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Un mercoledì da leoni: recensione del film di John Milius

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Tre amici, una tavola da surf e quattro grandi mareggiate, che corrispondono ad altrettante stagioni della vita. Questa la semplice ricetta alla base di Un mercoledì da leoni, capolavoro di John Milius. Un’opera densa, appassionata, struggente, in cui il regista americano, autoproclamatosi “l’anarchico zen”, riversa letteralmente tutto se stesso e tutta la sua gioventù, passata a cavalcare le onde californiane, prima di fare la storia di Hollywood non solo alla regia (suoi Il vento e il leone e Conan il barbaro), ma anche come sceneggiatore, grazie alla sua firma sugli script dei memorabili Corvo rosso non avrai il mio scalpo e Apocalypse Now.

Un racconto personale e allo stesso tempo universale, in cui chiunque può facilmente rivedersi, ma che nonostante ciò ha faticato a guadagnare la considerazione di cui gode attualmente da parte del pubblico e della critica. Celebre in proposito la scommessa fra Milius e gli amici George Lucas e Steven Spielberg, che, convinti delle potenzialità di Un mercoledì da leoni al botteghino, accettarono di scambiare con lui una piccola percentuale dei profitti della sua opera con quelli dei loro Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Pessimo affare per i due, che scambiarono una quota dei clamorosi incassi dei loro lavori con una molto più esigua del flop commerciale di Milius, che invece ammise candidamente di aver pagato le spese del suo divorzio con i proventi di questo azzardo, pur conservando il rammarico per l’insuccesso.

Un mercoledì da leoni: il capolavoro di John Milius

Un mercoledì da leoni

Troppo spesso ridotto a mero “film sul surf”, Un mercoledì da leoni non è soltanto il più fulgido inno a questo meraviglioso sport, ma è anche e soprattutto uno dei più toccanti inni all’amicizia virile mai visti sul grande schermo. La narrazione è scandita da 4 grandi mareggiate che colpirono la California, nel 1962, 1965, 1968 e 1974. In questo lungo lasso di tempo, seguiamo le avventure del folle Leroy (Gary Busey), del serioso Jack (William Katt) e dell’estroso ma inaffidabile Matt (Jan-Michael Vincent), i re incontrastati della spiaggia e delle onde, che corrono a cavalcare ogni volta che possono, con le tavole da surf preparate dall’imperscrutabile Bear (Sam Melville). L’oceano è il collante della loro amicizia e quelle due colonne che attraversano ripetutamente per raggiungere l’acqua sono l’ideale confine fra il loro eterno spirito fanciullesco e avventuroso e quel mondo che cambia inesorabilmente intorno a loro.

Incontriamo Matt, Jack e Leroy da ragazzi, impegnati in party goliardici che sembrano usciti da Animal House (in sala nello stesso 1978 di Un mercoledì da leoni), li seguiamo nelle prime difficoltà della vita, come una gravidanza inattesa che mette Matt di fronte alle responsabilità, e viviamo con loro il dramma per eccellenza di un’intera generazione americana: quel Vietnam che se non si riesce a evitare con qualche stratagemma, cambia per sempre la vita di chi è costretto ad affrontarlo.

Un malinconico inno all’amicizia e al surf

Milius concentra tutti i suoi virtuosismi nelle riprese fra le onde, donandoci le migliori scene di surf mai girate. Sentiamo il mare infrangersi sui corpi dei protagonisti e viviamo i loro brividi con delle indimenticabili inquadrature acquatiche, percorrendo addirittura dalla loro prospettiva quella sorta di tunnel d’acqua che si restringe progressivamente, pronto a inghiottire i surfisti non all’altezza della situazione. Ma se possibile, Milius si supera quando lavora di sottrazione, raccontando i sentimenti dei protagonisti non con le parole, ma con gli sguardi e i gesti.

