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Vista mare: recensione del documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler

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Il cinema ha più volte fotografato il turismo di massa del Nord Adriatico. Lo ha fatto con film balneari come L’ombrellone di Dino Risi, Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi di Bruno Gaburro, ma anche con opere malinconiche e cupe come La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Rimini di Ulrich Seidl, capaci di fotografare anche i risvolti meno scintillanti di questi luoghi. In pochi hanno però saputo e voluto soffermarsi su un altro aspetto fondamentale della costa adriatica settentrionale, cioè la massa di lavoratori stagionali al servizio del turismo vacanziero. Un tema sviscerato con rigore e lucidità in Vista mare, documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler ambientato tra Lignano, Jesolo, Rimini e Riccione.

Gli autori seguono un’intera stagione balneare (da febbraio a ottobre), mostrando la vita e il lavoro degli ingranaggi che permettono alla macchina del turismo di muoversi. Seguiamo così i primi preparativi per le spiagge, tirate a lucido dopo l’inverno in modo da ottimizzare gli spazi, per poi assistere alla formazione delle nuove leve che contribuiranno ad assistere e intrattenere i clienti. Ci addentriamo poi fra le mura di alberghi imponenti e opprimenti, assistendo al lavoro di addetti alle pulizie e alla reception, camerieri, animatori, bagnini e tutte le altre figure essenziali per l’industria del turismo. Persone che vivono il paradosso di lavorare per garantire il divertimento e il relax a chi lavora durante il resto dell’anno, accomunate da orari proibitivi, paghe scarse e diritto al riposo negato.

Vista mare: dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico

Vista mare

La messa in scena di Julia Gutweniger e Florian Kofler è fredda e precisa, perfetta per la rappresentazione di un ecosistema straniante, ben lontano dalla comune visione di queste località turistiche. La macchina da presa osserva a distanza e staticamente le attività dei lavoratori stagionali, calibrate e organizzate nei minimi dettagli, in tempi stretti e con orari serrati. Mentre sullo sfondo le spiagge si riempiono di turisti, in cerca di divertimento o della più classica tintarella rilassante, Vista mare scandaglia tutto ciò che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere: le scavatrici intente a sistemare la sabbia, le prove degli ombrelloni, i rifiuti abbandonati dopo le feste in spiaggia, il lavoro spesso alienante nelle strutture balneari, negli alberghi e nei parchi acquatici, il silenzio che annuncia la fine di una stagione e l’inizio dell’attesa per quella successiva.

Immagini capaci di raccontare un sottobosco in ombra ma brulicante di vita, senza il sostegno di una voce narrante o di una sofisticata messa in scena. Il punto di vista degli autori è evidentemente quello dei tanti lavoratori sfruttati e sottopagati che garantiscono i servizi della riviera romagnola e di quella veneta. Lavoratori che si prendono la scena nel momento più toccante e allo stesso tempo disarmante di Vista mare, ovvero una manifestazione rassegnata e poco partecipata contro le degradanti condizioni di lavoro del settore, mentre sullo sfondo le forze dell’ordine sorvegliano a distanza e i passanti osservano con fugace curiosità, prima di tornare alla loro routine marittima. Immagini dolorose e importanti, da tenere a mente soprattutto nel momento in cui si avvicinano le immancabili lamentele dei ristoratori e dei gestori di alberghi e stabilimenti balneari per la mancanza di personale disposto a lavorare alle loro condizioni.

Un ritratto lucido e rassegnato

La dimensione politica di Vista mare è tangibile ma sempre in secondo piano all’interno di un racconto che procede in direzione opposta a ciò che ci si potrebbe aspettare, privilegiando la malinconia, il paradosso e la remissività. Non ci sono né la disperazione di Ken Loach né la critica sociale alla base del recente cinema francese sul lavoro, ma solo esistenze bloccate in un loop senza via d’uscita, in cui i lavoratori stagionali faticano per garantire il benessere e il divertimento di quelli a tempo pieno, nell’attesa o nella vana speranza di poter invertire i ruoli. Resta però la mestizia per un modello in scala di molte delle ingiustizie e delle contraddizioni che affliggono la nostra società, in cui il profitto e l’ossessione per la produttività vengono sempre prima del benessere e della dignità dei lavoratori.

