Valley of the Gods: recensione del film di Lech Majewski

Valley of the Gods: recensione del film di Lech Majewski

John Ecas (Josh Hartnett) è uno scrittore che raggiunge la Valle degli Dei, un’area dello Utah sudorientale vicino alla Monument Valley, luogo in cui si dice che abitino gli spiriti delle divinità indiane Navajo. L’uomo tira fuori una scrivania dal retro della sua macchina e inizia a scrivere. John è un copywriter pubblicitario in crisi da quando sua moglie lo ha lasciato. Il suo terapeuta (John Rhys-Davies) gli suggerisce che il modo migliore di superare tutte le assurdità che vede nel mondo è batterlo al suo stesso gioco, facendo cose che sono ancora più folli.

La terra in cui John cerca ispirazione per il suo romanzo è sacra e si trova nel mezzo di una disputa tra l’industriale trilionario Wes Tauros (John Malkovich) – l’uomo più ricco del mondo, diventato muto a seguito di una tragedia personale – che desidera estrarre minerali dalla terra, e la tribù Navajo locale. La tribù è divisa al suo interno tra coloro che vivono lì, che desiderano i soldi, e quelli sconvolti dal fatto che le dinamiche di estrazione profaneranno quello che considerano un terreno sacro. Alla fine, John si presenta alla sontuosa tenuta di Tauros per scrivere la biografia dell’uomo.

Valley of the Gods: il film di Lech Majewski

Valley of the Gods

Nel suo ultimo lavoro, Valley of the Gods, il regista Lech Majewski esplora l’antica sacralità della tribù Navajo e la profanità dei desideri dell’uomo moderno, due parti che entrano in collisione, che vivono un contrasto visivo e simbolico, surreale, configurato nell’America moderna. Valley of the Gods, interpretato da Josh Hartnett, John Malkovich, Keir Dullea, Bérénice Marlohe e John Rhys-Davies, ci mostra lo scontro tra l’antica civiltà dei Navajo e il mondo ultramoderno dei miliardari. 

Ci sono molti riferimenti visivi all’interno di Valley of the Gods, a partire dai grandiosi panorami dei classici western della Monument Valley di John Ford, e ancora si possono trovare somiglianze con il cinema di Fellini, Kubrick, Malick, Lynch; Valley of the Gods è un’esplorazione dell’amore, della ricchezza, della fede, della solitudine e del consumismo raccontata attraverso la lente delle leggende Navajo attraverso 10 capitoli e un prologo. Il risultato finale è qualcosa di surreale, un susseguirsi di scene sontuose in cui la maestà della natura viene immortalata con incredibile reverenza come anche la grottesca opulenza della ricchezza.

Il risultato finale è qualcosa di surreale

Valley of the Gods

Il regista Lech Majewski, oltre a collegare liberamente tre storie, tre vicende che si intersecano e in cui fantasia, sogno e surrealismo vanno di pari passo, come anche povertà, ricchezza, lotta e fuga, dirige Valley of the Gods con l’abilità di un documentarista e lo sguardo impressionista, trasportando in questo modo il pubblico in luoghi pieni di energia magica: la lente del realismo magico è vibrante ed è l’elemento che tiene assieme tutte queste storie apparentemente diverse e lontane.

Majewski provoca lo spettatore per trovare una linearità nella narrazione e per mettere ordine nel suo labirinto narrativo. Quella che è di fatto un’opera onirica e poetica, che mette a fuoco la dilapidazione della natura e lo sfruttamento delle riserve indiane, la noia della creatività commercializzata e l’arte figurativa, l’amore ucciso dalla routine e l’inutilità del denaro, diventa una parabola sull’assurdità del capitalismo, sulla fantasia intesa come atto creativo, generatore, riproduttivo, e anche sul potere come atto rituale, mortale, mortifero, funereo.

Valley of the Gods è nelle sale dal 3 giugno, distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Lo Scrittoio.

Valutazione
8/10

Verdetto

Valley of the Gods è un’opera onirica, poetica e vibrante, che mette in contrapposizione l’antica sacralità della tribù Navajo e la profanità dei desideri dell’uomo moderno,

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.