Quest’uomo burbero e reazionario (ricordiamo che il personaggio di Walter Sobchak ne Il grande Lebowski è basato proprio su John Milius) riesce a toccare corde del cuore che in pochissimi sanno trovare, mettendo in scena quella ritrosia mista a orgoglio che impedisce a molte persone di esprimere verbalmente i loro sentimenti. Accade così che Jack colpisca con un pugno il fraterno amico Matt, per fargli capire il suo sdegno per l’incidente automobilistico da lui procurato, che gli amici salutino lo stesso Jack prima della sua partenza per il Vietnam con abbracci calorosi, invece che con commoventi discorsi di commiato, e che sempre quest’ultimo, al ritorno dopo la leva, abbia come prima tappa la spiaggia e una nuova cavalcata sulle onde con gli amici, e solo in un secondo momento decida di fare visita alla ragazza che ha lasciato partendo per il fronte.

Un mercoledì da leoni: la nostalgia secondo Milius

Un mercoledì da leoni

In tutte queste situazioni, le parole sono ridotte al minimo indispensabile, perché a parlare è un codice inesprimibile verbalmente, che può però facilmente essere compreso da chiunque abbia sofferto per un amico perduto e ritrovato, da coloro che si sono ritrovati a crescere prima del previsto e da tutti gli adulti che conoscono la nostalgia per gli spensierati tempi della loro giovinezza. Un invito a fare correre le tavole da surf diventa così un “mi sei mancato”, la morte di un comune amico si trasforma nell’occasione per ricordare e condividere i timori per il futuro, un’esortazione a brindare si traduce in una misurata richiesta di riconciliazione e quel “fatevi vedere, capito?” conclusivo non è altro che un disperato e forse vano invito a non perdersi di nuovo di vista.

Milius riesce a fotografare un’epoca e a inserirsi perfettamente nel filone della nostalgia lanciato pochi anni prima dall’amico George Lucas con American Graffiti, e lo fa sbattendoci continuamente in faccia il suo modo di vedere il mondo, certamente opinabile ma indiscutibilmente personale: tutto ciò che conta avviene in mare, tutto il resto è vissuto, soprattutto dal fenomeno del gruppo Matt, quasi come una distrazione dalle imprese acquatiche.

Ed è qui che il legame fra Un mercoledì da leoni e John Milius diventa indissolubile, e addirittura profetico sul resto della carriera del regista. Un uomo che ha visto fallire miseramente al botteghino la sua opera più personale (meno di 5 milioni di dollari l’incasso totale di Un mercoledì da leoni, nonostante l’imperitura adorazione da parte dei cinefili e dalla comunità dei surfisti), e che da quel momento si è visto progressivamente escludere da Hollywood, nonostante la sua abilità più unica che rara nel cesellare i personaggi e le loro storie.

Bear e John Milius

A commuovere è soprattutto il parallelo fra Milius e Bear, il personaggio più chiaramente autobiografico di Un mercoledì da leoni. Proprio come l’impenetrabile costruttore di tavole, Milius è il leader carismatico del gruppo, nonché un uomo che ha perso tutto proprio per la sua fedeltà al suo personale punto di vista. L’uomo che ha saputo regalare a Steven Spielberg la scena chiave del suo Lo squalo (il monologo di Robert Shaw è scritto da lui), consegnare alla storia il Clint Eastwood di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (suo quel leggendario Go ahead, make my day) e servire a Francis Ford Coppola la partitura perfetta per il suo Apocalypse Now, è stato gradualmente messo ai margini dell’industria, a causa del suo carattere difficile, delle sue idee reazionarie e dei successivi Conan il barbaro e Alba rossa, peccati mortali in un ambiente sempre più progressista.

Ma sia Bear che Milius hanno un’ancora a cui aggrapparsi in ogni situazione, cioè le loro storie. Quelle fra le onde, che il personaggio di Sam Melville scruta in attesa di quella epocale mareggiata, e quelle su pellicola, che Milius ha continuato a tessere anche lontano dalla macchina da presa (Caccia a Ottobre Rosso, la serie Roma). «Io sono l’uomo delle pulizie», dice Bear schernendosi nelle battute conclusive di Un mercoledì da leoni. Ed è con questo spirito che ci immaginiamo Milius, reduce dal declino della sua carriera e da un tremendo ictus che ne ha danneggiato le capacità verbali, ma ancora in attesa della sua personale grande mareggiata, cioè quella sceneggiatura di Genghis Khan che, nonostante tutto e tutti, sta continuando a scrivere e rielaborare. L’ultima onda che desidera ardentemente domare della sua carriera.