Vista mare è in sala dal 18 aprile, distribuito da Trent Film.

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Overall
7/10

Valutazione

Vista mare ci porta dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico, mostrandoci le miserie e le contraddizioni di un sistema alienante.

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Cinema indipendente

The Strong Man of Bureng: recensione del documentario di Mauro Bucci

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The Strong Man of Bureng

Il cinema etnografico è un genere glorioso, intrecciato indissolubilmente con la storia della settima arte fin dagli anni ’20 del secolo scorso, grazie al lavoro di maestri come Robert J. Flaherty e a opere come il suo celeberrimo Nanuk l’esquimese, pietra angolare del cinema documentaristico. Un genere che si evolve insieme al mondo, permettendo di raccontare storie lontane sia dal cinema mainstream, sia dalla vita degli spettatori, spalancando così piccole ma fondamentali porte su persone e percorsi esistenziali che meritano di essere portati alla luce. È questo il caso di Essa J. Darboe, ex soldato ONU e rifugiato del Gambia protagonista di The Strong Man of Bureng di Mauro Bucci, presentato nel corso del FESCAAAL 2024 e disponibile su Mymovies One.

Essa J. Darboe, già al centro del precedente lavoro di Mauro Bucci Hotel Splendid, è un esempio perfetto dell’imprevedibilità della vita e dei paradossi della burocrazia, capaci di distruggere anche le migliori intenzioni. The Strong Man of Bureng ce lo presenta in una fase di relativa stabilità, al termine di un lungo e tortuoso viaggio che l’ha portato dall’Africa alla Finlandia, passando per l’Italia e per un sospirato permesso di soggiorno. Essa J. Darboe costruisce con successo sulle macerie, dando vita a un proficuo business dell’usato fra Europa e Gambia che assicura sostentamento non solo a lui, ma anche alla sua numerosa e poverissima famiglia. Lo vediamo così finalmente sereno, anche se sospeso fra i suoi affetti e un sentimento difficile da definire con la donna che lo ospita e con cui porta avanti i suoi affari.

The Strong Man of Bureng: la paradossale vita di Essa J. Darboe

The Strong Man of Bureng

A stravolgere questo fragile equilibrio è il Covid, che blocca il mondo (Gambia compreso) proprio quando Essa J. Darboe si trova in Africa. Impossibilitato a portare avanti il suo business e allo stesso tempo impotente di fronte alla scadenza del suo visto, l’uomo precipita nuovamente in un inferno fatto di povertà estrema per sé e per i suoi cari, nonché di una misera esistenza in un accampamento nell’attesa che si sblocchi la sua situazione burocratica in Italia.

Mauro Bucci documenta il peregrinare del protagonista con lucidità e sensibilità, senza mai diventare né moralmente ricattatorio né eccessivamente retorico. ConThe Strong Man of Bureng, il regista ci mette di fronte a una situazione ancora peggiore della povertà estrema e della mancanza di alternative per sopravvivere, quella di chi torna nella medesima situazione di prima proprio nel momento in cui scorge qualche timido raggio di speranza. Un viaggio struggente, reso ancora più doloroso dalle assurdità di un sistema che trasforma le persone in fantasmi apolidi, costretti a rimanere bloccati per mesi nell’attesa del completamento di una pratica semplicissima, che per loro rappresenta però il confine fra la vita e la totale privazione di dignità.

Una struggente altalena emotiva

Una parabola totalmente illogica, che Mauro Bucci sottolinea con le sue scelte registiche, tratteggiando l’effimera gioia della famiglia Darboe nel momento in cui, pur in un contesto di povertà, le donne, i bambini e gli altri cari di Essa hanno tutto ciò che gli occorre davvero, cioè l’acqua e un pasto sicuro. La ciclicità della vita del protagonista si ripropone poi nel toccante epilogo, in cui dopo la burrasca torna nuovamente il sereno, sotto forma di una grande festa nel villaggio di Bureng, fra nuove vite, gioiose danze e graditi ritorni. Un’altalena emotiva che ci ricorda l’importanza di ciò che troppo spesso diamo per scontato, narrata con passione da un grande documentarista, che nobilita ancora una volta questo fondamentale genere.

