Una di famiglia - The Housemaid: recensione del film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried Una di famiglia - The Housemaid: recensione del film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried

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Una di famiglia – The Housemaid: recensione del film con Sydney Sweeney e Amanda Seyfried

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Dopo Un piccolo favore e il deludente sequel Un altro piccolo favore, Paul Feig cerca di replicare la stessa formula, dando vita a un thriller psicologico con due donne protagoniste, esagerato tanto nei toni quanto nelle dinamiche narrative. Lo fa con Una di famiglia – The Housemaid, basato sull’omonimo romanzo del 2022 di Freida McFadden, primo capitolo di una vera e propria serie letteraria di grande successo. Al posto dell’accoppiata formata da Blake Lively e Anna Kendrick, troviamo in questo caso Sydney Sweeney e Amanda Seyfried, affiancate sullo schermo da Brandon Sklenar, Michele Morrone ed Elizabeth Perkins.

Sydney Sweeney interpreta Millie, ragazza con un passato burrascoso e in precarie condizioni economiche, alla disperata ricerca di un lavoro stabile. Un’imprevista occasione le arriva da Nina (Amanda Seyfried), moglie dell’avvenente e ricchissimo Andrew (Brandon Sklenar), che nonostante lo scarno curriculum la ingaggia come domestica. L’iniziale entusiasmo di Millie fa però ben presto spazio all’inquietudine, dal momento che Nina si dimostra mentalmente instabile e inizia a scaricare su di lei tutta la sua frustrazione. Nel frattempo, fra Millie e Andrew nasce una reciproca attrazione, sempre più difficile da arginare. Inizia così una spirale di violenza e colpi di scena, che porta le protagoniste e gli stessi spettatori a riconsiderare il loro punto di vista su questa intricata e sinistra vicenda.

Una di famiglia – The Housemaid: Sydney Sweeney e Amanda Seyfried in uno spiazzante thriller psicologico

Photo Credit: Daniel McFadden/Lionsgate

Sfacciate suggestioni pruriginose, costante overacting delle protagoniste, cliché a profusione sulla borghesia americana, un intreccio che strizza l’occhio a Gone Girl mutando però continuamente il baricentro narrativo ed emotivo. Una di famiglia – The Housemaid ha tutti i presupposti per fallire, ma riesce sorprendentemente a mantenersi in bilico fra trash e guilty pleasure, guadagnando forza con il passare dei minuti e centrando anche qualche riuscita stoccata post-femminista, Merito indubbiamente del testo di Freida McFadden, calibrato in modo tale da soddisfare molteplici sensibilità, ma anche dello stesso Paul Feig, sempre a suo agio nella contaminazione fra la commedia e altri generi, nello specifico il thriller.

Nel caso specifico di Una di famiglia – The Housemaid in realtà ci sarebbe ben poco da ridere, dal momento che l’intreccio è una commistione di esistenze disastrose e di gravi turbe psichiche, che peggiora con il passare dei minuti. Il regista statunitense sa però come colorare anche le vicende più seriose, giocando con il ridicolo volontario come pochi oggi sanno fare. Fra dialoghi forzati e dozzinali, tentennamenti gratuiti sulla ormai proverbiale sensualità di Sydney Sweeney e su quella della sua controparte maschile Brandon Sklenar, la recitazione schizofrenica della perfetta Amanda Seyfried e la spassosa e volutamente spaesata presenza di Michele Morrone, Una di famiglia – The Housemaid gioca in maniera divertente e divertita al gatto col topo insieme allo spettatore, abbassando le sue aspettative per poi sterzare improvvisamente in territori inattesi.

Fra trash e guilty pleasure

Una di famiglia - The Housemaid
Photo Credit: Daniel McFadden/Lionsgate

Indubbiamente, gli spettatori più scaltri riusciranno a comprendere con largo anticipo cosa è troppo perfetto per essere vero e cosa invece non è così folle e malvagio come appare, ma la forza di Una di famiglia – The Housemaid non è cosa succede, ma come succede. In questo, Paul Feig è ancora una volta divisivo e non ammette vie di mezzo: se si affronta con raziocinio e distacco, Una di famiglia – The Housemaid è semplicemente troppo grottesco, forzato e inverosimile per essere sostenibile; se al contrario si sta al gioco, si può addirittura uscire soddisfatti da un thriller costantemente sopra le righe e di durata spropositata per la storia da raccontare (130 minuti!), ma che riesce a conquistare anche e soprattutto per le sue scoperte assurdità e per le sue volute mancanze.

Fra tresche erotiche, figure femminili vulnerabili, madri opprimenti e apparenze continuamente ribaltate, emerge un approccio tutt’altro che banale al tema della violenza domestica e di genere, che si avvicina addirittura all’horror, trasformando nuovamente Sydney Sweeney in una final girl, come già avvenuto in Immaculate – La prescelta. Un intrattenimento senza pretese ma decisamente furbo, che sa come catturare l’attenzione dello spettatore e tenerla viva fino alla fine, nonostante ripetute svolte implausibili e colpi di scena non sempre imprevedibili. Dal momento che il pubblico sembra apprezzare (mentre scriviamo, il box-office mondiale ha già toccato quota 82 milioni a fronte di un budget di 35 milioni), non è da escludere il sequel, grazie anche alla solida base dei libri di Freida McFadden.

Una di famiglia - The Housemaid

Una di famiglia – The Housemaid è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

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7/10
Il voto di Marco Paiano

Cinema indipendente

De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow

La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

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De Palma

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.

Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.

De Palma: una lezione di cinema di due ore

De Palma

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.

Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.

Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.

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Narnia: Il nipote del mago, il trailer del film di Greta Gerwig

Il primo trailer di Narnia: Il nipote del mago, il film di Greta Gerwig tratto da C.S. Lewis, al cinema dall’11 febbraio 2027 con Eagle Pictures.

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Narnia: Il nipote del mago

Eagle Pictures ha diffuso il primo trailer e il poster di Narnia: Il nipote del mago, scritto e diretto da Greta Gerwig, che porta per la prima volta sul grande schermo l’omonimo romanzo di C.S. Lewis. Protagonisti David McKenna e Beatrice Campbell, affiancati da Emma Mackey, Carey Mulligan, Ciarán Hinds e Daniel Craig. Il film arriverà nelle sale l’11 febbraio 2027.

Il trailer ufficiale di Narnia: Il nipote del mago

Questa la sinossi ufficiale del film:

La regista candidata all’Oscar Greta Gerwig porta per la prima volta sullo schermo Il nipote del mago, l’amatissimo romanzo di C.S. Lewis, in un’avventura epica che invita i sognatori di ogni età a vivere la creazione di Narnia.

Il cast

Completano il cast Kobna Holdbrook-Smith, Denise Gough e Susan Wokoma. Il romanzo, pubblicato nel 1955, è il sesto scritto da Lewis ma il primo nell’ordine cronologico del ciclo: racconta l’origine del mondo di Narnia e dell’armadio che vi conduce.

Narnia: Il nipote del mago sarà nelle sale italiane dall’11 febbraio 2027 distribuito da Eagle Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

Narnia: Il nipote del mago
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I tre film tratti dal ciclo di C.S. Lewis prodotti tra il 2005 e il 2010.

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Il romanzo di C.S. Lewis da cui è tratto il film di Greta Gerwig.

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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen

Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

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Burn After Reading

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.

L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.

Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

Burn After Reading

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.

I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.

Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.

Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.

Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.

8/10
Il voto di Marco Paiano
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