Jan-Michael Vincent dentro e fuori da Un mercoledì da leoni

E a proposito di vita che imita l’arte, che a sua volta imita la vita, è doveroso spendere qualche parola anche su Jan-Michael Vincent e sul suo personaggio, quello più turbolento e irrisolto di Un mercoledì da leoni. Anche in questo caso, la realtà ha avuto un cinico senso dell’umorismo, conducendo Vincent verso un cammino autodistruttivo ancora peggiore di quello di Matt. Prima della sua morte, avvenuta lo scorso anno, Jan-Michael Vincent ha toccato il cielo con un dito, arrivando a guadagnare 40.000 dollari per ogni episodio di Airwolf, poi ha vissuto il declino, accelerato dallo smodato consumo di droghe e alcool.

La cronaca dei suoi ultimi anni di vita e le sue ultime immagini sono impietose: un incidente che gli ha compromesso la voce e tre vertebre, due infezioni che lo hanno portato all’amputazione di una gamba e lo spreco di una fortuna economica, che lo ha condotto a un debito di decine di migliaia di dollari col fisco. Ma a non indebolirsi minimamente nei nostri cuori è il suo Matt, che vede progressivamente sfuggire la gloria e si trova costretto ad accettare di avere fatto epoca e di dover lasciare andare una parte di sé e dei suoi ricordi.

«Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente», dice Bear a Matt in Un mercoledì da leoni. Scontato pensare che quando John Milius e Jan-Michael Vincent hanno avuto torto, avrebbero davvero avuto bisogno di un buon amico.

Il finale di Un mercoledì da leoni

Un mercoledì da leoni

A lanciare Un mercoledì da leoni nell’Olimpo del cinema della Nuova Hollywood è proprio il suo commovente finale, che racchiude l’intero senso del racconto. Quella grande mareggiata auspicata per anni da Bear arriva, e con lei la prova finale per Jack, Matt e Leroy. Quando vediamo Matt attraversare di nuovo quelle colonne, che separano la vita reale da quella ideale, le difficoltà dalle avventure, sappiamo già che, come nella primissima scena, accanto a lui e sotto il vigile sguardo di Bear ci saranno i due amici di sempre, pronti a chiudere idealmente un cerchio. Ma il significato della mareggiata del 1974 non è meramente sportivo.

I nostri, e soprattutto l’ex dominatore del surf Matt, escono dalle onde acciaccati, costretti ad ammettere che la loro epoca è finita, per fare spazio ai nuovi fenomeni come Gerry Lopez (che interpreta se stesso) o alle nuove leve, simboleggiate dal ragazzo che si congratula per il suo virtuosismo con lo stesso Matt, ricevendo in dono la tavola da lui usata per la sua performance.

Quei giganteschi cavalloni non sono altro che una metafora dei momenti più difficili della vita, che possono travolgerci e buttarci a terra, ma anche farci superare anni di frasi non dette, di rancori mai sopiti e di sentimenti repressi, portandoci ad accettare il sostegno e l’affetto delle persone che per noi contano veramente. Le musiche di Basil Poledouris suggellano il momento, passando dai toni epici delle riprese acquatiche a venature malinconiche, per l’ultimo abbraccio fra i protagonisti.

Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente

Un mercoledì da leoni

Il loro percorso è finito, e non ci resta che lasciarli attraversare per l’ultima volta le colonne, con quelle sgangherate assi di legno che incorniciano una sorta di portale fra passione e realtà. Per Matt, Jack e Leroy è arrivato il momento di abbandonare i sogni e affrontare una nuova fase della loro esistenza, consapevoli che una parte di loro rimarrà sempre su quella spiaggia, in attesa che le onde tornino ad alzarsi.

