccati mortali in un ambiente sempre più progressista.

Ma sia Bear che Milius hanno un’ancora a cui aggrapparsi in ogni situazione, cioè le loro storie. Quelle fra le onde, che il personaggio di Sam Melville scruta in attesa di quella epocale mareggiata, e quelle su pellicola, che Milius ha continuato a tessere anche lontano dalla macchina da presa (Caccia a Ottobre Rosso, la serie Roma). «Io sono l’uomo delle pulizie», dice Bear schernendosi nelle battute conclusive di Un mercoledì da leoni. Ed è con questo spirito che ci immaginiamo Milius, reduce dal declino della sua carriera e da un tremendo ictus che ne ha danneggiato le capacità verbali, ma ancora in attesa della sua personale grande mareggiata, cioè quella sceneggiatura di Genghis Khan che, nonostante tutto e tutti, sta continuando a scrivere e rielaborare. L’ultima onda che desidera ardentemente domare della sua carriera.

Jan-Michael Vincent dentro e fuori da Un mercoledì da leoni

E a proposito di vita che imita l’arte, che a sua volta imita la vita, è doveroso spendere qualche parola anche su Jan-Michael Vincent e sul suo personaggio, quello più turbolento e irrisolto di Un mercoledì da leoni. Anche in questo caso, la realtà ha avuto un cinico senso dell’umorismo, conducendo Vincent verso un cammino autodistruttivo ancora peggiore di quello di Matt. Prima della sua morte, avvenuta lo scorso anno, Jan-Michael Vincent ha toccato il cielo con un dito, arrivando a guadagnare 40.000 dollari per ogni episodio di Airwolf, poi ha vissuto il declino, accelerato dallo smodato consumo di droghe e alcool.

La cronaca dei suoi ultimi anni di vita e le sue ultime immagini sono impietose: un incidente che gli ha compromesso la voce e tre vertebre, due infezioni che lo hanno portato all’amputazione di una gamba e lo spreco di una fortuna economica, che lo ha condotto a un debito di decine di migliaia di dollari col fisco. Ma a non indebolirsi minimamente nei nostri cuori è il suo Matt, che vede progressivamente sfuggire la gloria e si trova costretto ad accettare di avere fatto epoca e di dover lasciare andare una parte di sé e dei suoi ricordi.

«Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente», dice Bear a Matt in Un mercoledì da leoni. Scontato pensare che quando John Milius e Jan-Michael Vincent hanno avuto torto, avrebbero davvero avuto bisogno di un buon amico.

Il finale di Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni

A lanciare Un mercoledì da leoni nell’Olimpo del cinema della Nuova Hollywood è proprio il suo commovente finale, che racchiude l’intero senso del racconto. Quella grande mareggiata auspicata per anni da Bear arriva, e con lei la prova finale per Jack, Matt e Leroy. Quando vediamo Matt attraversare di nuovo quelle colonne, che separano la vita reale da quella ideale, le difficoltà dalle avventure, sappiamo già che, come nella primissima scena, accanto a lui e sotto il vigile sguardo di Bear ci saranno i due amici di sempre, pronti a chiudere idealmente un cerchio. Ma il significato della mareggiata del 1974 non è meramente sportivo.

I nostri, e soprattutto l’ex dominatore del surf Matt, escono dalle onde acciaccati, costretti ad ammettere che la loro epoca è finita, per fare spazio ai nuovi fenomeni come Gerry Lopez (che interpreta se stesso) o alle nuove leve, simboleggiate dal ragazzo che si congratula per il suo virtuosismo con lo stesso Matt, ricevendo in dono la tavola da lui usata per la sua performance.

Quei giganteschi cavalloni non sono altro che una metafora dei momenti più difficili della vita, che possono travolgerci e buttarci a terra, ma anche farci superare anni di frasi non dette, di rancori mai sopiti e di sentimenti repressi, portandoci ad accettare il sostegno e l’affetto delle persone che per noi contano veramente. Le musiche di Basil Poledouris suggellano il momento, passando dai toni epici delle riprese acquatiche a venature malinconiche, per l’ultimo abbraccio fra i protagonisti.

Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente

Un mercoledì da leoni

Il loro percorso è finito, e non ci resta che lasciarli attraversare per l’ultima volta le colonne, con quelle sgangherate assi di legno che incorniciano una sorta di portale fra passione e realtà. Per Matt, Jack e Leroy è arrivato il momento di abbandonare i sogni e affrontare una nuova fase della loro esistenza, consapevoli che una parte di loro rimarrà sempre su quella spiaggia, in attesa che le onde tornino ad alzarsi.