Overall
8/10

Valutazione

Mauro Bucci firma un fulgido esempio di grande cinema etnografico, che attraverso la paradossale parabola di Essa J. Darboe ci ricorda l’imprevedibilità della vita.

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Cinema indipendente

Saudade: recensione del documentario di Pietro Falcone

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Saudade

«Gli spagnoli dicono “añoranza”, i portoghesi “saudade”. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall’impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio». Milan Kundera descrive così la saudade, stato d’animo tipico dei brasiliani e dei portoghesi spesso tratteggiato con sfumature comiche (un esempio su tutti: L’allenatore nel pallone), ma utilizzato in realtà per descrivere un sentimento ben più profondo, in bilico fra la malinconia e la vera e propria perdita. Un sentimento al centro di Saudade, documentario di Pietro Falcone presentato nel corso del FESCAAAL 2024 (disponibile su Mymovies One) e incentrato sulla storia di Nilde, madre brasiliana del regista.

Un racconto nato durante il Covid, che attraverso l’isolamento forzato ha portato Pietro Falcone a ripercorrere la storia della sua famiglia e in particolare della madre, partita da ragazza dal Brasile per raggiungere il suo amore Marco, padre del regista. Una scelta di cuore, che ha portato alla nascita di una splendida famiglia, ma anche a un netto distacco e a un conseguente profondo rimpianto di Nilde, costretta a vivere lontana dai suoi cari e dal Paese in cui è cresciuta. Attraverso quattro capitoli, ripercorriamo questa toccante storia, fatta di gioie ma anche di nostalgia.

Saudade: la storia di un amore e di una famiglia, in bilico fra gioia e rimpianto

Fra vecchi filmati di famiglia e riprese ad hoc, Saudade dipinge la parabola esistenziale di Nilde, segnata da un amore nato in modo del tutto casuale, con il più classico e fortunato dei colpi di fulmine. Un racconto privato ma non parziale, con cui Pietro Falcone analizza lucidamente la sua famiglia, incollandosi affettuosamente a Nilde con primi e primissimi piani volti a scandagliare i più reconditi anfratti dell’animo della madre. Un quadro che non estromette le asperità, documentando al contrario anche la frustrazione della donna per la sua dipendenza economica dal marito e per il brusco distacco dal padre.

Saudade ondeggia liberamente fra presente e passato, sottolineando così il rapporto causale che intercorre fra ogni fase della vita di Nilde, soffermandosi con invidiabile sincerità sui suoi rimpianti, sulle sue paure, sui suoi desideri e persino sui momenti di tensione col marito. Nonostante il breve minutaggio (appena 65 minuti) e la dimensione totalmente indipendente del progetto (il documentario è prodotto da IFA Scuola di Cinema), Saudade genera naturale empatia nei confronti della protagonista, divisa fra due culture, due continenti e due mondi, e perciò impossibilitata a sentirsi totalmente felice e appagata.

Il promettente esordio di una nuova voce

Con il passare dei minuti, il documentario si allarga al ramo italiano della famiglia di Pietro Falcone, inserendo nella narrazione la nonna Esterina, protagonista di alcuni momenti di grande dolcezza e di alcuni inevitabili contrasti con la nuora. Una presenza che offre uno spaccato ancora più preciso e approfondito di questa famiglia, ma che allo stesso tempo toglie spazio a Nilde, vero e proprio baricentro narrativo ed emotivo del documentario. Piccole battute d’arresto che non impediscono però a Saudade di fare emergere i paradossi e le contraddizioni che accompagnano anche le esistenze più felici, stimolando al contempo domande tutt’altro che banali su cosa siamo disposti a sacrificare per amore e per il sogno della felicità.