– A cosa devo brindare?
– Solo ai tuoi amici. Agli amici di allora, di oggi e di sempre.

Un mercoledì da leoni

Overall
10/10

Verdetto

Con Un mercoledì da leoni, John Milius realizza il capolavoro della sua carriera. Un nostalgico inno all’amicizia e al surf che attraversa due decenni di storia americana, di fronte al quale è difficile non commuoversi.

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Marcello mio: recensione del film con Chiara Mastroianni

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Marcello mio

Siamo al cospetto di un’opera junghiana, di riappropriazione e sostituzione, scambio di persona, interpretazione e seduzione. Non esiste complessità senza complesso, forse di Elettra – chi può dirlo – come non esiste Chiara senza Mastroianni in questa veste un po’ Victor Victoria, un po’ Tootsie, che gioca con sé stessa, con il suo volto e la sua vita per sfidare in un certo senso il vuoto, l’assenza del padre e la sua eredità che vive sul suo volto, ogni giorno. In questo spazio tra filiazione e identità, dimora il film di Christophe Honoré Marcello mio, che vive delle interpretazioni di Catherine Deneuve, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud, Fabrice Luchini, che qui sono interpreti dei propri ricordi, come la stessa Mastroianni.

Dopo uno spot pubblicitario in cui incarna Anita Ekberg e incita Marcello a entrare nella fontana con lei, e le critiche da parte della regista Nicole Garcia, che con lei progettava di girare un film (“ti vorrei più Mastroianni che Deneuve!”), Chiara sceglie di vestire i panni cinefili del padre Marcello con molta ironia e un pizzico di nostalgia. Non c’è imitazione o provocazione, ma più una rinascita in questo ritratto poetico familiare che è Marcello Mio. Non si sfugge dalla verità e da quella suggestione visiva che lega Chiara Mastroianni e suo padre Marcello, una suggestione evocativa come un’eco che rimbalza da uno strapiombo all’altro, e come tale torna a noi non come una voce piena, ma come un sussurro lontano, un vagito ancestrale, un suono mnemonico e affine, che ci riporta in un contesto di verosimiglianza che è l’essenza di questo progetto.

Marcello mio: un carosello di ombre e di fantasmi

È il verosimile a fare da traino a quest’opera, il verosimile in tutte le sue interpretazioni: Chiara Mastroianni abita il suo corpo conoscendone ogni limite, ogni sfumatura, ogni inclinazione, sbecco, malizia, analogia, spigoli e voluttà e ne ridesta anche le sottili e spesse similitudini, come l’acqua che lambisce la fontana di Saint-Sulpice, è lei a lambire i confini tra il suo corpo, il suo volto e quello di sua madre, Catherine Deneuve e suo padre Marcello Mastroianni, e ridisegna i confini, sfrangiando e plasmando il suo corpo in virtù di un’interpretazione, la sua, in cui Chiara smette di somigliare e comincia a essere qualcuno che una volta abitava il mondo come il suo specchio umano.

Adesso è lei specchio e corpo, anima e sentimento, adesso è lei che prende il corpo di suo padre e se ne serve non attraverso il racconto di un uomo, ma soprattutto alla luce delle sue più celebri interpretazioni, e come un gioco di rimandi e di specchi va ad abitare uno spazio inclito e scivoloso, in cui l’attore è sempre presente, come l’artista in quanto tale. Il corpo dell’attore è un corpo che viene scelto, manipolato, sedotto e sedimentato nei tempi della recitazione e del ciak del regista, mentre questo corpo, il corpo di Chiara/Marcello è always on, non ha momenti di stop, di interruzione o di fermo, è sempre in scena, non ha nessuno che la dirige ma è lei a farlo, dirige se stessa in un’interpretazione ingombrante, faticosa e anche dolorosa.