– A cosa devo brindare?
– Solo ai tuoi amici. Agli amici di allora, di oggi e di sempre.

Un mercoledì da leoni

Overall
10/10

Verdetto

Con Un mercoledì da leoni, John Milius realizza il capolavoro della sua carriera. Un nostalgico inno all’amicizia e al surf che attraversa due decenni di storia americana, di fronte al quale è difficile non commuoversi.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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Anni da cane: recensione del film con Aurora Giovinazzo

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Anni da cane

Dopo aver portato sugli schermi di tutto il mondo Curon, serie mistery italiana da lui diretta, Fabio Mollo sbarca su Amazon Prime Video il 22 ottobre con Anni da cane, primo film Amazon Original italiano. Un’opera prodotta da Notorious Pictures e chiaramente frutto del processo di internazionalizzazione del nostro panorama cinematografico e seriale, soprattutto in ambito giovanile. Anni da cane è infatti una classica dramedy adolescenziale, che condivide con Sul più bello lo spettro della morte sulla narrazione (anche se declinato in maniera completamente diversa), strizzando ripetutamente l’occhio all’immaginario televisivo e cinematografico, citato più o meno esplicitamente in diverse occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non si può che accogliere con favore e curiosità un progetto nato con l’ambizione di essere fruibile anche oltre i confini nazionali e capace di valorizzare un giovane talento come Aurora Giovinazzo, già sulla cresta dell’onda grazie a Freaks Out.

Anni da cane: il disagio adolescenziale in una rom-com tutta italiana

Anni da cane

Stella è un’adolescente come tante: insicura, goffa negli approcci con i coetanei e forte di una fervida immaginazione. A seguito di un incidente in auto che ha sconvolto per sempre la sua vita, in cui ha incontrato il suo cane, Stella si è convinta che i suoi anni vadano contati proprio nel modo con cui si contano quelli dei migliori amici dell’uomo. Dal momento che la ragazza sta per compiere 16 anni, per via di questo bizzarro calcolo Stella risulta un’ultracentenaria. La protagonista è talmente convinta della sua imminente dipartita da stilare una lista delle cose che deve assolutamente provare prima di compiere 16 anni. In cima alla lista c’è la sua prima esperienza sessuale, per la quale c’è anche il principale indiziato, cioè Matteo (Federico Cesari). Con l’aiuto dei coetanei Nina e Giulio e sotto lo sguardo rassegnato della mamma e della sorella, Stella comincia la sua bizzarra missione.

Anni da cane ragiona su un tema universale come il disagio esistenziale tipico dell’adolescenza, prendendo come punto di riferimento i giovani della generazione Z, sempre più privi di punti di riferimento. In una sorta di bignami degli adolescenti di oggi, ci addentriamo così fra i loro miti (come Achille Lauro, che compare nel film nel ruolo di se stesso), il loro naturale progressismo (all’insegna del poliamore e dell’integrazione sempre più efficace degli italiani di seconda generazione) e i loro punti di riferimento culturali, come Riverdale (citato esplicitamente), Euphoria, i cui colori audaci sono ripresi nella fotografia di Martina Cocco, e il generazionale Noi siamo infinito, sbertucciato bonariamente da Giulio. Un immaginario prevalentemente americano, accompagnato non casualmente da una Roma inaspettatamente discreta, che affiora quasi esclusivamente con le proprie location da cartolina (il Colosseo), per ribadire il respiro internazionale di Anni da cane.

La Stella Aurora Giovinazzo

Anni da cane

Il lavoro di Fabio Mollo doveva affrontare parecchie insidie, come un soggetto costantemente in bilico fra realismo e fantastico, un gruppo di personaggi decisamente eccentrici e gli inevitabili cliché che ogni racconto adolescenziale si porta dietro. Al netto di qualche passaggio meno riuscito, come il tira e molla amicale fra Stella, Nina e Giulio, Anni da cane vince la sua scommessa, trovando il giusto equilibrio fra commedia e dramma e soprattutto la Stella dal luminoso futuro di Aurora Giovinazzo, che domina ogni scena con il suo naturale carisma e con la sua vitalità costantemente repressa. A convincere sono soprattutto le sfumature più malinconiche e amare, che vedono protagonista anche Valerio Mastandrea con un prezioso cameo e rendono addirittura plausibili potenziali svolte tragiche, solitamente impensabili per un progetto del genere.