Un promettente esordio di una nuova voce, che vogliamo ascoltare di nuovo negli anni a venire.

Overall
7/10

Valutazione

Con il suo lucido e appassionato documentario, Pietro Falcone tratteggia la toccante parabola esistenziale di sua madre Nilde, costantemente sospesa fra amore e malinconia.

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Valentina o la serenidad: recensione del film di Ángeles Cruz

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Valentina o la serenidad

All’interno del ricco programma del FESCAAAL 2024 si possono trovare delle piccole perle come Valentina o la serenidad, film della regista messicana Ángeles Cruz. Il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina porta da sempre avanti la missione di fare conoscere altre culture attraverso la settima arte e uscendo dal terreno del mainstream; intento perfettamente rispettato da questa intensa opera, disponibile fino al 12 maggio su Mymovies One.

Al centro della vicenda c’è Valentina (la sorprendente Danae Ahuja Aparicio), bambina di nove anni che vive in una comunità indigena nello stato di Oaxaca, nel sud del Messico. In un triste e doloroso giorno, Valentina apprende della morte improvvisa del padre, annegato nel fiume locale. Gli abitanti del luogo danno il via ai preparativi per i rituali funebri, ma la bambina è ancora in piena fase di negazione, con conseguenze devastanti sulla sua salute mentale e sulla sua socialità. La sua difficoltosa elaborazione del lutto incide soprattutto sulla madre (Myriam Bravo), in bilico fra il dolore e la necessità di aiutare la figlia in questa delicata fase.

Valentina o la serenidad: una toccante storia di elaborazione del lutto

La sensibilità nei confronti della diversità di Ángeles Cruz incontra la sua esperienza personale, che l’ha portata a perdere il padre in tenera età, proprio come Valentina. Un dolore che ha inevitabilmente segnato il suo percorso artistico e individuale, riportato alla luce dall’emergenza del Covid, con il suo carico di paura e angoscia. Come per Fabietto Schisa di È stata la mano di Dio, anche per la protagonista di Valentina o la serenidad la realtà è scadente, appesantita da un lutto impossibile da accettare e da adulti inadeguati, incapaci di comprendere il punto di vista di una bambina su un evento così traumatizzante.

La regista racconta il dolore attraverso poche emblematiche immagini (l’incontinenza di Valentina nei momenti di maggiore stress), per poi concentrarsi sulla personale via con cui la protagonista cerca di elaborare quanto è avvenuto. Una via che passa dalla fantasia, e nello specifico da un fumetto che lega indissolubilmente padre e figlia e dalla supereroina che Valentina immagina di diventare, indossando un mantello capace di conferirle il potere di governare la natura.

Il dolce e dolente viaggio interiore della protagonista incrocia inevitabilmente la natura e la società intorno a lei. Mentre la comprensione umana arriva solo dal coetaneo Pedro (persino la stravolta madre ondeggia sul crinale di un deleterio autoritarismo), la natura responsabile della prematura scomparsa del padre riesce a regalare a Valentina la pace di cui ha bisogno, attraverso i silenzi, gli scenari incontaminati brillantemente fotografati da Carlos Correa e alcune suggestive scene ambientate in acqua, l’ambiente della rinascita.

Un Messico diverso dal solito

Valentina o la serenidad

Valentina o la serenidad ci racconta un Messico diverso a quello tratteggiato da Alfonso Cuarón e Alejandro González Iñárritu, fatto non di caotici centri urbani ma di piccole comunità confinate ai margini delle grandi città, in simbiotica comunione con la natura, coi suoi misteri e con le credenze a essa collegate. Un racconto compassato ma capace di dirompenti squarci di umanità, che ci interroga sul nostro rapporto col destino e con la perdita, lasciandoci con un retrogusto malinconico, ma anche con la ritrovata consapevolezza dell’incrollabile spirito umano, in grado di ricucire anche gli strappi più violenti.

Overall
7/10

Valutazione

Ángeles Cruz firma una toccante riflessione sull’elaborazione del lutto, ambientata in un Messico diverso da quello che siamo abituati a vedere.

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