Un’opera bellissima e cinefila

Chiara Mastroianni si divide e si rifrange come una danza, un musical, in un carosello di ombre e di fantasmi, in cui la sua silhouette cambia forma e postura a seconda di ciò che sceglie di rievocare, da Ferdinando Cefalù in Divorzio all’italiana, a Guido Anselmi in , o Antonio Magnano ne Il bell’Antonio o Marcello Rubini de La dolce vita, o Pippo Botticella/Fred in Ginger e Fred. Un’opera bellissima e cinefila, sentimentale ed esistenziale, in cui Chiara, quasi preda di una crisi d’identità, risponde alla rifrazione con la nudità, si cerca attraverso il padre, e grazie alla sua figura cerca una sintesi e un fil rouge tra ciò che rappresenta come figlia e ciò che resiste come donna, ed è la sua vita a mettersi in scena, attraverso proiezioni, manipolazioni e seduzioni.

Marcello mio è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Dove vedere Marcello mio in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Christophe Honoré firma un’opera bellissima e cinefila, cucita su misura di Chiara Mastroianni e della sua storia familiare.

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Furiosa: A Mad Max Saga, recensione del film con Anya Taylor-Joy

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Furiosa: A Mad Max Saga

Dopo la rivoluzione di Mad Max: Fury Road, George Miller torna al franchise a cui è indissolubilmente intrecciata la sua carriera con Furiosa: A Mad Max Saga, prequel del film precedente incentrato sul personaggio che fu di Charlize Theron prima di essere riassegnato ad Anya Taylor-Joy. Lo fa con una vera e propria origin story, che mostra nel dettaglio la crescita, l’evoluzione e gli eventi capaci di segnare nel profondo l’animo di Furiosa, eroina coraggiosa e indomabile che abbiamo ammirato al fianco di Max Rockatansky. Un’opera meno incendiaria e rivoluzionaria rispetto al precedente capitolo, ma capace comunque di espandere il desolato universo postapocalittico di George Miller con una riuscita storia di rivincita e vendetta.

Facciamo la conoscenza della giovane Furiosa (Alyla Browne), che viene rapita dalla sua casa nel Luogo Verde delle Molte Madri da un pericoloso gruppo di motociclisti. La disperata madre, Mary Jo Bassa, si mette alla ricerca della piccola, raggiungendo l’accampamento dei motociclisti, guidati dal Signore della Guerra Dementus (Chris Hemsworth). Il tentativo di liberazione non va però a buon fine, e Furiosa è costretta ad assistere alla tortura e all’esecuzione della madre, rimanendo prigioniera di Dementus. Quest’ultimo inizia però una turbolenta collaborazione con il leader della vicina Cittadella, Immortan Joe, che chiede e ottiene la proprietà della bambina, per farla diventare una delle sue mogli. Incontriamo nuovamente Furiosa da adulta (Anya Taylor-Joy), travestita da uomo per sfuggire ai pericoli della Cittadella e determinata a ottenere indipendenza e riscatto.

Furiosa: A Mad Max Saga, la origin story di un’eroina in cerca di vendetta

Furiosa: A Mad Max Saga

Furiosa: A Mad Max Saga è un film opposto a Mad Max: Fury Road per diversi motivi. Non siamo solo di fronte a un prequel volto a completare una storia già brillantemente raccontata, ma a una produzione che, pur rimanendo fedele ai canoni e alla mitologia del franchise, ha un respiro diverso. Il minimalismo narrativo del precedessore lascia spazio a un film molto più scritto, nonostante le pochissime battute della Furiosa adulta. Il racconto per immagini è molto più limitato, come la cura per le scenografie e per i dettagli visivi, in nome di numerosi dialoghi fra le varie figure maschili che circondano la protagonista. Fra queste, spicca indubbiamente Dementus, che Chris Hemsworth caratterizza in pericoloso equilibrio fra il suo caricaturale Thor e una folle ferocia, che riesce però a trasmettere solo a tratti.