In mezzo a soluzioni prevedibili e discreti colpi di scena, Anni da cane mette in scena un elogio alle diverse velocità con cui si può vivere la vita. Fra la serena lentezza di Matteo e l’impazienza di Stella emerge una giusta via di mezzo, che può portarci a rallentare quando andiamo troppo di fretta o a riprendere a correre quando credevamo che non fosse più possibile. Anni da cane si rivela quindi un buon esordio per le produzioni originali italiane su Amazon Prime Video, capace di rappresentare la nostra industria all’estero ma paradossalmente frenato dalla sua stessa ambizione internazionale: l’immaginario a stelle e strisce in cui vivono i protagonisti (le feste sfarzose, la sessualità libertina) finisce infatti per sovrapporsi all’italianità dell’operazione, indebolendo un prodotto che ha non pochi pregi, fra cui quello di provare a svecchiare un movimento cinematografico perennemente proteso verso gli over 50.

Overall
6.5/10

Verdetto

Anni da cane si rivela una rom-com adolescenziale garbata e priva di evidenti difetti, che sconta la volontà di aprirsi al mercato internazionale celando troppo la sua italianità.

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Ghostbusters: Legacy: recensione del film di Jason Reitman

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Ghostbusters: Legacy

In un’ideale classifica dei filoni del passato più sfruttati dal cinema e dalla serialità contemporanea, le prime due posizioni sarebbero sicuramente ad appannaggio degli anni ’80, oggetto di un revival apparentemente senza fine, e del cinema di Steven Spielberg, che gli anni ’80 li ha preconizzati, per poi superarli a destra nel decennio successivo con Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park. Tanti i potenziali eredi di questi universi, pochi coloro che sono veramente riusciti a intercettare il loro spirito. Uno di questi è abbastanza sorprendentemente Ghostbusters: Legacy, terzo capitolo ufficiale della saga degli acchiappafantasmi che, come rimarcato dal titolo italiano (per una volta più efficace dell’originale Ghostbusters: Afterlife), lavora proprio sul tema dell’eredità, a partire dalla scelta del regista Jason Reitman, figlio dell’Ivan Reitman che fu dietro alla macchina da presa per i primi due episodi della serie.

I pericoli dietro l’angolo per questo progetto erano svariati: dall’attrazione per gli anni ’80 che sembrava ormai alle corde, all’atavica difficoltà di proseguire un franchise fermo da molti anni e già vanamente rispolverato dal fallito tentativo di reboot al femminile di Paul Feig, passando per la scelta di mettere in secondo piano i grandi vecchi Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Sigourney Weaver per fare spazio a una nuova generazione di giovanissimi protagonisti. Rischi brillantemente evitati dal più giovane dei Reitman, guardando proprio a quello Steven Spielberg che apparentemente non aveva nulla da spartire con la saga degli acchiappafantasmi, più demenziale e dissacrante rispetto alle magiche avventure per ragazzi portate al successo dal cineasta americano.

Ghostbusters: Legacy, l’eredità degli acchiappafantasmi nel sorprendente film di Jason Reitman

La Summerville di Ghostbusters: Legacy ricorda da vicino l’Astoria de I Goonies, vuoto a rendere che diventa terreno fertile per la magia dell’adolescenza. La provincia americana si trasforma anche di nuovo in un viaggio verso l’ignoto, con quella minacciosa montagna che domina Summerville così simile alla Torre del Diavolo, indimenticabile scenario di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’oggetto del più classico scontro generazionale fra ragazzi e adulti non è però un alieno come E.T., ma il lascito del compianto Egon Spengler, passato a miglior vita come il suo interprete Harold Ramis, a cui Ghostbusters: Legacy dedica un lungo e appassionato omaggio. La morte di Egon e le ristrettezze economiche spingono infatti la figlia Callie (Carrie Coon) a trasferirsi nella sua isolata abitazione, insieme ai nipoti dell’acchiappafantasmi Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace).