Con il passare dei minuti e con l’ingresso in scena del Praetorian Jack di Tom Burke, emergono inoltre alcune scelte problematiche di scrittura. In Mad Max: Fury Road e anche nel lungo prologo di Furiosa: A Mad Max Saga (Anya Taylor-Joy entra in scena dopo un’ora), Furiosa è una persona determinata e pienamente autosufficiente, che ha dentro di sé le risorse per superare qualsiasi pericolo di questo mondo sinistro e desertico. Nonostante ciò, George Miller indugia in un contraddittorio rapporto fra mentore e allieva, schivando brillantemente la trappola sentimentale ma facendo allo stesso tempo compiere un passo indietro non necessario a Furiosa, che coincide con il segmento meno riuscito del film.

Un frangente che mette anche in evidenza i limiti della scelta di Anya Taylor-Joy, che dimostra impegno e notevole dedizione alla causa, ma fatica a scrollarsi di dosso la sua naturale eleganza, del tutto assente nella belluina Furiosa di Charlize Theron.

Furiosa: A Mad Max Saga e il western

Furiosa: A Mad Max Saga

Fra suggestivi richiami alla storia del franchise (su tutti il breve campo lunghissimo di Max Rockatansky, unica fugace apparizione del personaggio ed evidente collegamento all’incipit di Mad Max: Fury Road), Furiosa: A Mad Max Saga trova infine la propria strada, che inevitabilmente passa per l’azione e per l’inseguimento. L’imponente messa in scena quasi esclusivamente analogica del film del 2015 lascia in questo caso spazio a qualche inserto in CGI di troppo, che da una parte ha indubbiamente facilitato la realizzazione di quest’opera, ma dall’altra stona se messo a paragone con il superlativo e adrenalinico lavoro svolto in precedenza. Un compromesso che comunque non impedisce a George Miller di dare vita a un action di altissima qualità, in cui si forgia definitivamente il carattere della protagonista.

Mentre Mad Max: Fury Road si riconnetteva direttamente alle origini del western e ai suoi archetipi, con un lungo inseguimento che ricordava Ombre rosse di John Ford, Furiosa: A Mad Max Saga guarda più alla vendetta al centro del cinema di Sergio Leone, in particolare al suo monumentale C’era una volta il West. Un cambiamento di prospettiva accompagnato da uno stile visivo molto più convenzionale e meno esagerato, che fonde l’immaginario postapocalittico con un utilizzo degli scenari desertici capace di attingere tanto all’imponenza di Ben-Hur quanto alle sfumature più inquietanti e magnetiche dei recenti di Dune di Denis Villeneuve.

Un poderoso climax conclusivo

Furiosa: A Mad Max Saga

Nel climax emotivo conclusivo, Furiosa: A Mad Max Saga trova finalmente la propria ragion d’essere, superando qualche perplessità narrativa e riconnettendosi con la ferocia alla base di Mad Max: Fury Road, in un crescendo di tensione e violenza. Un epilogo in cui curiosamente la storia di questo franchise ricalca nuovamente quello di Star Wars: entrambe queste saghe hanno infatti goduto di un vero e proprio reboot realizzato nello stesso anno (Mad Max: Fury Road poteva addirittura contare su un villain con una maschera e con evidenti problemi respiratori) e su un prequel pensato per scandagliare in profondità determinati personaggi e specifici avvenimenti; esattamente come Rogue One: A Star Wars Story si riallacciava millimetricamente al primo Guerre stellari, Furiosa: A Mad Max Saga si chiude con un perfetto collegamento al precedente lavoro di George Miller, capace di dare nuove sfumature di senso al percorso della protagonista.

Parallelismi e contaminazioni che non penalizzano questa nuova sontuosa opera di George Miller, che sconta solo il pesantissimo confronto con la dirompente forza di Mad Max: Fury Road, anche in termini di ricezione e aspettative. Un film talmente importante e debordante da traboccare anche qui, trasmettendo la sensazione che spesso i suoi vuoti siano ancora più suggestivi ed efficaci delle storie che li hanno riempiti in Furiosa: A Mad Max Saga.

Furiosa: A Mad Max Saga è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Furiosa: A Mad Max Saga in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

George Miller firma un prequel più convenzionale e meno travolgente dell’inarrivabile Mad Max: Fury Road, che trova però la propria strada nell’impetuoso climax conclusivo.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

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7/10

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Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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