Giunti a Summerville, gli eredi rinvengono alcuni oggetti appartenuti al geniale Egon, come la trappola per fantasmi e l’iconica Ecto-1. Proprio mentre Trevor e Phoebe cercano di fare nuove amicizie in una noiosa cittadina di provincia, una serie di strani fenomeni naturali anticipa il ritorno di una minaccia ectoplasmatica da un lontano passato. Con i superstiti della leggendaria battaglia di New York del 1984 ormai irrintracciabili o indisponibili, i nuovi acchiappafantasmi possono apparentemente contare solo sull’aiuto di Mr. Grooberson (Paul Rudd) giovanile e simpatico professore della nuova scuola di Phoebe. Ma mai dare niente per scontato, perché Ghostbuster si rimane per tutta la vita. Fra avventura e nostalgia, omaggi e commoventi ricordi, paure e risate, si consuma il passaggio di testimone verso una nuova generazione di acchiappafantasmi, con davanti un futuro tutto da scrivere.

Un ponte tra passato e presente

Ghostbusters: Legacy

Ghostbusters: Legacy non rinnega mai la propria natura di operazione nostalgia. Lo dimostrano le comparsate più o meno lunghe dei vecchi eroi, che rispolverano i tormentoni cari ai fan di lunga data, ma anche i continui richiami all’oggettistica fondamentale per la mitologia della saga, alle vecchie spalle dei protagonisti e ai nemici di sempre. Come avviene per i Jedi in Star Wars: Il risveglio della Forza, gli ex Ghostbusters si muovono sul sottile filo che separa le leggende dalle meteore ormai dimenticate. Le gesta di Egon, Peter, Ray e Winston appartengono infatti a un passato ormai lontanissimo, da rivisitare attraverso i video dell’epoca su YouTube.

Ma è su questa frattura apparentemente insanabile fra vecchio e nuovo che Reitman basa la sua toccante riflessione sul concetto di eredità, ricorrendo allo spirito indie con cui ha dato vita a film come Juno e Tully per la sua personale rilettura di un vero e proprio blockbuster della commedia. Un’operazione delicatissima, che il più giovane dei Reitman porta a termine nel migliore dei modi, senza limitarsi a un mero richiamo estetico agli anni ’80, ma riprendendo invece lo spirito scanzonato e allo stesso tempo umano che pervadeva le migliori opere di quell’irripetibile periodo. Gli omaggi all’epoca (le VHS, Cujo, addirittura Velluto blu) sono volutamente pretestuosi e solo parzialmente giustificati dall’arretratezza provinciale, ma assolvono pienamente al compito di costruire un ideale ponte fra passato e presente.

Grazie a Ghostbusters: Legacy la saga è ancora viva

Ghostbusters: Legacy

Proprio come accaduto nel già citato Star Wars: Il risveglio della Forza, Ghostbusters: Legacy fa letteralmente incetta di personaggi, battute e dinamiche dei capitoli precedenti. Una scelta netta e precisa, che per molti sarà una prova della mancanza di fantasia alla base del nuovo corso della saga, mentre altri, fra cui il sottoscritto, la considereranno una via più che dignitosa per fare ripartire un franchise in naftalina ormai da troppi anni, in una sorta di rima cinematografica col film del 1984.

Grazie anche alle prove dei giovani protagonisti, con Mckenna Grace che svetta su tutti trasformandosi in un vero e proprio clone del nonno Egon dal punto di vista estetico e caratteriale,  Ghostbusters: Legacy riesce in un’impresa considerata per troppo tempo impossibile, cioè dare un futuro agli acchiappafantasmi. Come nel cinema di Spielberg e di altri maestri del periodo come John Hughes, Richard Donner e Rob Reiner (espliciti punti di riferimento di Jason Reitman), al termine della visione (che prosegue anche durante i titoli di coda: restate seduti fino alla fine!) si ha la chiara sensazione che ci sia molto altro da scoprire e raccontare sui nuovi personaggi, mentre i vecchi possono finalmente essere riconsegnati alla leggenda che meritano, dopo aver ricevuto il più vibrante e rispettoso tributo possibile.

Ghostbusters: Legacy arriverà nelle sale italiane il 18 novembre, distribuito da Sony Pictures.

Ghostbusters: Legacy

Overall
7.5/10

Verdetto

Fra omaggi e ardite riproposizioni di scene cult, commoventi ricordi e sbarazzina ironia, Ghostbusters: Legacy adempie perfettamente al proprio compito, costruendo un ponte fra passato e presente e regalando di nuovo un futuro a una saga amata dagli spettatori di tutte le età.

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